lunedì 17 ottobre 2016

Mario Attilio Levi: Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano

Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola.

sabato 10 settembre 2016

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione (Pescara, 1976) a Villa Niscemi ricordando l’evento, con la consegna di Premi alla Cultura dedicati al suo secondo Presidente Internazionale, il grande storico dell’antichità e Accademico dei Lincei Prof. Mario Attilio Levi (1902 -1998). Verrà anche presentato il volume del socio Pasquale Attard “Dal Califfato al Regno”. La memoria del grande intellettuale torinese, che fu più volte a Palermo, viene ora messa in luce in questa occasione con il profilo che segue da Tommaso Romano fra i superstiti fondatori dell’Empire, che fu amico ed editore con Thule di due suoi libri, con questa breve memoria biografica e personale, con un inedito e la riedizione di un suo testo.

Mario Attilio Levi:
Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano


Mario Attilio Levi al Convegno del 1980 delle EdizioniThule.
da sinistra Pietro Gerbore, Costantino Vassillakis e Tommaso Romano. 
Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola. Clicca qui per continuare a leggere



mercoledì 31 agosto 2016

Tommaso Romano, "Tempo dorato" (Ed. Quanat)

di Giuseppe Saja


Leggendo le opere di Tommaso Romano, soprattutto quelle saggistiche, ho avuto sempre conferma del fatto che di un intellettuale ‘onesto’ possiamo non condividere l’ideologia di fondo o, come dire, i principi della sua weltanschauung; ma ci si può ritrovare ad approvarne alcune letture dell’esistenza e dell’esistente, in forza di quella capacità, che appunto solo gli intellettuali ‘onesti’ hanno, di mettersi in discussione, di riconsiderare assunti precedenti, di proporre analisi, guidati non già da apodittiche e sterili acquisizioni, ma da un sapere in fieri, che alimenta quella qualità, ahimè ormai così rara e preziosa: il buonsenso, abissalmente lontano dal senso comune, da quelle pseudo verità ovvie, banali, frutto di poco pensiero e ancor più limitata meditazione. Ecco perché, anche se piuttosto lontano dal conservatorismo, sia pure illuminato, di Romano, mi ritrovo spesso nelle sue osservazioni, nei suoi giudizi sulla società dei nostri giorni, nel suo modo di renderli pubblici attraverso i versi di una poesia o la scrittura saggistica. E poi, le letture, diciamo, di destra, che in questo volume Romano presenta, ad esempio del Sessantotto, si avvicinano, certo non coincidendo, alle considerazioni e alle critiche che dal mondo della sinistra meno radicale ormai sullo stesso periodo si propongono. Certo, è riconoscibile l’ironico imprinting ideologico di affermazioni come questa: «Non amai i simboli lontani di guerriglieri sudamericani, né la barba del profeta di Treviri, né la “rivoluzione di Mao. La mia generazione in gran parte s’illuse di stare con il senso della storia. Gli speculatori di sogni e di utopie stettero al gioco»; ma non possiamo non essere d’accordo con le parole riguardanti la lebbra della mafia, devastante a partire dagli anni Settanta del secolo scorso: «La morte a Palermo divenne regola amara. Non solo i regolamenti di conti fra i clan; ma persino i delitti eccellenti. Una lunga teoria di lutti. Molta retorica, pochi fatti alternativi». Non mi sono sorpreso, come non lo è stato il prefatore del volumetto Tempo dorato, Matteo Collura, che Romano abbia voluto ricomporre, tra edito e inedito, gli scritti più ‘narrativi’ della sua produzione, poiché pure essi vengono alimentati, e non potrebbe essere altrimenti, dai fiumi tutt’altro che carsici, anzi ariosamente impetuosi e prolifici, della sua vena lirica e di quella saggistica. Quelle due fonti trovano una felice sintesi in questo volume autobiografico, una misura che dimostra, come avvertito anche da Collura, evidenti capacità di narratore, di affabulatore della parole scritta, di sapiente manutentore del vocabolario, per dirla con un’espressione del mai troppo ricordato Antonio Castelli. È mia abitudine nel leggere un libro, e non solo quando devo scriverne o parlarne, annotare nelle ultime pagine bianche o “macchiate” dalle indicazioni di stampa, l’antico colophon, le frasi, i concetti, le espressioni per me notevoli, le suggestioni che ne nascono, anche le citazioni esplicite o implicite da altri scrittori o poeti: è un sondare il laboratorio creativo di un autore nel tentativo di scandagliare i livelli via via più profondi del suo lavoro. Ecco, nel fare questo con il volume di Tommaso Romano, mi sono reso presto conto di stare annotando praticamente quasi ogni pagina: non mi succede spesso e credo che ciò sia avvenuto per i contenuti coinvolgenti del volume e per le forme distese che li assecondano, per quel piacere del raccontare e del raccontarsi, per dirla con il sottotitolo. Intanto, quello che colpisce è la capacità di ricreare un’atmosfera, un ambiente, una situazione, un personaggio con poche pennellate di parole, che hanno spesso una pensosa densità anche a dispetto della loro carica connotativa; poi l’abilità di fare riaffiorare nostalgicamente, ma senza cedimenti patetici, quella Palermo d’antan, deturpata dalle esecrabili trasformazioni che subì già agli inizi del “sacco”, che ne cambierà i connotati, lasciando solo vaghi, sparuti e immobili ‘fercoli’ della sua anima liberty. Quel trapasso coincise, in qualche modo, con i riti di passaggio dell’uomo Romano dalla fanciullezza, soprattutto, all’adolescenza e poi alla maturità: dal tentativo, coronato dal successo grazie ad una superiore complessione fisica, del dodicenne Tommaso di guadagnare l’ingresso del cinema “Corallo” per vedere un film vietato ai minori di quattordici anni, alla ‘conquista’, avvenuta a tredici anni, dei “calzoni lunghi”, precedute, entrambe le esperienze, dai primi turbamenti, non proprio amori ancillari, che già a sette anni il nostro ebbe modo di provare, in compagnia di alcuni coetanei, nell’ammirare di nascosto le nude grazie della giovane e bella cameriera della nonna in Contrada Muffoletto a San Cipirrello (Palermo). Ma il volumetto è soprattutto la storia di una precoce maturazione culturale e intellettuale avvenuta sotto le ali delle predilezioni poetiche: il Futurismo soprattutto e autori quali Nietzsche ed Evola, poi rivisitati in modo personale. Un apprendistato intellettuale, dunque, che influenzerà le scelte politiche di Romano, facendone un amministratore atipico, poco legato alle poltrone, pronto a mettersi da parte quando i suoi mandati avrebbero dovuto mantenersi a prezzo di inaccettabili compromessi. Dunque, con assoluta padronanza dei mezzi espressivi, Romano incrocia dati memoriali con analisi coscienziali ed eventi socio-politici, e con la sapienza di un regista cinematografico (dalla decima musa egli attinge alcune formalizzazioni dei suoi ricordi) riesce a intersecare interni di famiglia con le vicende più significative della storia, non solo isolana, della seconda metà del secolo scorso. Quei quadri di vita, quelle aperture memoriali incardinano episodi e situazioni intorno ai valori che Romano riconobbe e riconosce fondanti, la famiglia su tutti. E allora, il “tempo dorato” delle lunghe vacanze estive alla scoperta del mondo, i bagni negli stabilimenti palermitani di Romagnolo, prima che Mondello assurgesse agli onori delle cronache balneari, le visioni cinematografiche domenicali precedute dalle passeggiate in una Palermo non ancora devastata dal cemento e dall’abusivismo, rompono i confini dei ricordi personali e ci consegnano le maliose immagini di una città, neanche troppo lontane, che lasciano, soprattutto a chi quei tempi non ha vissuti, la percezione di un ritmo di vita diverso, di un’essenzialità dell’esistere pur nelle differenze di censo e di possibilità sociali, una ciclicità biologica e non meccanica, anonima, disumanante. Sono cartoline non oleografiche, quelle che Romano ci propone con un certo sapore vintage, con quelle tonalità pastello che si ravvivano quando l’ectoplasma del ricordo viene attraversato dalla lama tagliente della ragione. Su tutto, si accampano alcuni personaggi indimenticabili, sapientemente cesellati con il bulino di una scrittura che chiama a raccolta tutto il mestiere e le competenze sin qui accumulate. Sono personaggi e non caratteri quelli che l’autore fa materializzare, che prendono vita dalla nebulosa della memoria per presentarsi ai lettori con tutta la loro umanità non convenzionale, con le loro stranezze e peculiarità: come dimenticare la “zia Maria”, al secolo Maria Randazzo, attrice non di fama, come ci ricorda Romano, ma che la sua passione onnivora per il teatro riuscì a trasmettere a Palermo a tante generazioni per tutto il Novecento; o Don Peppinello, improvvisato quanto improbabile automedonte, che riusciva a rendere periclitanti ma avventurosi i viaggi più tranquilli e potenzialmente rilassanti. Romano ci propone le prime “Epoche”, per dirla con Alfieri, della sua autobiografia; nel senso che volutamente egli ha ordinato i primi ricordi d’infanzia e d’adolescenza, fermandosi sulle soglie della maturità e dunque all’età delle responsabilità personali e pubbliche; ma questa, come si suole dire, è un’altra storia, che forse in seguito verrà raccontata.

giovedì 30 giugno 2016

Leggere i segni dei tempi per non “sciupare la crisi”

di Arturo Donati



Con la sintetica e intensa ricognizione problematica sul senso del viatico terrestre e degli atteggiamenti conseguenti al continuo depauperamento della visione del mondo, Tommaso Romano ci offre una matura riflessione ricca di spunti che contribuiscono ad aprire feritoie sul velo dei luoghi comuni del giudizio.
Infatti il giudizio corrente sulla crisi è sovente ammantato di catastrofismo e di superficiale accondiscendenza sia alle insorgenze reazionarie che al grave progressismo antropologico, sovente dimentico della inviolabilità unitaria della cifra umana.
Gli orientamenti prevalenti dell’immaginario sociale a noi più vicino, in ultima analisi confermano e rimarcano ulteriormente la deprivazione spirituale del nostro tempo che meriterebbe una complessa ed ampia indagine. Infatti In premessa l’autore presenta la sua raccolta di saggi brevi come un semplice contributo per la valutazione critica dei fenomeni antropologici oggi evidenti. Ne “L’Apocalisse e la gloria” Tommaso Romano sviluppa così una disamina argomentativa scevra di qualsiasi perentorietà fuori misura e senza tentare scorciatoie rimarca e perimetra tratti essenziali della dimensione della crisi alla cui consapevolezza nessuno dovrebbe sottrarsi.
Nonostante la brevità dei testi, realizza egregiamente il suo proposito con la chiarezza dell’onestà intellettuale che contraddistingue l’utopista che ha seguito davvero un percorso di conversione personale che lo ha condotto dalle iniziali sfere dell’idealità mai tradita a quelle del sacro custodito dalla Parola.
In primo luogo il tempo presente è caratterizzato dalla frequente elusione intenzionale della responsabilità individuale che viene facilmente derubricata dagli assiomi del giusto vivere. Tale deriva, gravida di deleteri effetti, sempre più evidenti, andrebbe ricondotta alla diretta conseguenza del rifiuto ideologico di qualsiasi teleologia. Rifiuto che mira a escludere ogni fede in un ordine superiore che possa inficiare l’ideologia dominante della socialità astratta che trova facile rispondenza nella vulgata dei luoghi comuni.
Invece secondo ogni spiritualista la socialità astratta essendo priva di qualsiasi cultura dell’essenza, è destinata ad essere prima o poi confusa se non barattata con l’aspirazione al dominio degli eventi quotidiani, quindi con il potere. Tommaso Romano riesce anche a far notare quanto sia negata dal laicismo autoreferenziale la necessità di un’analisi ponderata della tipologia della crisi attuale che è riconducibile principalmente alla visione antispecista dell’uomo.
Allora oggi più che in alti tempi urge e necessita pacatezza e coraggioso equilibrio nel giudizio. Tale preoccupazione è dettata dal discernimento cristiano. Infatti anche se il senso della decadenza degli autentici contenuti di relazione, senza i quali l’uomo non può definirsi tale, è certamente palese di contro la semplicistica valutazione etica su basi relativistiche dell’agire è perdente. La critica, quando avulsa da qualsiasi fondamento dottrinario e ancor più gravemente se insidiata dal comparativo etologico, non genera giudizi piuttosto generalizzazioni anche gravi.
Giudizi acritici che paradossalmente ledono la dimensione spirituale dell’uomo che proprio l’indignazione per il suo offuscamento intenderebbe al contrario proteggere. Secondo Tommaso Romano la saggezza, anche se esercitabili
e in forme limitate o in oasirelazionaali ristrette, può e deve ritornare ad essere un traguardo possibile Ogni tempo infatti offre allo spiritualista la possibilità di accedere ai linguaggi del profondo e di riedificare un senso dell’uomo. Senso da recuperare nella prassi storica, nella vita concreta e contraddittoria per quanto e nonostante il quotidiano induca i più alla rassegnata “lettura orizzontale” del valore simbolico degli eventi. Tommaso Romano si fa forte della lezione fondamentale di Romano Guardini che ha presentito la necessità antropologica di nutrirsi dei segni del divino che donano la possibilità di scoprire come ogni età della vita, che al contempo è sensibilità, utopia, potenza e caduta, di fatto sia teatro dell’incarnazione della spiritualità che sopravvive ai declini e ai ritorni. Una ciclicità che è storica in quanto spirituale così come per Vico, appropriatamente più volte richiamato nello scritto, è spirituale perché storica. Una storicità che non dissipa totalmente i doni dello spirito perchè mai lo potrebbe. Per il Nostro la lezione vichiana rassicura sulla riproposizione della possibilità di ricondurre al singolo la prodigiosa riscoperta del sacro dono della vita. L’uomo nuovo di Tommaso Romano, adombrato nelle brevi pagine che lasciano il segno, si configura come un fiero frammento dell’infinità cosmica.
Per quanto disorientato, l’individuo può maggiormente resistere se la sua forza nasce dalla critica del formalismo dell’agire quando avulso dalla fiducia nella presenza dello spirito. Il divino ci guida comunque e nonostante tutto in ogni istante dello scenario terrestre anche quando appare il tempo in cui “tutto finisce”. Leggere nei segni della fine non il fallimento delle illusioni quanto la prossimità della Parusia che riconcilia l’essere e la vita, la giustizia e l’amore. E’in questa prospettiva che va operata una rivendicazione dei valori non ideologica nè tantomeno nostalgica, in forza della saggezza e dei sodalizi ancora possibili. La critica di Tommaso Romano è e resta costruttiva poiché consente il recupero della preoccupazione per l’uomo pur nella lapidaria invariabilità del giudizio morale di fondo che ove necessario va espresso senza sè e senza ma e ricondotto alla finalità dell’esistenza.
Essa non è completamente tutelata né dalla legge convenzionale né da quella naturale piuttosto dal valore cosmico della presenza umana all’interno delle teofanie dell’essere. Per il cristiano problematico ma non problematicista, l’uomo è, e deve sforzarsi di restare, in prima istanza il custode individuale della legge dell’amore. Certamente non del processo amorevole del fondamento delle intenzioni che possono essere per ingenuità o malafede tradite e subordinate a esigenze materiali ammantate di falsa etica relativistica. Non a caso con chiarezza il Nostro precisa che: “L’unicità dell’uomo nel cosmo è frutto di uno statuto tutto proprio dato da Dio … L’anima individuale fa parte dello spirito cosmico…”
Romano riesce in forza di tale assioma a distinguere la rassegnazione ad accettare i limiti oggettivi del nostro operare, dal grave declino della visione del mondo verso l’accomodamento minimalista spacciato ideologicamente per principio di realtà. Per altro verso l’ipocrisia contemporanea si manifesta con le gravi alterazioni dei linguaggi.
In primis quello liturgico e quello della sfera del diritto, debolezze che assimilano gli accomodamenti imposti da un’etica di basso profilo all’ideologia maggioritaria spacciata per solidarietà sociale. Il nostro tempo registra infatti l’insorgenza di una nuova figura cara all’immaginario sociale, quella dei buoni e dei moralizzatori di professione. Per Romano le distorsioni vanno denunciate con chiarezza senza indire crociate riequilibratici di una impossibile verità assoluta la cui difesa ad oltranza e ad ogni costo, in ultima analisi risulterebbe gravemente lesiva della stessa sfera valoriale che si intenderebbe salvaguardare.
Tommaso Romano ricorre ancora una volta, al suo cristocentrismo spirituale in chiave cosmico-teleologica per proporre una semplice ma non semplicistica metodologia di analisi della pochezza umana al fine di rivendicare l’eterna possibilità concessaci dal Santo spirito di ritrovare comunque vie d’uscita significative alle condizioni che ci affliggono. Un ristoro della libertà, una luce per orientarci negli spazi ristretti dell’agire asfittico delle coscienze anestetizzate dal quotidiano amorfo (perché modale quindi senza stile) e sempre più de spiritualizzato.
Fondamentale a questo punto la rivendicazione delle possibilità reattive ed esemplari insite nella risorsa individuale e nel sodalizio delle coniugazioni umane vincolate dall’invisibile trama che si tesse con l’ascolto della Parola. Con l’ausilio della riflessione senza censura che aspira non al giudizio ma alla saggezza che è sostanzialmente giustizia nel rispetto primario della vita. Non a caso alcune afferenze alla lezione profonda e problematica del miglior Evola echeggiano in alcuni tratti dell’analisi di Romano che rifiuta il “vago sentimentalismo consolatorio”.
Altrettanto condivisibile, a parere dello scrivente, il ridimensionamento delle aspettative ingenerate dal Concilio Ecumenico Vaticano II e delle estemporanee critiche reattive allo stesso, fermo restando il bisogno del Nostro di criticare i processi di secolarizzazione eccessivi senza sminuire del tutto la stessa funzione della Chiesa Cattolica. Essa resta comunque responsabile di mancanza di chiarezza e di non dipanare le compiacenze verso un “cristismo” opinato a misura delle esigenze dell’immaginario contemporaneo che divinizza le virtù non subordinandole alla Verità Assoluta. Verità che se posta al centro dell’anelito umano restituisce ascendenza divina a tutte le qualità vertiginose che sono e restano segno della possibilità di tensione verso le altezze anche al tempo della fine.
Una fine della condizione terrestre e di tutti i criteri di relazione umana tentati o codificati, che non siano da leggere come il definitivo declino della coniugazione antropologica di natura e spirito, piuttosto in chiave di primi albori della Parusia, di propedeutica all’Apocalisse che è rivelazione della piena volontà divina. La stessa che ci ha imposto di esistere per scoprire nel nostro piccolo, a prescindere da qualsiasi livello di secolarizzazione, l’amorevole e misterica cifra di appartenenza all’entropia spirituale dell’Eterno.
Soltanto l’Eterno ci impone il coraggio di rifiutare “l’umanizzazione presunta”, massificata e massificante al sevizio dei poteri e delle tentazioni terrestri che esaltano una vaga libertà senza spirito, quindi il nulla, per negare la trascendenza.

Pur se fortemente distratti dalla visione cui siamo stati destinati è possibile a tutti uno scatto di coscienza quale ultima salvaguardia, alla fine dei tempi, prima che il vincolo tra l’umano e il divino che siamo chiamati a scoprire possa essere sciupato: “Badate a voi stessi perché….quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio”. (Luca 21. 31,34)

da: "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 41 - 42, 2017

lunedì 20 giugno 2016

Franco Trifuoggi, "La poesia di Tommaso Romano" (Ed. I quaderni di Arenaria)

di Giovanni Taibi

Un interessante viaggio intorno e dentro la poetica di Tommaso Romano è quello che compie il prolifico scrittore e critico letterario Franco Trifuoggi nel suo approfondito e puntuale saggio “La Poesia di Tommaso Romano” edito da Ila Palma ( 2013).
Da una analisi filologicamente attenta dei testi dell’autore palermitano, Trifuoggi traccia una linea ideale lungo cui scorre la poesia di Romano che, seguendo una direzione metafisica, manifesta tutto il suo desiderio di eterno e diventa viatico alla scoperta dell’assoluto.
L’indagine critica di Trifuoggi inizia sin dagli albori della poesia di Romano, da quelle prime Rime Sparse del 1969, in cui in nuce già si intravvedevano i primo germogli di una poesia che, seppur non distaccata dalle suggestioni futuriste marinettiane, manteneva saldo il rigore formale e la chiarezza del dettato poetico della grande tradizione letteraria italiana.
D’altronde per il nostro futurismo e tradizione non sono mai state in antitesi, anzi come spesso afferma: “più profonde sono le radici più l’albero potrà svilupparsi in altezza.”
Trifuoggi scava a fondo nella poesia di Romano e ne evidenzia gli influssi filosofici e letterari in essa presenti: da Aristotele agli esistenzialisti senza dimenticare la lezione storicistica di Vico e dei grandi autori spiritualisti e di quelli più intimisti da Petrarca a sant’Agostino.
 La sua è certamente una poesia impegnata mai semplice momento di disincanto. Il suo poeta è un anacoreta che però non fugge la realtà ma la richiama in ogni sfumatura per esaltarla a momento poetico da ricordare e condividere.
Una realtà spesso grigia da cui il nostro riesce a sottrarsi grazie a visioni di montaliana memoria che “donano al poeta pause liberatorie e suscitano immagini di vita affrancate da cure tormentose” ( Cfr pag. 35 )
Quello di Trifuoggi è un libro la cui trama è intessuta, o meglio integrata,  da citazione attinte a piena mani dalle liriche di Tommaso Romano che vengono inserite come un tutt’uno del discorso filologico che sviluppato con non comune perizia esegetica. È una perfetta simbiosi quindi quella che viene fuori dalle note critiche del Trifuoggi e dai frequenti richiami alla “Parola” di Tommaso Romano.
Il Romano intimo è quello che scalda più il cuore di Trifuoggi, in cui prendono corpo e dimensione luoghi e figure care al poeta del presente ma soprattutto del passato come nella delicata lirica dedicata ala padre: “In attesa del bel rivederti”.
 Sono queste le liriche ritenute più ispirate nelle quali prevale la “luce della religiosità” ammirata anche  dal celebre critico Mario Sansone.     
Quella di Romano è una poesia che si rinnova in itinere nel confronto col passato e con la quotidianità a volte routinaria e prosaica, che comunque Romano sa giudicare con il distacco di chi conosce il senso dell’inarrestabile flusso dell’esistenza. Una vita contempl-attiva in cui la ricerca di un senso travalica lo stesso reale che diventa segno o cosa di platoniana memoria.  

sabato 11 giugno 2016

Tommaso Romano, "Café de Maistre" (Ed. ISSPE)

di Guglielmo Peralta

      L'introduzione di Tommaso Romano al suo "Café De Maistre" si apre con la descrizione del locale panormita, degli "arredi originali e tirati a lucido" ispirati all'Art Nouveau e si chiude con la velata esortazione a lottare contro la decadenza culturale e morale della società contemporanea per "dare un senso autentico" al nostro essere nel mondo. L'eleganza del Liberty o dello stile floreale contrasta con tale decadenza, che non è più soltanto "Il tramonto dell'occidente", annunciato da Oswald Spengler nella sua opera (1918-1922), ma il declino della civiltà a livello mondiale, che sembra preludere al "suicidio dell'uomo" dopo la morte di Dio. Il contrasto si risolve nel bisogno di Romano di trovare "un rifugio elegante all'inclemenza del tempo", sicché il Café De Maistre, la sua eleganza, è metafora della bellezza e, perciò, esso è un "luogo elitario", ideale per la contemplazione e per ritrovare la pace interiore; è un "chiostro" dove meditare e ricercare la Verità "in laboriosa solitudine", lontano dai "volgari" e dalla mondanità. Il crollo dei valori morali, la desacralizzazione della Tradizione, l'indebolimento della Fede e del pensiero libero, sostituito sempre di più dal "libero pensiero" e dalla "dittatura del pensiero unico", devono sollecitare alla lotta contro il male, a "resistere" categoricamente, "individualmente, lucidamente" contro l'annichilimento e l'Apocalisse già in atto. È questo il magistero di Romano, il quale, animato dalla cultura dello spirito, leva alta la sua voce confortato da mentori quali Platone, Tommaso d'Aquino, Vico. Altri Personaggi-guida, incontrati in carne ed ossa o frequentati soltanto attraverso le opere negli anni di studio, nel suo cammino di formazione intellettuale e culturale, sono presenti in questa raccolta di perle di saggezza, dove non mancano, accanto ai quadri di pensiero, alla riflessione profonda su temi di teologia, filosofia, pedagogia, storia, letteratura, arte, le numerose invettive, tra cui quella contro il cieco conformismo di chi approva "tutto ciò che è progressivo, funzionalista e, quindi, moderno", quella contro i "poteri ideologici degli orientatori dei comportamenti della comunicazione e della pubblicità", quella contro il centralismo e il totalitarismo riformistico della scuola.
      Mi sembra che il cuore di questo Café De Maistre sia da ricercare in quella dimensione del "mosaicosmo" in cui è venuto a strutturarsi il pensiero di Romano, da quando egli è rimasto folgorato dalla felice intuizione dalla quale è nato il neologismo e che si è nel tempo evoluta fino alla contemplazione di quella visione cosmica, di quel mosaico, appunto, che ogni umano individuo contribuisce a comporre con la propria attività creatrice, o anche solo con il proprio esserci, e del quale è parte integrante e necessaria. In questa unione ideale di tutti gli uomini sembra realizzarsi quel principio della fratellanza universale che è disegno divino e motivo di salvezza. È questo un pensiero che ha nell'arte la sua culla e la sua ascesa e che si oppone allo svuotamento spirituale e al vuoto religioso segnato dall'assenza, o meglio, dalla non-presenza di Dio, al quale tuttavia - sottolinea Romano - bisogna restare fedeli, e il quale è da cercare proprio nel tempo della sua lontananza e della più grande povertà dell'uomo. Rafforzare la fede ancorandola in Cristo "è e sarebbe la via maestra" contro l'Apocalisse, per porre fine a questi tempi oscuri e "prepararci all'Evento soprannaturale della Parusia, al ritorno di Cristo in terra". Tessere preziose di quel "mosaico" sono, qui, Personaggi quali - ne cito solo alcuni - Divo Barsotti, Padre Giuseppe Rizzo, Lucio Zinna, Giovanni Volpe, Giovanni Gentile, Alessio Di Giovanni, Lucio Piccolo, Mario Luzi...che Romano ritrae negli aspetti che più li caratterizzano e dei quali lascia emanare la "Luce del pensiero" (già titolo, questo, di grande fascino, di un progetto culturale da lui ideato e concretizzatosi con la pubblicazione di sei volumi contenenti schede biografiche di autori tutti rigorosamente siciliani). Insieme, questi Personaggi, costituiscono una grande biografia dell'anima nella quale emerge, in trasparenza, lo stesso profilo di Romano avendo egli in comune con loro il medesimo cammino spirituale in direzione della ricerca di verità e di senso. Ed è forte, nel Nostro, l'esigenza di ristabilire e fare conoscere la verità là dove essa è manipolata, "truccata", distorta per risentimento o per motivi, spesso, ideologico-religiosi. Così, ad esempio, egli rende nota la rivisitazione della "Storia dei musulmani di Sicilia" di Michele Amari, da parte dello storico francese Henri Bresc, secondo il quale "il più che positivo giudizio" espresso dall'autore siciliano sui dominatori arabi e la "mitizzazione dell'Islam, visto come regno della perfezione" non sarebbero corretti perché frutto, probabilmente, della "passionalità" e delle "visioni romantiche" dell'Amari. Altro esempio di verità ristabilita riguarda una celebrata ottava di un canto popolare grandemente offensiva e infamante nei confronti dei Savoia e che Alessio Di Giovanni, nel suo articolo: Un'allusione alla Casa Savoia in un pseudo canto popolare siciliano, dimostra trattarsi di un falso storico. Se la pura e semplice verità è tradita e falsificata per futili motivi, per risentimenti, per meschine vendette, la Verità, quella che nel nome del Cristo ci è stata rivelata, è sempre più obliata e rinnegata, con la grave conseguenza della perdita della coscienza morale e del limite della libertà. "Tutto allora sarà, come in effetti è, permesso. Anche di ammazzare in nome di un dio, dell'onnipotenza umana o della dea ragione". E qui non possiamo non ricordare Ivan Karamazov, il quale afferma che "se Dio non esiste, tutto è permesso" e sottolinea lo stretto legame fra la negazione di Dio e la divinizzazione dell'uomo. Senza l'amore della verità l'eclissi dei valori, già in atto, sarà totale e inevitabile e la salvezza impossibile, perché con la perdita del sacro e del senso di Dio si perderà anche il senso dell'uomo. Nella prima domanda, posta da Romano a Mario Luzi nell'intervista inedita del 1989, è indicata, sia pure in modo sotteso, l'unica via da seguire per risollevarsi da tanta decadenza, per uscire dal tunnel infernale e tornare "a riveder le stelle". E la guida non può che essere la poesia, come essa lo fu di Dante nella figura di Virgilio, simbolo della saggezza poetica. La domanda è la seguente: "C'è la possibilità di una rinascita di una poesia ancorata ai valori, per così dire, forti?" È innegabile che la poesia sia il valore assoluto da riscoprire e praticare per conquistare l'amore della verità che, a detta di Sant'Agostino, è "il primo dei precetti, il sommo genere, il fonte di tutti". E dunque, amare la verità "è amare e desiderare il bene morale". Ristabilire il legame tra poesia e verità è quanto suggerisce Luzi nel preannunziare una "motivazione etica e religiosa (...) una richiesta di una poesia religiosa di "annuncio", oltre che di denuncia", nella convinzione che "la poesia ha la forza di progettare l'uomo futuro e di indicarlo anche alla scienza, che ha il compito di restituirlo a se stesso".
      La poesia è la risposta alla civiltà tecnologica, che ha fagocitato ragione e sentimento estromettendo l'uomo dalla sfera del sacro e della spiritualità generando l'individualismo che,  secondo Charles Taylor, è il maggiore dei mali della nostra società, la causa di quello che egli chiama “Il disagio della modernità”, ossia, la perdita dell'essenza umana, la chiusura verso l'altro,    l'oblio della socialità, che hanno il loro contrassegno nella ricerca del successo, dell'approvazione, nel distinguersi ad ogni costo dagli altri, nel narcisismo egoistico. Contro questa tendenza suicida, contro questo vivere inessenziale, Romano ci ricorda, citando Heidegger, che "la poesia è un modo di vivere" più autentico nel "tempo della povertà". Ed è nella presa di coscienza di questo "disagio", sempre più esteso all'intero consesso umano, che cresce il bisogno di senso e acquista valore veritativo l'ideale del "mosaicosmo", di cui Café De Maistre è un riverbero e una tessera ed è un micromosaico dell'immensa biblioteca spirituale in cui si inseriscono, si corrispondono, si riflettono infinite visioni: mondi e modi diversi di un pensiero unico e universale.

mercoledì 25 maggio 2016

Tommaso Romano, "Café de Maistre" (Ed. ISSPE)


di Sandra Guddo

Una cornice elegante, lungo il Foro Italico, a due passi dal mare, lontano dal chiassoso,  imbarazzante ed ordinario tempo delle chiacchiere di  opinionisti à la page , è il “ Cafè de Maistre “,  sagacemente intitolato ai fratelli Joseph e Xavier De Maistre così diversi tra loro da potersi contrapporre, in una dialettica stringente, come tesi ed antitesi.
Probabilmente è questo il motivo per cui il cafè è stato intestato a loro in quanto rappresenta la metafora di un luogo simbolico ed immaginifico, di uno spazio mentale dove sarà possibile, in compagnia di un panormita inattuale come si definisce Tommaso Romano, accomodarsi su una sedia di paglia viennese davanti ad un tavolino Ducrot  per dissertare liberamente di filosofia o di teologia, di poesia o di narrativa, di pedagogia o di storia, di musica o di pittura, di cinema o di teatro, senza rincorrere il politicamente corretto per apparire a tutti i costi  un intellettuale  alla moda, salito sulla giostra della vanità in cerca di plausi e di  ipocriti consensi, ignorando che, come saggiamente scriveva Victor Hugo,  spesso il successo non equivale al merito e che non sono “ i palcoscenici agghindati alla festa dell’ipocrisia”  le piazze o gli stadi pieni di folla delirante a decretare i meriti di una persona anche se ne rappresentano un importante indicatore. Ammonisce T. Romano “ i conti non fateli con le folle, li farete col Padre Eterno “.
Il café de Maistre è come un fortino, ultimo baluardo  di resistenza contro l’invasione dei nuovi barbari nei cui confronti occorre prendere posizione, avere il coraggio di dissentire e di dissertare fuori dal coro degli adulatori corrotti, dei beoti acquiescenti, del peggior buonismo, del falso intellettuale che opera in nome di un pasticciato sincretismo svuotato di ogni valore oppure agisce in nome di un frainteso spirito di tolleranza a tutti i costi e di una fuorviante, tragica interpretazione del principio di libertà di espressione attribuita, forse a torto, a Voltaire, considerato il padre dell’Illuminismo.
Coerentemente con i suoi principi, T. Romano interviene dal suo blog ( Mosaicosmo-Romano) sul caso Messori- Boff, esponendosi in prima persona e prendendo decisamente posizione, confortato da Lucio Zinna, insigne intellettuale e poeta il quale, in una lettera pubblicata per intero nel presente volume, condivide la posizione di T. Romano, affermando quanto siano centrali e fondanti per una vera Unione Europea, i valori della Chiesa cattolica che oggi si trova ad un bivio e dovrà scegliere tra il principio di tolleranza a qualsiasi costo, tanto per stare al passo con i tempi che cambiano o la salvaguardia di quegli stessi principi che sono fondanti  dell’identità non soltanto della Chiesa ma dell’ Europa stessa !
 Il cafè De Maistre rappresenta “  un rettangolo di ammutinamento”, un luogo di difesa della nostra Tradizione che non può cedere il passo ai burattinai dei poteri occulti che si nascondono dentro le potenti organizzazioni delle multinazionali che, attraverso un processo di appiattimento, depauperamento ed annichilimento dei valori legati alla nostra Tradizione, ci impongono modelli di comportamento basati sulla omologazione, annullando le peculiarità di un popolo . Ed è questo che fa più paura: assistere quasi del tutto impotenti, al diffondersi di mode, gusti, abitudini e  stili di vita condizionati dalla pubblicità che, con i suoi messaggi sublimali, impone i  prodotti della globalizzazione a scapito delle nostre migliori tradizioni oltre che delle economie locali. Contro tale tendenza, viene auspicato  in particolare “  una rinascenza del Sud … basata sulla riscoperta, rivalutazione e coraggiosa riaffermazione del nostro passato e delle nostre radici” al di fuori della retorica “ nostalgia del bel tempo andato “ che ci possa sostenere nella riscoperta del “ senso dell’appartenenza “.
In tale contesto anche il ruolo sociale dei poeti, un tempo paladini delle tradizioni popolari che si tramandavano dai padre ai figli attraverso i loro canti, sembra essere in crisi  “ poiché si è perso il senso e l’appartenenza alla comunità, in nome di un livellante e falsamente umanitario globalismo “. L’ intervista a Mario Luzi del 1989 costituisce un’interessante occasione per tracciare la fenomenologia della lirica chiarendo  la funzione altissima che essa svolge presso i popoli come stimolo per le coscienze addormentate e come pungolo ad una visione dell’umanità che non deve perdere la sua vera identità spirituale: la poesia etica e religiosa  “  di annuncio oltre che di denuncia “ che non è in contrapposizione con la Tecnica purché se ne faccia un uso adeguato.
Il cafè non è soltanto un luogo di resistenza ma è soprattutto un luogo di accoglienza di quanti credono ancora nei valori fondanti della nostra spiritualità e li manifestano, senza timore, con le loro opere, le loro proposizioni ed azioni, rifiutandosi di trasformarsi in grottesche “ maschere pirandelliane , in caricature  …  e prodotti assortiti di pseudo umanità “ .
 Così va accolto in questo luogo spirituale Padre Giuseppe Rizzo di Ciminna , sospettato di modernismo e di rosminianesimo filosofico, che, a seguito di un’ingiunzione della curia palermitana, è stato esule nella sua stessa cittadina natale. Oggi è stato riabilitato e beatificato, a seguito di un’attenta revisione della sue opere dalle quali emergono chiaramente le sue posizioni sempre rispettabili che affondano le loro radici nella filosofia cristiana di Antonio Rosmini. Una lettera ritrovata da Vito Mauro, nell’Archivio Storico Diocesano della Curia di Palermo, getta nuova luce sui rapporti tra questa e il clero di Ciminna. Ciò a riprova, semmai ce ne fosse bisogno, che Tommaso Romano, per ristabilire verità storiche dimenticate, fuorvianti o mistificate, utilizza rigorosamente il metodo euristico della ricerca supportandolo con documenti certi ed inoppugnabili. Il suo rigore e la sua onestà intellettuale non potrebbero consentirgli di fare diversamente.
Ma la sua preoccupazione più che legittima è rivolta soprattutto ai giovani, consapevole dei limiti  di un sistema educativo che, per le sue grossolane inefficienze acutizzate dalle rovinose riforme di questi ultimi anni, non può garantire e sviluppare nei tempi e nelle modalità dovute, la loro formazione umana ed intellettuale. I giovani sono bombardati da messaggi fuorvianti e spesso contraddittori che generano in loro soltanto confusione dove tutto viene messo in discussione perfino il concetto di genitorialità.
Sarebbe opportuno, a mio avviso, soffermarsi sull’etica della responsabilità, parola sconosciuta ai molti nuovi profeti, ampiamente spiegata dal filosofo tedesco Hans Jonas  nel suo libro “ Il principio della responsabilità “ ( 1979 ) , che egli applica all’ecologia ed alla bioetica. Egli afferma che non si può agire in modo disastroso  per la conservazione dell’ Ambiente e dello stesso Genere Umano, in nome della Tecnica, che si è sviluppata in modo sorprendente in questi ultimi decenni anche se la cosa in sé  è sicuramente positiva; non si può utilizzare la tecnologia senza considerare gli effetti che potrebbero risultare esiziali per la nostra stessa sopravvivenza. Appare perciò indispensabile declinare il nuovo imperativo categorico dell’Etica della Responsabilità: “ Agisci in modo che gli effetti delle tue azioni siano sempre compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana. “  Occorre con urgenza rifondare un’etica cosmica con la quale affrontare i problemi che il terzo millennio ci prospetta.
Lo stile brillante, la dialettica sagace, a volte pungente ed ironica, caratterizza  la narrazione del presente volume che procede sapientemente per analisi e sintesi in quanto, pur  essendo una scrittura necessariamente veloce che ci propone parecchi  artisti di grande spessore, non  risulta mai affrettata o superficiale ; al contrario la capacità di analisi del suo autore si combina in un’alchimia perfetta che soltanto pochi posseggono, con la capacità di saper sintetizzare, con essenziali ed equilibrate parole, tutto ciò che d’ importante c’è da sapere sull’ artista preso in esame che viene contestualizzato nell’ ambientazione delle relazioni umane, sociologiche e storiche in cui si è formato, in sintesi , nel suo microcosmo.
Sfogliare questo libro, intenso e bellissimo, ricco di vibrazioni messianiche ed escatologiche,  è come aprire uno scrigno pieno di gioielli rari e preziosi tra i quali è quasi impossibile scegliere il più bello ed è per questo che, per non offendere alcuno, tralascerò di citare i nomi prestigiosi delle donne e degli uomini, presenti nel “ Cafè de Maistre” , che hanno dato, con le loro opere e con l’esempio di vita, testimonianza  della fervida attività culturale che la generosa terra di Sicilia, pur con tutti i suoi limiti, produce e che ci fa sperare, nonostante “ mala tempora currunt “, nonostante l’ attuale condizione  culturale globalizzata  e disumanizzata, lontana dalla Tradizione,  in un mondo migliore.