Al professor Tommaso Romano, poeta, saggista, narratore per il diuturno sostegno alla crescita artistica e culturale isolana e l'instancabile lavoro di creazione e ricreazione di immaginari simbolici tradizionali e di elaborazione di orizzonti speculativi tesi alla conoscenza dell'inconoscibile.
giovedì 9 novembre 2017
Marcello Veneziani, “Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti” (Ed. Marsilio)
VENEZIANI E I SUOI IMPERDONABILI MAESTRI SCONVENIENTI
di Tommaso Romano
Contemporaneamente
vengono alla luce due nuovi e robusti volumi di Marcello Veneziani: Tramonti (Giubilei Regnani, Roma, 2017)
e Imperdonabili. Cento ritratti di
maestri sconvenienti (Marsilio, Venezia, 2017), cinquecento pagine,
quest'ultimo, che si delibano con voracità ammirata e magari con un “Porto”, a
distillare questa sorta di autobiografia intellettuale attraverso una
ricognizione - anche memoriale e fatta di incontri personali nodali - su un
pianeta di molti alieni ignoti o semisconosciuti alla cultura ufficiale e a
quella che gioca all'anticonformismo e che è in realtà solo guardona del mondo
come va, dalle trasgressioni modaiole, dalla decadenza dei clown da tragedia de no antri tecnolocratico e
totalitario, che ci controlla dalla culla alla bara. In quale potere cancella
le intelligenze scomode (come le
chiamò per un ciclo RAI, pezzo unico, Giano Accame, fra i giustamente non
dimenticati di questo libro), soprattutto del Novecento, anche se Veneziani
fonda correttamente la sua genealogia a partire dai Giganti: Dante, Petrarca, Machiavelli, Vico, Leopardi,
Schopenauer, Hegel, Dostoevskij, Strirner, Nietzsche, Marx, senza la ridondanza
dell’acritico omaggio e senza la filologia dei pedanti, con richiami essenziali
e conflittuali rispetto alla sua visione del pensiero e dell’Assoluto, con le
chiare ascendenze plotiniane, un Maestro venerato e richiamato da Veneziani,
che non poco ha scritto del filosofo eccelso.
Fare l'elenco dei
profili inseriti, essenziali e calibrati, è esercizio che non serve all'invito
a leggere con lievità e contestuale rigore, tutto il libro, di quelle Ammirate biografie (questo il titolo di
un mio libro simile, nell'impostazione a quello di Veneziani, edito nel 2010 da
Arianna e in cui sono compresi alcuni fra i pensatori, poeti e figure che ci
hanno accompagnato e fatto incontrare con Marcello, che esordì con le mie
Edizioni Thule, nel 1977 con La ricerca
dell'assoluto in Evola, comune maestro di formazione).
Il libro, non è un
catalogo di soli reprobi e introvabili Autori, non è un visto da destra per non dimenticare i fondamenti di una ideale
destra, che forse è solo Centodestre
(altro titolo di profili biografici edito dall’ISSPE e da me curato nel 2012) o
forse un arcipelago di opposti, che ancora ricercano una sintesi per rispondere
alla modernità come ideologia e al nulla come prassi esistenziale vigente e che,
come dice Antonio Carioti, potrebbero intanto trovarla nella difesa della
libertà individuale.
Nel ricco volume di
Veneziani, sempre punteggiato e sostenuto da una prosa che ondeggia vitalmente
fra il filosofico e il lirico, troviamo infatti Autori che sono certo
imprescindibili e non sempre ritenuti "sconvenienti": da Croce a
Gramsci e Adorno, da Mounier a Ortega, Gadamer, da Pasolini a Debord, da Wilde
a Pavese, Sciascia, Pirandello, Bobbio, Emanuele Severino, Camus, Proust,
Borges. Per alcuni di questi è calato l'oblio, si pensi un pontefice come
Croce, oltre il manierismo sterile dell'omaggio dovuto, senza però fare i conti
con la loro proposta di cultura, con le loro provocazioni, libere e spesso
urticanti. Perché questi Autori servono, ha ben ragione Veneziani, come
servirebbero ai progressisti dei miei stivali, in realtà ripetitori modesti e
monotoni di un sessantottismo che non passa, come il fascismo e l'antifascismo,
che De Felice tentò di storicizzare da storico immenso quale fu e che, come
tale è ricordato in punta di penna da Veneziani nel libro. La differenza che,
infatti, continua con qualche eccezione, a sussistere nella cultura italiana da
salotto mediatico, è appunto la rimozione per ignoranza, per partito preso e
chiusura mentale.
Quando non se ne può
fare a meno, questi Autori si citano, trovando sempre però una tessera di
partito o un discorso da demonizzare e da non contestualizzare e soprattutto
senza discernere il contingente che passa dal permanente delle idee che rimane,
da Heidegger a Schmitt, da Bergson a
Sorel, Pessoa, D’Annunzio, Giovanni Gentile, Kraus, Cioran, Pound, Jouvenel,
Rensi, Noventa, Benjamin, Cèline, Mishima, Spengler, tutti al fuoco della controversia, direbbe Luzi,
e usciti dalla penna di Veneziani con rinnovato vigore interpretativo.
Non mancano i
riferimenti segnavia, quelli che, forgiando, consentono la traversata nel
deserto di altri territori, anche se in diaspora è un po' apolidi lo siamo
tutti, ormai, per la morte della Patria
(Galli della Loggia) e perché esuli nella stessa terra in cui viviamo e di cui
ci sentiamo eticamente ed esteticamente estranei, sempre di più.
Pagine di rara
intensità concentrate in schizzi d'Autore (penso, sul versante della pittura,
ai disegni di Mino Maccari) che ci restituiscono pensieri, parole e opere di
autentici esiliati che Veneziani tiene nella sua biblioteca - che ha avuto
traversie, in passato - non solo ideale ma sostanziale, esperienziale, sapendo
trattenere ciò che conta davvero dei libri, e che i più ritengono invece
stantio, pericoloso, reazionario, da imbavagliare e da mettere (se potessero
farlo, ma hanno paura di passare per nazisti e inquisitori) al rogo.
Sì, perché Veneziani
ci restituisce a tutto tondo filosofi e giornalisti, pensatori postumi nei loro
libri, e in quelli voluti mai pubblicare in vita, insieme ad agitatori geniali
e appartati conservatori, identitari e anarchici, spiritualisti simbolici,
demolitori di luoghi comuni, spesso frequentati, visti o conosciuti dallo
stesso autore: Andrea Emo, Rodolfo Quadrelli, Pierre Pascal, Montanelli,
Flaiano, Campanile, Panfilo Gentile, Prezzolini, Malaparte, Oriana Fallaci,
Papini, Marinetti, Guareschi e Volpe.
Non mancano in questo
Almanacco, che in fondo ricapitola la vita di Veneziani, come avventura
intellettuale, esperienza, formazione, con incanti e disincanti, l'album dei
cari, imprescindibili estinti, dal citato Evola a Jünger, Eliade e Zolla,
Guènon e Gomèz Dàvila, Michele Federico Sciacca, Spirito e Del Noce, Thibon,
Berto Ricci, insieme a indefinibili e mistici ed esteti veri come Cristina
Campo, Pavel Florenskij, Weil, Zambrano, Solgenicyn, Tolkien.
Non manca la spoon river della sponda sbagliata, con
nomi e storie cari a un’intera generazione, della quale Veneziani è geniale
alfiere come pochissimi, fra questi generosamente tratteggiati con il rasoio di
Marcello: Giano Accame e Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra, Claudio Quarantotto,
Giovanni Volpe e Alfredo Cattabiani, Piero Buscaroli e tante altre ricordate
figure, sotto forma di citazioni sparse per tutto il libro. Pochi, e fa bene
Veneziani, i lavori in corso che egli
esamina di Autori che non svaniranno nel nulla, seppur non sempre condivisibili
come ad esempio de Benoist (la cui componente italiana di estimatori, per
antiche vicende, non è ricordata nei nomi dei protagonisti).
Lo spessore umano e
intellettuale di Veneziani, anche in questo libro, si coglie per intero, come
mettendo insieme i frammenti sparsi o le tessere di un mosaico anzitutto della
memoria, lui che ha lasciato la Puglia per la capitale, non autoesiliandosi per
forza o per ragione, alla periferia dell’impero, come tanti, fra cui chi
scrive, modestamente.
Il mosaico, l'affresco
di Veneziani è così ampio e variegato perfino nel calarsi dall'universale al
particolare, ma va raccolto come una unità sollecitante l'intelligenza, anche
nelle esclusioni, che ne avrebbero però appesantito la già non debole mole. Ma
è anche un invito a ripensarsi, a partire da se stessi, a comprendere che non
tutto è stato vano e che la memoria può affiorare come a irrorare lo scenario
nichilistico e che fa il paio con l'indifferenza dei più.
Condivido, infine,
quanto su "Libero" (3 novembre 2017) ha scritto Vittorio Feltri di
Veneziani: "Ottimo prosatore, uno dei pochi intellettuali che si possono
definire tali malgrado sia di destra, per cui detestato dai tromboni di
sinistra. Con lui ho lavorato molti anni, lo conosco come le mie tasche. Scrive
da Dio cose che non condivido e leggendole spesso cambio idea. D'altronde sono
consapevole di non essere d'accordo sempre con le mie opinioni mutevoli".
Le opinioni variano,
restano i capisaldi, i riferimenti non effimeri, la fede ai valori per chi ha
il dono e la volontà di possederli.
Veneziani merita di
essere annoverato fra i nostri maggiori, con la sua ormai assai larga
produzione (che aspetta un esegeta all'altezza), di essere ascoltato e con i
suoi libri adagiati con cura nelle biblioteche, da consultare spesso. A cominciare,
come in realtà avviene, dalla mia che è il mio unico e vero forziere, che mi
garantisce la vita che ancora si vive leggendo e scrivendo, avendo già non poco
dato, facendo almeno il proprio compito, frutto di una vocazione che ancora,
comunque, non tramonta.
mercoledì 8 novembre 2017
martedì 31 ottobre 2017
Natale Tedesco critico e cultore dell’arte
di Tommaso Romano
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| Tommaso Romano, Natale Tedesco, Giuseppe Bonaviri |
Nel 1988 la casa editrice Ediprint di Siracusa di Arnaldo Lombardi, pubblicava di Natale Tedesco (Palermo, 1931 – Santa Flavia, 2016) un volume di 140 pagine, dal titolo Occasioni figurative. Per Bruno Caruso e altri artisti, inserito nella collana “Lettere e Arti”, diretta dallo stesso Tedesco. Vi sono raccolti tredici interventi critici, cinque dei quali dedicati a colui che sarà il grande Amico di una vita, appunto il maestro Bruno Caruso che, con Guttuso e Sciascia, hanno molto rappresentato per Tedesco uomo ed intellettuale, e per il tessuto e la tramatura dell’amicizia e della reciprocità, senza però scadere mai nella piaggeria.
E’ proprio Bruno Caruso, a cui Tedesco dedicherà sempre svariate e organiche attenzioni critiche, fino alla notevole Monografia del 1987 (Bruno Caruso, Ediprint, Siracusa), che resterà un punto fermo, ineludibile sia per la competente passione critica di Tedesco che per l’indagine sull’arte e l’estetica dello stesso Caruso.
Leonardo Sciascia, ricordiamolo, condirettore e primo animatore della storica rivista nissena “Galleria”, aveva voluto un esemplare numero monografico dedicato proprio a Caruso (anno XIX, n 1-2, Gennaio- Aprile 1969), curato da Elio Mercuri, riprendendo, rivisto, il testo di Tedesco Testimonianza «grafica», che era stato già edito in “Realtà del Mezzogiorno”, nel giugno 1967; successivo è l’articolo apparso su “L’Ora” di Palermo, Exempla di Caruso. “Il ratto di Proserpina” del 12-13 Luglio 1968.
Nella Testimonianza grafica, commento al volume Opere grafiche di Bruno Caruso (Sciascia, 1957-1968), Tedesco detta il metodo, le coordinate, in certo senso, che lo ispireranno negli altri suoi interventi di storia e critica d’arte, di estetica distillati nel tempo e nella quantità, ma essenziali a comporre un ritratto d’Autore completo anche se tale versante, come certo merita la straordinaria e complessa figura di Natale Tedesco.
Scriveva appunto in quel testo, Tedesco: “Di fronte alla ossessiva e gridata sollecitazione della realtà del movimento neorealistico del dopoguerra e alla fuga dalla realtà del volontaristico e pur acefalo «astrattismo» successivo, Caruso, ha un suo terzo progetto di avanzare. Ed è proprio questa realtà minore, obliterata dagli uni e dagli altri, che è riproposta da una sensibilità e da una intelligenza che mentre si accorge di poterne ancora fare esperienza giornaliera, subito la decanta e la filtra come da un fondo oscuro di lontane e ora affioranti memorie. La validità di questa proposta, sostanzialmente assai ambiziosa nonostante presenti un contenuto minore, è nell’ancora accertabile verità di questi elementi dell’esistenza, sentiti tuttavia come occasioni poetiche e non visti come pezzi di realtà da farne materia per veristici bozzetti. L’arte di Bruno Caruso implica una evidente o nascosta elaborazione dei dati dell’esperienza alla luce di un concetto; alla base del primo episodio della sua grafica, era sottintesa una crisi dell’uomo in rapporto al vivere e al giudicare, che si manifestava nei termini di un idillio moderno, una stupita pessimistica contemplazione del mondo. Quando anche quest’espressione della crisi venne meno, e si vide che l’artista si rigirava nella sua cifra cristallizzata, fu chiaro che questo avveniva perché il dramma del giudicare si era trasformato in una vera e propria sospensione del giudizio, in una mortificazione della volontà”. Concludeva Tedesco così la sua riflessione nel 1967: “Se i successivi lavori di Bruno Caruso saranno all’altezza di questo risultato, (che egli aveva avvertito e sottolineato nel testo parlando di grafiche del tempo) vorrà dire che egli, piuttosto che affidarsi alla sua bravura e al suo estro, avrà cercato di aumentare la luce dell’intelligenza, perciò - è un dato per me inconfutabile-, per accertare i valori della sua opera, dovremo come sempre reperire la trama intellettuale su cui ordisce la sua sensibilità grafica e figurativa”.
Nell’ampia monografia del 1987 ricordata, Tedesco indica in Caruso “uno degli artisti più rappresentativi della cultura siciliana e però europea”, in una tensione stilistica, “che più che nel suo puntare al moderno che risulta poi e spesso provvisorio, tale arte gioca le sue carte definitive in una intrinseca unità di classicità e contemporaneità. Le inquietudini e gli sperimentalismi del presente, sono filtrati, in Caruso particolarmente, da una sensibilità che riguadagna l’antico, il classico, come educazione formale che si rinnova nel tempo, non come modelli che si ripetono immobili. L’aspirazione all’assoluto delle immagini si declina storicamente, però reinventando la tradizione, essa pone sè stessa come altro, come nuovo e diverso. La migliore pittura di Caruso, che pure si è abilitata sul colorismo di una particolare aria impressionistica, appartiene alla tradizione che ha alla sua base un impianto disegnativo. Tuttavia è per forza concettuale che l’eccellente disegnatore e grafico si trasforma in grande pittore”. Sempre riferendosi all’artista, nel testo del 1987, Tedesco, come già si è potuto evidenziare in precedenza, traccia una precisa linea e scelta estetica che è anche ideologica e dottrinale come l’estetica dovrebbe, per naturale statuto, fare (e che è diversa dalla critica d’arte, sempre in realtà complementare), come suo compito proprio, pena l’insignificanza a cui si è ridotta invero oggi, megafono di nichilismi assortiti di tarda modernità. Leggiamo Tedesco tenendo conto del valore che egli assegna all’opera di Caruso, ma al contempo rendendola fondante anche senza la relazione strettamente all’opera dell’artista: “Caruso sta sempre più nella tradizione, ma nel modo originale che si è visto e, dunque non per facile pigrizia o nostalgia retrograda, ma per una scelta difficile contestatrice di una impervia strada che è impraticabile a passatori e novatori. Perciò la sua invenzione risulta attualissima, se allo stato puro di patimento vi troviamo i nostri problemi esistenti ed espressivi. È necessario intendere questo bisogno, motivato passionalmente e spiegato razionalmente, di essere fedele al proprio tempo e di opporvisi con eguale tenacia: perché esemplarità e antagonismo sono gli elementi complementari che connotano la peculiarità e la qualità della sua testimonianza artistica. Coinvolto nel nostro vivere, l’artista è appunto, antagonista del presente, nel senso che, in definitiva, egli vuole giocare le sue carte nei tempi lunghi della storia e non su quelli corti e provvisori della cronaca dove, se i gazzettieri, che ora, con cannocchiali rovesciati, si atteggiano a profeti, possono avere ragione, possono pure avere fortuna i falsi acrobati delle trovate che lasciano interdetti gli imbecilli”.
Caruso fu appellato anche come un lettore per immagini da Tedesco, che a sua volta fu ritratto vividamente dal maestro palermitano.
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| T. Romano, N. Tedesco, G. Bonaviri, D. Grammatico, S. Ferlita |
Nell’Immago espressa, prima e fondamentale ricognizione simbolico-estetica della celebre villa bagherese “Palagonia”, tra norma ed eccezione, dice Tedesco, si rintracciano le coordinate fantastiche ed esoteriche che ebbero nel principe Ferdinando Francesco Gravina il maggiore ideatore; figura, di eccezione ma che tuttavia conserva una superstite fedeltà alla norma, nel cuore del progetto del 1715 del domenicano architetto Tommaso Maria Napoli: “La finzione – scrive Tedesco e tal proposito – quale rinvio ad altro e come il sogno di quello che non c’è; il recupero del passato, il mondo dei miti ritrovato con naturalezza o riproposto grottescamente; l’acquisto e il rifiuto del presente nella tranquilla rappresentazione o nel farnetico più estroverso o più chiuso. Tutto questo, e altro ancora, c’è nulla statuaria, nei marmi (e nei finti marmi), sugli specchi, nei mosaici o meglio affreschi di villa Palagonia”.
Enigma o follia? come si chiedeva Gioacchino Lanza Tomasi. “Gli esiti di deformazione espressionistica cui giungono le svolte più originali di Villa Palagonia, i cosiddetti mostri della spettacolare creazioni fantastiche del Principe, confermarono una propensione collettiva dell’atteggiarsi formale della cultura siciliana”. Nel 2013, ancora con Lombardi editore, Tedesco pubblica Villa Palagonia tra norma ed eccezione, con uno scritto di Rita Palma e fotografie di Salvatore Farina, che riecheggia, divulgativamente, il testo prima citato.
Come si è potuto constatare il nodo gordiano che lega la Sicilia alla cultura e al suo labirintico humus, ritorna in Tedesco anche prendendo quale metafora esemplare la Villa Palagonia, di quella Bagheria che lo vide protagonista con Buttitta, Guttuso, Civello, Giardina, e con altri intellettuali felicemente viventi e speranti.
Si è accennato all’altra costante consuetudine di amicizia che Tedesco nutriva per Guttuso e del sodalizio che lo legava, prima del triste epilogo politico e personale fra i due, a Sciascia. Tedesco scrive non poco e con estrema chiarezza, ancora critica ed estetica, di Guttuso. Si ritorni ad un altro scritto, contenuto in un numero speciale di “Galleria” del 1971, dedicato a Renato, agli interventi per la mostra al Palazzo Reale, detto dei Normanni, a Palermo e alle svariate testimonianze a lui dedicate. Una di queste, a Villa Cattolica, è del febbraio 2007, per celebrare il ventennale della morte. Questo il ricordo di Natale: “Guttuso fu profondo uomo di cultura e non tutti i pittori lo sono. Visse nella Bagheria delle mille contraddizioni che a livello di macrocosmo si riassumono nella questione meridionale di Antonio Gramsci. Guttuso è due volte reale nel suo intento civile, nel suo essere simbolico, vi è in lui un empito sociale che si basa sull’esperienza diretta che matura una dimensione storico- civile”.
Fu proprio questo l’argomento che, a Salisburgo, nel 2012, Tedesco affronterà nel XX Convegno dell’Associazione Internazionale Professori di Italianistica su un tema generale che gli era certo congeniale e proprio alle sue corde di italianista illustre e di cultura di sinestesie vitali: “L’Italia e le arti, lingua e letteratura a dialogo con Arte, Musica e Spettacolo”.
Se scorgiamo i temi e gli interessi di Tedesco, oltre quelli ben noti di critica e storia della letteratura, vedremo l’intrecciarsi di quelle trame che Natale ricordava a proposito di Caruso. E che hanno le loro radici nella letteratura, come è evidente, oltre che nella storia ed anche del genius loci. Penso ai fondamentali testi tedeschiani sul barocco, in particolare al Settecento in Sicilia. L’ilare melanconia e la rivoluzione felice (Sciascia, 1993), in cui si racconta di Dante nella scuola siciliana del secondo Settecento; del “secolo delle cose” e all’opera del Bisso; del De Cosmi; del Turturici; che testimoniano la sua competente erudizione, mai asettica e scissa da contesti pregnanti, di cui L’Imago espressa. Villa Palagonia (residenza a lui carissima e che abitò felicemente per tanti anni), mostra tutta la ricchezza, competenza e capacità di magistrale interdisciplinarerietà, virtù gli erano proprie, perché nativamente - non lo si dimentichi - Tedesco fu poeta di livello, di poche e straordinarie poesie, raccolte solo recentemente con il titolo, In viaggio, editato Aragno nel 2012.
Le altre occasioni figurative che si snodano nei testi di Tedesco, riguardano vari Artisti, alcuni di questi sono presenti nel volume del 1988, altri sono successivi o sparsi. Ricorderò, almeno, gli interventi su Maurilio Catalano e Raffaello Piraino (che ci riportano al clima sciasciano della galleria “Arte al Borgo” nelle sue due sedi via Turati e via Mazzini); su Luigi Guericchio e le sue ascendenze contadine con l’opera di Rocco Scotellaro; sulle genealogia archetipica contadina e dei pittori dei caratti di un Guttuso (1962 – 1970); sull’opera, fra astrazioni e destino figurativo, di Mario Pecoraino (il ritratto di Sciascia, in bronzo, del 1973, lo feci acquistare e collocare a Palazzo Comitini) e ancora alla centralità umanistica in Giacomo Porzano (1975) ; alla mitologia minima di Spinoccia; alle incisioni di Andrea Volo “quando in essi l’istanza civile e pubblica di conserta con la sollecitazione esistenziale e privata” (1974) e, non ultima, la predilezione condivisa da Sciascia per l’opera di Tono Zancanaro, o della sua “normalità artistica”, tesa a “puntare all’assoluto dal particolare, a scoprire la bellezza nell’orrido, liberare la purezza dalla lussuria”, espressioni che ci fanno tornare all’analisi e visione di Tedesco su Villa Palagonia, in un intreccio, ancora, con l’esoterismo di Casimiro Piccolo di Calanova e che l’artista orladino (chi parte da Rosai e Matisse e ha come maestri dell’oltranza figurale Alberto Martini e Picasso), fra “classicità e surrealtà” purezza e oltranza, che sonoi pilastri - conclude Tedesco - della complessa fabbrica di Tono.”
Di altri validi artisti Tedesco si interesserà e scriverà, sempre con la curiosità, la passione, il rigore, il carattere, che ne contraddistinsero la nobile figura, di intellettuale colto e autentico maestro, che ritroviamo per intero nell’opera sua completa.
Fra questi artisti compaiono: Gigi Martorelli, Fabrizio Clerici, il fotografo Angelo Pitrone, Ferdinando Scianna, Emilio Guaschino, il giovane Alletto, ovviamente qui omettendo la schiera robusta dei letterati di cui però, almeno, mi piace ricordare il comune sodalizio che ci accomunava con Giuseppe Bonaviri.
Concludo, come in un ciclo vichiano, prendendo a emblema e pretesto quanto scrisse Tedesco sul “L’ora”, e proposito di una nuova a Gibellina e di Joppolo, scultore, pittore e scrittore: “Anche in Joppolo come in tutti i siciliani c’è il gusto e il seme della superficie dell’esteriore ma come posizione materialistica a portare fuori in turgori e tortuosità di matrice barocca, bensì in colori e trame fisiologiche luminescenti, le pulsioni inconsce, le istanze comportamentali individuali e sociali”.
Di questa e di altre cento sollecitazioni, i confronti, le provocazioni intellettuali, le analisi e valutazioni, i simboli evocativi, tanto ampi quanto stimolanti, siamo grati e debitori a Natale Tedesco, che pensò all’arte come illuministica e tuttavia ideale parte di una libera totalità che ha il suo centro nella parola, e che si svolge nella complessità, che è la cifra del suo e nostro tempo.
martedì 24 ottobre 2017
lunedì 16 ottobre 2017
venerdì 13 ottobre 2017
Per Antonino Lo Piparo
di Tommaso Romano
La poesia siciliana ha due fiati espressivi che si sono misurati nella vicenda letteraria e negli echi, con alterne fortune. Il primo di questi ha ottenuto riscontri critici, storicizzazioni e attestazioni accademiche e di antologie paludate: è quella che a parole si riallaccia alla storia popolare e locale, in realtà trasferendo nell'idioma, con sperimentalismi discutibili, tutto il peso - a volte benefico, a volte artefatto - di una erudizione e ricerca qualche volta malcelata, spesso intellettualmente assai smaliziata.
Il secondo gruppo, un tempo assai numeroso e gioiosamente produttivo di testi naive, trasmetteva le proprie bucoliche e dolci liriche senza curarsi del successo fra i piani alti della cultura; molti inoltre erano analfabeti senza complessi di inferiorità, possedendo viva creatività e spontaneità come proprio sigillo veritativo.
A questo secondo gruppo, di poeti popolari e capaci di buone letture e sapienti ed essenziali scritture, appartiene Antonino Lo Piparo, più volte premiato con merito e facente parte del prestigioso Circolo Giacomo Giardina, egregiamente presieduta da Giuseppe Bagnasco, il poeta pecoraio che fu amico di Lo Piparo. Oggi festeggiando lui e tutti noi il suo novantesimo, ci consegna un volume ricapitolativo frutto di una intera vita di affetti, di lavoro e di amore genuino per la poesia, sempre assai gradevole nella forma originale, nel lessico semplice e incisivo, nel ritmo delle colorate immagini che si dipanano nella fedeltà alla tradizione identitaria con metafore puntuali, scaltre, suggellate da ironia sottile e da paradossi, accompagnati da un complice sorriso che trapela anche dai versi e che si coglie dai canti popolareschi autentici, sempre graditi al pubblico di astanti e lettori e vissuti dal poeta come un compito, un paladinesco destino a difesa dell'umano, del vero del buono, di ciò che non può e non deve scomparire nei flussi effimeri e avviluppanti della caotica modernità', con particolare riferimento alla memoria e alla storia ,specie quella della sua Baaria, costitutivo del genius loci.
Dicitore incantevole e forbito, Lo Piparo ha trovato nel palcoscenico teatrale e cinematografico (specie con Peppuccio Tornatore), ulteriore suggello per il suo estro creativamente nativo.
Lo Piparo mi ricorda le vivide descrizioni che il mio Grande Amico Giuseppe Bonaviri tesseva dei poeti popolari di Mineo, i quali si riunivano a Camuti per cantare a quelle montagne la voce ancestrale del loro cuore delle speranze e delle sofferenze. Ricordo Bonaviri non a caso perché' il geniale scrittore siciliano ha testimoniato come pochi la profondità dell'isola, il mito, il simbolo della terra come pochi altri.
Il problema estetico e glottologico sono secondari come tali dal Nostro, rispetto alla incubosa preponderanza dei poeti "colti" che scrivono invece senza posa con accanto il Mortillaro o il Traina, alla spasmodica ricerca di un a Koinè francamente improbabile.
Il nostro Lo Piparo, come ditta dentro secondo Dante, è un uomo che ha felicemente sconfitto il nichilismo con la parola, il tedio con la resa mimica, il tempo che passa con la serenità che sa cogliere e custodire con garbo e modi sempre ispirati alla cortesia, al rispetto e alla gentilezza.
Lo piparo è un dono d'altri e più felici tempi, che si umanizzano nella postura e nella comprensione sempre vigile dei fatti, delle cronache delle notizie che rielabora con lievità e trasparenza, con intima spiritualità e sincera moralità.
Caro Lo Piparo, la poesia del sangue siciliano è il sangue vivo della tua poesia.
La comunità' bagherese può e deve esser fiera di annoverarti fra i suoi figli degni di lode di stima, di affetto.
La bellezza della vita è nei tuoi versi sinceri e nel candore della tua anima infinita.
mercoledì 11 ottobre 2017
La curiosità del mondo
La coesione di una comunità, il suo
talento nel condividere e tramandare la propria memoria, si misura - tra le
altre cose - sulla capacità di rendere omaggio alle persone che, con la loro
vita, il loro esempio, il loro impegno, mai si sono sottratti all'amore per la
città e la sua gente.
Così
il 13 ottobre prossimo il Centro Studi Angelo Fiore ricorderà il Professor
Natale Tedesco - già Presidente del Comitato Scientifico del Centro - a un anno
esatto dalla scomparsa, nell'ambito della manifestazione "Territorio e
memoria: percorsi letterari". La piccola kermesse, intitolata La curiosità del mondo (Santa Flavia,
ore 17,30, presso la Sala Basile di Villa Filangeri) è stata immaginata e
organizzata come ideale dialogo, amichevole chiacchierata, passionale e
sentimentale disputa con allievi, amici, scrittori che hanno avuto consuetudine
con il Professore Emerito di Letteratura Italiana dell'Università palermitana (ricordiamo,
tra gli altri, i suoi saggi fondamentali su De Roberto, Sereni, il
Crepuscolarismo, Svevo). A ricordare, e dialogare, con il critico militante,
con il conoscitore d'arte ed esperto di pittura contemporanea, con
l'appassionato cultore di cinema ci saranno Marcello Benfante, Salvatore
Ferlita, Donatella La Monaca, Claudia Carmina, Tommaso Romano e Maurizio
Padovano. In maniera diversa, e personale, tutti gli intervenuti tratteggeranno
il proprio ricordo di Natale Tedesco; forse racconteranno il loro particolare
rapporto di amicizia e di solidarietà culturale: tutti loro, sicuramente, non
mancheranno di farlo sotto forma di dialogo, qui e adesso, con un personaggio
che, in qualche modo, non ha ancora smesso di parlare con la sua città, i suoi
amici, i suoi cari.
Il Centro Studi Angelo
Fiore
lunedì 9 ottobre 2017
martedì 26 settembre 2017
Luce e silenzio nella narrazione pittorica di Enzo Partinico
di Tommaso Romano
L’eremo
ordinato e fecondo di sensazioni, Enzo Partinico l’ha trovato all’Addaura di
Palermo, proprio a voler cogliere il mare e traversarlo quasi nei colori delle
sue opere pittoriche, a cui dedica molte ore della sua solitaria e laboriosa
giornata.
Chi conosce, a
partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la vicenda e i fermenti di quegli
anni e decenni successivi, sa di un artista appartato e schivo, non solo per
carattere, in cui vita e destino, come per Mozart, hanno coinciso, essendo pure
degno erede di una famiglia di scultori, per i quali il “mestiere” di vivere
l’arte era ancora una superiore missione di vita, oltre che di operosità
felice.
Fin dalla prima
personale alla galleria palermitana “Il Chiodo”, Partinico viene presentato
magnificamente da Francesco Carbone. Siamo nel 1964 e il critico e amico sagace
che incoraggiò sempre gli artisti operanti o che si affacciavano alla soglia
così scrive già di un Partinico “taciturno e frammentario” che “sembra vivere
dentro un reticolato di rassegnazione. Vale a dire una timidezza protetta da
ogni evasione”. Ma, da straordinario interprete, Carbone aggiunge che quella di
“Partinico è piuttosto un’attitudine all’ascolto di sè e di come sono fatte
certe voci dalle origini indefinite”.
La vista interna dall’allora giovanissimo
pittore, Carbone la fa risalire e la riallaccia al grido originario e al suo eco,
che sortisce “una pittura allusiva e simbolica”. Il critico godranese, sempre
con grande intuito critico e con rara capacità di sintesi, evidenzia ancora gli
elementi che segnarono quegli anni d’esordio del giovane Partinico: fra il panico e il dissenso,
fra il fiabesco e l’impulso romantico.
Un impianto che
altri studiosi hanno criticamente rimarcato con positive note nel tempo, con
accentuazioni ora verso un aspetto ora verso l’altro fra quelli già indicati da
Carbone. Vorrei ricordare fra questi almeno Maria Poma Basile, Giovanni
Cappuzzo, Vincenzo Monforte (che ebbe a definirlo cantore magico della vita), Baldassare Messina, Eduardo Rebulla,
Albano Rossi, Giuseppe Servello, Giuseppe Geraci, Benedetto Patera.
Docente negli Istituti
d’arte di Palermo e Monreale, Partinico sceglie però ben presto, nell’anno 1992,
di ritirarsi dall’insegnamento per seguire la sua vocazione, per intero.
Espone a
Palermo, soggiorna per tre anni con intensa partecipazione a Paola in Calabria,
partecipa a collettive come la storica “Ricasoliana”, ma è lontano per scelta
dalle luci del varietà dissolutivo e inconsistente dell’ultimo cinquantennio.
Resta fedele a
se stesso e continua con liricità compositiva, metodo, rigore e con aperture e
rare incursioni nel sociale, la sua narrazione personalissima e mai
descrittiva, senza perdere la possente figurazione nell’ordito della sostanza
cromatica irradiante e che, con il ciclo dei migranti, si è fatta ora più
rarefatta nei toni, non certo nella sostanza.
Accanto ai
grandi nomi di artisti emigrati in cerca di fortuna dovremmo meglio considerare
chi, come Partinico, sapendo bene le difficoltà e il declino che viviamo, non
solo nelle attività legate al mondo dell’arte, ha deciso di non potere fare a
meno della luce siciliana, magari in solitaria pedalando su una bicicletta, fra
costa e campagne, quasi nella necessità di sentire
la vita della natura e forse meno quella degli uomini, che in realtà abusano
della millenaria pazienza del creato.
Ho conosciuto
meglio Partinico da qualche tempo, casualmente.
Già ne
apprezzavo la produzione fin dalla frequentazione delle sue personali alla
galleria del Banco di Sicilia. E, tuttavia, l’impronta che queste opere di
Partinico mi hanno suscitato fin da allora, non si sono mai ricoperte di
polvere, insieme alla considerazione per i suoi temi fondanti, per le sapienti
atmosfere create, per la forza che egli sa imprimervi. Penso al ciclo dei
cavalli così eleganti, che sembrano ritmati musicalmente, senza ombre di
leziosità o di maniera, così dinamici, quanto sono statici e irrealmente
metafisici nella loro solennità sono quelli di De Chirico, pur grandissimo
Maestro. Partinico mi ha richiamato, nel nostro incontro ultimo, le atmosfere
della Camera ad Arles di Van Gogh, e
certi interni dell’iperrealista Sergio Ceccotti, restando però sempre il legame
che si avverte con il suo universo essenziale e personale.
Pittore di qualità
raffinata anche tecnica, Egli non è ascrivibile a nessuna scuola o corrente, la
riconoscibilità di Enzo Partinico segue il suo sigillo e marchia le sue opere.
Ma non è tutto.
Partinico in realtà è un mistico cantore di una verità non solo legata alla
terra o alla storia. Egli sente, vive e realizza le sue opere con una
significativa apertura al sacro (che non vuole dire fare arte sacra come la si
intende comunemente), alla trascendenza, al mito, al numinoso come ci fu indicato da un Mignosi, da un Maritain,
da un Ries e da un Eliade e così ben teorizzato da Scruton.
Il suo
orizzonte è quindi catartica immedesimazione nella totalità, anche nei
labirinti del dramma, nella solitudine, nell’abbandono, nella dialettica
egoistica che costella il nostro tempo infame.
I silenzi dei
fiori, della natura, che Partinico ci dona hanno un alfabeto arcano nella
scansione di sequenza e piani, di stati d’animo lirici e di riflessività
costanti, che ricompongono in armonia la bellezza che non ha paura di
nascondersi, di mimetizzarsi.
Ecco, la scelta
di Partinico non è la trita arte per
l’arte, è piuttosto la idea in atto di una trascendenza che può solennizzarsi
nell’atto, senza pseudo concettualismi cervellotici e falsi.
Per Partinico
non useremo neppure la formula restaurativa del ritorno alla pittura, dato che la pittura e l’uomo Partinico vivono
da sempre in simbiosi, in spirituale e non delebile rapporto.
La complessità
di alcune opere, si pensi a quelle dedicate a Palermo, con emblemi e simboli che
si incontrano e si completano nelle composizioni floreali non sono mai da
intendere come ornamento “gentile” e a latere, ci comunicano quanto autentico
sia l’anelito senso di una origine pura.
Non troveremo facilmente
fra i social e i tomi illeggibili di critici autoreferenziali e le statistiche di
utilitaristici mercanti d’arte, grandi notazioni e interessate valutazioni per
le opere di Partinico. Ed è un bene per il nostro artista, non essere sceso a
patti nell’arena della competizione strumentalizzata della vicenda artistica
dei nostri tempi.
Si può
benissimo, infatti, come ha insegnato Hanna Arendt, stare ad osservare da
spettatori dello scorrere delle vicende, sapendo che il grande e vero giudice
di chi le sa scoprire e la qualità in una storia che appartiene più alla
durata, alla realtà antologica, che alla cronaca del consueto.
Nei suoi
singolari cromatismi di luci e silenzi, nel suo lavoro svolto senza posa, nella
scelta della contemplazione, che diviene esistenzialità e conoscenza c’è tutto
il segreto di un autentico Artista, quale certamente è Enzo Partinico.
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