martedì 31 ottobre 2017

Natale Tedesco critico e cultore dell’arte

di Tommaso Romano

Tommaso Romano, Natale Tedesco, Giuseppe Bonaviri

Nel 1988 la casa editrice Ediprint di Siracusa di Arnaldo Lombardi, pubblicava di Natale Tedesco (Palermo, 1931 – Santa Flavia, 2016) un volume di 140 pagine, dal titolo Occasioni figurative. Per Bruno Caruso e altri artisti, inserito nella collana “Lettere e Arti”, diretta dallo stesso Tedesco. Vi sono raccolti tredici interventi critici, cinque dei quali dedicati a colui che sarà il grande Amico di una vita, appunto il maestro Bruno Caruso che, con Guttuso e Sciascia, hanno molto rappresentato per Tedesco uomo ed intellettuale, e per il tessuto e la tramatura dell’amicizia e della reciprocità, senza però scadere mai nella piaggeria.
E’ proprio Bruno Caruso, a cui Tedesco dedicherà sempre svariate e organiche attenzioni critiche, fino alla notevole Monografia del 1987 (Bruno Caruso, Ediprint, Siracusa), che resterà un punto fermo, ineludibile sia per la competente passione critica di Tedesco che per l’indagine sull’arte e l’estetica dello stesso Caruso.

Leonardo Sciascia, ricordiamolo, condirettore e primo animatore della storica rivista nissena “Galleria”, aveva voluto un esemplare numero monografico dedicato proprio a Caruso (anno XIX, n 1-2, Gennaio- Aprile 1969), curato da Elio Mercuri, riprendendo, rivisto, il testo di Tedesco  Testimonianza «grafica», che era stato già edito in “Realtà del Mezzogiorno”, nel giugno 1967; successivo è l’articolo apparso su “L’Ora” di Palermo, Exempla di Caruso. “Il ratto di Proserpina” del 12-13 Luglio 1968.
Nella Testimonianza grafica, commento al volume Opere grafiche di Bruno Caruso (Sciascia, 1957-1968), Tedesco detta il metodo, le coordinate, in certo senso, che lo ispireranno negli altri suoi interventi di storia e critica d’arte, di estetica distillati nel tempo e nella quantità, ma essenziali a comporre un ritratto d’Autore completo anche se tale versante, come certo merita la straordinaria e complessa figura di Natale Tedesco.
Scriveva appunto in quel testo, Tedesco: “Di fronte alla ossessiva e gridata sollecitazione della realtà del movimento neorealistico del dopoguerra e alla fuga dalla realtà del volontaristico e pur acefalo «astrattismo» successivo, Caruso, ha un suo terzo progetto di avanzare. Ed è proprio questa realtà minore, obliterata dagli uni e dagli altri, che è riproposta da una sensibilità e da una intelligenza che mentre si accorge di poterne ancora fare esperienza giornaliera, subito la decanta e la filtra come da un fondo oscuro di lontane e ora affioranti memorie. La validità di questa proposta, sostanzialmente assai ambiziosa nonostante presenti un contenuto minore, è nell’ancora accertabile verità di questi elementi dell’esistenza, sentiti tuttavia come occasioni poetiche e non visti come pezzi di realtà da farne materia per veristici bozzetti. L’arte di Bruno Caruso implica una evidente o nascosta elaborazione dei dati dell’esperienza alla luce di un concetto; alla base del primo episodio della sua grafica, era sottintesa una crisi dell’uomo in rapporto al vivere e al giudicare, che si manifestava nei termini di un idillio moderno, una stupita pessimistica contemplazione del mondo. Quando anche quest’espressione della crisi venne meno, e si vide che l’artista si rigirava nella sua cifra cristallizzata, fu chiaro che questo avveniva perché il dramma del giudicare si era trasformato in una vera e propria sospensione del giudizio, in una mortificazione della volontà”. Concludeva Tedesco così la sua riflessione nel 1967: “Se i successivi lavori di Bruno Caruso saranno all’altezza di questo risultato, (che egli aveva avvertito e sottolineato nel testo parlando di grafiche del tempo) vorrà dire che egli, piuttosto che affidarsi alla sua bravura e al suo estro, avrà cercato di aumentare la luce dell’intelligenza, perciò - è un dato per me inconfutabile-, per accertare i valori della sua opera, dovremo come sempre  reperire la trama intellettuale  su cui ordisce  la sua sensibilità grafica e figurativa”.
Nell’ampia monografia del 1987 ricordata, Tedesco indica in Caruso “uno degli artisti più rappresentativi della cultura siciliana e però europea”, in una tensione stilistica, “che più che nel suo puntare al moderno che risulta poi e spesso provvisorio, tale arte gioca le sue carte definitive in una intrinseca unità di classicità e contemporaneità. Le inquietudini e gli sperimentalismi del presente, sono filtrati, in Caruso particolarmente, da una sensibilità che riguadagna l’antico, il classico, come educazione formale che si rinnova nel tempo, non come modelli che si ripetono immobili. L’aspirazione all’assoluto delle immagini si declina storicamente, però reinventando la tradizione, essa pone sè stessa come altro, come nuovo e diverso. La migliore pittura di Caruso, che pure si è abilitata sul colorismo di una particolare aria impressionistica, appartiene alla tradizione che ha alla sua base un impianto disegnativo. Tuttavia è per forza concettuale che l’eccellente disegnatore e grafico si trasforma in grande pittore”. Sempre riferendosi all’artista, nel testo del 1987, Tedesco, come già si è potuto evidenziare in precedenza, traccia una precisa linea e scelta estetica che è anche ideologica e dottrinale come l’estetica dovrebbe, per naturale statuto, fare (e che è diversa dalla critica d’arte, sempre in realtà complementare), come suo compito proprio, pena l’insignificanza a cui si è ridotta invero oggi, megafono di nichilismi assortiti di tarda modernità. Leggiamo Tedesco tenendo conto del valore che egli assegna all’opera di Caruso, ma al contempo rendendola fondante anche senza la relazione strettamente all’opera dell’artista: “Caruso sta sempre più nella tradizione, ma nel modo originale che si è visto e, dunque non per facile pigrizia o nostalgia retrograda, ma per una scelta difficile contestatrice di una impervia strada che è impraticabile a passatori e novatori. Perciò la sua invenzione risulta attualissima, se allo stato puro di patimento vi troviamo i nostri problemi esistenti ed espressivi. È necessario intendere questo bisogno, motivato passionalmente e spiegato razionalmente, di essere fedele al proprio tempo e di opporvisi con eguale tenacia: perché esemplarità e antagonismo sono gli elementi complementari che connotano la peculiarità e la qualità della sua testimonianza artistica. Coinvolto nel nostro vivere, l’artista è appunto, antagonista del presente, nel senso che, in definitiva, egli vuole giocare le sue carte nei tempi lunghi della storia e non su quelli corti e provvisori della cronaca dove, se i gazzettieri, che ora, con cannocchiali rovesciati, si atteggiano a profeti, possono avere ragione, possono pure avere fortuna i falsi acrobati delle trovate che lasciano interdetti gli imbecilli”.
Caruso fu appellato anche come un lettore per immagini da Tedesco, che a sua volta fu ritratto vividamente dal maestro palermitano.
T. Romano, N. Tedesco, G. Bonaviri, D. Grammatico, S. Ferlita
Nell’Immago espressa, prima e fondamentale ricognizione simbolico-estetica della celebre villa bagherese “Palagonia”, tra norma ed eccezione, dice Tedesco, si rintracciano le coordinate fantastiche ed esoteriche che ebbero nel principe Ferdinando Francesco Gravina il maggiore ideatore; figura, di eccezione ma che tuttavia conserva una superstite fedeltà alla norma, nel cuore del progetto del 1715 del domenicano architetto Tommaso Maria Napoli: “La finzione – scrive Tedesco e tal proposito – quale rinvio ad altro e come il sogno di quello che non c’è; il recupero del passato, il mondo dei miti ritrovato con naturalezza o riproposto grottescamente; l’acquisto e il rifiuto del presente nella tranquilla rappresentazione o nel farnetico più estroverso o più chiuso. Tutto questo, e altro ancora, c’è nulla statuaria, nei marmi (e nei finti marmi), sugli specchi, nei mosaici o meglio affreschi di villa Palagonia”.
Enigma o follia? come si chiedeva Gioacchino Lanza Tomasi. “Gli esiti di deformazione espressionistica cui giungono le svolte più originali di Villa Palagonia, i cosiddetti mostri della spettacolare creazioni fantastiche del Principe, confermarono una propensione collettiva dell’atteggiarsi formale della cultura siciliana”. Nel 2013, ancora con Lombardi editore, Tedesco pubblica Villa Palagonia tra norma ed eccezione, con uno scritto di Rita Palma e fotografie di Salvatore Farina, che riecheggia, divulgativamente, il testo prima citato.
Come si è potuto constatare il nodo gordiano che lega la Sicilia alla cultura e al suo labirintico humus, ritorna in Tedesco anche prendendo quale metafora esemplare la Villa Palagonia, di quella Bagheria che lo vide protagonista con Buttitta, Guttuso, Civello, Giardina, e con altri intellettuali felicemente viventi e speranti.
Si è accennato all’altra costante consuetudine di amicizia che Tedesco nutriva per Guttuso e del sodalizio che lo legava, prima del triste epilogo politico e personale fra i due, a Sciascia. Tedesco scrive non poco e con estrema chiarezza, ancora critica ed estetica, di Guttuso. Si ritorni ad un altro scritto, contenuto in un numero speciale di “Galleria” del 1971, dedicato a Renato, agli interventi per la mostra al Palazzo Reale, detto dei Normanni, a Palermo e alle svariate testimonianze a lui dedicate. Una di queste, a Villa Cattolica, è del febbraio 2007, per celebrare il ventennale della morte. Questo il ricordo di Natale: “Guttuso fu profondo uomo di cultura e non tutti i pittori lo sono. Visse nella Bagheria delle mille contraddizioni che a livello di macrocosmo si riassumono nella questione meridionale di Antonio Gramsci. Guttuso è due volte reale nel suo intento civile, nel suo essere simbolico, vi è in lui un empito sociale che si basa sull’esperienza diretta che matura una dimensione storico- civile”.
Fu proprio questo l’argomento che, a Salisburgo, nel 2012, Tedesco affronterà nel XX Convegno dell’Associazione Internazionale Professori di Italianistica su un tema generale che gli era certo congeniale e proprio alle sue corde di italianista illustre e di cultura di sinestesie vitali: “L’Italia e le arti, lingua e letteratura a dialogo con Arte, Musica e Spettacolo”.
Se scorgiamo i temi e gli interessi di Tedesco, oltre quelli ben noti di critica e storia della letteratura, vedremo l’intrecciarsi di quelle trame che Natale ricordava a proposito di Caruso.  E che hanno le loro radici nella letteratura, come è evidente, oltre che nella storia ed anche del genius loci. Penso ai fondamentali testi tedeschiani sul barocco, in particolare al Settecento in Sicilia.  L’ilare melanconia e la rivoluzione felice (Sciascia, 1993), in cui si racconta di Dante nella scuola siciliana del secondo Settecento; del “secolo delle cose” e all’opera del Bisso; del De Cosmi; del Turturici; che testimoniano la sua competente erudizione­­­, mai asettica e scissa da contesti pregnanti, di cui L’Imago espressa. Villa Palagonia (residenza a lui carissima e che abitò felicemente per tanti anni), mostra tutta la ricchezza, competenza e capacità di magistrale interdisciplinarerietà, virtù gli erano proprie, perché nativamente - non lo si dimentichi - Tedesco fu poeta di livello, di poche e straordinarie poesie, raccolte solo recentemente con il titolo, In viaggio, editato Aragno nel 2012.
Le altre occasioni figurative che si snodano nei testi di Tedesco, riguardano vari Artisti, alcuni di questi sono presenti nel volume del 1988, altri sono successivi o sparsi. Ricorderò, almeno, gli interventi su Maurilio Catalano e Raffaello Piraino (che ci riportano al clima sciasciano della galleria “Arte al Borgo”  nelle sue due  sedi via Turati e via Mazzini); su Luigi Guericchio e le sue ascendenze contadine con  l’opera di Rocco Scotellaro; sulle genealogia archetipica contadina e dei pittori dei caratti di un Guttuso (1962 – 1970); sull’opera, fra astrazioni e destino figurativo, di Mario Pecoraino (il ritratto di Sciascia, in bronzo, del 1973, lo feci acquistare e collocare a Palazzo  Comitini) e ancora alla centralità umanistica in Giacomo Porzano (1975) ; alla mitologia minima di Spinoccia; alle  incisioni di Andrea Volo “quando in  essi l’istanza civile e pubblica di conserta con la  sollecitazione esistenziale e privata” (1974) e, non ultima, la predilezione condivisa da Sciascia per l’opera di Tono Zancanaro, o della sua  “normalità artistica”,  tesa a “puntare all’assoluto dal particolare, a scoprire la  bellezza nell’orrido, liberare la  purezza dalla lussuria”, espressioni che ci fanno tornare all’analisi e visione di Tedesco  su Villa Palagonia, in un intreccio, ancora, con l’esoterismo di Casimiro Piccolo di Calanova e che l’artista orladino (chi parte da Rosai e Matisse e ha come maestri dell’oltranza figurale Alberto Martini e Picasso), fra “classicità e surrealtà” purezza e oltranza, che sonoi  pilastri - conclude Tedesco - della complessa fabbrica di Tono.”
Di altri validi artisti Tedesco si interesserà e scriverà, sempre con la curiosità, la passione, il rigore, il carattere, che ne contraddistinsero la nobile figura, di intellettuale colto e autentico maestro, che ritroviamo per intero nell’opera sua completa. 
Fra questi artisti compaiono: Gigi Martorelli, Fabrizio Clerici, il fotografo Angelo Pitrone, Ferdinando Scianna, Emilio Guaschino, il giovane Alletto, ovviamente qui omettendo la schiera robusta dei letterati di cui però, almeno, mi piace ricordare il comune sodalizio che ci accomunava con Giuseppe Bonaviri.
Concludo, come in un ciclo vichiano, prendendo a emblema e pretesto quanto scrisse Tedesco sul “L’ora”, e proposito di una nuova a Gibellina e di Joppolo, scultore, pittore e scrittore: “Anche in Joppolo come in tutti i siciliani c’è il gusto e il seme della superficie dell’esteriore ma come posizione materialistica  a portare fuori in turgori e  tortuosità di matrice barocca, bensì  in colori e trame fisiologiche luminescenti, le pulsioni inconsce, le istanze comportamentali  individuali e sociali”.

Di questa e di altre cento sollecitazioni, i confronti, le provocazioni intellettuali, le analisi e valutazioni, i simboli evocativi, tanto ampi quanto stimolanti, siamo grati e debitori a Natale Tedesco, che pensò all’arte come illuministica e tuttavia ideale parte di una libera totalità che ha il suo centro nella parola, e che si svolge nella complessità, che è la cifra del suo e nostro tempo.

venerdì 13 ottobre 2017

Per Antonino Lo Piparo

di Tommaso Romano

La poesia siciliana ha due fiati espressivi che si sono misurati nella vicenda letteraria e negli echi, con alterne fortune. Il primo di questi ha ottenuto riscontri critici, storicizzazioni e attestazioni accademiche e di antologie paludate: è quella che a parole si riallaccia alla storia popolare e locale, in realtà trasferendo nell'idioma, con sperimentalismi discutibili, tutto il peso -  a volte benefico, a volte artefatto - di una erudizione e ricerca qualche volta malcelata, spesso intellettualmente assai smaliziata.
Il secondo gruppo, un tempo assai numeroso e gioiosamente produttivo di testi naive, trasmetteva le proprie bucoliche e dolci liriche senza curarsi del successo fra i piani alti della cultura; molti inoltre erano analfabeti senza complessi di inferiorità, possedendo viva creatività e spontaneità come proprio sigillo veritativo.
A questo secondo gruppo, di poeti popolari e capaci di buone letture e sapienti ed essenziali scritture, appartiene Antonino Lo Piparo, più volte premiato con merito e facente parte del prestigioso Circolo Giacomo Giardina, egregiamente presieduta da Giuseppe Bagnasco, il poeta pecoraio che fu amico di Lo Piparo. Oggi festeggiando lui e tutti noi il suo novantesimo, ci consegna un volume ricapitolativo frutto di una intera vita di affetti, di lavoro e di amore genuino per la poesia, sempre assai gradevole nella forma originale, nel lessico semplice e incisivo, nel ritmo delle colorate immagini che si dipanano nella fedeltà alla tradizione identitaria con metafore puntuali, scaltre, suggellate da ironia sottile  e da paradossi, accompagnati da un complice sorriso che trapela anche dai versi e che si coglie dai canti popolareschi autentici, sempre graditi al pubblico di astanti e lettori e vissuti dal poeta come un compito, un paladinesco destino  a difesa dell'umano, del vero del buono, di ciò che non può e non deve scomparire nei flussi effimeri e avviluppanti della caotica modernità', con particolare riferimento alla memoria e alla storia ,specie quella della sua Baaria, costitutivo del genius loci.
Dicitore incantevole e forbito, Lo Piparo ha trovato nel palcoscenico teatrale e cinematografico (specie con Peppuccio Tornatore), ulteriore suggello per il suo estro creativamente nativo.
Lo Piparo mi ricorda le vivide descrizioni che il mio Grande Amico Giuseppe Bonaviri tesseva dei poeti popolari di Mineo, i quali si riunivano a Camuti per cantare a quelle montagne la voce ancestrale del loro cuore delle speranze e delle sofferenze. Ricordo Bonaviri non a caso perché' il geniale scrittore siciliano ha testimoniato come pochi la profondità dell'isola, il mito, il simbolo della terra come pochi altri.
Il problema estetico e glottologico sono secondari come tali dal Nostro, rispetto alla incubosa preponderanza dei poeti "colti" che scrivono invece senza posa con accanto il Mortillaro o il Traina, alla spasmodica ricerca di un a Koinè francamente improbabile.
Il nostro Lo Piparo, come ditta dentro secondo Dante, è un uomo che ha felicemente sconfitto il nichilismo con la parola, il tedio con la resa mimica, il tempo che passa con la serenità che sa cogliere e custodire con garbo e modi sempre ispirati alla cortesia, al rispetto e alla gentilezza.
Lo piparo è un dono d'altri e più felici tempi, che si umanizzano nella postura e nella comprensione sempre vigile dei fatti, delle cronache delle notizie che rielabora con lievità e trasparenza, con intima spiritualità e sincera moralità.
Caro Lo Piparo, la poesia del sangue siciliano è il sangue vivo della tua poesia.
La comunità' bagherese può e deve esser fiera di annoverarti fra i suoi figli degni di lode di stima, di affetto.
La bellezza della vita è nei tuoi versi sinceri e nel candore della tua anima infinita.

mercoledì 11 ottobre 2017

La curiosità del mondo

La coesione di una comunità, il suo talento nel condividere e tramandare la propria memoria, si misura - tra le altre cose - sulla capacità di rendere omaggio alle persone che, con la loro vita, il loro esempio, il loro impegno, mai si sono sottratti all'amore per la città e la sua gente. 
Così il 13 ottobre prossimo il Centro Studi Angelo Fiore ricorderà il Professor Natale Tedesco - già Presidente del Comitato Scientifico del Centro - a un anno esatto dalla scomparsa, nell'ambito della manifestazione "Territorio e memoria: percorsi letterari". La piccola kermesse, intitolata La curiosità del mondo (Santa Flavia, ore 17,30, presso la Sala Basile di Villa Filangeri) è stata immaginata e organizzata come ideale dialogo, amichevole chiacchierata, passionale e sentimentale disputa con allievi, amici, scrittori che hanno avuto consuetudine con il Professore Emerito di Letteratura Italiana dell'Università palermitana (ricordiamo, tra gli altri, i suoi saggi fondamentali su De Roberto, Sereni, il Crepuscolarismo, Svevo). A ricordare, e dialogare, con il critico militante, con il conoscitore d'arte ed esperto di pittura contemporanea, con l'appassionato cultore di cinema ci saranno Marcello Benfante, Salvatore Ferlita, Donatella La Monaca, Claudia Carmina, Tommaso Romano e Maurizio Padovano. In maniera diversa, e personale, tutti gli intervenuti tratteggeranno il proprio ricordo di Natale Tedesco; forse racconteranno il loro particolare rapporto di amicizia e di solidarietà culturale: tutti loro, sicuramente, non mancheranno di farlo sotto forma di dialogo, qui e adesso, con un personaggio che, in qualche modo, non ha ancora smesso di parlare con la sua città, i suoi amici, i suoi cari.

Il Centro Studi Angelo Fiore

martedì 26 settembre 2017

Luce e silenzio nella narrazione pittorica di Enzo Partinico

di Tommaso Romano

L’eremo ordinato e fecondo di sensazioni, Enzo Partinico l’ha trovato all’Addaura di Palermo, proprio a voler cogliere il mare e traversarlo quasi nei colori delle sue opere pittoriche, a cui dedica molte ore della sua solitaria e laboriosa giornata.
Chi conosce, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la vicenda e i fermenti di quegli anni e decenni successivi, sa di un artista appartato e schivo, non solo per carattere, in cui vita e destino, come per Mozart, hanno coinciso, essendo pure degno erede di una famiglia di scultori, per i quali il “mestiere” di vivere l’arte era ancora una superiore missione di vita, oltre che di operosità felice.
Fin dalla prima personale alla galleria palermitana “Il Chiodo”, Partinico viene presentato magnificamente da Francesco Carbone. Siamo nel 1964 e il critico e amico sagace che incoraggiò sempre gli artisti operanti o che si affacciavano alla soglia così scrive già di un Partinico “taciturno e frammentario” che “sembra vivere dentro un reticolato di rassegnazione. Vale a dire una timidezza protetta da ogni evasione”. Ma, da straordinario interprete, Carbone aggiunge che quella di “Partinico è piuttosto un’attitudine all’ascolto di sè e di come sono fatte certe voci dalle origini indefinite”.
La vista interna dall’allora giovanissimo pittore, Carbone la fa risalire e la riallaccia al grido originario e al suo eco, che sortisce “una pittura allusiva e simbolica”. Il critico godranese, sempre con grande intuito critico e con rara capacità di sintesi, evidenzia ancora gli elementi che segnarono quegli anni d’esordio del giovane Partinico: fra il panico  e il dissenso, fra il fiabesco e l’impulso romantico.
Un impianto che altri studiosi hanno criticamente rimarcato con positive note nel tempo, con accentuazioni ora verso un aspetto ora verso l’altro fra quelli già indicati da Carbone. Vorrei ricordare fra questi almeno Maria Poma Basile, Giovanni Cappuzzo, Vincenzo Monforte (che ebbe a definirlo cantore magico della vita), Baldassare Messina, Eduardo Rebulla, Albano Rossi, Giuseppe Servello, Giuseppe Geraci, Benedetto Patera.
Docente negli Istituti d’arte di Palermo e Monreale, Partinico sceglie però ben presto, nell’anno 1992, di ritirarsi dall’insegnamento per seguire la sua vocazione, per intero.
Espone a Palermo, soggiorna per tre anni con intensa partecipazione a Paola in Calabria, partecipa a collettive come la storica “Ricasoliana”, ma è lontano per scelta dalle luci del varietà dissolutivo e inconsistente dell’ultimo cinquantennio.
Resta fedele a se stesso e continua con liricità compositiva, metodo, rigore e con aperture e rare incursioni nel sociale, la sua narrazione personalissima e mai descrittiva, senza perdere la possente figurazione nell’ordito della sostanza cromatica irradiante e che, con il ciclo dei migranti, si è fatta ora più rarefatta nei toni, non certo nella sostanza.
Accanto ai grandi nomi di artisti emigrati in cerca di fortuna dovremmo meglio considerare chi, come Partinico, sapendo bene le difficoltà e il declino che viviamo, non solo nelle attività legate al mondo dell’arte, ha deciso di non potere fare a meno della luce siciliana, magari in solitaria pedalando su una bicicletta, fra costa e campagne, quasi nella necessità di sentire la vita della natura e forse meno quella degli uomini, che in realtà abusano della millenaria pazienza del creato.
Ho conosciuto meglio Partinico da qualche tempo, casualmente.
Già ne apprezzavo la produzione fin dalla frequentazione delle sue personali alla galleria del Banco di Sicilia. E, tuttavia, l’impronta che queste opere di Partinico mi hanno suscitato fin da allora, non si sono mai ricoperte di polvere, insieme alla considerazione per i suoi temi fondanti, per le sapienti atmosfere create, per la forza che egli sa imprimervi. Penso al ciclo dei cavalli così eleganti, che sembrano ritmati musicalmente, senza ombre di leziosità o di maniera, così dinamici, quanto sono statici e irrealmente metafisici nella loro solennità sono quelli di De Chirico, pur grandissimo Maestro. Partinico mi ha richiamato, nel nostro incontro ultimo, le atmosfere della Camera ad Arles di Van Gogh, e certi interni dell’iperrealista Sergio Ceccotti, restando però sempre il legame che si avverte con il suo universo essenziale e personale.

Pittore di qualità raffinata anche tecnica, Egli non è ascrivibile a nessuna scuola o corrente, la riconoscibilità di Enzo Partinico segue il suo sigillo e marchia le sue opere.
Ma non è tutto. Partinico in realtà è un mistico cantore di una verità non solo legata alla terra o alla storia. Egli sente, vive e realizza le sue opere con una significativa apertura al sacro (che non vuole dire fare arte sacra come la si intende comunemente), alla trascendenza, al mito, al numinoso come  ci fu indicato da un Mignosi, da un Maritain, da un Ries e da un Eliade e così ben teorizzato da Scruton.
Il suo orizzonte è quindi catartica immedesimazione nella totalità, anche nei labirinti del dramma, nella solitudine, nell’abbandono, nella dialettica egoistica che costella il nostro tempo infame.
I silenzi dei fiori, della natura, che Partinico ci dona hanno un alfabeto arcano nella scansione di sequenza e piani, di stati d’animo lirici e di riflessività costanti, che ricompongono in armonia la bellezza che non ha paura di nascondersi, di mimetizzarsi.
Ecco, la scelta di Partinico non è la trita arte per l’arte, è piuttosto la idea in atto di una trascendenza che può solennizzarsi nell’atto, senza pseudo concettualismi cervellotici e falsi.
Per Partinico non useremo neppure la formula restaurativa del ritorno alla pittura, dato che la pittura e l’uomo Partinico vivono da sempre in simbiosi, in spirituale e non delebile rapporto.
La complessità di alcune opere, si pensi a quelle dedicate a Palermo, con emblemi e simboli che si incontrano e si completano nelle composizioni floreali non sono mai da intendere come ornamento “gentile” e a latere, ci comunicano quanto autentico sia l’anelito senso di una origine pura.
Non troveremo facilmente fra i social e i tomi illeggibili di critici autoreferenziali e le statistiche di utilitaristici mercanti d’arte, grandi notazioni e interessate valutazioni per le opere di Partinico. Ed è un bene per il nostro artista, non essere sceso a patti nell’arena della competizione strumentalizzata della vicenda artistica dei nostri tempi.
Si può benissimo, infatti, come ha insegnato Hanna Arendt, stare ad osservare da spettatori dello scorrere delle vicende, sapendo che il grande e vero giudice di chi le sa scoprire e la qualità in una storia che appartiene più alla durata, alla realtà antologica, che alla cronaca del consueto.

Nei suoi singolari cromatismi di luci e silenzi, nel suo lavoro svolto senza posa, nella scelta della contemplazione, che diviene esistenzialità e conoscenza c’è tutto il segreto di un autentico Artista, quale certamente è Enzo Partinico.

sabato 23 settembre 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Lucio Zinna

Intenso poemetto di Tommaso Romano, neo-umanista panormita di ampi interessi e vasta produzione, a cui si devono in particolare, a far data dal 1969, diverse e apprezzate opere di poesia. In questo singolare lavoro (davvero fuori cliché), edito in 99 copie numerate, il poeta canta il proprio risentimento, il disappunto, per lo svuotamento progressivo, costante, di valori e loro perennità, che affligge il nostro tempo, a causa di quello che chiama “il relativo”: «Tutto è relativo/ormai e tutto è il nulla annunciato/nel deserto dei cuori.»
   Dunque, nella realtà odierna, tutto è “relativo”, dice il poeta. Ma per converso nemmeno tutto è “assoluto”. A quel relativo da cui egli prende le giuste distanze non può essere ascritto, ad esempio,  il tutelabile diritto alla libertà di opinione, che può solo esplicarsi nel rifiuto di ogni dogmatismo. Il relativo stigmatizzato dal poeta è dunque riferibile a tutto quanto comporti il pervicace svuotamento di significato di ciò che rende salda e ancorata la nostra esistenza e la nostra civile convivenza, rese invece sempre più fragili da interessi che gavazzano, più che nel transeunte, nel frivolo e nel provvisorio.
   La riflessione che il poeta ci suggerisce e che deriviamo dalla lettura di questo prezioso libretto è che la nostra pseudo-civiltà viva una grande confusione, nella quale relativo e assoluto finiscono per confondere i loro ruoli, ossia relativizzando l’assoluto e assolutizzando il relativo. Tutto ciò non può avvenire se non a costo di gravi fraintendimenti, sconvolgimenti, negatività. Infatti,  assolutizzando il relativo  si creano idoli (anche nel senso di idola baconiani), si glorifica l’inautentico. A relativizzare l’assoluto si giunge a negare l’essenza a vantaggio dell’apparenza e fare della prima tutt’al più uno strumento da comodato d’uso o un belletto da bancarella.
   In tali fraintendimenti (fra i quali gl’innamoramenti incondizionati al proprio Dio al punto da considerare nemici da abbattere coloro che, appellati infedeli, manifestino fedeltà ad altro Dio), è stato coinvolto Cristo, considerato «profeta tra tanti /forse un po’ petulante», il quale rischia di essere «sfrattato» per un  minareto, osserva amaramente il poeta, il quale mira a ricondurre queste molteplici, contrastanti e fuorvianti dinamiche all’elementarità di un grande principio: quello del «volersi tutti amare».
   E perché possa realizzarsi un tale percorso, volge lo sguardo alla poesia. Una poesia – osserva – che non dimentichi che la bellezza senza amore è dimidiata e votata alla propria vanificazione. L’arte, si sa, è astrazione, ma ogni astrazione (ab traho) non può che muovere dal reale. L’arte è la bellezza che dal reale trae linfa, da esso si eleva, in esso si eterna.

   E come nel messaggio evangelico il nostro poeta trova l’impegnativo iter al Regno dei Cieli, così nella poesia trova accesso al «suo» Regno del Cieli, che dunque può cogliersi anche in terris,  con e nella quotidianità. E per avvalerci di una considerazione di Salvatore Lo Bue nella sua puntuale prefazione, diventa in tal modo possibile vincere il banale, superare quello che il poeta chiama «il deserto dei cuori». E verso la falsa poesia è rivolto un altro strale di questo icastico poemetto: quella che finge di dire e non dice, che si nutre di autocompiacimento senza altri obiettivi, la poesia giocata – come si sarebbe detto in altri tempi – sul “verso che suona e che non crea”. Non “crea” mondi nuovi, di nuova umanità, di sguardi verso orizzonti nuovi.

mercoledì 20 settembre 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Elio Giunta

Facit indignatio versus: mai ci torna più opportuna la famosa frase come nel leggere questo Nel mio regno dei cieli, un testo approntato da Tommaso Romano sulla scia della sua molteplice attività di intellettuale, impegnato nella vicenda storico-culturale che tutti c’investe. L’opera si presenta come un discorso poematico che sta tra l’intensa polemica e la corrosiva provocazione, nel contempo in cui, proprio per la scelta della forma in versi sciolti e liberi si rimarca una propria, singolare distanza morale e meglio si sintetizzano temi ed intenzioni. Perché quanto si legge, col linguaggio disinvolto che facilmente ci cattura, mentre sembra nascondere e mettere per inciso i motivi di stigmatizzazione, costituisce una lezione civica organica e di spessore, sostenuta da precise convinzioni e riflessioni. Sono le convinzioni che riescono “scorrette ai più”, cioè ai conformisti, in questo secolo di “falso quietismo”, di acquisizione di onori immeritati, “di miseria culturale, di compromesso continuo”, in cui non è la tecnologia a trionfare ma il denaro, con tutto ciò che comporta: cioè l’oligarchia dei pochi ricchi “senza bandiera” e “dei tiranni che cianciano di democrazia”.  Insomma siamo in un’epoca di falsità diffusa, in cui si è persa o viene travisata pure la visione di Dio, tutto livellando alla consuetudine, al relativo, all’acquiescenza che s’appaia al nichilismo.
Tommaso Romano spiega icasticamente il rovesciamento dei valori, tipico come regresso in atto di questa nostra civiltà, malata di laicismo acritico, dove si può andar dicendo che “Il Dio non c’è mai stato” e vige l’illusione del progresso veloce e della gaia scienza ritenuta perfetta. Per cui, se così stanno le cose, al poeta o all’intellettuale non resta che ritrarsi in un proprio regno dei cieli -vedi, a proposito il titolo- e lì darsi un senso di sopravvivenza anche minuscolo, una ragione per esistere.

L’intensa e sollecitante lezione di queste pagine ha in fondo come conclusione la possibile tutela della dignità dell’uomo, il che è, ancora una volta, il compito della poesia. Essa in questo nostro tempo non gode di palcoscenici da cui tuonare, ma sta in covi segreti in cui coltivare fervori di verità ed intelligenza per distanziarsi dalla melma. E’ ancora la poesia che può avere in serbo l’ira salutare che fu quella di Dante contro la “serva Italia di dolore ostello”, o che recuperi l’amara invettiva addirittura di antichi poeti, quali, ad esempio, Teognide (è lo stile lirico-discorsivo di Romano che mi suggerisce il riferimento) contro i rivolgimenti plebei, forieri sempre di declassamento e volgarità. Perché anche quelli erano, come i nostri, tempi di dolorose recriminazioni e di sconsolato pessimismo. 

Indice del n° 91 della Rivista "Spiritualità & Letteratura"