martedì 24 ottobre 2017
lunedì 16 ottobre 2017
venerdì 13 ottobre 2017
Per Antonino Lo Piparo
di Tommaso Romano
La poesia siciliana ha due fiati espressivi che si sono misurati nella vicenda letteraria e negli echi, con alterne fortune. Il primo di questi ha ottenuto riscontri critici, storicizzazioni e attestazioni accademiche e di antologie paludate: è quella che a parole si riallaccia alla storia popolare e locale, in realtà trasferendo nell'idioma, con sperimentalismi discutibili, tutto il peso - a volte benefico, a volte artefatto - di una erudizione e ricerca qualche volta malcelata, spesso intellettualmente assai smaliziata.
Il secondo gruppo, un tempo assai numeroso e gioiosamente produttivo di testi naive, trasmetteva le proprie bucoliche e dolci liriche senza curarsi del successo fra i piani alti della cultura; molti inoltre erano analfabeti senza complessi di inferiorità, possedendo viva creatività e spontaneità come proprio sigillo veritativo.
A questo secondo gruppo, di poeti popolari e capaci di buone letture e sapienti ed essenziali scritture, appartiene Antonino Lo Piparo, più volte premiato con merito e facente parte del prestigioso Circolo Giacomo Giardina, egregiamente presieduta da Giuseppe Bagnasco, il poeta pecoraio che fu amico di Lo Piparo. Oggi festeggiando lui e tutti noi il suo novantesimo, ci consegna un volume ricapitolativo frutto di una intera vita di affetti, di lavoro e di amore genuino per la poesia, sempre assai gradevole nella forma originale, nel lessico semplice e incisivo, nel ritmo delle colorate immagini che si dipanano nella fedeltà alla tradizione identitaria con metafore puntuali, scaltre, suggellate da ironia sottile e da paradossi, accompagnati da un complice sorriso che trapela anche dai versi e che si coglie dai canti popolareschi autentici, sempre graditi al pubblico di astanti e lettori e vissuti dal poeta come un compito, un paladinesco destino a difesa dell'umano, del vero del buono, di ciò che non può e non deve scomparire nei flussi effimeri e avviluppanti della caotica modernità', con particolare riferimento alla memoria e alla storia ,specie quella della sua Baaria, costitutivo del genius loci.
Dicitore incantevole e forbito, Lo Piparo ha trovato nel palcoscenico teatrale e cinematografico (specie con Peppuccio Tornatore), ulteriore suggello per il suo estro creativamente nativo.
Lo Piparo mi ricorda le vivide descrizioni che il mio Grande Amico Giuseppe Bonaviri tesseva dei poeti popolari di Mineo, i quali si riunivano a Camuti per cantare a quelle montagne la voce ancestrale del loro cuore delle speranze e delle sofferenze. Ricordo Bonaviri non a caso perché' il geniale scrittore siciliano ha testimoniato come pochi la profondità dell'isola, il mito, il simbolo della terra come pochi altri.
Il problema estetico e glottologico sono secondari come tali dal Nostro, rispetto alla incubosa preponderanza dei poeti "colti" che scrivono invece senza posa con accanto il Mortillaro o il Traina, alla spasmodica ricerca di un a Koinè francamente improbabile.
Il nostro Lo Piparo, come ditta dentro secondo Dante, è un uomo che ha felicemente sconfitto il nichilismo con la parola, il tedio con la resa mimica, il tempo che passa con la serenità che sa cogliere e custodire con garbo e modi sempre ispirati alla cortesia, al rispetto e alla gentilezza.
Lo piparo è un dono d'altri e più felici tempi, che si umanizzano nella postura e nella comprensione sempre vigile dei fatti, delle cronache delle notizie che rielabora con lievità e trasparenza, con intima spiritualità e sincera moralità.
Caro Lo Piparo, la poesia del sangue siciliano è il sangue vivo della tua poesia.
La comunità' bagherese può e deve esser fiera di annoverarti fra i suoi figli degni di lode di stima, di affetto.
La bellezza della vita è nei tuoi versi sinceri e nel candore della tua anima infinita.
mercoledì 11 ottobre 2017
La curiosità del mondo
La coesione di una comunità, il suo
talento nel condividere e tramandare la propria memoria, si misura - tra le
altre cose - sulla capacità di rendere omaggio alle persone che, con la loro
vita, il loro esempio, il loro impegno, mai si sono sottratti all'amore per la
città e la sua gente.
Così
il 13 ottobre prossimo il Centro Studi Angelo Fiore ricorderà il Professor
Natale Tedesco - già Presidente del Comitato Scientifico del Centro - a un anno
esatto dalla scomparsa, nell'ambito della manifestazione "Territorio e
memoria: percorsi letterari". La piccola kermesse, intitolata La curiosità del mondo (Santa Flavia,
ore 17,30, presso la Sala Basile di Villa Filangeri) è stata immaginata e
organizzata come ideale dialogo, amichevole chiacchierata, passionale e
sentimentale disputa con allievi, amici, scrittori che hanno avuto consuetudine
con il Professore Emerito di Letteratura Italiana dell'Università palermitana (ricordiamo,
tra gli altri, i suoi saggi fondamentali su De Roberto, Sereni, il
Crepuscolarismo, Svevo). A ricordare, e dialogare, con il critico militante,
con il conoscitore d'arte ed esperto di pittura contemporanea, con
l'appassionato cultore di cinema ci saranno Marcello Benfante, Salvatore
Ferlita, Donatella La Monaca, Claudia Carmina, Tommaso Romano e Maurizio
Padovano. In maniera diversa, e personale, tutti gli intervenuti tratteggeranno
il proprio ricordo di Natale Tedesco; forse racconteranno il loro particolare
rapporto di amicizia e di solidarietà culturale: tutti loro, sicuramente, non
mancheranno di farlo sotto forma di dialogo, qui e adesso, con un personaggio
che, in qualche modo, non ha ancora smesso di parlare con la sua città, i suoi
amici, i suoi cari.
Il Centro Studi Angelo
Fiore
lunedì 9 ottobre 2017
martedì 26 settembre 2017
Luce e silenzio nella narrazione pittorica di Enzo Partinico
di Tommaso Romano
L’eremo
ordinato e fecondo di sensazioni, Enzo Partinico l’ha trovato all’Addaura di
Palermo, proprio a voler cogliere il mare e traversarlo quasi nei colori delle
sue opere pittoriche, a cui dedica molte ore della sua solitaria e laboriosa
giornata.
Chi conosce, a
partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la vicenda e i fermenti di quegli
anni e decenni successivi, sa di un artista appartato e schivo, non solo per
carattere, in cui vita e destino, come per Mozart, hanno coinciso, essendo pure
degno erede di una famiglia di scultori, per i quali il “mestiere” di vivere
l’arte era ancora una superiore missione di vita, oltre che di operosità
felice.
Fin dalla prima
personale alla galleria palermitana “Il Chiodo”, Partinico viene presentato
magnificamente da Francesco Carbone. Siamo nel 1964 e il critico e amico sagace
che incoraggiò sempre gli artisti operanti o che si affacciavano alla soglia
così scrive già di un Partinico “taciturno e frammentario” che “sembra vivere
dentro un reticolato di rassegnazione. Vale a dire una timidezza protetta da
ogni evasione”. Ma, da straordinario interprete, Carbone aggiunge che quella di
“Partinico è piuttosto un’attitudine all’ascolto di sè e di come sono fatte
certe voci dalle origini indefinite”.
La vista interna dall’allora giovanissimo
pittore, Carbone la fa risalire e la riallaccia al grido originario e al suo eco,
che sortisce “una pittura allusiva e simbolica”. Il critico godranese, sempre
con grande intuito critico e con rara capacità di sintesi, evidenzia ancora gli
elementi che segnarono quegli anni d’esordio del giovane Partinico: fra il panico e il dissenso,
fra il fiabesco e l’impulso romantico.
Un impianto che
altri studiosi hanno criticamente rimarcato con positive note nel tempo, con
accentuazioni ora verso un aspetto ora verso l’altro fra quelli già indicati da
Carbone. Vorrei ricordare fra questi almeno Maria Poma Basile, Giovanni
Cappuzzo, Vincenzo Monforte (che ebbe a definirlo cantore magico della vita), Baldassare Messina, Eduardo Rebulla,
Albano Rossi, Giuseppe Servello, Giuseppe Geraci, Benedetto Patera.
Docente negli Istituti
d’arte di Palermo e Monreale, Partinico sceglie però ben presto, nell’anno 1992,
di ritirarsi dall’insegnamento per seguire la sua vocazione, per intero.
Espone a
Palermo, soggiorna per tre anni con intensa partecipazione a Paola in Calabria,
partecipa a collettive come la storica “Ricasoliana”, ma è lontano per scelta
dalle luci del varietà dissolutivo e inconsistente dell’ultimo cinquantennio.
Resta fedele a
se stesso e continua con liricità compositiva, metodo, rigore e con aperture e
rare incursioni nel sociale, la sua narrazione personalissima e mai
descrittiva, senza perdere la possente figurazione nell’ordito della sostanza
cromatica irradiante e che, con il ciclo dei migranti, si è fatta ora più
rarefatta nei toni, non certo nella sostanza.
Accanto ai
grandi nomi di artisti emigrati in cerca di fortuna dovremmo meglio considerare
chi, come Partinico, sapendo bene le difficoltà e il declino che viviamo, non
solo nelle attività legate al mondo dell’arte, ha deciso di non potere fare a
meno della luce siciliana, magari in solitaria pedalando su una bicicletta, fra
costa e campagne, quasi nella necessità di sentire
la vita della natura e forse meno quella degli uomini, che in realtà abusano
della millenaria pazienza del creato.
Ho conosciuto
meglio Partinico da qualche tempo, casualmente.
Già ne
apprezzavo la produzione fin dalla frequentazione delle sue personali alla
galleria del Banco di Sicilia. E, tuttavia, l’impronta che queste opere di
Partinico mi hanno suscitato fin da allora, non si sono mai ricoperte di
polvere, insieme alla considerazione per i suoi temi fondanti, per le sapienti
atmosfere create, per la forza che egli sa imprimervi. Penso al ciclo dei
cavalli così eleganti, che sembrano ritmati musicalmente, senza ombre di
leziosità o di maniera, così dinamici, quanto sono statici e irrealmente
metafisici nella loro solennità sono quelli di De Chirico, pur grandissimo
Maestro. Partinico mi ha richiamato, nel nostro incontro ultimo, le atmosfere
della Camera ad Arles di Van Gogh, e
certi interni dell’iperrealista Sergio Ceccotti, restando però sempre il legame
che si avverte con il suo universo essenziale e personale.
Pittore di qualità
raffinata anche tecnica, Egli non è ascrivibile a nessuna scuola o corrente, la
riconoscibilità di Enzo Partinico segue il suo sigillo e marchia le sue opere.
Ma non è tutto.
Partinico in realtà è un mistico cantore di una verità non solo legata alla
terra o alla storia. Egli sente, vive e realizza le sue opere con una
significativa apertura al sacro (che non vuole dire fare arte sacra come la si
intende comunemente), alla trascendenza, al mito, al numinoso come ci fu indicato da un Mignosi, da un Maritain,
da un Ries e da un Eliade e così ben teorizzato da Scruton.
Il suo
orizzonte è quindi catartica immedesimazione nella totalità, anche nei
labirinti del dramma, nella solitudine, nell’abbandono, nella dialettica
egoistica che costella il nostro tempo infame.
I silenzi dei
fiori, della natura, che Partinico ci dona hanno un alfabeto arcano nella
scansione di sequenza e piani, di stati d’animo lirici e di riflessività
costanti, che ricompongono in armonia la bellezza che non ha paura di
nascondersi, di mimetizzarsi.
Ecco, la scelta
di Partinico non è la trita arte per
l’arte, è piuttosto la idea in atto di una trascendenza che può solennizzarsi
nell’atto, senza pseudo concettualismi cervellotici e falsi.
Per Partinico
non useremo neppure la formula restaurativa del ritorno alla pittura, dato che la pittura e l’uomo Partinico vivono
da sempre in simbiosi, in spirituale e non delebile rapporto.
La complessità
di alcune opere, si pensi a quelle dedicate a Palermo, con emblemi e simboli che
si incontrano e si completano nelle composizioni floreali non sono mai da
intendere come ornamento “gentile” e a latere, ci comunicano quanto autentico
sia l’anelito senso di una origine pura.
Non troveremo facilmente
fra i social e i tomi illeggibili di critici autoreferenziali e le statistiche di
utilitaristici mercanti d’arte, grandi notazioni e interessate valutazioni per
le opere di Partinico. Ed è un bene per il nostro artista, non essere sceso a
patti nell’arena della competizione strumentalizzata della vicenda artistica
dei nostri tempi.
Si può
benissimo, infatti, come ha insegnato Hanna Arendt, stare ad osservare da
spettatori dello scorrere delle vicende, sapendo che il grande e vero giudice
di chi le sa scoprire e la qualità in una storia che appartiene più alla
durata, alla realtà antologica, che alla cronaca del consueto.
Nei suoi
singolari cromatismi di luci e silenzi, nel suo lavoro svolto senza posa, nella
scelta della contemplazione, che diviene esistenzialità e conoscenza c’è tutto
il segreto di un autentico Artista, quale certamente è Enzo Partinico.
sabato 23 settembre 2017
Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)
di Lucio Zinna
Intenso poemetto di Tommaso Romano, neo-umanista panormita di ampi interessi e vasta produzione, a cui si devono in particolare, a far data dal 1969, diverse e apprezzate opere di poesia. In questo singolare lavoro (davvero fuori cliché), edito in 99 copie numerate, il poeta canta il proprio risentimento, il disappunto, per lo svuotamento progressivo, costante, di valori e loro perennità, che affligge il nostro tempo, a causa di quello che chiama “il relativo”: «Tutto è relativo/ormai e tutto è il nulla annunciato/nel deserto dei cuori.»
Dunque, nella realtà odierna, tutto è “relativo”, dice il poeta. Ma per converso nemmeno tutto è “assoluto”. A quel relativo da cui egli prende le giuste distanze non può essere ascritto, ad esempio, il tutelabile diritto alla libertà di opinione, che può solo esplicarsi nel rifiuto di ogni dogmatismo. Il relativo stigmatizzato dal poeta è dunque riferibile a tutto quanto comporti il pervicace svuotamento di significato di ciò che rende salda e ancorata la nostra esistenza e la nostra civile convivenza, rese invece sempre più fragili da interessi che gavazzano, più che nel transeunte, nel frivolo e nel provvisorio.
La riflessione che il poeta ci suggerisce e che deriviamo dalla lettura di questo prezioso libretto è che la nostra pseudo-civiltà viva una grande confusione, nella quale relativo e assoluto finiscono per confondere i loro ruoli, ossia relativizzando l’assoluto e assolutizzando il relativo. Tutto ciò non può avvenire se non a costo di gravi fraintendimenti, sconvolgimenti, negatività. Infatti, assolutizzando il relativo si creano idoli (anche nel senso di idola baconiani), si glorifica l’inautentico. A relativizzare l’assoluto si giunge a negare l’essenza a vantaggio dell’apparenza e fare della prima tutt’al più uno strumento da comodato d’uso o un belletto da bancarella.
In tali fraintendimenti (fra i quali gl’innamoramenti incondizionati al proprio Dio al punto da considerare nemici da abbattere coloro che, appellati infedeli, manifestino fedeltà ad altro Dio), è stato coinvolto Cristo, considerato «profeta tra tanti /forse un po’ petulante», il quale rischia di essere «sfrattato» per un minareto, osserva amaramente il poeta, il quale mira a ricondurre queste molteplici, contrastanti e fuorvianti dinamiche all’elementarità di un grande principio: quello del «volersi tutti amare».
E perché possa realizzarsi un tale percorso, volge lo sguardo alla poesia. Una poesia – osserva – che non dimentichi che la bellezza senza amore è dimidiata e votata alla propria vanificazione. L’arte, si sa, è astrazione, ma ogni astrazione (ab traho) non può che muovere dal reale. L’arte è la bellezza che dal reale trae linfa, da esso si eleva, in esso si eterna.
E come nel messaggio evangelico il nostro poeta trova l’impegnativo iter al Regno dei Cieli, così nella poesia trova accesso al «suo» Regno del Cieli, che dunque può cogliersi anche in terris, con e nella quotidianità. E per avvalerci di una considerazione di Salvatore Lo Bue nella sua puntuale prefazione, diventa in tal modo possibile vincere il banale, superare quello che il poeta chiama «il deserto dei cuori». E verso la falsa poesia è rivolto un altro strale di questo icastico poemetto: quella che finge di dire e non dice, che si nutre di autocompiacimento senza altri obiettivi, la poesia giocata – come si sarebbe detto in altri tempi – sul “verso che suona e che non crea”. Non “crea” mondi nuovi, di nuova umanità, di sguardi verso orizzonti nuovi.
mercoledì 20 settembre 2017
Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)
di Elio Giunta
Facit indignatio versus: mai ci torna più opportuna la famosa frase come nel leggere questo Nel mio regno dei cieli, un testo approntato da Tommaso Romano sulla scia della sua molteplice attività di intellettuale, impegnato nella vicenda storico-culturale che tutti c’investe. L’opera si presenta come un discorso poematico che sta tra l’intensa polemica e la corrosiva provocazione, nel contempo in cui, proprio per la scelta della forma in versi sciolti e liberi si rimarca una propria, singolare distanza morale e meglio si sintetizzano temi ed intenzioni. Perché quanto si legge, col linguaggio disinvolto che facilmente ci cattura, mentre sembra nascondere e mettere per inciso i motivi di stigmatizzazione, costituisce una lezione civica organica e di spessore, sostenuta da precise convinzioni e riflessioni. Sono le convinzioni che riescono “scorrette ai più”, cioè ai conformisti, in questo secolo di “falso quietismo”, di acquisizione di onori immeritati, “di miseria culturale, di compromesso continuo”, in cui non è la tecnologia a trionfare ma il denaro, con tutto ciò che comporta: cioè l’oligarchia dei pochi ricchi “senza bandiera” e “dei tiranni che cianciano di democrazia”. Insomma siamo in un’epoca di falsità diffusa, in cui si è persa o viene travisata pure la visione di Dio, tutto livellando alla consuetudine, al relativo, all’acquiescenza che s’appaia al nichilismo.
Tommaso Romano spiega icasticamente il rovesciamento dei valori, tipico come regresso in atto di questa nostra civiltà, malata di laicismo acritico, dove si può andar dicendo che “Il Dio non c’è mai stato” e vige l’illusione del progresso veloce e della gaia scienza ritenuta perfetta. Per cui, se così stanno le cose, al poeta o all’intellettuale non resta che ritrarsi in un proprio regno dei cieli -vedi, a proposito il titolo- e lì darsi un senso di sopravvivenza anche minuscolo, una ragione per esistere.
L’intensa e sollecitante lezione di queste pagine ha in fondo come conclusione la possibile tutela della dignità dell’uomo, il che è, ancora una volta, il compito della poesia. Essa in questo nostro tempo non gode di palcoscenici da cui tuonare, ma sta in covi segreti in cui coltivare fervori di verità ed intelligenza per distanziarsi dalla melma. E’ ancora la poesia che può avere in serbo l’ira salutare che fu quella di Dante contro la “serva Italia di dolore ostello”, o che recuperi l’amara invettiva addirittura di antichi poeti, quali, ad esempio, Teognide (è lo stile lirico-discorsivo di Romano che mi suggerisce il riferimento) contro i rivolgimenti plebei, forieri sempre di declassamento e volgarità. Perché anche quelli erano, come i nostri, tempi di dolorose recriminazioni e di sconsolato pessimismo.
martedì 19 settembre 2017
Premio Francesco Carbone - Experimenta, Domenica 24 Settembre, alla Real Casina Borbonica di Caccia di Ficuzza
GIURIA DEL PREMIO
Vincenzo Viscardi - Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino - Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone - Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone - Storico e critico d’arte
I PREMIATI
Tiziana Viola Massa - pittrice
Museo Epicentro - di Nino Abbate
Tommaso Romano - poeta, editore, scrittore
Gonzalo Alvarez Garcia - critico d’arte e letterario
Annamaria Amitrano - antropologa
Giuseppe Giuffrida - industriale e operatore culturale
Mario Lo Coco - ceramista e scultore
Emanuele India - artista
Gaetano Ginex - architetto progettista
Ciro Spataro - politico e operatore culturale
Filippo Panseca - premio speciale Experimenta 2017, sperimetatore e innovatore nell’ambito della ricerca nelle arti contemporanee
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