venerdì 13 ottobre 2017

Per Antonino Lo Piparo

di Tommaso Romano

La poesia siciliana ha due fiati espressivi che si sono misurati nella vicenda letteraria e negli echi, con alterne fortune. Il primo di questi ha ottenuto riscontri critici, storicizzazioni e attestazioni accademiche e di antologie paludate: è quella che a parole si riallaccia alla storia popolare e locale, in realtà trasferendo nell'idioma, con sperimentalismi discutibili, tutto il peso -  a volte benefico, a volte artefatto - di una erudizione e ricerca qualche volta malcelata, spesso intellettualmente assai smaliziata.
Il secondo gruppo, un tempo assai numeroso e gioiosamente produttivo di testi naive, trasmetteva le proprie bucoliche e dolci liriche senza curarsi del successo fra i piani alti della cultura; molti inoltre erano analfabeti senza complessi di inferiorità, possedendo viva creatività e spontaneità come proprio sigillo veritativo.
A questo secondo gruppo, di poeti popolari e capaci di buone letture e sapienti ed essenziali scritture, appartiene Antonino Lo Piparo, più volte premiato con merito e facente parte del prestigioso Circolo Giacomo Giardina, egregiamente presieduta da Giuseppe Bagnasco, il poeta pecoraio che fu amico di Lo Piparo. Oggi festeggiando lui e tutti noi il suo novantesimo, ci consegna un volume ricapitolativo frutto di una intera vita di affetti, di lavoro e di amore genuino per la poesia, sempre assai gradevole nella forma originale, nel lessico semplice e incisivo, nel ritmo delle colorate immagini che si dipanano nella fedeltà alla tradizione identitaria con metafore puntuali, scaltre, suggellate da ironia sottile  e da paradossi, accompagnati da un complice sorriso che trapela anche dai versi e che si coglie dai canti popolareschi autentici, sempre graditi al pubblico di astanti e lettori e vissuti dal poeta come un compito, un paladinesco destino  a difesa dell'umano, del vero del buono, di ciò che non può e non deve scomparire nei flussi effimeri e avviluppanti della caotica modernità', con particolare riferimento alla memoria e alla storia ,specie quella della sua Baaria, costitutivo del genius loci.
Dicitore incantevole e forbito, Lo Piparo ha trovato nel palcoscenico teatrale e cinematografico (specie con Peppuccio Tornatore), ulteriore suggello per il suo estro creativamente nativo.
Lo Piparo mi ricorda le vivide descrizioni che il mio Grande Amico Giuseppe Bonaviri tesseva dei poeti popolari di Mineo, i quali si riunivano a Camuti per cantare a quelle montagne la voce ancestrale del loro cuore delle speranze e delle sofferenze. Ricordo Bonaviri non a caso perché' il geniale scrittore siciliano ha testimoniato come pochi la profondità dell'isola, il mito, il simbolo della terra come pochi altri.
Il problema estetico e glottologico sono secondari come tali dal Nostro, rispetto alla incubosa preponderanza dei poeti "colti" che scrivono invece senza posa con accanto il Mortillaro o il Traina, alla spasmodica ricerca di un a Koinè francamente improbabile.
Il nostro Lo Piparo, come ditta dentro secondo Dante, è un uomo che ha felicemente sconfitto il nichilismo con la parola, il tedio con la resa mimica, il tempo che passa con la serenità che sa cogliere e custodire con garbo e modi sempre ispirati alla cortesia, al rispetto e alla gentilezza.
Lo piparo è un dono d'altri e più felici tempi, che si umanizzano nella postura e nella comprensione sempre vigile dei fatti, delle cronache delle notizie che rielabora con lievità e trasparenza, con intima spiritualità e sincera moralità.
Caro Lo Piparo, la poesia del sangue siciliano è il sangue vivo della tua poesia.
La comunità' bagherese può e deve esser fiera di annoverarti fra i suoi figli degni di lode di stima, di affetto.
La bellezza della vita è nei tuoi versi sinceri e nel candore della tua anima infinita.

mercoledì 11 ottobre 2017

La curiosità del mondo

La coesione di una comunità, il suo talento nel condividere e tramandare la propria memoria, si misura - tra le altre cose - sulla capacità di rendere omaggio alle persone che, con la loro vita, il loro esempio, il loro impegno, mai si sono sottratti all'amore per la città e la sua gente. 
Così il 13 ottobre prossimo il Centro Studi Angelo Fiore ricorderà il Professor Natale Tedesco - già Presidente del Comitato Scientifico del Centro - a un anno esatto dalla scomparsa, nell'ambito della manifestazione "Territorio e memoria: percorsi letterari". La piccola kermesse, intitolata La curiosità del mondo (Santa Flavia, ore 17,30, presso la Sala Basile di Villa Filangeri) è stata immaginata e organizzata come ideale dialogo, amichevole chiacchierata, passionale e sentimentale disputa con allievi, amici, scrittori che hanno avuto consuetudine con il Professore Emerito di Letteratura Italiana dell'Università palermitana (ricordiamo, tra gli altri, i suoi saggi fondamentali su De Roberto, Sereni, il Crepuscolarismo, Svevo). A ricordare, e dialogare, con il critico militante, con il conoscitore d'arte ed esperto di pittura contemporanea, con l'appassionato cultore di cinema ci saranno Marcello Benfante, Salvatore Ferlita, Donatella La Monaca, Claudia Carmina, Tommaso Romano e Maurizio Padovano. In maniera diversa, e personale, tutti gli intervenuti tratteggeranno il proprio ricordo di Natale Tedesco; forse racconteranno il loro particolare rapporto di amicizia e di solidarietà culturale: tutti loro, sicuramente, non mancheranno di farlo sotto forma di dialogo, qui e adesso, con un personaggio che, in qualche modo, non ha ancora smesso di parlare con la sua città, i suoi amici, i suoi cari.

Il Centro Studi Angelo Fiore

martedì 26 settembre 2017

Luce e silenzio nella narrazione pittorica di Enzo Partinico

di Tommaso Romano

L’eremo ordinato e fecondo di sensazioni, Enzo Partinico l’ha trovato all’Addaura di Palermo, proprio a voler cogliere il mare e traversarlo quasi nei colori delle sue opere pittoriche, a cui dedica molte ore della sua solitaria e laboriosa giornata.
Chi conosce, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la vicenda e i fermenti di quegli anni e decenni successivi, sa di un artista appartato e schivo, non solo per carattere, in cui vita e destino, come per Mozart, hanno coinciso, essendo pure degno erede di una famiglia di scultori, per i quali il “mestiere” di vivere l’arte era ancora una superiore missione di vita, oltre che di operosità felice.
Fin dalla prima personale alla galleria palermitana “Il Chiodo”, Partinico viene presentato magnificamente da Francesco Carbone. Siamo nel 1964 e il critico e amico sagace che incoraggiò sempre gli artisti operanti o che si affacciavano alla soglia così scrive già di un Partinico “taciturno e frammentario” che “sembra vivere dentro un reticolato di rassegnazione. Vale a dire una timidezza protetta da ogni evasione”. Ma, da straordinario interprete, Carbone aggiunge che quella di “Partinico è piuttosto un’attitudine all’ascolto di sè e di come sono fatte certe voci dalle origini indefinite”.
La vista interna dall’allora giovanissimo pittore, Carbone la fa risalire e la riallaccia al grido originario e al suo eco, che sortisce “una pittura allusiva e simbolica”. Il critico godranese, sempre con grande intuito critico e con rara capacità di sintesi, evidenzia ancora gli elementi che segnarono quegli anni d’esordio del giovane Partinico: fra il panico  e il dissenso, fra il fiabesco e l’impulso romantico.
Un impianto che altri studiosi hanno criticamente rimarcato con positive note nel tempo, con accentuazioni ora verso un aspetto ora verso l’altro fra quelli già indicati da Carbone. Vorrei ricordare fra questi almeno Maria Poma Basile, Giovanni Cappuzzo, Vincenzo Monforte (che ebbe a definirlo cantore magico della vita), Baldassare Messina, Eduardo Rebulla, Albano Rossi, Giuseppe Servello, Giuseppe Geraci, Benedetto Patera.
Docente negli Istituti d’arte di Palermo e Monreale, Partinico sceglie però ben presto, nell’anno 1992, di ritirarsi dall’insegnamento per seguire la sua vocazione, per intero.
Espone a Palermo, soggiorna per tre anni con intensa partecipazione a Paola in Calabria, partecipa a collettive come la storica “Ricasoliana”, ma è lontano per scelta dalle luci del varietà dissolutivo e inconsistente dell’ultimo cinquantennio.
Resta fedele a se stesso e continua con liricità compositiva, metodo, rigore e con aperture e rare incursioni nel sociale, la sua narrazione personalissima e mai descrittiva, senza perdere la possente figurazione nell’ordito della sostanza cromatica irradiante e che, con il ciclo dei migranti, si è fatta ora più rarefatta nei toni, non certo nella sostanza.
Accanto ai grandi nomi di artisti emigrati in cerca di fortuna dovremmo meglio considerare chi, come Partinico, sapendo bene le difficoltà e il declino che viviamo, non solo nelle attività legate al mondo dell’arte, ha deciso di non potere fare a meno della luce siciliana, magari in solitaria pedalando su una bicicletta, fra costa e campagne, quasi nella necessità di sentire la vita della natura e forse meno quella degli uomini, che in realtà abusano della millenaria pazienza del creato.
Ho conosciuto meglio Partinico da qualche tempo, casualmente.
Già ne apprezzavo la produzione fin dalla frequentazione delle sue personali alla galleria del Banco di Sicilia. E, tuttavia, l’impronta che queste opere di Partinico mi hanno suscitato fin da allora, non si sono mai ricoperte di polvere, insieme alla considerazione per i suoi temi fondanti, per le sapienti atmosfere create, per la forza che egli sa imprimervi. Penso al ciclo dei cavalli così eleganti, che sembrano ritmati musicalmente, senza ombre di leziosità o di maniera, così dinamici, quanto sono statici e irrealmente metafisici nella loro solennità sono quelli di De Chirico, pur grandissimo Maestro. Partinico mi ha richiamato, nel nostro incontro ultimo, le atmosfere della Camera ad Arles di Van Gogh, e certi interni dell’iperrealista Sergio Ceccotti, restando però sempre il legame che si avverte con il suo universo essenziale e personale.

Pittore di qualità raffinata anche tecnica, Egli non è ascrivibile a nessuna scuola o corrente, la riconoscibilità di Enzo Partinico segue il suo sigillo e marchia le sue opere.
Ma non è tutto. Partinico in realtà è un mistico cantore di una verità non solo legata alla terra o alla storia. Egli sente, vive e realizza le sue opere con una significativa apertura al sacro (che non vuole dire fare arte sacra come la si intende comunemente), alla trascendenza, al mito, al numinoso come  ci fu indicato da un Mignosi, da un Maritain, da un Ries e da un Eliade e così ben teorizzato da Scruton.
Il suo orizzonte è quindi catartica immedesimazione nella totalità, anche nei labirinti del dramma, nella solitudine, nell’abbandono, nella dialettica egoistica che costella il nostro tempo infame.
I silenzi dei fiori, della natura, che Partinico ci dona hanno un alfabeto arcano nella scansione di sequenza e piani, di stati d’animo lirici e di riflessività costanti, che ricompongono in armonia la bellezza che non ha paura di nascondersi, di mimetizzarsi.
Ecco, la scelta di Partinico non è la trita arte per l’arte, è piuttosto la idea in atto di una trascendenza che può solennizzarsi nell’atto, senza pseudo concettualismi cervellotici e falsi.
Per Partinico non useremo neppure la formula restaurativa del ritorno alla pittura, dato che la pittura e l’uomo Partinico vivono da sempre in simbiosi, in spirituale e non delebile rapporto.
La complessità di alcune opere, si pensi a quelle dedicate a Palermo, con emblemi e simboli che si incontrano e si completano nelle composizioni floreali non sono mai da intendere come ornamento “gentile” e a latere, ci comunicano quanto autentico sia l’anelito senso di una origine pura.
Non troveremo facilmente fra i social e i tomi illeggibili di critici autoreferenziali e le statistiche di utilitaristici mercanti d’arte, grandi notazioni e interessate valutazioni per le opere di Partinico. Ed è un bene per il nostro artista, non essere sceso a patti nell’arena della competizione strumentalizzata della vicenda artistica dei nostri tempi.
Si può benissimo, infatti, come ha insegnato Hanna Arendt, stare ad osservare da spettatori dello scorrere delle vicende, sapendo che il grande e vero giudice di chi le sa scoprire e la qualità in una storia che appartiene più alla durata, alla realtà antologica, che alla cronaca del consueto.

Nei suoi singolari cromatismi di luci e silenzi, nel suo lavoro svolto senza posa, nella scelta della contemplazione, che diviene esistenzialità e conoscenza c’è tutto il segreto di un autentico Artista, quale certamente è Enzo Partinico.

sabato 23 settembre 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Lucio Zinna

Intenso poemetto di Tommaso Romano, neo-umanista panormita di ampi interessi e vasta produzione, a cui si devono in particolare, a far data dal 1969, diverse e apprezzate opere di poesia. In questo singolare lavoro (davvero fuori cliché), edito in 99 copie numerate, il poeta canta il proprio risentimento, il disappunto, per lo svuotamento progressivo, costante, di valori e loro perennità, che affligge il nostro tempo, a causa di quello che chiama “il relativo”: «Tutto è relativo/ormai e tutto è il nulla annunciato/nel deserto dei cuori.»
   Dunque, nella realtà odierna, tutto è “relativo”, dice il poeta. Ma per converso nemmeno tutto è “assoluto”. A quel relativo da cui egli prende le giuste distanze non può essere ascritto, ad esempio,  il tutelabile diritto alla libertà di opinione, che può solo esplicarsi nel rifiuto di ogni dogmatismo. Il relativo stigmatizzato dal poeta è dunque riferibile a tutto quanto comporti il pervicace svuotamento di significato di ciò che rende salda e ancorata la nostra esistenza e la nostra civile convivenza, rese invece sempre più fragili da interessi che gavazzano, più che nel transeunte, nel frivolo e nel provvisorio.
   La riflessione che il poeta ci suggerisce e che deriviamo dalla lettura di questo prezioso libretto è che la nostra pseudo-civiltà viva una grande confusione, nella quale relativo e assoluto finiscono per confondere i loro ruoli, ossia relativizzando l’assoluto e assolutizzando il relativo. Tutto ciò non può avvenire se non a costo di gravi fraintendimenti, sconvolgimenti, negatività. Infatti,  assolutizzando il relativo  si creano idoli (anche nel senso di idola baconiani), si glorifica l’inautentico. A relativizzare l’assoluto si giunge a negare l’essenza a vantaggio dell’apparenza e fare della prima tutt’al più uno strumento da comodato d’uso o un belletto da bancarella.
   In tali fraintendimenti (fra i quali gl’innamoramenti incondizionati al proprio Dio al punto da considerare nemici da abbattere coloro che, appellati infedeli, manifestino fedeltà ad altro Dio), è stato coinvolto Cristo, considerato «profeta tra tanti /forse un po’ petulante», il quale rischia di essere «sfrattato» per un  minareto, osserva amaramente il poeta, il quale mira a ricondurre queste molteplici, contrastanti e fuorvianti dinamiche all’elementarità di un grande principio: quello del «volersi tutti amare».
   E perché possa realizzarsi un tale percorso, volge lo sguardo alla poesia. Una poesia – osserva – che non dimentichi che la bellezza senza amore è dimidiata e votata alla propria vanificazione. L’arte, si sa, è astrazione, ma ogni astrazione (ab traho) non può che muovere dal reale. L’arte è la bellezza che dal reale trae linfa, da esso si eleva, in esso si eterna.

   E come nel messaggio evangelico il nostro poeta trova l’impegnativo iter al Regno dei Cieli, così nella poesia trova accesso al «suo» Regno del Cieli, che dunque può cogliersi anche in terris,  con e nella quotidianità. E per avvalerci di una considerazione di Salvatore Lo Bue nella sua puntuale prefazione, diventa in tal modo possibile vincere il banale, superare quello che il poeta chiama «il deserto dei cuori». E verso la falsa poesia è rivolto un altro strale di questo icastico poemetto: quella che finge di dire e non dice, che si nutre di autocompiacimento senza altri obiettivi, la poesia giocata – come si sarebbe detto in altri tempi – sul “verso che suona e che non crea”. Non “crea” mondi nuovi, di nuova umanità, di sguardi verso orizzonti nuovi.

mercoledì 20 settembre 2017

Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)

di Elio Giunta

Facit indignatio versus: mai ci torna più opportuna la famosa frase come nel leggere questo Nel mio regno dei cieli, un testo approntato da Tommaso Romano sulla scia della sua molteplice attività di intellettuale, impegnato nella vicenda storico-culturale che tutti c’investe. L’opera si presenta come un discorso poematico che sta tra l’intensa polemica e la corrosiva provocazione, nel contempo in cui, proprio per la scelta della forma in versi sciolti e liberi si rimarca una propria, singolare distanza morale e meglio si sintetizzano temi ed intenzioni. Perché quanto si legge, col linguaggio disinvolto che facilmente ci cattura, mentre sembra nascondere e mettere per inciso i motivi di stigmatizzazione, costituisce una lezione civica organica e di spessore, sostenuta da precise convinzioni e riflessioni. Sono le convinzioni che riescono “scorrette ai più”, cioè ai conformisti, in questo secolo di “falso quietismo”, di acquisizione di onori immeritati, “di miseria culturale, di compromesso continuo”, in cui non è la tecnologia a trionfare ma il denaro, con tutto ciò che comporta: cioè l’oligarchia dei pochi ricchi “senza bandiera” e “dei tiranni che cianciano di democrazia”.  Insomma siamo in un’epoca di falsità diffusa, in cui si è persa o viene travisata pure la visione di Dio, tutto livellando alla consuetudine, al relativo, all’acquiescenza che s’appaia al nichilismo.
Tommaso Romano spiega icasticamente il rovesciamento dei valori, tipico come regresso in atto di questa nostra civiltà, malata di laicismo acritico, dove si può andar dicendo che “Il Dio non c’è mai stato” e vige l’illusione del progresso veloce e della gaia scienza ritenuta perfetta. Per cui, se così stanno le cose, al poeta o all’intellettuale non resta che ritrarsi in un proprio regno dei cieli -vedi, a proposito il titolo- e lì darsi un senso di sopravvivenza anche minuscolo, una ragione per esistere.

L’intensa e sollecitante lezione di queste pagine ha in fondo come conclusione la possibile tutela della dignità dell’uomo, il che è, ancora una volta, il compito della poesia. Essa in questo nostro tempo non gode di palcoscenici da cui tuonare, ma sta in covi segreti in cui coltivare fervori di verità ed intelligenza per distanziarsi dalla melma. E’ ancora la poesia che può avere in serbo l’ira salutare che fu quella di Dante contro la “serva Italia di dolore ostello”, o che recuperi l’amara invettiva addirittura di antichi poeti, quali, ad esempio, Teognide (è lo stile lirico-discorsivo di Romano che mi suggerisce il riferimento) contro i rivolgimenti plebei, forieri sempre di declassamento e volgarità. Perché anche quelli erano, come i nostri, tempi di dolorose recriminazioni e di sconsolato pessimismo. 

Indice del n° 91 della Rivista "Spiritualità & Letteratura"

martedì 19 settembre 2017

Premio Francesco Carbone - Experimenta, Domenica 24 Settembre, alla Real Casina Borbonica di Caccia di Ficuzza



GIURIA DEL PREMIO

Vincenzo Viscardi - Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino - Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone - Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone - Storico e critico d’arte


I PREMIATI

Liceo Artistico “Eustachio Catalano” - Liceo Artistico
Tiziana Viola Massa - pittrice
Museo Epicentro - di Nino Abbate
Tommaso Romano - poeta, editore, scrittore
Gonzalo Alvarez Garcia - critico d’arte e letterario
Annamaria Amitrano - antropologa
Giuseppe Giuffrida - industriale e operatore culturale
Mario Lo Coco - ceramista e scultore
Emanuele India - artista
Gaetano Ginex - architetto progettista
Ciro Spataro - politico e operatore culturale
Filippo Panseca - premio speciale Experimenta 2017, sperimetatore e innovatore  nell’ambito della ricerca nelle arti contemporanee