lunedì 9 ottobre 2017
martedì 26 settembre 2017
Luce e silenzio nella narrazione pittorica di Enzo Partinico
di Tommaso Romano
L’eremo
ordinato e fecondo di sensazioni, Enzo Partinico l’ha trovato all’Addaura di
Palermo, proprio a voler cogliere il mare e traversarlo quasi nei colori delle
sue opere pittoriche, a cui dedica molte ore della sua solitaria e laboriosa
giornata.
Chi conosce, a
partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, la vicenda e i fermenti di quegli
anni e decenni successivi, sa di un artista appartato e schivo, non solo per
carattere, in cui vita e destino, come per Mozart, hanno coinciso, essendo pure
degno erede di una famiglia di scultori, per i quali il “mestiere” di vivere
l’arte era ancora una superiore missione di vita, oltre che di operosità
felice.
Fin dalla prima
personale alla galleria palermitana “Il Chiodo”, Partinico viene presentato
magnificamente da Francesco Carbone. Siamo nel 1964 e il critico e amico sagace
che incoraggiò sempre gli artisti operanti o che si affacciavano alla soglia
così scrive già di un Partinico “taciturno e frammentario” che “sembra vivere
dentro un reticolato di rassegnazione. Vale a dire una timidezza protetta da
ogni evasione”. Ma, da straordinario interprete, Carbone aggiunge che quella di
“Partinico è piuttosto un’attitudine all’ascolto di sè e di come sono fatte
certe voci dalle origini indefinite”.
La vista interna dall’allora giovanissimo
pittore, Carbone la fa risalire e la riallaccia al grido originario e al suo eco,
che sortisce “una pittura allusiva e simbolica”. Il critico godranese, sempre
con grande intuito critico e con rara capacità di sintesi, evidenzia ancora gli
elementi che segnarono quegli anni d’esordio del giovane Partinico: fra il panico e il dissenso,
fra il fiabesco e l’impulso romantico.
Un impianto che
altri studiosi hanno criticamente rimarcato con positive note nel tempo, con
accentuazioni ora verso un aspetto ora verso l’altro fra quelli già indicati da
Carbone. Vorrei ricordare fra questi almeno Maria Poma Basile, Giovanni
Cappuzzo, Vincenzo Monforte (che ebbe a definirlo cantore magico della vita), Baldassare Messina, Eduardo Rebulla,
Albano Rossi, Giuseppe Servello, Giuseppe Geraci, Benedetto Patera.
Docente negli Istituti
d’arte di Palermo e Monreale, Partinico sceglie però ben presto, nell’anno 1992,
di ritirarsi dall’insegnamento per seguire la sua vocazione, per intero.
Espone a
Palermo, soggiorna per tre anni con intensa partecipazione a Paola in Calabria,
partecipa a collettive come la storica “Ricasoliana”, ma è lontano per scelta
dalle luci del varietà dissolutivo e inconsistente dell’ultimo cinquantennio.
Resta fedele a
se stesso e continua con liricità compositiva, metodo, rigore e con aperture e
rare incursioni nel sociale, la sua narrazione personalissima e mai
descrittiva, senza perdere la possente figurazione nell’ordito della sostanza
cromatica irradiante e che, con il ciclo dei migranti, si è fatta ora più
rarefatta nei toni, non certo nella sostanza.
Accanto ai
grandi nomi di artisti emigrati in cerca di fortuna dovremmo meglio considerare
chi, come Partinico, sapendo bene le difficoltà e il declino che viviamo, non
solo nelle attività legate al mondo dell’arte, ha deciso di non potere fare a
meno della luce siciliana, magari in solitaria pedalando su una bicicletta, fra
costa e campagne, quasi nella necessità di sentire
la vita della natura e forse meno quella degli uomini, che in realtà abusano
della millenaria pazienza del creato.
Ho conosciuto
meglio Partinico da qualche tempo, casualmente.
Già ne
apprezzavo la produzione fin dalla frequentazione delle sue personali alla
galleria del Banco di Sicilia. E, tuttavia, l’impronta che queste opere di
Partinico mi hanno suscitato fin da allora, non si sono mai ricoperte di
polvere, insieme alla considerazione per i suoi temi fondanti, per le sapienti
atmosfere create, per la forza che egli sa imprimervi. Penso al ciclo dei
cavalli così eleganti, che sembrano ritmati musicalmente, senza ombre di
leziosità o di maniera, così dinamici, quanto sono statici e irrealmente
metafisici nella loro solennità sono quelli di De Chirico, pur grandissimo
Maestro. Partinico mi ha richiamato, nel nostro incontro ultimo, le atmosfere
della Camera ad Arles di Van Gogh, e
certi interni dell’iperrealista Sergio Ceccotti, restando però sempre il legame
che si avverte con il suo universo essenziale e personale.
Pittore di qualità
raffinata anche tecnica, Egli non è ascrivibile a nessuna scuola o corrente, la
riconoscibilità di Enzo Partinico segue il suo sigillo e marchia le sue opere.
Ma non è tutto.
Partinico in realtà è un mistico cantore di una verità non solo legata alla
terra o alla storia. Egli sente, vive e realizza le sue opere con una
significativa apertura al sacro (che non vuole dire fare arte sacra come la si
intende comunemente), alla trascendenza, al mito, al numinoso come ci fu indicato da un Mignosi, da un Maritain,
da un Ries e da un Eliade e così ben teorizzato da Scruton.
Il suo
orizzonte è quindi catartica immedesimazione nella totalità, anche nei
labirinti del dramma, nella solitudine, nell’abbandono, nella dialettica
egoistica che costella il nostro tempo infame.
I silenzi dei
fiori, della natura, che Partinico ci dona hanno un alfabeto arcano nella
scansione di sequenza e piani, di stati d’animo lirici e di riflessività
costanti, che ricompongono in armonia la bellezza che non ha paura di
nascondersi, di mimetizzarsi.
Ecco, la scelta
di Partinico non è la trita arte per
l’arte, è piuttosto la idea in atto di una trascendenza che può solennizzarsi
nell’atto, senza pseudo concettualismi cervellotici e falsi.
Per Partinico
non useremo neppure la formula restaurativa del ritorno alla pittura, dato che la pittura e l’uomo Partinico vivono
da sempre in simbiosi, in spirituale e non delebile rapporto.
La complessità
di alcune opere, si pensi a quelle dedicate a Palermo, con emblemi e simboli che
si incontrano e si completano nelle composizioni floreali non sono mai da
intendere come ornamento “gentile” e a latere, ci comunicano quanto autentico
sia l’anelito senso di una origine pura.
Non troveremo facilmente
fra i social e i tomi illeggibili di critici autoreferenziali e le statistiche di
utilitaristici mercanti d’arte, grandi notazioni e interessate valutazioni per
le opere di Partinico. Ed è un bene per il nostro artista, non essere sceso a
patti nell’arena della competizione strumentalizzata della vicenda artistica
dei nostri tempi.
Si può
benissimo, infatti, come ha insegnato Hanna Arendt, stare ad osservare da
spettatori dello scorrere delle vicende, sapendo che il grande e vero giudice
di chi le sa scoprire e la qualità in una storia che appartiene più alla
durata, alla realtà antologica, che alla cronaca del consueto.
Nei suoi
singolari cromatismi di luci e silenzi, nel suo lavoro svolto senza posa, nella
scelta della contemplazione, che diviene esistenzialità e conoscenza c’è tutto
il segreto di un autentico Artista, quale certamente è Enzo Partinico.
sabato 23 settembre 2017
Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)
di Lucio Zinna
Intenso poemetto di Tommaso Romano, neo-umanista panormita di ampi interessi e vasta produzione, a cui si devono in particolare, a far data dal 1969, diverse e apprezzate opere di poesia. In questo singolare lavoro (davvero fuori cliché), edito in 99 copie numerate, il poeta canta il proprio risentimento, il disappunto, per lo svuotamento progressivo, costante, di valori e loro perennità, che affligge il nostro tempo, a causa di quello che chiama “il relativo”: «Tutto è relativo/ormai e tutto è il nulla annunciato/nel deserto dei cuori.»
Dunque, nella realtà odierna, tutto è “relativo”, dice il poeta. Ma per converso nemmeno tutto è “assoluto”. A quel relativo da cui egli prende le giuste distanze non può essere ascritto, ad esempio, il tutelabile diritto alla libertà di opinione, che può solo esplicarsi nel rifiuto di ogni dogmatismo. Il relativo stigmatizzato dal poeta è dunque riferibile a tutto quanto comporti il pervicace svuotamento di significato di ciò che rende salda e ancorata la nostra esistenza e la nostra civile convivenza, rese invece sempre più fragili da interessi che gavazzano, più che nel transeunte, nel frivolo e nel provvisorio.
La riflessione che il poeta ci suggerisce e che deriviamo dalla lettura di questo prezioso libretto è che la nostra pseudo-civiltà viva una grande confusione, nella quale relativo e assoluto finiscono per confondere i loro ruoli, ossia relativizzando l’assoluto e assolutizzando il relativo. Tutto ciò non può avvenire se non a costo di gravi fraintendimenti, sconvolgimenti, negatività. Infatti, assolutizzando il relativo si creano idoli (anche nel senso di idola baconiani), si glorifica l’inautentico. A relativizzare l’assoluto si giunge a negare l’essenza a vantaggio dell’apparenza e fare della prima tutt’al più uno strumento da comodato d’uso o un belletto da bancarella.
In tali fraintendimenti (fra i quali gl’innamoramenti incondizionati al proprio Dio al punto da considerare nemici da abbattere coloro che, appellati infedeli, manifestino fedeltà ad altro Dio), è stato coinvolto Cristo, considerato «profeta tra tanti /forse un po’ petulante», il quale rischia di essere «sfrattato» per un minareto, osserva amaramente il poeta, il quale mira a ricondurre queste molteplici, contrastanti e fuorvianti dinamiche all’elementarità di un grande principio: quello del «volersi tutti amare».
E perché possa realizzarsi un tale percorso, volge lo sguardo alla poesia. Una poesia – osserva – che non dimentichi che la bellezza senza amore è dimidiata e votata alla propria vanificazione. L’arte, si sa, è astrazione, ma ogni astrazione (ab traho) non può che muovere dal reale. L’arte è la bellezza che dal reale trae linfa, da esso si eleva, in esso si eterna.
E come nel messaggio evangelico il nostro poeta trova l’impegnativo iter al Regno dei Cieli, così nella poesia trova accesso al «suo» Regno del Cieli, che dunque può cogliersi anche in terris, con e nella quotidianità. E per avvalerci di una considerazione di Salvatore Lo Bue nella sua puntuale prefazione, diventa in tal modo possibile vincere il banale, superare quello che il poeta chiama «il deserto dei cuori». E verso la falsa poesia è rivolto un altro strale di questo icastico poemetto: quella che finge di dire e non dice, che si nutre di autocompiacimento senza altri obiettivi, la poesia giocata – come si sarebbe detto in altri tempi – sul “verso che suona e che non crea”. Non “crea” mondi nuovi, di nuova umanità, di sguardi verso orizzonti nuovi.
mercoledì 20 settembre 2017
Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'Insegna dell'Ippogrifo)
di Elio Giunta
Facit indignatio versus: mai ci torna più opportuna la famosa frase come nel leggere questo Nel mio regno dei cieli, un testo approntato da Tommaso Romano sulla scia della sua molteplice attività di intellettuale, impegnato nella vicenda storico-culturale che tutti c’investe. L’opera si presenta come un discorso poematico che sta tra l’intensa polemica e la corrosiva provocazione, nel contempo in cui, proprio per la scelta della forma in versi sciolti e liberi si rimarca una propria, singolare distanza morale e meglio si sintetizzano temi ed intenzioni. Perché quanto si legge, col linguaggio disinvolto che facilmente ci cattura, mentre sembra nascondere e mettere per inciso i motivi di stigmatizzazione, costituisce una lezione civica organica e di spessore, sostenuta da precise convinzioni e riflessioni. Sono le convinzioni che riescono “scorrette ai più”, cioè ai conformisti, in questo secolo di “falso quietismo”, di acquisizione di onori immeritati, “di miseria culturale, di compromesso continuo”, in cui non è la tecnologia a trionfare ma il denaro, con tutto ciò che comporta: cioè l’oligarchia dei pochi ricchi “senza bandiera” e “dei tiranni che cianciano di democrazia”. Insomma siamo in un’epoca di falsità diffusa, in cui si è persa o viene travisata pure la visione di Dio, tutto livellando alla consuetudine, al relativo, all’acquiescenza che s’appaia al nichilismo.
Tommaso Romano spiega icasticamente il rovesciamento dei valori, tipico come regresso in atto di questa nostra civiltà, malata di laicismo acritico, dove si può andar dicendo che “Il Dio non c’è mai stato” e vige l’illusione del progresso veloce e della gaia scienza ritenuta perfetta. Per cui, se così stanno le cose, al poeta o all’intellettuale non resta che ritrarsi in un proprio regno dei cieli -vedi, a proposito il titolo- e lì darsi un senso di sopravvivenza anche minuscolo, una ragione per esistere.
L’intensa e sollecitante lezione di queste pagine ha in fondo come conclusione la possibile tutela della dignità dell’uomo, il che è, ancora una volta, il compito della poesia. Essa in questo nostro tempo non gode di palcoscenici da cui tuonare, ma sta in covi segreti in cui coltivare fervori di verità ed intelligenza per distanziarsi dalla melma. E’ ancora la poesia che può avere in serbo l’ira salutare che fu quella di Dante contro la “serva Italia di dolore ostello”, o che recuperi l’amara invettiva addirittura di antichi poeti, quali, ad esempio, Teognide (è lo stile lirico-discorsivo di Romano che mi suggerisce il riferimento) contro i rivolgimenti plebei, forieri sempre di declassamento e volgarità. Perché anche quelli erano, come i nostri, tempi di dolorose recriminazioni e di sconsolato pessimismo.
martedì 19 settembre 2017
Premio Francesco Carbone - Experimenta, Domenica 24 Settembre, alla Real Casina Borbonica di Caccia di Ficuzza
GIURIA DEL PREMIO
Vincenzo Viscardi - Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino - Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone - Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone - Storico e critico d’arte
I PREMIATI
Tiziana Viola Massa - pittrice
Museo Epicentro - di Nino Abbate
Tommaso Romano - poeta, editore, scrittore
Gonzalo Alvarez Garcia - critico d’arte e letterario
Annamaria Amitrano - antropologa
Giuseppe Giuffrida - industriale e operatore culturale
Mario Lo Coco - ceramista e scultore
Emanuele India - artista
Gaetano Ginex - architetto progettista
Ciro Spataro - politico e operatore culturale
Filippo Panseca - premio speciale Experimenta 2017, sperimetatore e innovatore nell’ambito della ricerca nelle arti contemporanee
venerdì 15 settembre 2017
mercoledì 13 settembre 2017
martedì 12 settembre 2017
Francesco Carbone: insegnamento vivo
di Tommaso Romano
Per l’occasione della prima edizione del Premio Francesco Carbone – Experimenta, presieduto da Aldo Gerbino e che si svolge alla Reggia-casina di caccia di Ficuzza domenica 24 Settembre 2017 alle ore 16:00, ripubblichiamo un testo di Tommaso Romano (che è fra i premiati di questo prestigioso Premio, organizzato dall’Istituzione Culturale Francesco Carbone, egregiamente presieduta da Vincenzo Viscardi, con la supervisione della Galleria Studio 71 ben diretta da Francesco M. Scorsone) tratto da Ammirate biografie. Incontri e profili di siciliani e non, con nota introduttiva di Anna Maria Ruta, edito da Arianna (Geraci Siculo) nel 2010. In seguito pubblicheremo integralmente il n. 92 della rivista “Spiritualità & Letteratura” dedicato integralmente a Carbone.
Dobbiamo all’azione congiunta e alla volontà di Nicolò D’Alessandro e di Nicola Bravo (attento e generoso operatore culturale e d’arte con l’Associazione e Galleria L’Altro - Artecontemporanea di Palermo) e anche, se è lecito, al sottoscritto per la parte realizzativa, la pubblicazione del volume - curato impeccabilmente da D’Alessandro - Francesco Carbone. Antologia di saggi critici e altre occasioni 1960/1990, ospitato al numero 28 della Collana Ercta della Provincia Regionale di Palermo (2007), che dirigevo con Francesco Musotto e che ho fondato.
Questo libro è un omaggio doveroso, non di maniera e meno che mai encomiastico in senso nostalgico, a Francesco Carbone, (Cirene di Libia, 1923-Palermo 24 dicembre 1999).
Ma è anche un volume di bella mole (360 pagine fitte) che raccoglie molti interventi critici - specie d’arte e letteratura e alcuni teorici - di Carbone, assemblati con impegno storico-documentario e intelletto d’amore da D’Alessandro, autentico e geniale continuatore, erede ideale di Carbone, che egli conobbe nel 1963 al Circolo Rinascita di Agrigento e di cui divenne fervido e convinto sodale, artefici - tutti e due - della riconsiderazione umana e critica di un grande poeta del Futurismo “agreste” siciliano, Giacomo Giardina. Carbone, su invito dell’ISSPE, proprio su Giardina, tenne una memorabile relazione al Convegno Il Futurismo, la Sicilia del 1996 ora edita nell’omonimo volume, che ho curato con Umberto Balistreri, l’anno dopo.
Leggendo e studiando questa densa Antologia si avverte la convergente intesa fra Francesco e Nicolò, esempio di un binomio d’amicizia e d’arte di altissimo significato e valore.
Curioso è il fatto che ambedue siano siciliani nati in Libia.
Disegnatore straordinariamente efficace, personalissimo e inconfondibile nel segno, D'Alessandro autore del lungo disegno “La Valle dell'Apocalisse” di oltre 83 metri, è operatore culturale e sociale, insegnante, narratore di simboli e parole, analista sagace, fautore di completi volumi storico-critici relativi alla situazione e alle prospettive dell’arte in Sicilia. D’Alessandro ha scritto il saggio introduttivo al volume in questione, organico ed esaustivo, introducendo così il “percorso astorico” delle “occasioni critiche” di Carbone donate con generosità a molti artisti, ma anche riproducenti sempre le idee, le costanti, il furore e la febbre (per dirla con Zagarrio) di una scrittura pensante e proponente, orma non violenta (al pari di quella di Danilo Dolci) di questo personaggio anomalo, senza velleità accademiche, che ha lasciato nella radicalità ideativa una pratica d’arte intesa come passione e renovatio della vita.
Carbone è, infatti, paragonabile, nel suo magistero artistico ed umano, solo a se stesso. Per l’ampiezza degli interessi e delle curiosità critiche è, invece, accostabile solo a Maria Accascina. Se si leggono di questa gli interventi sul primo Novecento artistico e di Carbone quelli sul secondo Novecento in Sicilia, si avrà un repertorio ampio e assolutamente rigoroso e documentato di tutto un secolo.
Pittore sperimentatore in proprio, Carbone fu antropologo e storico a suo modo, sapendo unire, specie con l’impresa ciclopica e d’autore della Casa Museo-Biblioteca di Godranopoli, passione, rigore e libertà come dovrebbe sempre essere la militanza culturale, che spesso si piange addosso, piuttosto che incidere e produrre degnamente aspettando soltanto benefici e prebende dal potere pubblico quasi come un dovere e non si capisce il perché.
Così fu tutta intera l’esistenza di Carbone.
Oltre a indubbie intuizioni e pratiche letterarie e d’arte nonché giornalistiche che iniziò a Buenos Aires e continuò fra le colonne della prestigiosa «Fiera Letteraria», i cui articoli vanno sicuramente ristampati, il nostro è stato un profeta e un teorico di ciò che è avanti e oltre, nell’arte di “pratiche sparse”. Lettore delle cose e degli uomini del suo tempo, del sociale inteso come comunità aperta al futuro contro l’isolamento dell’uomo e cosciente del suo passato, specie del patrimonio morale del mondo contadino e pastorale. Fu anche fondatore di diversi musei nella provincia palermitana di etnoantropologia, proprio rispondendo concretamente alla riscoperta non solo folklorica del territorio. Sono su questa linea le fondazioni, le gallerie, i gruppi, le riviste create da Carbone, che D’Alessandro puntualmente narra come avventura intellettuale e, dice, come specchio di un concezione che insieme è etica ed estetica, unicum riassumibile in un metodo comportamentale.
Vanno allora citate le direzioni e animazioni di gallerie importanti della nuova tendenza d’arte visiva a cominciare dalla galleria Il Chiodo di Ciro Li Vigni e Filippo Panseca e poi alla Ricasolina, a Tempo Sud e all’azione critica ed estetica attorno alla Libreria Nuova Presenza (diretta da Bartolomeo Manno, che è pittore assai originale, unitamente al raffinato libraio Piero Onorato) alla Comunità di Base Roccabusamhra, ai fogli Presenza
Sud (1968), al movimento del Riciclaggio, con il fedele amico e singolare artista Giusto Sucato a Misilmeri, a Marineo con Ciro Spataro.
Mediatore di linguaggi, come lo definisce giustamente D’Alessandro, Carbone fu uomo di ponti e di libertà. Ho trovato un suo testo nella rivista trapanese «Libeccio» di Dino Grammatico dell’aprile 1962 e uno su Giacomo Giacomazzi nella moderna storiografia siciliana a testimonianza - se ve ne fosse bisogno - della libertà di ricerca ma anche di incontri e rapporti con apparentemente distanti protagonisti e interpreti di cultura.
Non dimentico certo - senza citazioni sterili - il credito che mi diede sempre, pur governando dal 1994 alla Provincia di Palermo, in una parte politica opposta alla sua; non mancò di essere sempre presente tutte le volte che lo invitavo con la capacità e ferma riflessione libera e problematica che contraddistingueva i suoi ragionamenti e una buona dose di ironia che pure ben possedeva, unitamente al distillato dei suoi consigli che non dimentico.
Carbone è stato in quaranta e più anni di magistero socratico, il perno del rinnovamento contro l’immobilismo, come ha notato acutamente Sergio Troisi.
Sostenitore di una cultura aperta e a tutti non appannaggio di élites chiuse, non un lamento del sud, né un fatalistico e incapacitante chiudersi critico così, come al contrario notava nell’immortale romanzo di Tomasi di Lampedusa, tanto da fargli affermare di avere «un fatto personale fra noi e il Gattopardo».
Possiamo dire che le sue teorie dell’arte spaziano da lezioni apprese da autori che vanno da Marx a Eliot (che spesso citava, ammirandolo), pensando all’arte come mobilità del mondo, e comprendendo e sviluppando il pensiero di Claude Lévi Strauss, Mac Luhan, Jonesco, Marcuse, Braudel, Munari e la ricerca segnica e grafica.
Uomo schierato contro tutte le mafie, auspicò la funzione vivificante della cultura.
Diceva: «Sarebbe necessario che la politica fosse essa stessa cultura e non una facoltà o attribuzione rimessa al potere per l’attuazione di una generica politica culturale».
Se le “libere scritture visuali” e gli “assemblaggi materici” furono le ultime sue esperienze teoretiche e concrete, fu sempre l’impegno al centro del suo messaggio laborioso: «conta l’impegno - diceva - la consapevolezza di volersi determinare e collocare, in uno spazio di valori totali e non ai margini del proprio tempo».
L’impresa di una vita intera spesa per la causa della cultura stava simbolicamente per concludersi proprio allo scadere del secolo Ventesimo.
Tornano alla mente, allora, due scritti di Carbone emblematici per questa breve testimonianza. Il primo dell’aprile 1963 che cosi recitava: «Io sono dentro i miei limiti di espressione, come contenuto nelle dimensioni di una vicenda comune che potrebbe concludersi senza l’apporto di qualche traccia esteriore capace di durare.
Sia in arte che in letteratura, forse non è sempre e soltanto il risultato raggiunto ciò che conta in ultima analisi».
Il secondo scritto è del 1998, un anno prima della morte ed è uno stupendo documento autobiografico a futura memoria morale, una lettera a se stesso, che vale molte più parole di quelle che si potrebbero dire ancora.
Eccone il testo: «Non avrei mai sospettato o immaginato che un giorno avrei dovuto scrivere una lettera a me stesso, né in quale occasione ciò sarebbe accaduto. Ora lo so (infatti la sto scrivendo), ed è una circostanza certamente insolita, particolare: quella che tra qualche mese mi vedrà come soggetto, protagonista di un evento votato al riconoscimento delle mie attività svolte in tanti campi della cultura e dell’arte, del sociale, come in altri settori dai confini imprecisati ma sempre rispondenti ai miei sofferti bisogni del pensare e del fare, dell'amare.
Così questa lettera mi riempie di sensazioni nuove, a volte molto strane, perché scriversi, scrivere a se stesso è come scoprire per la prima vota ‘‘il doppio” del proprio essere, un senso profondo di come in realtà sei fatto.
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| da sinistra: Giusto Sucato, Francesco Carbone e Albano Rossi |
Ed è un compito che non può appartenere a nessun genere di letteratura, non è un racconto né un diario, ma qualcosa che può comprendere sia l’uno che l’altro, superandoli subito. Lo ha considerato una volta Tolstoj e anche Roland Barthes nel Piacere del testo. Ciò nonostante, mi sto scrivendo, lasciando scorrere nella mia mente e avanti gli occhi una infinità di sequenze della mia vita legata alle cose che ho fatto e inciso nella memoria in una evocazione a volte serrata, a volte a rilento, come azionate da una moviola non elettronica ma magica, in cui il sogno, cioè gli ideali della vita sottendono, condizionano ogni evento.
Ne deriva tra l’altro, l’immagine di un intellettuale che tanto si è dato alla cultura, alle aspirazioni degli altri, alla vita e ai sogni degli altri e molto poco a se stesso. Eppure questo per me è un pregio, un inestimabile valore, perché una grande verità è quella di considerare che noi siamo fatti dagli altri. Gli altri non sono soltanto vicino a noi, ma dentro di noi. Così penso agli innumerevoli artisti, poeti, scrittori, teatranti, critici, attori e tanti altri ai quali mi sono dedicato, i quali ho cercato di capire e di aiutare in tutti questi anni.
Il maggiore evento per me è quello di non saper fare, di poter fare al riguardo nessun bilancio: tutto è stato e continua ad essere come in tante aree imprecisate di straordinaria sospensione, dove nessun codice comune identifichi la natura degli eventi, il loro spessore reale, la loro entità formale.
Così, autentici amici affettuosi, con una apposita manifestazione, ora vogliono ricordare, e ricordarmi, ciò che in questi lunghi anni di molteplici attività, io ho ideato e realizzato: ne sono infinitamente grato e commosso, e non dimenticherò per tutta la vita il loro gesto, anche perché questa festa, questo particolare riconoscimento, avvengono in un momento particolare della mia vita così provata dalle sofferenze fisiche e psicologiche.
Ma avviene anche in un momento dei miei sentimenti così profondamente immersi nei sogni di un affetto e di un amore».
Una lezione di stile, di passione, di competenza che è anche in tutta l’operatività creativa e laboriosa di Francesco Carbone, un magistero di libertà e amore che anche un libro, di cui abbiamo detto, ci dona come memoria viva e che la nuova Istituzione Culturale a lui dedicata continuamente valorizzerà.
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