da: "Il Settimanale di Bagheria" n.752, del 10 Settembre 2017
mercoledì 13 settembre 2017
martedì 12 settembre 2017
Francesco Carbone: insegnamento vivo
di Tommaso Romano
Per l’occasione della prima edizione del Premio Francesco Carbone – Experimenta, presieduto da Aldo Gerbino e che si svolge alla Reggia-casina di caccia di Ficuzza domenica 24 Settembre 2017 alle ore 16:00, ripubblichiamo un testo di Tommaso Romano (che è fra i premiati di questo prestigioso Premio, organizzato dall’Istituzione Culturale Francesco Carbone, egregiamente presieduta da Vincenzo Viscardi, con la supervisione della Galleria Studio 71 ben diretta da Francesco M. Scorsone) tratto da Ammirate biografie. Incontri e profili di siciliani e non, con nota introduttiva di Anna Maria Ruta, edito da Arianna (Geraci Siculo) nel 2010. In seguito pubblicheremo integralmente il n. 92 della rivista “Spiritualità & Letteratura” dedicato integralmente a Carbone.
Dobbiamo all’azione congiunta e alla volontà di Nicolò D’Alessandro e di Nicola Bravo (attento e generoso operatore culturale e d’arte con l’Associazione e Galleria L’Altro - Artecontemporanea di Palermo) e anche, se è lecito, al sottoscritto per la parte realizzativa, la pubblicazione del volume - curato impeccabilmente da D’Alessandro - Francesco Carbone. Antologia di saggi critici e altre occasioni 1960/1990, ospitato al numero 28 della Collana Ercta della Provincia Regionale di Palermo (2007), che dirigevo con Francesco Musotto e che ho fondato.
Questo libro è un omaggio doveroso, non di maniera e meno che mai encomiastico in senso nostalgico, a Francesco Carbone, (Cirene di Libia, 1923-Palermo 24 dicembre 1999).
Ma è anche un volume di bella mole (360 pagine fitte) che raccoglie molti interventi critici - specie d’arte e letteratura e alcuni teorici - di Carbone, assemblati con impegno storico-documentario e intelletto d’amore da D’Alessandro, autentico e geniale continuatore, erede ideale di Carbone, che egli conobbe nel 1963 al Circolo Rinascita di Agrigento e di cui divenne fervido e convinto sodale, artefici - tutti e due - della riconsiderazione umana e critica di un grande poeta del Futurismo “agreste” siciliano, Giacomo Giardina. Carbone, su invito dell’ISSPE, proprio su Giardina, tenne una memorabile relazione al Convegno Il Futurismo, la Sicilia del 1996 ora edita nell’omonimo volume, che ho curato con Umberto Balistreri, l’anno dopo.
Leggendo e studiando questa densa Antologia si avverte la convergente intesa fra Francesco e Nicolò, esempio di un binomio d’amicizia e d’arte di altissimo significato e valore.
Curioso è il fatto che ambedue siano siciliani nati in Libia.
Disegnatore straordinariamente efficace, personalissimo e inconfondibile nel segno, D'Alessandro autore del lungo disegno “La Valle dell'Apocalisse” di oltre 83 metri, è operatore culturale e sociale, insegnante, narratore di simboli e parole, analista sagace, fautore di completi volumi storico-critici relativi alla situazione e alle prospettive dell’arte in Sicilia. D’Alessandro ha scritto il saggio introduttivo al volume in questione, organico ed esaustivo, introducendo così il “percorso astorico” delle “occasioni critiche” di Carbone donate con generosità a molti artisti, ma anche riproducenti sempre le idee, le costanti, il furore e la febbre (per dirla con Zagarrio) di una scrittura pensante e proponente, orma non violenta (al pari di quella di Danilo Dolci) di questo personaggio anomalo, senza velleità accademiche, che ha lasciato nella radicalità ideativa una pratica d’arte intesa come passione e renovatio della vita.
Carbone è, infatti, paragonabile, nel suo magistero artistico ed umano, solo a se stesso. Per l’ampiezza degli interessi e delle curiosità critiche è, invece, accostabile solo a Maria Accascina. Se si leggono di questa gli interventi sul primo Novecento artistico e di Carbone quelli sul secondo Novecento in Sicilia, si avrà un repertorio ampio e assolutamente rigoroso e documentato di tutto un secolo.
Pittore sperimentatore in proprio, Carbone fu antropologo e storico a suo modo, sapendo unire, specie con l’impresa ciclopica e d’autore della Casa Museo-Biblioteca di Godranopoli, passione, rigore e libertà come dovrebbe sempre essere la militanza culturale, che spesso si piange addosso, piuttosto che incidere e produrre degnamente aspettando soltanto benefici e prebende dal potere pubblico quasi come un dovere e non si capisce il perché.
Così fu tutta intera l’esistenza di Carbone.
Oltre a indubbie intuizioni e pratiche letterarie e d’arte nonché giornalistiche che iniziò a Buenos Aires e continuò fra le colonne della prestigiosa «Fiera Letteraria», i cui articoli vanno sicuramente ristampati, il nostro è stato un profeta e un teorico di ciò che è avanti e oltre, nell’arte di “pratiche sparse”. Lettore delle cose e degli uomini del suo tempo, del sociale inteso come comunità aperta al futuro contro l’isolamento dell’uomo e cosciente del suo passato, specie del patrimonio morale del mondo contadino e pastorale. Fu anche fondatore di diversi musei nella provincia palermitana di etnoantropologia, proprio rispondendo concretamente alla riscoperta non solo folklorica del territorio. Sono su questa linea le fondazioni, le gallerie, i gruppi, le riviste create da Carbone, che D’Alessandro puntualmente narra come avventura intellettuale e, dice, come specchio di un concezione che insieme è etica ed estetica, unicum riassumibile in un metodo comportamentale.
Vanno allora citate le direzioni e animazioni di gallerie importanti della nuova tendenza d’arte visiva a cominciare dalla galleria Il Chiodo di Ciro Li Vigni e Filippo Panseca e poi alla Ricasolina, a Tempo Sud e all’azione critica ed estetica attorno alla Libreria Nuova Presenza (diretta da Bartolomeo Manno, che è pittore assai originale, unitamente al raffinato libraio Piero Onorato) alla Comunità di Base Roccabusamhra, ai fogli Presenza
Sud (1968), al movimento del Riciclaggio, con il fedele amico e singolare artista Giusto Sucato a Misilmeri, a Marineo con Ciro Spataro.
Mediatore di linguaggi, come lo definisce giustamente D’Alessandro, Carbone fu uomo di ponti e di libertà. Ho trovato un suo testo nella rivista trapanese «Libeccio» di Dino Grammatico dell’aprile 1962 e uno su Giacomo Giacomazzi nella moderna storiografia siciliana a testimonianza - se ve ne fosse bisogno - della libertà di ricerca ma anche di incontri e rapporti con apparentemente distanti protagonisti e interpreti di cultura.
Non dimentico certo - senza citazioni sterili - il credito che mi diede sempre, pur governando dal 1994 alla Provincia di Palermo, in una parte politica opposta alla sua; non mancò di essere sempre presente tutte le volte che lo invitavo con la capacità e ferma riflessione libera e problematica che contraddistingueva i suoi ragionamenti e una buona dose di ironia che pure ben possedeva, unitamente al distillato dei suoi consigli che non dimentico.
Carbone è stato in quaranta e più anni di magistero socratico, il perno del rinnovamento contro l’immobilismo, come ha notato acutamente Sergio Troisi.
Sostenitore di una cultura aperta e a tutti non appannaggio di élites chiuse, non un lamento del sud, né un fatalistico e incapacitante chiudersi critico così, come al contrario notava nell’immortale romanzo di Tomasi di Lampedusa, tanto da fargli affermare di avere «un fatto personale fra noi e il Gattopardo».
Possiamo dire che le sue teorie dell’arte spaziano da lezioni apprese da autori che vanno da Marx a Eliot (che spesso citava, ammirandolo), pensando all’arte come mobilità del mondo, e comprendendo e sviluppando il pensiero di Claude Lévi Strauss, Mac Luhan, Jonesco, Marcuse, Braudel, Munari e la ricerca segnica e grafica.
Uomo schierato contro tutte le mafie, auspicò la funzione vivificante della cultura.
Diceva: «Sarebbe necessario che la politica fosse essa stessa cultura e non una facoltà o attribuzione rimessa al potere per l’attuazione di una generica politica culturale».
Se le “libere scritture visuali” e gli “assemblaggi materici” furono le ultime sue esperienze teoretiche e concrete, fu sempre l’impegno al centro del suo messaggio laborioso: «conta l’impegno - diceva - la consapevolezza di volersi determinare e collocare, in uno spazio di valori totali e non ai margini del proprio tempo».
L’impresa di una vita intera spesa per la causa della cultura stava simbolicamente per concludersi proprio allo scadere del secolo Ventesimo.
Tornano alla mente, allora, due scritti di Carbone emblematici per questa breve testimonianza. Il primo dell’aprile 1963 che cosi recitava: «Io sono dentro i miei limiti di espressione, come contenuto nelle dimensioni di una vicenda comune che potrebbe concludersi senza l’apporto di qualche traccia esteriore capace di durare.
Sia in arte che in letteratura, forse non è sempre e soltanto il risultato raggiunto ciò che conta in ultima analisi».
Il secondo scritto è del 1998, un anno prima della morte ed è uno stupendo documento autobiografico a futura memoria morale, una lettera a se stesso, che vale molte più parole di quelle che si potrebbero dire ancora.
Eccone il testo: «Non avrei mai sospettato o immaginato che un giorno avrei dovuto scrivere una lettera a me stesso, né in quale occasione ciò sarebbe accaduto. Ora lo so (infatti la sto scrivendo), ed è una circostanza certamente insolita, particolare: quella che tra qualche mese mi vedrà come soggetto, protagonista di un evento votato al riconoscimento delle mie attività svolte in tanti campi della cultura e dell’arte, del sociale, come in altri settori dai confini imprecisati ma sempre rispondenti ai miei sofferti bisogni del pensare e del fare, dell'amare.
Così questa lettera mi riempie di sensazioni nuove, a volte molto strane, perché scriversi, scrivere a se stesso è come scoprire per la prima vota ‘‘il doppio” del proprio essere, un senso profondo di come in realtà sei fatto.
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| da sinistra: Giusto Sucato, Francesco Carbone e Albano Rossi |
Ed è un compito che non può appartenere a nessun genere di letteratura, non è un racconto né un diario, ma qualcosa che può comprendere sia l’uno che l’altro, superandoli subito. Lo ha considerato una volta Tolstoj e anche Roland Barthes nel Piacere del testo. Ciò nonostante, mi sto scrivendo, lasciando scorrere nella mia mente e avanti gli occhi una infinità di sequenze della mia vita legata alle cose che ho fatto e inciso nella memoria in una evocazione a volte serrata, a volte a rilento, come azionate da una moviola non elettronica ma magica, in cui il sogno, cioè gli ideali della vita sottendono, condizionano ogni evento.
Ne deriva tra l’altro, l’immagine di un intellettuale che tanto si è dato alla cultura, alle aspirazioni degli altri, alla vita e ai sogni degli altri e molto poco a se stesso. Eppure questo per me è un pregio, un inestimabile valore, perché una grande verità è quella di considerare che noi siamo fatti dagli altri. Gli altri non sono soltanto vicino a noi, ma dentro di noi. Così penso agli innumerevoli artisti, poeti, scrittori, teatranti, critici, attori e tanti altri ai quali mi sono dedicato, i quali ho cercato di capire e di aiutare in tutti questi anni.
Il maggiore evento per me è quello di non saper fare, di poter fare al riguardo nessun bilancio: tutto è stato e continua ad essere come in tante aree imprecisate di straordinaria sospensione, dove nessun codice comune identifichi la natura degli eventi, il loro spessore reale, la loro entità formale.
Così, autentici amici affettuosi, con una apposita manifestazione, ora vogliono ricordare, e ricordarmi, ciò che in questi lunghi anni di molteplici attività, io ho ideato e realizzato: ne sono infinitamente grato e commosso, e non dimenticherò per tutta la vita il loro gesto, anche perché questa festa, questo particolare riconoscimento, avvengono in un momento particolare della mia vita così provata dalle sofferenze fisiche e psicologiche.
Ma avviene anche in un momento dei miei sentimenti così profondamente immersi nei sogni di un affetto e di un amore».
Una lezione di stile, di passione, di competenza che è anche in tutta l’operatività creativa e laboriosa di Francesco Carbone, un magistero di libertà e amore che anche un libro, di cui abbiamo detto, ci dona come memoria viva e che la nuova Istituzione Culturale a lui dedicata continuamente valorizzerà.
venerdì 1 settembre 2017
mercoledì 30 agosto 2017
venerdì 25 agosto 2017
Dall'orinatoio di Duchamp al cesso d'oro di Cattelan. Un secolo di pseudo Arte nella Lucida Analisi di Francesco Bonami
di Tommaso Romano
Leggo da quando ho imparato a leggere: libri decisivi, saggi fondanti, poesie sublimi, critica e scienze umane variamente assortite. Senza esagerare e senza falsa umiltà esibita come una onorificenza, sono diverse migliaia i volumi che accarezzo, divoro, essi mi lasciano insonne; o che invece abbandono, quasi mai tornandovi, dopo poche pagine, che trovo a volte inutili altre ripugnanti. È la storia del libro e della cultura, più vastamente intesa.
Al mestiere di lettore, che è piacere e a volte sofferenza anche fisica, da gran tempo, autarchicamente come è mio costume e con delle stelle polari di riferimento che si chiamano – nel campo suddetto – Piero Gobetti, Leo Longanesi, Giovanni Volpe e Vanni Scheiwiller, produco molti libri miei e di molti altri, fogli, riviste di due soli numeri o antiche di trent’anni e viventi.
A qualcuno è nota la mia dedizione alla causa dell’arte. Con innamoramenti mai rinnegati (il Futurismo) ma superati nell’ideologia, e con una pratica pittorica durata lo spazio di un mattino e invece una lunga coerenza nell’approfondimento dell’Estetica e delle estetiche di tutti i tempi. A tal punto da laurearmi con una tesi di Estetica dal titolo Dell’oggettività e della sua problematica nell’estetica di oggi, relatore il professore e poi amico Filippo Puglisi e correlatore uno scandalizzato e molto sinistro Claudio Vincentini, che ha poi scalato l’hit parade di storia dell’arte e di estetica, al contrario dell’autore del Bello in Manzoni, ovviamente dimenticato dai più. Eravamo nel dicembre 1976 e da cinque anni avevo già fondato le Edizioni Thule che, appunto, sostenevano e sostengono l’oggettività di contro all’idea perniciosa che il giudizio della mia vicina di casa, pur rispettabile, possa essere inappellabile, dato che è bello ciò che piace, e guai a dire – come faccio, solitario, da allora – che un Michelangelo non è certo un Pistoteletto qualsiasi.
E, siccome chi adesso scrive è colui che pensa le cose proprie che scrive (se no, cambi mestiere o ti robottizzi definitivamente, copiando le scempiaggini di contemporanei come oro colato di effettiva banalità elevate a gusto e ideologia perversa), il sottoscritto – forse non molti ne hanno approfondito molto tale aspetto, rispetto alla messe che pure ho raccolto su molto altro – con distillati ma costanti interventi, ha sempre sostenuto (e quando ha potuto l’ha anche messo in pratica con esempi, linee di poetica e polemiche), che l’ultima tradizione vivente di arte-vita, sia stata il Futurismo, fino ai suoi tardi epigoni; più o meno, con alcuni artisti – parlo di arti una volta definite figurative – che variamente, salvo oltre i menzionati futuristi, nell’ultimo secolo di falsità e sconcezze, hanno resistito: Dalì, Carrà, Soffici, Picasso, Hopper, Munch, Mambor, De Chirico, Gaudì, naturalmente discernendo genialità, creatività, da nichilismo e provocazione, fra questi stessi artisti e pochi altri. Un catalogo scarno, a cui aggiungere pittori onesti, che sanno cos’è arte e mestiere e non ripetitori ottusi di modi altrui, fasi avanguardisti concettuali dei miei stivali, trasgressori nell’ovvio.
Meteore, fuochi fatui direbbe Drieu la Rochelle, campioni della falsificazione di insulse istallazioni tanto temporanee quanto il loro concettuale cogitare.
Si sarà capito il mio disgusto antico e il mio dissenso sempre più radicale.
Tuttavia, io non ho mai scritto né pensato che l’arte debba essere ripetizione acritica di modelli classici. Ogni stagione, ogni ciclo va chiaramente inteso, ha le sue caratteristiche, il suo stile, la sua forma, il suo, a volte discutibile, linguaggio. Dall’orinatoio capovolto (1917) di Duchamp ad oggi, un secolo, fra musei, collezioni e collezionisti, fruitori, che cercano un senso (e non lo trovano quasi mai se non per divertito o sbigottito stupore e allora il senso è relativo a questo), ci consegnano una babele senza incanti ed emozioni interne, biblioteche scritte da critici e storici dell’arte che si autocitano e autoesaltano a vicenda, fra un pubblico smarrito che vaga tra Moma, Documenta e Biennali e che ha paura fisica e intellettuale, di dire che gli abiti nuovi del granduca non sono che illusioni, una sfilata di nullità elevata a potenza, e che il granduca stesso è in mutande, al massimo travestito da clown in sfilata progressista e libertaria.
I pochi e buoni Maestri di estetica che ho eletto come tali perché tali sono, di questo secolo che si conclude non in gloria (da Mignosi ad alcune pagine di Croce, a Maritain, da Attilio Mordini al sommo Hans Sedlmayr a Rosario Assunto, da Roger Scruton a Jean Clair), insieme a pochi studiosi armati resistenti (Stefano Zecchi, Sigfrido Bartolini, Luca Beatrice, Vittorio Sgarbi, Aldo Gerbino, Carlo Fabrizio Carli, Antonio Paolucci, il gruppo fiorentino de “Il Covile” per restare in Italia), fuori da mafie, consorterie e premiopoli miliardarie, nonché da aste combinate per far lievitare quotazioni, studiosi i quali continuano a sostenere il principio che la bellezza non è un buon sentimento nostalgico o spesso di pessimo gusto pseudoumanitario, non è il tramonto spengleriano, il culto delle rovine di un passato da ammirare, sapendo che solo scimmiottandolo in realtà lo si deride e lo si annulla. Perché è la bellezza, difficile a dire e pronunziarla questa totalità di parola, che include i postulati di sempre: buono, giusto, equo, luce, verità.
La bellezza è infatti ricerca inesausta di una perfezione. Il brutto è quindi il suo contrario e cioè il senso del provvisorio (ben diverso dell’attimo), lo sciatto, il seriale con variazioni impercettibili, in sostanza il vuoto di idee gabellate come alta concettualità.
Poco importa, almeno a chi scrive, che le file degli ebeti votati al loro stesso nulla fanno la fila per gli eventi, fra padiglioni che sembrano fiere zoologiche (scusandomi con gli animali, assai più creativi di tanti “artisti”).
Quello che affermo l’ho quindi pure teorizzato (cfr. Manifesto di Thule, 1985), anche partendo da quella mia fuoribonda e giovanile tesi di laurea ricordata, che costò fatica da difendere a professori in commissione, del calibro di Giulio Bonafede e Bruna Fazio Allmayer. Cose e tesi che poi ho ribadito, nei miei scritti e insegnando lettere e poi filosofia e scienze umane e negli anni che ho trascorsi quale docente a contratto, insegnando grazie a Francesco Gallo, Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo e pure, per decenni, Scienza della Comunicazione all’Istituto Superiore di Giornalismo.
Non mi scuso – come si usa – del “cappello” (c’è sempre un “cappello” caro Antonino Scarlata) rivendicazionista e forse molto (troppo?) autobiografico, perché appunto noi raccontiamo, o dovremmo raccontare, ciò che siamo stati e siamo ed io, credo, di essermi meritato – con eccezioni che mi consolano il cuore – l’orgoglioso isolamento in cui beatamente mi ritrovo.
Allora. Alle quattro del mattino di un fine luglio, termino dopo ore dedicate il giorno precedente, un breve ma succosissimo volume di Francesco Bonami: L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea (Mondadori, 2017), che sviluppa con la frusta e senza infingimenti, quanto già coraggiosamente aveva peraltro avuto modo di indicare nei suoi libri precedenti, pur essi nodali: Lo potevo fare anch’io; Dopotutto non è brutto; Si crede Picasso, Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata.
Confesso di essermi sentito in buona e chiarificante compagnia con quest’ultimo testo di Bonami che, si vedrà dalle numerose citazioni, pur non essendo per nulla un reazionario e nemmeno un teorico e sostenitore dell’Arte Perenne (come lo sono io, secondo la definizione che volle darmi l’eclettico e complesso Amico Francesco Carbone, onesto e rigoroso teorico dell’altra sponda estetico-critica e che molto piacque, confermandola, a Fortunato Pasqualino), è semmai un libro che posso indicare come una di quelle salutari svolte, da salutare con un quasi giovanile entusiasmo. Lo paragono ai toni sulla musica odierna sostenuti con estrosa genialità, e da me egualmente segnalati, di un Paolo Isotta. Non entro qui nel ginepraio della moderna architettura e urbanistica.
Bonami è da premettere, un protagonista, è noto, stimato ed egualmente contestato dai suoi non pochi oppositori. E ciò lo pone a noi subito in simpatia. Egli ha curato mostre importanti nel mondo, ed è pure ascoltato opinionista.
Ma il libro in questione è fortunatamente duro, non è artificioso e meno che meno ruffiano, di questo fiorentin fuggiasco naturalizzato americano. Esso è ricco di stroncature vitali e di bonametelici dubbi.
Bonami, appunto, data un secolo esatto a partire dall’orinale di Duchamp fino ad arrivare al cesso d’oro di Maurizio Cattelan, il Contemporaneo, tempo in cui “si andava in galleria a guardare una tela tagliata, ad ammirare dei cavalli vivi in un garage che si chiamava l’Attico tanto per confondere le acque, a vedere gente che firmava le persone, a osservare individui rotolarsi per terra, un tizio pare il cane e mordere i visitatori (…) Duchamp sostituisce alla semplice realizzazione dell’oggetto l’idea. Non inventa l’orinale ma ha l’idea di rovesciarlo e pure firmarlo, e persino il coraggio di esporlo. Da quel momento la storia dell’arte contemporanea è stata una gara a chi aveva l’idea migliore o più stravolgente o magari rivoluzionaria o provocatoria. Addirittura si arriva a mostrare solo l’idea o niente (…). Da Duchamp in poi l’arte diventa un dominio, un’idea ne produce un’altra che ne produce un’altra ancora, fino appunto alla fine delle idee. Il «cesso d’oro» è la dimostrazione quasi scientifica che le idee finiscono come l’acqua o il petrolio o come il caffè a casa propria. Finché le idee aiutano a creare cose e immagini è un conto, ma se servono solo a generare altre idee la faccenda si fa complicata. Come se un rigore in una partita provocasse un altro rigore e poi ancora un altro all’infinito, senza che nessuno però riesca mai a segnare questo benedetto gol. Così è stato per l’arte contemporanea”. Ottima premessa questa di Bonami, che si conclude efficacemente così: “L’orinatoio di Duchamp si sa cos’è e nessuno vuol fare un viaggio apposta per vederlo. Invece Las Meninas di Velazquez, Guernica di Picasso, La morte di Marat di David, Oktober 1977, il ciclo di quadri sulla morte di un gruppo di terroristi tedeschi di Ricther, il Rabbit specchiante di Koons o il Puppy di fiori si rivogliono andare a vedere e a rivedere”.
A parte il gusto (questo sì è personale) per alcuni artisti citati che continuano a non essere in prima fila per me, rispetto ad altri che invece includerei, resta il fuoco dirimente fra la creazione che produce e la più concettuosa idea che minimalizza fin quasi all’estensione la produzione dell’opera stessa. Dalla merda d’artista di Piero Manzoni sempre disgusto è. E, infatti, nella non statica dimensione del reale Bonami sottolinea che “l’arte deve sempre rappresentare una qualche trasformazione anche impercettibile della realtà. Non importa chi produce questa trasformazione. Importa chi la crea. Il talento manuale non è così importante. Quale strumento produca l’opera d’arte finale è indifferente. Le mani, il pennello, lo scalpello, la macchina fotografica, il computer, il laser. Non è che se Michelangelo avesse scolpito il David con le unghie sarebbe stato più bravo che se lo avesse fatto con lo scalpello. Oggi se un’artista usa delle tecnologie sofisticatissime non è che è meno bravo. Ma se la tecnologia non produce trasformazione la creazione è inutile e diventa solo appropriazione, che è sì stato un piccolo capitolo dell’arte contemporanea dalla fine degli anni Ottanta, ma non è andata molto lontano proprio perché non presentava allo spettatore nessun punto di vista diverso della realtà, gliela serviva proprio com’era, come se in un ristorante vi servissero un fungo ancora sporco di terra. Una volta magari per curiosità uno lo mangia, ma una seconda volta non ci casca. Così è stato per l’arte «appropriazionista». Il mondo è lì a portata di mano, basta prenderlo e usarlo, ma la creazione artistica è un’altra cosa. L’arte deve saper cucinare il mondo, se no il mondo non sa di nulla”. Metafore di gusto e disgusto, che ci introducono all’arte detta concettuale. Quanti guasti, di passata dirò, ho provocato e provoca Renè Descartes, detto, orecchiato e conosciuto come Cartesio. Bonami, offre un catalogo della falsificazione e io lo condivido, ovviamente per difetto, dovendo invero aggiungere, per esempio, la schiera di artisti del disidentico, gli alfieri proposti da un Bonito Oliva (1997), che mi toccò ospitare, perché mostra già deliberata dai precedenti “progressisti”, al palermitano Loggiato di San Bartolomeo, in un interregno, fra i miei tanti. Citiamoli, almeno, alcuni di questi “campioni” finalmente e sanamente dissacrati e fatti scendere dal piedistallo (precario, come le loro creazioni): Ronald Ryman, Donald Judd, Carlo Cracco, Joseph Kosuth, Michael Asher, Simon Starling, Martin Greed, Mary Kelly, Helen Marte, Charles Oller, Tomas Saraceno, On Kawara, l’elenco è lungo quanto questa lunga contemporaneità che è figlia diretta e diletta di una modernità che non si è affatto conclusa nella pretesa post-modernità. Ecco alcune fulminanti considerazioni del nostro Bonami: “L’artista progettuale suggerisce cosa uno doveva dare o cercare nella sua opera mentre l’artista oggettivo, diciamo, è quello che mostra e se è bravo stimola automaticamente la curiosità dello spettatore, mentre se è una chiavica lo spettatore tirerà dritto senza batter ciglio”. (Mi si perdoni ancora l’ardire e l’immodestia, ma chi scrive queste note, sull’oggettività tali considerazioni le faceva già nel 1976…!). Torniamo però a Bonami (certo ignaro di un intellettuale operante ai confini dell’impero del politicamente corretto, che invero impone la sua dittatura e perciò assolvo il Bonami perché il fatto, pur sussistendo, non poteva che essergli ignoto), il quale continua a deliziarci con rara efficacia: “Insomma l’arte è diventata uno strumento per dar voce alle proprie lamentele o magagne quotidiane, che potrebbero essere anche una bella cosa, se però si volesse fare almeno lo sforzo di esprimere le suddette magagne e lamentele con un disegnino, una canzoncina, un pezzettino di carta tagliata con le forbici. No! Non se ne parla neppure. All’arte son sufficienti per esprimere le semplici cose della vita. Tipo tutti quegli scontrini della lavanderia automatica raccolti in un anno e mostrati in rigido ordine cronologico sulle pareti di una galleria o, fatto ancor più grave, avendo il visitatore sborsato denaro per un biglietto, sulle pareti di un museo. L’artista non ha più voglia di sintetizzare in un oggetto vagamente comprensibile il suo fare e il suo dire. Sfacciatamente fa una cosa – attaccare sul muro con lo scotch la ricetta del medico – e poi dice da qualche parte, in un comunicato stampa o magari coraggiosamente a voce, quello che ha fatto e perché. Ma questa metodologia, per quanto rigorosa possa essere, non è arte, è presa per i marroni. Per quanto oscuro possa essere, il gesto artistico e il suo risultato devono avere una loro unità. Posso anche guardare uno scontrino ma in questo scontrino deve accadere qualcosa che è diverso o di più della sola data e dal totale della spesa sostenuta con chissà quali sacrifici da parte dal coglionissimo autore”.
Le poche voci interne ed esterne (vivaddio il pubblico dovrà pur contare rispetto ai paludati critici autorefenziali) al mondo dell’arte dissenzienti, sono chiaramente confinate nell’oblio, iscritti d’ufficio fra la schiera dei reazionari che nulla comprendono. Eppure i mezzucci restano tali, i “trucchi” d’artista, “al di là della motivazione concettuali, culturali, politiche e artistiche, rimangono tali”. Come dire, sottolinea Bonami, il rapporto fra un selfie e l’autoritratto (o il ritratto) nel quale “l’artista scavava sé stesso e la sua anima traducendola di solito in uno sguardo lancinante che paralizzava lo spettatore. Oggi l’intensità dello sguardo è stata sostituita dalla stupidità del sorriso e l’autoritratto stesso è diventato sfondo per il selfismo. Non è un caso che selfie suoni molto come selpych, che vuol dire egoista. Le immagini sono diventate egoiste e questo alla lunga non può che influenzare la produzione artistica”.
Senza ricorrere a romanticismi datati, continuando sull’argomento, Bonami con realismo sottolinea una perdita che è la chiave di volta di una riflessione che pure, appunto sostenendola, ci appartiene: “L’arte è sempre stata frutto dell’egocentrismo dei suoi autori, ma la migliore arte tentava attraverso l’egocentrismo di parlare di cose universali, profonde anche se intime, a volte”.
Mentre Bonami sottende e lascia libertà interpretativa riguardo all’origine e al senso del fare dell’arte, chi scrive si collega esplicitamente, invece e con le innovazione necessarie, al perenne della ragione ideativa che porta l’uomo-attraverso la ri-creazione della parola, del suono, dell’immagine che si manifestano in atto nel compimento dell’opera e non solo nel mostrare il presunto “concetto” – a stupirsi, meravigliarsi della terra e del cosmo e, osservandola, a farne parte come di un frammento del Tutto, che non è certo opera sua. Questa trascendenza, questa consapevolezza d’Infinito porta non a contemplare il proprio ombelico, sordi al mondo, quanto, appunto, alle cose universali, profonde anche se intime, di cui scrive Bonami, che aggiunge: “La forza dell’arte era quella di essere un punto focale, il centro dell’attenzione, ora questo centro siamo noi, senza la ricerca di un senso, dei perché da dove e verso dove: non guardiamo più qualcosa ma ci guardiamo guardare, nel migliore dei casi. Nel peggiore, ci guardiamo dando le spalle al mondo e quindi dando le spalle all’arte”.
Sia ben chiaro, a questo punto nodale del discorso, che l’artista è sempre libero ma nel momento in cui decide di relazionarsi ad altri, al mondo, i suoi “parti” non si possono ritenere arte in una sorta di onanistico hortus conclusus. Può, certo, egli dare i significati che vuole, può non darglieli affatto, ma non pretendere di affermare, e quindi giustificare il proprio nulla se non come una inseminazione sterile, inconcludente farsa che va quindi smascherata come pretesa e albagia. È, perciò, l’allontanamento radicale dall’arte. Non ci si illuda delle fila per entrare nella giungla dei minimalisti e dei concettuali che si espongono o espongono i loro propri panni e scontrini come originali istallazioni geniali. Si fa la fila per vedere maghi ed effetti speciali ed anche per partecipare a riti infimi di massa, a pagare per vedere allo stadio qualcuno che calcia un pallone che, a sua volta, per giocare è pagato quanto un uomo che sgobba onestamente una vita, si fa la fila per applaudire a vuote parole, a canti inconsulti. Non è sintomo questo di vitalità, forse è invece l’espressione di una degradazione del gusto, del senso comune di guardare e immergersi nell’arte come realizzazione di aspirazione, di profondità, di uscita dal puro utilitarismo, dal “quanto vale”. Non è il silenzio del nulla, è il nulla che si silenzia in circoli sempre più chiusi, angusti, autoreferenziali, con pretese di esoterismi in realtà inconsistenti, sostenuti da autodichiarazioni all’anagrafe dell’essere artisti in nome di una vera e propria libertà – tirannia anarchica per la quale, dato che tutti hanno, teoricamente, un quid creativo tutti sono automaticamente artisti (e a questo proposito Bonami cita la tesi di Joseph Beuys, pur a suo modo geniale). L’effetto di tale circo Barnum proprio della vicenda dell’arte che passa per arte e che così viene gabbata e sponsorizzata come tale, e preso in tale vortice” lo spettatore curioso e appassionato diventa insicuro e timoroso di esprimere i propri sentimenti davanti alle opere d’arte”.
L’arte, continua Bonami, “prima di tutto deve parlare a chi guarda. Come se uno andasse a un appuntamento amoroso con una persona per la prima volta e lì trovasse un tizio che pretende di spiegargli chi è quella persona. L’arte è prima di tutto scoperta, e solo in seguito studio e conoscenza”. Tale scoperta, aggiungo io, per quanto valida per il soggetto che scopre – rispettabile in sommo grado – non può però avere la pretesa del giudizio che da individuale pretende di essere universale. L’impostura cartesiana torna con il “penso quindi sono” e come “misura di tutte le cose” di Protagora. Fra pretese assolutizzanti e anestesie globali, un bel ruolo lo detengono i critici e i mass media: questi ultimi, dice efficacemente il Nostro autore, sono in realtà “molto spesso refrattari all’arte contemporanea e ai suoi misteri, non aspettano altro che trovare qualche personaggio fraudolento che si vesta da artista per poterne parlare senza doversi allontanare troppo dalla cronaca e così i cattivi artisti chiacchierati diventano celebrità seppure cerebrolese”. E magari in tal modo si arriva con le truffe spacciate per oro, alla pseudo consacrazione del Guggenheim.
Anche la tecnica e quindi la sua applicazione nella tecnologia, può diventare, nell’ambito dell’arte, tecnolatria dell’immagine falsa, manipolata e fine a se stessa o, ancora, inganno spettacolarizzato in povertà di fantasia, preda di emozioni elementari, transitorie, fragili, che non provocano alcuna effettiva metànoia, al massimo sbigottimento. Osservate la velocità dei visitatori nei musei, il fulmineo loro scorrere davanti alle opere e lo sguardo altrettanto fuggente che ad esse si dedica: una sostanziale non esperienza accompagnata da selfie e da auricolari, che ti vogliono spiegare ciò che spiegabile non è. Esattamente come fanno coloro che spiegano, a loro modo, una poesia, facendola spesso odiare - con un tal “metodo” – a vita. Altro è il senso del penetrare e del compenetrarsi in un’opera; la metamorfosi, l’emozione, la passione che essa provoca ed anche il suo contrario. Che poi si debba studiare e comparare non è solo giusto ma è necessario, intanto per contestualizzare e quindi adeguatamente comprendere stili e gusti. Resta fermo che dipingere o scolpire o comporre alla maniera di è puro, a volte alto, artigianato ripetitivo che non è e non può però diventare arte. Per quanto inattuali nello spirito rispetto al tempo inclemente e al mondo che ci si trova a vivere, non si può pensare ad un sublime decontestualizzato, che è solo ed altro una rispettabile aspirazione intima. Il mondo lo si vive comunque e nel disgusto bisogna combatterlo, oppure decidere di essere spettatori, come diceva la Arendt, non attori. Non si vive ora nel Rinascimento, ma piuttosto nell’inferno di quello che viene ritenuto, a torto, come il migliore dei mondi possibili. Ma la tecnica per quanto straordinaria, non è mai bastata per fare un’artista. Lo snodo è dato dalla consapevolezza nell’inganno virtuale nel banale elevato a potenza, rincretinente dei contemporanei! Bene fa Bonami a non confondere l’arte moderna che inizia l’adorazione del moderno e che inizia con gli Impressionisti con il ricordato orinatoio di Duchamp e con l’arte povera, che diviene inevitabilmente solo povertà di segni, idee, di autentici manufatti: “Se una volta il gesto più radicale era appendere in una galleria una semplice tela bianca, oggi la provocazione più grande sarà la mela stanca, ovvero una mela lasciata su un piatto tanto tempo che finisce per sbucciarsi da sola”.
Il linguaggio critico e spesso insensato dei critici e dei teorici dei “progetti”, è la controprova che bisogna anzitutto diffidare dalle “firme”, la cui autorevolezza è certificata dalla consorteria, dalla setta che annovera altre firme “autorevoli”, che sostengono gli artisti. I quali sovente divengono mediocri scenografi ben sostenuti nelle loro pretese. Job e Cattelan ne sono esempi di sicura evidenza. Perciò, sostiene Bonami, l’arte contemporanea è diventata spesso “una questione di confezione e di presentazione”, sottolineando come “il successo di certa arte, paradossalmente, mette a rischio la sua stessa esistenza e il piacere dell’esperienza”. Godiamo come suono puro insieme, quanto Bonami scrive e che proponiamo di seguito, ben sapendo quante volte specialisti e cultori, amanti e appassionati, curiosi fruitori e noi stessi da sempre affermiamo in solitaria, ed ora con un più forte avallo: “L’arte non può risolvere i problemi del mondo, può forse raccontarli, ma non sfruttarli. Gli artisti che vogliono fare i diplomatici, gli antropologi, gli scienziati o altre occupazioni – se non più serie molto più specifiche di quella artistica – mostrano un’incapacità creativa, cercano di convalidare le proprie opere attraverso attività parallele, portate avanti in modo approssimativo e raffazzonato. Come se un artista decidesse di fare il vigile urbano come opera d’arte: sicuramente qualcuno ne parlerebbe, anche se per poco, ma di certo non sarebbe più un’opera d’arte. Una delle caratteristiche migliori dell’arte è sempre stata quella di essere una cosa abbastanza inutile, un’attività indipendente e autonoma da certe beghe del mondo, una valvola di scarico dove l’individuo può trovare sollievo proprio dalle beghe del mondo. Oggi poi che tutte le beghe del mondo sono a portata di clic, entrare in una galleria o in un museo e ritrovarne la parodia delle tragedie umane, volendo farci credere che un’opera d’arte è utile, è come voler usare un fiore come forchetta per mangiare un piatto di pasta: si rovina il fiore e pure il piatto di pasta”.
L’assemblaggio compulsivo di cose diverse è non raramente effetto di un processo paranoico, spacciato e sostenuto come arte; il semplice fissare una cosa esistente e decontestualizzarla unisce così i celebrati istallatori creativi e concettuali: Peter Fishli e David Weiss, Christopher Woel, Giuseppe Penone, Marina Abramovic e Kevin Nguyen con T.J. Khayatan. Basta poi il posare un occhiale qualunque a mò di scherzo su un pavimento di legno del San Francisco Museum of Modern Art, per catturare morbose attenzioni verso chi sa quali reconditi, misteriosi e sempre concettuali presupposti “d’arte”. Lo stesso vale per le fotocopie ingrandite di Wade Guyton o le scarpe di Prigov, le “creazioni” di Hurs e Parrino e le sbornie della Cina e senza dimenticare il sangue di Hermann Nizsch (di cui non parla però l’autore). In positivo Bonami cita, giustamente, le opere di Charles Ray.
L’esposizione e presentazione fin qui guidata del libro sanamente provocatorio di Francesco Bonami, si chiude con le seguenti espressioni, che riprendiamo, sul destino dell’arte, che dovrebbe essere quello di “farci entrare in una storia, farci iniziare un viaggio senza doversi mai spostare. Ma questo non posso farlo io, non potete farlo voi. Lo possono fare solo i veri artisti”. Qualche parola ulteriore come chiusa al bel testo, libero e chiaro di Francesco Bonami, proprio a partire dai richiamati veri artisti, che vivono e intendono, non solo emozionalmente, il sentire, il fare arte. Un giudizio che ci distanzia da Bonami è invece quello su Mitoray, ma merita un’altra nota. Diciamo che questi artisti, pur rari e mal compresi nella loro onestà e qualità, operano, lavorano, producono bellezza, a volte ci convincono e ci fanno riflettere; a volte sperare e raramente, sia detto, ci entusiasmano in modo duraturo. Sono spesso sottostimati, in assenza delle luci del varietà che non li illuminano, con le riviste, i media, i critici che agiscono solo in funzione di pubblicità e di mercato e che, peraltro, i “dotti” guardano dell’alto in basso, come a quei sopravvissuti ignari delle magnifiche sorti e progressive che li circondano e perciò appestati, da ghettizzare nel comportamento e nel muro del silenzio. Essi sono, invece, gli eroici militi, spesso ignari e ignorati, di una generosa, autentica resistenza al brutto, al triviale, al banale, al consueto, al conformismo dei falsi anticonformisti, che sono in realtà proni alle mode, integrati alle tendenze imposte nell’arte contemporanea e dei suoi turiferari.
Tornano a farsi imperiose, quindi, oltre all’esame sociologico crudo e alle sottolineature necessarie di un nichilismo odierno informe e sostanzialmente decadente, le prospettive di estetiche fondanti, di idee di bellezza che diventino atto verso produzioni non seriali; ripartire in sostanza da identità non deboli e compromissorie, da un radicamento ideale non ideologistico, ma neppure vagamente spontaneistico, vitalistico o naturalistico. Insomma da una spiritualità libera da legami con la logica del mondo. Tornare all’arte, quindi, non certo al canone prestabilito con tanto lavoro e sudore, con pazienza, nel silenzio e nella meditazione, riscoprendo l’incanto del mito, del simbolo, la verità della luce, la natura, la magia dei colori, le ombre, l’armonia delle forme, con la comprensibilità, con la chiarezza che pacifica e non mortifica l’intelligenza e la sensibilità. Tornare ai postulati non del passato riprodotto acriticamente e neppure alle similfotografie. Ritrovare ed esprimere valore e senso, anche pedagogico, senza crollare nel didascalico o nel falso realismo delle esaltazioni propagandistiche, ben note e strumentalizzate nel recente passato. Naturalmente potremmo indicare tanti artisti che meritano rivalutazioni salutari, attenzione, rispetto, considerazioni critiche ulteriori e da consigliere, con galleristi accorti, al pubblico, agli svagati collezionisti che credono nel vangelo apocrifo di una comunicazione drogata e veicolata verso artisti ed opere espressioni di clan e sette mercantili e di teoretiche pseudo filosofiche. Comunque, per tornare a quanto si diceva, occorre anzitutto dire e sostenere chiaro e forte, che il nulla va evidenziato come tale. È già tanto il potersi confrontare con autori e critici fuori dalle pastoie e liberati dal mercimonio e pertanto rendiamo grazie a un Francesco Bonami, rimandando ad ulteriori linee teoriche, più articolate ed esaustive, e che ci proponiamo come non lieve e ulteriore compito.
martedì 6 giugno 2017
Prefazione di Salvatore Lo Bue al Volume di Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)
di Salvatore Lo Bue
No, non è la terra desolata la terra del poemetto di Tommaso Romano. Aprile, in essa, non è il più crudele dei mesi, nessuno gioca a carte col destino né la morte trascorre vittoriosa tra i versi e le vite. Nessun Phlebas ha posto in questi incruenti, vuoti, adiposi giorni del primo decennio del nuovo millennio: il nulla si è riassorbito, non pretende una più o meno evidente origine: è, semplicemente, diventato niente, un niente da cui niente è e niente deve diventare.
Siamo diventati gli uomini vuoti, gli uomini impagliati cantati da Eliot, quelli “che poggiano l’un l’altro/ la testa piena di paglia”: tutte figure “senza forma”, tutti ombre “senza colore”, paralizzati dalla energia mai spesa, nei gesti privi di movimento.
Gli uomini che non hanno occhi, che si svegliano soli, vivi “nell’altro regno della morte” che è l’anima senza sangue e il corpo senza spirito, perduti senza perdizione nel vuoto regno del niente.
E niente accade se non la vuota negazione in questa terra ormai più neanche desolata, perché anche la desolazione l’ha lasciata, e la tentazione stessa si è ritratta perché neanche degni di essere tentati sono gli uomini impagliati. Perché sempre “Tra l’idea/ e la realtà/ tra il gesto/ e l’atto/ cade l’Ombra. Tra la concezione/ e la creazione/ tra l’emozione/ e la responsione/ cade l’Ombra. Tra il desiderio/ e lo spasmo/ tra la potenza/ e l’esistenza/ tra l’essenza e la discendenza/ cade l’Ombra.”
Tommaso Romano punta il suo sguardo radicalmente nostalgico su questo nostro mondo nientificato. La sua nost-algìa è dolore del ritorno, rimpianto più che disincanto, desiderio di fuga più che viaggio. Il poeta sa, e ne rivela il dramma insipiente, che “è questo il modo in cui il mondo finisce/ non con uno schianto ma con un piagnisteo”, ma il piagnisteo evita, con una visione concreta, minimale, visibile del suo disagio originario. Orami il tempo è passato, a grandi passi si annuncia il tramonto e tutto si stempera nella piena consapevolezza della cenere che il tempo ha deposto, ma nella umiltà del poeta è compresa la sua fragile ma mai arresa denuncia dell’ideale perduto.
“Ora che il tempo
ti ha distaccato
da tutto
guardi e vivi quasi
da greco filosofo”
così fra strade
antiche e nuove
Montevergini, Albergheria,
Borgo e Serradifalco.
Ma quale greco e quale filosofo
volete che sia,
utile a voi, forse,
per incensare le vostre miserie
le pseudoscienze delle vostre frustrazioni
la “poesia” del vostro smarrimento
dell’incapacità a essere
se non la pagina in cui desiderate
onori immeritati
pagine di comparaggio
di miserie civettuole
sterco del maligno
che chiamate errore
e che amate trastullare
come un orpello bello
per la vostra miseria
infinita.
Sì, ha vinto il banale, “tutto ciò che ci incatena” prima dell’orizzonte, la speranze del mutamento, perché non è facile fondare “dentro di sé/ prima che in altri/ la libertà”. Ha perduto il cuore dell’uomo nell’universo mercificato, che contrabbanda democrazia e acquista tirannia, che ha rifiutato la tecnica, perché “tutto è relativo ormai/ e tutto è nulla annunciato/ nel deserto dei cuori”: Dio stesso è stato frantumato come l'antico Dioniso dalla specie titanica, perché sono tornati gli antichi Titani, i Giganti della montagna, i segreti Dominatori di una terra che hanno preteso senza vita e senza poesia. E che per primo hanno fatto fuori, perché unico ostacolo ai disegni del Male, il Salvatore, il Cristo dell’Amore, il Logos del principio, con la complicità dei mortali che adorano solo il denaro.
O Cristo,
sei venuto per nulla
profeta fra tanti
forse un po’ petulante
nella adagiata livellata consuetudine altrui.
O Cristo,
non t’immischiare
finché non ti sfrattano del tutto
per un minareto
o un teatro delle beffe
o un comizio
o per far prosperare topi infetti.
T’hanno sfrattato, infatti,
caro il mio Signore,
non conti nulla
- e forse è bene così -
non mischiarti
e lascia a pochi
e il sangue e il corpo,
pochi appestati
fedeli al sempre.
Così prende nuovo vigore, nel poemetto di Tommaso Romano, la profezia terribile della Leggenda del grande inquisitore di Fedor Dostoewskji. Se intollerabile è il peso della libertà (e Cristo è la Libertà) allora è necessario deporre il Messia ai piedi degli altari falsi e bugiardi, affidarlo alle cure di tutte le chiese perché possa essere anestetizzato, ridotto, umiliato, nuovamente deriso. Perché, in fondo, “Dio/ non solo non c’è mai stato/ ma neppure ha dato e creato/ men che meno nella rivoluzione/ di sé”; e nella trasmissione delle età, che cosa sono quelle antiche storie di salvezza se non “favole imbelli/ per bimbi di una volta/ con giglio e marsina”? E ogni pensiero libero è eresia, ogni libertà un oltraggio nella terra non più desolata abitata dal niente, perduta l’anima, dimenticata la legge, oltraggiato il cuore. Hanno vinto i Giganti della montagna, ha vinto il potere illuminista, l’idea di progresso ha perduto la strada dell’ideale, ha dimenticato il nome del cielo. Dai pontefici “nuovissimi” ai “nuovi potenti che odiano il genere umano” così sottilmente parlando per suo favore ma in verità spegnendo con cura la luce di ogni anima viva che resiste ma che prima o poi si spegnerà, tutto si perde, tutto diventa inutile, vacuo, disperante, mortale. Quale mondo ci attende ora che tutto come sempre continua, ora che niente si ferma e precipita nell’abisso orrendo dell’oblio? Perché niente vale, non c’è più futuro e niente vale la pena.
Non vale pena alcuna
la testimonianza
non si quantizza, non rende
strano il testimone isolato
cantore di Verità,
ma la verità non esiste
quando lo capirai veramente, siamo seri,
l’apocalisse è soltanto un testo letterario
pensa piuttosto a tesaurizzare
il resto si vedrà
se vuoi non perdere
il preziosissimo tempo passato a pensare,
dopo vedremo
non si può
favoleggiare
il futuro
dato che forse la morte
presto s’annullerà,
stiamo alacremente lavorando al fine
tutto s’allunga
non si sa per qual fato,
intanto, lavorare
per l’ingranaggio infallibile
non pensarti mai
lavora
produci sempre più,
la stanchezza non esiste
se non per gli eletti
gli unti del dio terreno massimo,
In questo mondo dominato dalla assenza del Logos e dalla potenza di una vuota Comunicazione che niente comunica e tutto decide e impone che cosa resta allora? Morire? Arrendersi? Resistere? Illudersi? Credere? Fuggire? La terra degli uomini vuoti è potente perché niente più della vuotezza concede spazi al Male. Ma al poeta che resta?
La Parola non muta, la bellezza è luce e verità. L’anima del poeta è già salva fin dal principio. Ma occorre un riparo, uno spazio in cui la Luce possa essere custodita, in cui la Vita appaia nello stesso tempo ma in tutti i tempi diversi che la con pongono.
Occorre una stanza del cuore, che sappia reagire all’oltraggio di una società senza scopo, alla invidia degli uomini vuoti, dove attingere l’olio che alimenti la lampada del cuore, dove essere e ritrovarsi intatto come in principio, come quando la sorgente ha cominciato a scorrere e l’acqua della nostra anima era pura, trasparente, appena battezzata dalla speranza. Perché la salvezza è anche un luogo e il regno dei cieli possiamo costruircelo sulla terra, se racconta delle stelle fisse di tutta una vita, delle irrinunciabili essenze che governano ogni bene e la felicità.
Tommaso Romano ha costruito la Casa della Poesia, il suo piccolo regno dei cieli nella sua casa-studio-sacrario di Palermo.
Egli, il Des Esseintes senza disperazione e senza turbamento, traducendo perfettamente senza deviazioni ideologiche la poetica decadente, a saputo trasformare in poesia la sua vita, in arte il suo tempo, in casa la sua anima. Entrando nel tempio sacro della sua unicità, ha reso unico il suo transeunte presente in un presente senza tempo che sintetizza la storia come memoria esperita e mai perduta, che si rinnova in oggi oggetto, quadro, disegno, pittura, scultura che accorcia i tempi e sfiora l’eterno. Il miracolo di questa casa che è il regno dei cieli che ha saputo creare sulla terra d’esordio e d’attesa della sua vita è lo stesso miracolo di questo poemetto che sintetizza, come fosse già scritto da tempo e ora emerso, la storia di un’anima.
Non sono piccole cose, di certo non di pessimo gusto. Non vive Gozzano in questo spazio ideale, platonico, della casa del poeta. Vive l’Idea. Che l’Arte sia più della vita, oltre la vita, prima della vita, come l’Idea nella pianura della verità è eternamente “prima” della cosa in cui si incarna. Che la poesia possa essere una costruzione di memorie non solo trascritte su foglio, ma raccolte sulla strada del mondo, sul cammino a volte doloroso della memoria. Si, il tempo si è fermato dove ha preso dimora la Memoria. E presto il Viandante-Poesia la raggiungerà e abiteranno per sempre insieme, nella stanza miracolosa.
Qui, nel regno dei cieli di Tommaso Romano, “l’esilio delle cose ha una Patria, l'eletto spazio sacro perdona tutto ma non il banale. Qui il mondo si perde, gli uomini restano, per Dio è disposto un altare. Se la sua casa è il Tempio di Tommaso Romano, egli ne è l’altare maggiore, la luce del cero pasquale che non si spegne.
La casa del poeta, il suo regno dei cieli, è l’Unico composto, l’organismo della memoria e della vita vivente nei frammenti raccolti: oggetti-frammenti, kairòi pindarici, elementi di quell’intero dissipante che è il trascorrere delle acque del tempo qui fermate per sempre.
Ma tutto passa.
Ahi, misera passasti.
Nerina è la Vita. Il soffio. Il divenire travolgente. E come un sogno fu la tua vita... E come un sogno è la nostra vita. Così, alla fine il Grido... “Non bruciate le carte,/ non bruciate questo mosaico,/ non smembratelo,/ non disperdetelo/ è amato come perfezione possibile/ s’accresce come Graal d’anima mia/ ... Pietoso grido di chi sa che ha un destino di morte... Ma che di chi non sa che il regno dei cieli non muore mai. E il tuo regno dei cieli lo hai reso eterno, Tommaso, mio amico, in questa invocazione mistica, di cui “resteranno le parole”, perché questo “poemetto d’Ottobre, inattuale” è una al vento, al Vento che dove vuole spira, e ogni cosa che tocca eterna.
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