mercoledì 30 agosto 2017
venerdì 25 agosto 2017
Dall'orinatoio di Duchamp al cesso d'oro di Cattelan. Un secolo di pseudo Arte nella Lucida Analisi di Francesco Bonami
di Tommaso Romano
Leggo da quando ho imparato a leggere: libri decisivi, saggi fondanti, poesie sublimi, critica e scienze umane variamente assortite. Senza esagerare e senza falsa umiltà esibita come una onorificenza, sono diverse migliaia i volumi che accarezzo, divoro, essi mi lasciano insonne; o che invece abbandono, quasi mai tornandovi, dopo poche pagine, che trovo a volte inutili altre ripugnanti. È la storia del libro e della cultura, più vastamente intesa.
Al mestiere di lettore, che è piacere e a volte sofferenza anche fisica, da gran tempo, autarchicamente come è mio costume e con delle stelle polari di riferimento che si chiamano – nel campo suddetto – Piero Gobetti, Leo Longanesi, Giovanni Volpe e Vanni Scheiwiller, produco molti libri miei e di molti altri, fogli, riviste di due soli numeri o antiche di trent’anni e viventi.
A qualcuno è nota la mia dedizione alla causa dell’arte. Con innamoramenti mai rinnegati (il Futurismo) ma superati nell’ideologia, e con una pratica pittorica durata lo spazio di un mattino e invece una lunga coerenza nell’approfondimento dell’Estetica e delle estetiche di tutti i tempi. A tal punto da laurearmi con una tesi di Estetica dal titolo Dell’oggettività e della sua problematica nell’estetica di oggi, relatore il professore e poi amico Filippo Puglisi e correlatore uno scandalizzato e molto sinistro Claudio Vincentini, che ha poi scalato l’hit parade di storia dell’arte e di estetica, al contrario dell’autore del Bello in Manzoni, ovviamente dimenticato dai più. Eravamo nel dicembre 1976 e da cinque anni avevo già fondato le Edizioni Thule che, appunto, sostenevano e sostengono l’oggettività di contro all’idea perniciosa che il giudizio della mia vicina di casa, pur rispettabile, possa essere inappellabile, dato che è bello ciò che piace, e guai a dire – come faccio, solitario, da allora – che un Michelangelo non è certo un Pistoteletto qualsiasi.
E, siccome chi adesso scrive è colui che pensa le cose proprie che scrive (se no, cambi mestiere o ti robottizzi definitivamente, copiando le scempiaggini di contemporanei come oro colato di effettiva banalità elevate a gusto e ideologia perversa), il sottoscritto – forse non molti ne hanno approfondito molto tale aspetto, rispetto alla messe che pure ho raccolto su molto altro – con distillati ma costanti interventi, ha sempre sostenuto (e quando ha potuto l’ha anche messo in pratica con esempi, linee di poetica e polemiche), che l’ultima tradizione vivente di arte-vita, sia stata il Futurismo, fino ai suoi tardi epigoni; più o meno, con alcuni artisti – parlo di arti una volta definite figurative – che variamente, salvo oltre i menzionati futuristi, nell’ultimo secolo di falsità e sconcezze, hanno resistito: Dalì, Carrà, Soffici, Picasso, Hopper, Munch, Mambor, De Chirico, Gaudì, naturalmente discernendo genialità, creatività, da nichilismo e provocazione, fra questi stessi artisti e pochi altri. Un catalogo scarno, a cui aggiungere pittori onesti, che sanno cos’è arte e mestiere e non ripetitori ottusi di modi altrui, fasi avanguardisti concettuali dei miei stivali, trasgressori nell’ovvio.
Meteore, fuochi fatui direbbe Drieu la Rochelle, campioni della falsificazione di insulse istallazioni tanto temporanee quanto il loro concettuale cogitare.
Si sarà capito il mio disgusto antico e il mio dissenso sempre più radicale.
Tuttavia, io non ho mai scritto né pensato che l’arte debba essere ripetizione acritica di modelli classici. Ogni stagione, ogni ciclo va chiaramente inteso, ha le sue caratteristiche, il suo stile, la sua forma, il suo, a volte discutibile, linguaggio. Dall’orinatoio capovolto (1917) di Duchamp ad oggi, un secolo, fra musei, collezioni e collezionisti, fruitori, che cercano un senso (e non lo trovano quasi mai se non per divertito o sbigottito stupore e allora il senso è relativo a questo), ci consegnano una babele senza incanti ed emozioni interne, biblioteche scritte da critici e storici dell’arte che si autocitano e autoesaltano a vicenda, fra un pubblico smarrito che vaga tra Moma, Documenta e Biennali e che ha paura fisica e intellettuale, di dire che gli abiti nuovi del granduca non sono che illusioni, una sfilata di nullità elevata a potenza, e che il granduca stesso è in mutande, al massimo travestito da clown in sfilata progressista e libertaria.
I pochi e buoni Maestri di estetica che ho eletto come tali perché tali sono, di questo secolo che si conclude non in gloria (da Mignosi ad alcune pagine di Croce, a Maritain, da Attilio Mordini al sommo Hans Sedlmayr a Rosario Assunto, da Roger Scruton a Jean Clair), insieme a pochi studiosi armati resistenti (Stefano Zecchi, Sigfrido Bartolini, Luca Beatrice, Vittorio Sgarbi, Aldo Gerbino, Carlo Fabrizio Carli, Antonio Paolucci, il gruppo fiorentino de “Il Covile” per restare in Italia), fuori da mafie, consorterie e premiopoli miliardarie, nonché da aste combinate per far lievitare quotazioni, studiosi i quali continuano a sostenere il principio che la bellezza non è un buon sentimento nostalgico o spesso di pessimo gusto pseudoumanitario, non è il tramonto spengleriano, il culto delle rovine di un passato da ammirare, sapendo che solo scimmiottandolo in realtà lo si deride e lo si annulla. Perché è la bellezza, difficile a dire e pronunziarla questa totalità di parola, che include i postulati di sempre: buono, giusto, equo, luce, verità.
La bellezza è infatti ricerca inesausta di una perfezione. Il brutto è quindi il suo contrario e cioè il senso del provvisorio (ben diverso dell’attimo), lo sciatto, il seriale con variazioni impercettibili, in sostanza il vuoto di idee gabellate come alta concettualità.
Poco importa, almeno a chi scrive, che le file degli ebeti votati al loro stesso nulla fanno la fila per gli eventi, fra padiglioni che sembrano fiere zoologiche (scusandomi con gli animali, assai più creativi di tanti “artisti”).
Quello che affermo l’ho quindi pure teorizzato (cfr. Manifesto di Thule, 1985), anche partendo da quella mia fuoribonda e giovanile tesi di laurea ricordata, che costò fatica da difendere a professori in commissione, del calibro di Giulio Bonafede e Bruna Fazio Allmayer. Cose e tesi che poi ho ribadito, nei miei scritti e insegnando lettere e poi filosofia e scienze umane e negli anni che ho trascorsi quale docente a contratto, insegnando grazie a Francesco Gallo, Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo e pure, per decenni, Scienza della Comunicazione all’Istituto Superiore di Giornalismo.
Non mi scuso – come si usa – del “cappello” (c’è sempre un “cappello” caro Antonino Scarlata) rivendicazionista e forse molto (troppo?) autobiografico, perché appunto noi raccontiamo, o dovremmo raccontare, ciò che siamo stati e siamo ed io, credo, di essermi meritato – con eccezioni che mi consolano il cuore – l’orgoglioso isolamento in cui beatamente mi ritrovo.
Allora. Alle quattro del mattino di un fine luglio, termino dopo ore dedicate il giorno precedente, un breve ma succosissimo volume di Francesco Bonami: L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea (Mondadori, 2017), che sviluppa con la frusta e senza infingimenti, quanto già coraggiosamente aveva peraltro avuto modo di indicare nei suoi libri precedenti, pur essi nodali: Lo potevo fare anch’io; Dopotutto non è brutto; Si crede Picasso, Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata.
Confesso di essermi sentito in buona e chiarificante compagnia con quest’ultimo testo di Bonami che, si vedrà dalle numerose citazioni, pur non essendo per nulla un reazionario e nemmeno un teorico e sostenitore dell’Arte Perenne (come lo sono io, secondo la definizione che volle darmi l’eclettico e complesso Amico Francesco Carbone, onesto e rigoroso teorico dell’altra sponda estetico-critica e che molto piacque, confermandola, a Fortunato Pasqualino), è semmai un libro che posso indicare come una di quelle salutari svolte, da salutare con un quasi giovanile entusiasmo. Lo paragono ai toni sulla musica odierna sostenuti con estrosa genialità, e da me egualmente segnalati, di un Paolo Isotta. Non entro qui nel ginepraio della moderna architettura e urbanistica.
Bonami è da premettere, un protagonista, è noto, stimato ed egualmente contestato dai suoi non pochi oppositori. E ciò lo pone a noi subito in simpatia. Egli ha curato mostre importanti nel mondo, ed è pure ascoltato opinionista.
Ma il libro in questione è fortunatamente duro, non è artificioso e meno che meno ruffiano, di questo fiorentin fuggiasco naturalizzato americano. Esso è ricco di stroncature vitali e di bonametelici dubbi.
Bonami, appunto, data un secolo esatto a partire dall’orinale di Duchamp fino ad arrivare al cesso d’oro di Maurizio Cattelan, il Contemporaneo, tempo in cui “si andava in galleria a guardare una tela tagliata, ad ammirare dei cavalli vivi in un garage che si chiamava l’Attico tanto per confondere le acque, a vedere gente che firmava le persone, a osservare individui rotolarsi per terra, un tizio pare il cane e mordere i visitatori (…) Duchamp sostituisce alla semplice realizzazione dell’oggetto l’idea. Non inventa l’orinale ma ha l’idea di rovesciarlo e pure firmarlo, e persino il coraggio di esporlo. Da quel momento la storia dell’arte contemporanea è stata una gara a chi aveva l’idea migliore o più stravolgente o magari rivoluzionaria o provocatoria. Addirittura si arriva a mostrare solo l’idea o niente (…). Da Duchamp in poi l’arte diventa un dominio, un’idea ne produce un’altra che ne produce un’altra ancora, fino appunto alla fine delle idee. Il «cesso d’oro» è la dimostrazione quasi scientifica che le idee finiscono come l’acqua o il petrolio o come il caffè a casa propria. Finché le idee aiutano a creare cose e immagini è un conto, ma se servono solo a generare altre idee la faccenda si fa complicata. Come se un rigore in una partita provocasse un altro rigore e poi ancora un altro all’infinito, senza che nessuno però riesca mai a segnare questo benedetto gol. Così è stato per l’arte contemporanea”. Ottima premessa questa di Bonami, che si conclude efficacemente così: “L’orinatoio di Duchamp si sa cos’è e nessuno vuol fare un viaggio apposta per vederlo. Invece Las Meninas di Velazquez, Guernica di Picasso, La morte di Marat di David, Oktober 1977, il ciclo di quadri sulla morte di un gruppo di terroristi tedeschi di Ricther, il Rabbit specchiante di Koons o il Puppy di fiori si rivogliono andare a vedere e a rivedere”.
A parte il gusto (questo sì è personale) per alcuni artisti citati che continuano a non essere in prima fila per me, rispetto ad altri che invece includerei, resta il fuoco dirimente fra la creazione che produce e la più concettuosa idea che minimalizza fin quasi all’estensione la produzione dell’opera stessa. Dalla merda d’artista di Piero Manzoni sempre disgusto è. E, infatti, nella non statica dimensione del reale Bonami sottolinea che “l’arte deve sempre rappresentare una qualche trasformazione anche impercettibile della realtà. Non importa chi produce questa trasformazione. Importa chi la crea. Il talento manuale non è così importante. Quale strumento produca l’opera d’arte finale è indifferente. Le mani, il pennello, lo scalpello, la macchina fotografica, il computer, il laser. Non è che se Michelangelo avesse scolpito il David con le unghie sarebbe stato più bravo che se lo avesse fatto con lo scalpello. Oggi se un’artista usa delle tecnologie sofisticatissime non è che è meno bravo. Ma se la tecnologia non produce trasformazione la creazione è inutile e diventa solo appropriazione, che è sì stato un piccolo capitolo dell’arte contemporanea dalla fine degli anni Ottanta, ma non è andata molto lontano proprio perché non presentava allo spettatore nessun punto di vista diverso della realtà, gliela serviva proprio com’era, come se in un ristorante vi servissero un fungo ancora sporco di terra. Una volta magari per curiosità uno lo mangia, ma una seconda volta non ci casca. Così è stato per l’arte «appropriazionista». Il mondo è lì a portata di mano, basta prenderlo e usarlo, ma la creazione artistica è un’altra cosa. L’arte deve saper cucinare il mondo, se no il mondo non sa di nulla”. Metafore di gusto e disgusto, che ci introducono all’arte detta concettuale. Quanti guasti, di passata dirò, ho provocato e provoca Renè Descartes, detto, orecchiato e conosciuto come Cartesio. Bonami, offre un catalogo della falsificazione e io lo condivido, ovviamente per difetto, dovendo invero aggiungere, per esempio, la schiera di artisti del disidentico, gli alfieri proposti da un Bonito Oliva (1997), che mi toccò ospitare, perché mostra già deliberata dai precedenti “progressisti”, al palermitano Loggiato di San Bartolomeo, in un interregno, fra i miei tanti. Citiamoli, almeno, alcuni di questi “campioni” finalmente e sanamente dissacrati e fatti scendere dal piedistallo (precario, come le loro creazioni): Ronald Ryman, Donald Judd, Carlo Cracco, Joseph Kosuth, Michael Asher, Simon Starling, Martin Greed, Mary Kelly, Helen Marte, Charles Oller, Tomas Saraceno, On Kawara, l’elenco è lungo quanto questa lunga contemporaneità che è figlia diretta e diletta di una modernità che non si è affatto conclusa nella pretesa post-modernità. Ecco alcune fulminanti considerazioni del nostro Bonami: “L’artista progettuale suggerisce cosa uno doveva dare o cercare nella sua opera mentre l’artista oggettivo, diciamo, è quello che mostra e se è bravo stimola automaticamente la curiosità dello spettatore, mentre se è una chiavica lo spettatore tirerà dritto senza batter ciglio”. (Mi si perdoni ancora l’ardire e l’immodestia, ma chi scrive queste note, sull’oggettività tali considerazioni le faceva già nel 1976…!). Torniamo però a Bonami (certo ignaro di un intellettuale operante ai confini dell’impero del politicamente corretto, che invero impone la sua dittatura e perciò assolvo il Bonami perché il fatto, pur sussistendo, non poteva che essergli ignoto), il quale continua a deliziarci con rara efficacia: “Insomma l’arte è diventata uno strumento per dar voce alle proprie lamentele o magagne quotidiane, che potrebbero essere anche una bella cosa, se però si volesse fare almeno lo sforzo di esprimere le suddette magagne e lamentele con un disegnino, una canzoncina, un pezzettino di carta tagliata con le forbici. No! Non se ne parla neppure. All’arte son sufficienti per esprimere le semplici cose della vita. Tipo tutti quegli scontrini della lavanderia automatica raccolti in un anno e mostrati in rigido ordine cronologico sulle pareti di una galleria o, fatto ancor più grave, avendo il visitatore sborsato denaro per un biglietto, sulle pareti di un museo. L’artista non ha più voglia di sintetizzare in un oggetto vagamente comprensibile il suo fare e il suo dire. Sfacciatamente fa una cosa – attaccare sul muro con lo scotch la ricetta del medico – e poi dice da qualche parte, in un comunicato stampa o magari coraggiosamente a voce, quello che ha fatto e perché. Ma questa metodologia, per quanto rigorosa possa essere, non è arte, è presa per i marroni. Per quanto oscuro possa essere, il gesto artistico e il suo risultato devono avere una loro unità. Posso anche guardare uno scontrino ma in questo scontrino deve accadere qualcosa che è diverso o di più della sola data e dal totale della spesa sostenuta con chissà quali sacrifici da parte dal coglionissimo autore”.
Le poche voci interne ed esterne (vivaddio il pubblico dovrà pur contare rispetto ai paludati critici autorefenziali) al mondo dell’arte dissenzienti, sono chiaramente confinate nell’oblio, iscritti d’ufficio fra la schiera dei reazionari che nulla comprendono. Eppure i mezzucci restano tali, i “trucchi” d’artista, “al di là della motivazione concettuali, culturali, politiche e artistiche, rimangono tali”. Come dire, sottolinea Bonami, il rapporto fra un selfie e l’autoritratto (o il ritratto) nel quale “l’artista scavava sé stesso e la sua anima traducendola di solito in uno sguardo lancinante che paralizzava lo spettatore. Oggi l’intensità dello sguardo è stata sostituita dalla stupidità del sorriso e l’autoritratto stesso è diventato sfondo per il selfismo. Non è un caso che selfie suoni molto come selpych, che vuol dire egoista. Le immagini sono diventate egoiste e questo alla lunga non può che influenzare la produzione artistica”.
Senza ricorrere a romanticismi datati, continuando sull’argomento, Bonami con realismo sottolinea una perdita che è la chiave di volta di una riflessione che pure, appunto sostenendola, ci appartiene: “L’arte è sempre stata frutto dell’egocentrismo dei suoi autori, ma la migliore arte tentava attraverso l’egocentrismo di parlare di cose universali, profonde anche se intime, a volte”.
Mentre Bonami sottende e lascia libertà interpretativa riguardo all’origine e al senso del fare dell’arte, chi scrive si collega esplicitamente, invece e con le innovazione necessarie, al perenne della ragione ideativa che porta l’uomo-attraverso la ri-creazione della parola, del suono, dell’immagine che si manifestano in atto nel compimento dell’opera e non solo nel mostrare il presunto “concetto” – a stupirsi, meravigliarsi della terra e del cosmo e, osservandola, a farne parte come di un frammento del Tutto, che non è certo opera sua. Questa trascendenza, questa consapevolezza d’Infinito porta non a contemplare il proprio ombelico, sordi al mondo, quanto, appunto, alle cose universali, profonde anche se intime, di cui scrive Bonami, che aggiunge: “La forza dell’arte era quella di essere un punto focale, il centro dell’attenzione, ora questo centro siamo noi, senza la ricerca di un senso, dei perché da dove e verso dove: non guardiamo più qualcosa ma ci guardiamo guardare, nel migliore dei casi. Nel peggiore, ci guardiamo dando le spalle al mondo e quindi dando le spalle all’arte”.
Sia ben chiaro, a questo punto nodale del discorso, che l’artista è sempre libero ma nel momento in cui decide di relazionarsi ad altri, al mondo, i suoi “parti” non si possono ritenere arte in una sorta di onanistico hortus conclusus. Può, certo, egli dare i significati che vuole, può non darglieli affatto, ma non pretendere di affermare, e quindi giustificare il proprio nulla se non come una inseminazione sterile, inconcludente farsa che va quindi smascherata come pretesa e albagia. È, perciò, l’allontanamento radicale dall’arte. Non ci si illuda delle fila per entrare nella giungla dei minimalisti e dei concettuali che si espongono o espongono i loro propri panni e scontrini come originali istallazioni geniali. Si fa la fila per vedere maghi ed effetti speciali ed anche per partecipare a riti infimi di massa, a pagare per vedere allo stadio qualcuno che calcia un pallone che, a sua volta, per giocare è pagato quanto un uomo che sgobba onestamente una vita, si fa la fila per applaudire a vuote parole, a canti inconsulti. Non è sintomo questo di vitalità, forse è invece l’espressione di una degradazione del gusto, del senso comune di guardare e immergersi nell’arte come realizzazione di aspirazione, di profondità, di uscita dal puro utilitarismo, dal “quanto vale”. Non è il silenzio del nulla, è il nulla che si silenzia in circoli sempre più chiusi, angusti, autoreferenziali, con pretese di esoterismi in realtà inconsistenti, sostenuti da autodichiarazioni all’anagrafe dell’essere artisti in nome di una vera e propria libertà – tirannia anarchica per la quale, dato che tutti hanno, teoricamente, un quid creativo tutti sono automaticamente artisti (e a questo proposito Bonami cita la tesi di Joseph Beuys, pur a suo modo geniale). L’effetto di tale circo Barnum proprio della vicenda dell’arte che passa per arte e che così viene gabbata e sponsorizzata come tale, e preso in tale vortice” lo spettatore curioso e appassionato diventa insicuro e timoroso di esprimere i propri sentimenti davanti alle opere d’arte”.
L’arte, continua Bonami, “prima di tutto deve parlare a chi guarda. Come se uno andasse a un appuntamento amoroso con una persona per la prima volta e lì trovasse un tizio che pretende di spiegargli chi è quella persona. L’arte è prima di tutto scoperta, e solo in seguito studio e conoscenza”. Tale scoperta, aggiungo io, per quanto valida per il soggetto che scopre – rispettabile in sommo grado – non può però avere la pretesa del giudizio che da individuale pretende di essere universale. L’impostura cartesiana torna con il “penso quindi sono” e come “misura di tutte le cose” di Protagora. Fra pretese assolutizzanti e anestesie globali, un bel ruolo lo detengono i critici e i mass media: questi ultimi, dice efficacemente il Nostro autore, sono in realtà “molto spesso refrattari all’arte contemporanea e ai suoi misteri, non aspettano altro che trovare qualche personaggio fraudolento che si vesta da artista per poterne parlare senza doversi allontanare troppo dalla cronaca e così i cattivi artisti chiacchierati diventano celebrità seppure cerebrolese”. E magari in tal modo si arriva con le truffe spacciate per oro, alla pseudo consacrazione del Guggenheim.
Anche la tecnica e quindi la sua applicazione nella tecnologia, può diventare, nell’ambito dell’arte, tecnolatria dell’immagine falsa, manipolata e fine a se stessa o, ancora, inganno spettacolarizzato in povertà di fantasia, preda di emozioni elementari, transitorie, fragili, che non provocano alcuna effettiva metànoia, al massimo sbigottimento. Osservate la velocità dei visitatori nei musei, il fulmineo loro scorrere davanti alle opere e lo sguardo altrettanto fuggente che ad esse si dedica: una sostanziale non esperienza accompagnata da selfie e da auricolari, che ti vogliono spiegare ciò che spiegabile non è. Esattamente come fanno coloro che spiegano, a loro modo, una poesia, facendola spesso odiare - con un tal “metodo” – a vita. Altro è il senso del penetrare e del compenetrarsi in un’opera; la metamorfosi, l’emozione, la passione che essa provoca ed anche il suo contrario. Che poi si debba studiare e comparare non è solo giusto ma è necessario, intanto per contestualizzare e quindi adeguatamente comprendere stili e gusti. Resta fermo che dipingere o scolpire o comporre alla maniera di è puro, a volte alto, artigianato ripetitivo che non è e non può però diventare arte. Per quanto inattuali nello spirito rispetto al tempo inclemente e al mondo che ci si trova a vivere, non si può pensare ad un sublime decontestualizzato, che è solo ed altro una rispettabile aspirazione intima. Il mondo lo si vive comunque e nel disgusto bisogna combatterlo, oppure decidere di essere spettatori, come diceva la Arendt, non attori. Non si vive ora nel Rinascimento, ma piuttosto nell’inferno di quello che viene ritenuto, a torto, come il migliore dei mondi possibili. Ma la tecnica per quanto straordinaria, non è mai bastata per fare un’artista. Lo snodo è dato dalla consapevolezza nell’inganno virtuale nel banale elevato a potenza, rincretinente dei contemporanei! Bene fa Bonami a non confondere l’arte moderna che inizia l’adorazione del moderno e che inizia con gli Impressionisti con il ricordato orinatoio di Duchamp e con l’arte povera, che diviene inevitabilmente solo povertà di segni, idee, di autentici manufatti: “Se una volta il gesto più radicale era appendere in una galleria una semplice tela bianca, oggi la provocazione più grande sarà la mela stanca, ovvero una mela lasciata su un piatto tanto tempo che finisce per sbucciarsi da sola”.
Il linguaggio critico e spesso insensato dei critici e dei teorici dei “progetti”, è la controprova che bisogna anzitutto diffidare dalle “firme”, la cui autorevolezza è certificata dalla consorteria, dalla setta che annovera altre firme “autorevoli”, che sostengono gli artisti. I quali sovente divengono mediocri scenografi ben sostenuti nelle loro pretese. Job e Cattelan ne sono esempi di sicura evidenza. Perciò, sostiene Bonami, l’arte contemporanea è diventata spesso “una questione di confezione e di presentazione”, sottolineando come “il successo di certa arte, paradossalmente, mette a rischio la sua stessa esistenza e il piacere dell’esperienza”. Godiamo come suono puro insieme, quanto Bonami scrive e che proponiamo di seguito, ben sapendo quante volte specialisti e cultori, amanti e appassionati, curiosi fruitori e noi stessi da sempre affermiamo in solitaria, ed ora con un più forte avallo: “L’arte non può risolvere i problemi del mondo, può forse raccontarli, ma non sfruttarli. Gli artisti che vogliono fare i diplomatici, gli antropologi, gli scienziati o altre occupazioni – se non più serie molto più specifiche di quella artistica – mostrano un’incapacità creativa, cercano di convalidare le proprie opere attraverso attività parallele, portate avanti in modo approssimativo e raffazzonato. Come se un artista decidesse di fare il vigile urbano come opera d’arte: sicuramente qualcuno ne parlerebbe, anche se per poco, ma di certo non sarebbe più un’opera d’arte. Una delle caratteristiche migliori dell’arte è sempre stata quella di essere una cosa abbastanza inutile, un’attività indipendente e autonoma da certe beghe del mondo, una valvola di scarico dove l’individuo può trovare sollievo proprio dalle beghe del mondo. Oggi poi che tutte le beghe del mondo sono a portata di clic, entrare in una galleria o in un museo e ritrovarne la parodia delle tragedie umane, volendo farci credere che un’opera d’arte è utile, è come voler usare un fiore come forchetta per mangiare un piatto di pasta: si rovina il fiore e pure il piatto di pasta”.
L’assemblaggio compulsivo di cose diverse è non raramente effetto di un processo paranoico, spacciato e sostenuto come arte; il semplice fissare una cosa esistente e decontestualizzarla unisce così i celebrati istallatori creativi e concettuali: Peter Fishli e David Weiss, Christopher Woel, Giuseppe Penone, Marina Abramovic e Kevin Nguyen con T.J. Khayatan. Basta poi il posare un occhiale qualunque a mò di scherzo su un pavimento di legno del San Francisco Museum of Modern Art, per catturare morbose attenzioni verso chi sa quali reconditi, misteriosi e sempre concettuali presupposti “d’arte”. Lo stesso vale per le fotocopie ingrandite di Wade Guyton o le scarpe di Prigov, le “creazioni” di Hurs e Parrino e le sbornie della Cina e senza dimenticare il sangue di Hermann Nizsch (di cui non parla però l’autore). In positivo Bonami cita, giustamente, le opere di Charles Ray.
L’esposizione e presentazione fin qui guidata del libro sanamente provocatorio di Francesco Bonami, si chiude con le seguenti espressioni, che riprendiamo, sul destino dell’arte, che dovrebbe essere quello di “farci entrare in una storia, farci iniziare un viaggio senza doversi mai spostare. Ma questo non posso farlo io, non potete farlo voi. Lo possono fare solo i veri artisti”. Qualche parola ulteriore come chiusa al bel testo, libero e chiaro di Francesco Bonami, proprio a partire dai richiamati veri artisti, che vivono e intendono, non solo emozionalmente, il sentire, il fare arte. Un giudizio che ci distanzia da Bonami è invece quello su Mitoray, ma merita un’altra nota. Diciamo che questi artisti, pur rari e mal compresi nella loro onestà e qualità, operano, lavorano, producono bellezza, a volte ci convincono e ci fanno riflettere; a volte sperare e raramente, sia detto, ci entusiasmano in modo duraturo. Sono spesso sottostimati, in assenza delle luci del varietà che non li illuminano, con le riviste, i media, i critici che agiscono solo in funzione di pubblicità e di mercato e che, peraltro, i “dotti” guardano dell’alto in basso, come a quei sopravvissuti ignari delle magnifiche sorti e progressive che li circondano e perciò appestati, da ghettizzare nel comportamento e nel muro del silenzio. Essi sono, invece, gli eroici militi, spesso ignari e ignorati, di una generosa, autentica resistenza al brutto, al triviale, al banale, al consueto, al conformismo dei falsi anticonformisti, che sono in realtà proni alle mode, integrati alle tendenze imposte nell’arte contemporanea e dei suoi turiferari.
Tornano a farsi imperiose, quindi, oltre all’esame sociologico crudo e alle sottolineature necessarie di un nichilismo odierno informe e sostanzialmente decadente, le prospettive di estetiche fondanti, di idee di bellezza che diventino atto verso produzioni non seriali; ripartire in sostanza da identità non deboli e compromissorie, da un radicamento ideale non ideologistico, ma neppure vagamente spontaneistico, vitalistico o naturalistico. Insomma da una spiritualità libera da legami con la logica del mondo. Tornare all’arte, quindi, non certo al canone prestabilito con tanto lavoro e sudore, con pazienza, nel silenzio e nella meditazione, riscoprendo l’incanto del mito, del simbolo, la verità della luce, la natura, la magia dei colori, le ombre, l’armonia delle forme, con la comprensibilità, con la chiarezza che pacifica e non mortifica l’intelligenza e la sensibilità. Tornare ai postulati non del passato riprodotto acriticamente e neppure alle similfotografie. Ritrovare ed esprimere valore e senso, anche pedagogico, senza crollare nel didascalico o nel falso realismo delle esaltazioni propagandistiche, ben note e strumentalizzate nel recente passato. Naturalmente potremmo indicare tanti artisti che meritano rivalutazioni salutari, attenzione, rispetto, considerazioni critiche ulteriori e da consigliere, con galleristi accorti, al pubblico, agli svagati collezionisti che credono nel vangelo apocrifo di una comunicazione drogata e veicolata verso artisti ed opere espressioni di clan e sette mercantili e di teoretiche pseudo filosofiche. Comunque, per tornare a quanto si diceva, occorre anzitutto dire e sostenere chiaro e forte, che il nulla va evidenziato come tale. È già tanto il potersi confrontare con autori e critici fuori dalle pastoie e liberati dal mercimonio e pertanto rendiamo grazie a un Francesco Bonami, rimandando ad ulteriori linee teoriche, più articolate ed esaustive, e che ci proponiamo come non lieve e ulteriore compito.
martedì 6 giugno 2017
Prefazione di Salvatore Lo Bue al Volume di Tommaso Romano, "Nel mio Regno dei Cieli" (Ed. All'insegna dell'Ippogrifo)
di Salvatore Lo Bue
No, non è la terra desolata la terra del poemetto di Tommaso Romano. Aprile, in essa, non è il più crudele dei mesi, nessuno gioca a carte col destino né la morte trascorre vittoriosa tra i versi e le vite. Nessun Phlebas ha posto in questi incruenti, vuoti, adiposi giorni del primo decennio del nuovo millennio: il nulla si è riassorbito, non pretende una più o meno evidente origine: è, semplicemente, diventato niente, un niente da cui niente è e niente deve diventare.
Siamo diventati gli uomini vuoti, gli uomini impagliati cantati da Eliot, quelli “che poggiano l’un l’altro/ la testa piena di paglia”: tutte figure “senza forma”, tutti ombre “senza colore”, paralizzati dalla energia mai spesa, nei gesti privi di movimento.
Gli uomini che non hanno occhi, che si svegliano soli, vivi “nell’altro regno della morte” che è l’anima senza sangue e il corpo senza spirito, perduti senza perdizione nel vuoto regno del niente.
E niente accade se non la vuota negazione in questa terra ormai più neanche desolata, perché anche la desolazione l’ha lasciata, e la tentazione stessa si è ritratta perché neanche degni di essere tentati sono gli uomini impagliati. Perché sempre “Tra l’idea/ e la realtà/ tra il gesto/ e l’atto/ cade l’Ombra. Tra la concezione/ e la creazione/ tra l’emozione/ e la responsione/ cade l’Ombra. Tra il desiderio/ e lo spasmo/ tra la potenza/ e l’esistenza/ tra l’essenza e la discendenza/ cade l’Ombra.”
Tommaso Romano punta il suo sguardo radicalmente nostalgico su questo nostro mondo nientificato. La sua nost-algìa è dolore del ritorno, rimpianto più che disincanto, desiderio di fuga più che viaggio. Il poeta sa, e ne rivela il dramma insipiente, che “è questo il modo in cui il mondo finisce/ non con uno schianto ma con un piagnisteo”, ma il piagnisteo evita, con una visione concreta, minimale, visibile del suo disagio originario. Orami il tempo è passato, a grandi passi si annuncia il tramonto e tutto si stempera nella piena consapevolezza della cenere che il tempo ha deposto, ma nella umiltà del poeta è compresa la sua fragile ma mai arresa denuncia dell’ideale perduto.
“Ora che il tempo
ti ha distaccato
da tutto
guardi e vivi quasi
da greco filosofo”
così fra strade
antiche e nuove
Montevergini, Albergheria,
Borgo e Serradifalco.
Ma quale greco e quale filosofo
volete che sia,
utile a voi, forse,
per incensare le vostre miserie
le pseudoscienze delle vostre frustrazioni
la “poesia” del vostro smarrimento
dell’incapacità a essere
se non la pagina in cui desiderate
onori immeritati
pagine di comparaggio
di miserie civettuole
sterco del maligno
che chiamate errore
e che amate trastullare
come un orpello bello
per la vostra miseria
infinita.
Sì, ha vinto il banale, “tutto ciò che ci incatena” prima dell’orizzonte, la speranze del mutamento, perché non è facile fondare “dentro di sé/ prima che in altri/ la libertà”. Ha perduto il cuore dell’uomo nell’universo mercificato, che contrabbanda democrazia e acquista tirannia, che ha rifiutato la tecnica, perché “tutto è relativo ormai/ e tutto è nulla annunciato/ nel deserto dei cuori”: Dio stesso è stato frantumato come l'antico Dioniso dalla specie titanica, perché sono tornati gli antichi Titani, i Giganti della montagna, i segreti Dominatori di una terra che hanno preteso senza vita e senza poesia. E che per primo hanno fatto fuori, perché unico ostacolo ai disegni del Male, il Salvatore, il Cristo dell’Amore, il Logos del principio, con la complicità dei mortali che adorano solo il denaro.
O Cristo,
sei venuto per nulla
profeta fra tanti
forse un po’ petulante
nella adagiata livellata consuetudine altrui.
O Cristo,
non t’immischiare
finché non ti sfrattano del tutto
per un minareto
o un teatro delle beffe
o un comizio
o per far prosperare topi infetti.
T’hanno sfrattato, infatti,
caro il mio Signore,
non conti nulla
- e forse è bene così -
non mischiarti
e lascia a pochi
e il sangue e il corpo,
pochi appestati
fedeli al sempre.
Così prende nuovo vigore, nel poemetto di Tommaso Romano, la profezia terribile della Leggenda del grande inquisitore di Fedor Dostoewskji. Se intollerabile è il peso della libertà (e Cristo è la Libertà) allora è necessario deporre il Messia ai piedi degli altari falsi e bugiardi, affidarlo alle cure di tutte le chiese perché possa essere anestetizzato, ridotto, umiliato, nuovamente deriso. Perché, in fondo, “Dio/ non solo non c’è mai stato/ ma neppure ha dato e creato/ men che meno nella rivoluzione/ di sé”; e nella trasmissione delle età, che cosa sono quelle antiche storie di salvezza se non “favole imbelli/ per bimbi di una volta/ con giglio e marsina”? E ogni pensiero libero è eresia, ogni libertà un oltraggio nella terra non più desolata abitata dal niente, perduta l’anima, dimenticata la legge, oltraggiato il cuore. Hanno vinto i Giganti della montagna, ha vinto il potere illuminista, l’idea di progresso ha perduto la strada dell’ideale, ha dimenticato il nome del cielo. Dai pontefici “nuovissimi” ai “nuovi potenti che odiano il genere umano” così sottilmente parlando per suo favore ma in verità spegnendo con cura la luce di ogni anima viva che resiste ma che prima o poi si spegnerà, tutto si perde, tutto diventa inutile, vacuo, disperante, mortale. Quale mondo ci attende ora che tutto come sempre continua, ora che niente si ferma e precipita nell’abisso orrendo dell’oblio? Perché niente vale, non c’è più futuro e niente vale la pena.
Non vale pena alcuna
la testimonianza
non si quantizza, non rende
strano il testimone isolato
cantore di Verità,
ma la verità non esiste
quando lo capirai veramente, siamo seri,
l’apocalisse è soltanto un testo letterario
pensa piuttosto a tesaurizzare
il resto si vedrà
se vuoi non perdere
il preziosissimo tempo passato a pensare,
dopo vedremo
non si può
favoleggiare
il futuro
dato che forse la morte
presto s’annullerà,
stiamo alacremente lavorando al fine
tutto s’allunga
non si sa per qual fato,
intanto, lavorare
per l’ingranaggio infallibile
non pensarti mai
lavora
produci sempre più,
la stanchezza non esiste
se non per gli eletti
gli unti del dio terreno massimo,
In questo mondo dominato dalla assenza del Logos e dalla potenza di una vuota Comunicazione che niente comunica e tutto decide e impone che cosa resta allora? Morire? Arrendersi? Resistere? Illudersi? Credere? Fuggire? La terra degli uomini vuoti è potente perché niente più della vuotezza concede spazi al Male. Ma al poeta che resta?
La Parola non muta, la bellezza è luce e verità. L’anima del poeta è già salva fin dal principio. Ma occorre un riparo, uno spazio in cui la Luce possa essere custodita, in cui la Vita appaia nello stesso tempo ma in tutti i tempi diversi che la con pongono.
Occorre una stanza del cuore, che sappia reagire all’oltraggio di una società senza scopo, alla invidia degli uomini vuoti, dove attingere l’olio che alimenti la lampada del cuore, dove essere e ritrovarsi intatto come in principio, come quando la sorgente ha cominciato a scorrere e l’acqua della nostra anima era pura, trasparente, appena battezzata dalla speranza. Perché la salvezza è anche un luogo e il regno dei cieli possiamo costruircelo sulla terra, se racconta delle stelle fisse di tutta una vita, delle irrinunciabili essenze che governano ogni bene e la felicità.
Tommaso Romano ha costruito la Casa della Poesia, il suo piccolo regno dei cieli nella sua casa-studio-sacrario di Palermo.
Egli, il Des Esseintes senza disperazione e senza turbamento, traducendo perfettamente senza deviazioni ideologiche la poetica decadente, a saputo trasformare in poesia la sua vita, in arte il suo tempo, in casa la sua anima. Entrando nel tempio sacro della sua unicità, ha reso unico il suo transeunte presente in un presente senza tempo che sintetizza la storia come memoria esperita e mai perduta, che si rinnova in oggi oggetto, quadro, disegno, pittura, scultura che accorcia i tempi e sfiora l’eterno. Il miracolo di questa casa che è il regno dei cieli che ha saputo creare sulla terra d’esordio e d’attesa della sua vita è lo stesso miracolo di questo poemetto che sintetizza, come fosse già scritto da tempo e ora emerso, la storia di un’anima.
Non sono piccole cose, di certo non di pessimo gusto. Non vive Gozzano in questo spazio ideale, platonico, della casa del poeta. Vive l’Idea. Che l’Arte sia più della vita, oltre la vita, prima della vita, come l’Idea nella pianura della verità è eternamente “prima” della cosa in cui si incarna. Che la poesia possa essere una costruzione di memorie non solo trascritte su foglio, ma raccolte sulla strada del mondo, sul cammino a volte doloroso della memoria. Si, il tempo si è fermato dove ha preso dimora la Memoria. E presto il Viandante-Poesia la raggiungerà e abiteranno per sempre insieme, nella stanza miracolosa.
Qui, nel regno dei cieli di Tommaso Romano, “l’esilio delle cose ha una Patria, l'eletto spazio sacro perdona tutto ma non il banale. Qui il mondo si perde, gli uomini restano, per Dio è disposto un altare. Se la sua casa è il Tempio di Tommaso Romano, egli ne è l’altare maggiore, la luce del cero pasquale che non si spegne.
La casa del poeta, il suo regno dei cieli, è l’Unico composto, l’organismo della memoria e della vita vivente nei frammenti raccolti: oggetti-frammenti, kairòi pindarici, elementi di quell’intero dissipante che è il trascorrere delle acque del tempo qui fermate per sempre.
Ma tutto passa.
Ahi, misera passasti.
Nerina è la Vita. Il soffio. Il divenire travolgente. E come un sogno fu la tua vita... E come un sogno è la nostra vita. Così, alla fine il Grido... “Non bruciate le carte,/ non bruciate questo mosaico,/ non smembratelo,/ non disperdetelo/ è amato come perfezione possibile/ s’accresce come Graal d’anima mia/ ... Pietoso grido di chi sa che ha un destino di morte... Ma che di chi non sa che il regno dei cieli non muore mai. E il tuo regno dei cieli lo hai reso eterno, Tommaso, mio amico, in questa invocazione mistica, di cui “resteranno le parole”, perché questo “poemetto d’Ottobre, inattuale” è una al vento, al Vento che dove vuole spira, e ogni cosa che tocca eterna.
Gli Atti dei Convegni palermitani su Cristianesimo e Islamismo editi dall'ISSPE
Vede
la luce dopo ventisette anni dall’ultimo degli “Incontri tra Cristianesimo e
Islamismo” un volume di circa duecento pagine edito dall’ISSPE-Istituto
Siciliano di Studi Politici ed Economici (dopo la presidenza di Giuseppe
Tricoli, Dino Grammatico, Ciccio Virga, di chi scrive, ed ora di Umberto Balistreri)
dal titolo Sacro e Profano. Per un
incontro tra Cristianesimo e Islamismo, con il patrocini dei GRE-Gruppi
Ricerca Ecologica e della Fondazione Thule Culturale e con la cura attenta di
Pier Luigi Aurea e Umberto Balisteri, ambedue animatori dei Convegni
palermitani del “Circolo di Cultura Mediterranea” e della rivista “Sacro e Profano”.
Il volume – corredato opportunamente di fotografie dell’epoca con personaggi e
studiosi autorevolissimi convenuti a Palermo nel tempo – dà conto degli atti
dei convegni ricordati, dei Premi Mircea Eliade e del “Solanto”. Si apre, il
bel volume con una introduzione di Aurea e si conclude con una nota di
Balistreri ambedue utilissime per inquadrare l‘importanza degli eventi e il
grande contributo di studiosi e ricercatori sia accademici, che esponenti del
mondo cattolico e islamico, quanto di cultori e ricercatori. Mi pare opportuno
riportare la sintetica, ma assai pregnante, introduzione di Pier Luigi Aurea:
«L’obiettivo principale di “Sacro e Profano” fu quello di costruire uno
strumento di studio e di divulgazione delle tematiche, che in senso lato, si
definirono religiose. E la rivista
non intendeva inserirsi nel novero delle pubblicazioni specialistiche, ognuna
delle quali svolgeva egregiamente il ruolo di approfondimento scientifico, ma
di creare un veicolo di aggregazione, prima di tutto tra loro che già si
incontrarono e stimarono nel corso di vari convegni e riunioni, e poi tra tutti
coloro che, pur da diverse ottiche e da diversi bagagli culturali,
consideravano il sacro la vera essenza della realtà e la via religiosa l’unico
scopo dell‘esistenza umana. Alla rivista del Circolo Culturale Mediterraneo,
sorto nel dicembre del 1981, collaborarono e diedero la loro adesione
personalità religiose, esponenti del mondo accademico e intellettuali di varia
estrazione culturale, ma tutti aperti al dialogo, che significò, e significa,
capacita di ascoltare ed accettare nel massimo rispetto le idee e le esperienze
altrui.
Sono
due gli atteggiamenti che si rifiutarono in senso assoluto: il settarismo e il
sincretismo confusionario. Entrambi gli atteggiamenti, che sembrano opposti, in
effetti rappresentano le due facce della medesima medaglia, poiché indicano in
fondo una scarsa saldezza di principi, in quanto il settarismo, nel suo
arrogante rifiuto di qualsiasi confronto di idee e, anzi, nell‘impedire la possibilità
di esprimere opinioni divergenti, dimostra l’incapacità di difendere le proprie
idee in un confronto franco e libero. Allo stesso modo si rifiutò il malinteso
dialogo, oggi molto di moda, che tende a confondere i riti, le preghiere, etc. nella
ricerca, non certo dell’unità e della sintesi, che implicano un punto di vista
superiore - metafisico - ma nella ricerca di punti di incontro tra le varie tradizioni
religiose al livello più basso: sociale, sentimentale e, al massimo, morale. Già
altre volte abbiamo affermato che consideriamo le diverse religioni ortodosse
come delle vie, con i propri dogmi, i propri riti, la propria etica, indicanti
il cammino verso l’Assoluto. Da cattolici quali noi siamo, e ci sentiamo
profondamente, consideriamo il credente di religione musulmana o ebraica o di
qualsiasi altra religione ortodossa non un nemico da combattere, ma una persona
che segue una via diversa dalla nostra per raggiungere il medesimo fine ultimo.
In questa ottica, il riuscire a cogliere con la massima apertura d’animo la
profonda spiritualità espressa da tradizioni diverse dalla nostra, non può che
rafforzare e, talvolta, permettere anche di capire meglio la via spirituale che
ognuno di noi segue.
E
la rivista(1982-1991) si collegò strettamente all’attività che il Circolo
Culturale “Mediterraneo“ svolse nella direzione di un‘opera volta a risvegliare
la dimensione del sacro. Il titolo stesso - Sacro e Profano - mostra chiaramente come gli argomenti affrontati
- con una campionatura essenziale presentata nel presente lavoro pubblicato
dall‘ISSPE - interessano non solo le tematiche religiose in senso stretto, ma
tutti gli argomenti possibili (letterari, storici, scientifici, di costume)
purché affrontati da un’ottica - per cosi dire. Trascendente.
Per
colui che crede in Dio - per l’uomo normale - non esiste nulla che non abbia un
significato sacro. Il termine profano, pertanto, deve essere inteso nel senso
di quegli aspetti della realtà che la cultura ufficiale e la civiltà attuale,
volta ad un processo di secolarizzazione sempre piu accentuato, considerano
staccati da ogni visione trascendente, ma che la rivista affrontò
esclusivamente da una prospettiva metafisica».
Come
si è potuto leggere un piano di conoscenza reciproca fra le due grandi religioni
del Libro (senza ovviamente escludere l’Ebraica che è base spirituale
ineludibile per tutti i Monoteismi) attraverso l’ottica di penetrazione sui
temi nodali, ma adoperando un metodo che, se avesse fatto ulteriore scuola, non
avrebbe allontanato ma vieppiù fatto comprendere le convergenze e divergenze
partendo però da quel Dialogo dello
Spirito, che fu il tema che trattai e che è riportato, insieme agli Atti, editi delle edizioni Thule, sempre
da me dirette a partire ad 1971. [Segnando la cronologia faremo memoria dei
luoghi, dei temi e della personalità intervenute nel tempo dal 1982 al 1990.
Il
primo Convegno si svolse l’11 e 12 Dicembre 1982 a Mondello, al Palace Hotel,
sul tema “Incontro fra Cristianesimo e Islamismo come soluzione alla crisi del
mondo moderno”. Gli atti furono editi de Thule (e sono ora anch’essi
ristampati), vi compaiono testi nel volume generale di cui occupiamo di Aurea,
del Cardinale Salvatore Pappalardo, di Mentor H. Cionku – Gropa, di Alessandro
Bausani, di mons. Crispino Valenziano, Bent Parodi, Umberto Balistreri, Roberto
Rubinacci, Pio Filippani Ronconi, P. Anselmo Lipari, Abd Al Wahab] Pallacivini,
George C. Anawati, Abdel Wahab Bouhdida, Giuseppina Igonetti, Vittorio Vettori,
Mourice Borremans, Janette Najem Sfeir, Gianni Allegra, Andrea Borruso,
Giuseppina Igonetti, Vintila Horia, Claudio Mutti, Thomas Michel, Janette Najem
Sfeir, Andreas Salama, Salvatore Maria Sergio, Khaled Shamir, Elémire Zolla,
Giulio Basetti Sani, Franco Cardini.
Una
schiera di grande e robusta qualità intellettuale (anche se vi fornisce solo l’elenco),
a cui vanno aggiunto altri protagonisti di cui non sono stati possibile rivenire
i testi: Giulio Bonafede, Giovanni D’Espinosa, Fausto Gianfranceschi, Giuseppe Tricoli,
Gaetano Catalano, Pierre Andrè, Antonio Osnato, Alessandro Musco, Piero Scanziani,
Adolfo Morganti, Maurizio Graffeo, Giuseppe Rovella, Claudio Mutti, Dino
Grammatico nonché di Consoli, Ambasciatori della Lega degli Stati Arabi e di
altri Stati, scrittori, docenti, giornalisti.
Altro
indiscusso protagonista fra Mircea Eliade – a Palermo nel per ritirare il
“Premio Internazionale Mediterraneo”, curato da Nino Muccioli con la Giuria di
cui fecero parte – presidente Mario Sansone, e che riuscii a fare partecipare
con un intervento pubblico, al Convegno cristiano-islamico. Restano fotografie
e una splendida intervista di una intera pagina rilasciata al “Giornale di
Sicilia”, autore il non dimenticato Bent Parodi Morto Eliade, si sembrò buona
cosa dedicargli un Premio da assegnare a latere dei Convegni, che presiedetti
per quattro edizioni, anch’esse memorabili, anche per l’altissima qualità dei
premiati e della Giuria. Nel 1987 fu inseguito il filosofo cattolico Augusto
Del Noce e la cerimonia ebbe luogo nell’Aula Magna della Facoltà di
Giurisprudenza; nel 1988 a Elèmire Zolla complesso indagatore della religioni
saggista e narratore, il premio fu consegnato nella sede della Fondazione
Chiazzese, nel 1989 assegnammo il Premio a Pio Filippani Ronconi autentico erudito,
cattedratico; nel 1990 si rese onore con il Premio Eliade al Prof. Roberto
Rubinacci, islamista e ordinario all’Università di Napoli. Fra i componenti
della Giuria Allegra, Pierfranco Bruni, Grisi, Alfio Inserra, Lucio Zinna,
Orazio Sbacchi, Balistreri, Dino Grammatico Muccioli, Giafranceschi, Orazio Tanelli.
Nel
1997 e nel 2000 si rivolsero a Santa Flavia due edizioni del “Premio Solanto”,
ancora presidiato da chi scrive. Premiammo scrittori, giornalisti e artisti
internazionali quali Romeo Magherescu, Pina Lupoi, Paolo Erasmo Mangiante,
Roberto Andò, Mario Azzolini, Giuseppe Quatriglio, Pino Giacopelli, Sebastiano
Tusa ed altri intellettuali esponenti del genius
loci come Carlo Puleo, Angelo Restivo, Lo Iacono Battaglia, Pippo Ferreri.
Il
resoconto proposto, può apparire un elenco arido di nomi noti o meno celebrati,
nonché di studiosi e addetti ai lavori. Potremmo invece continuare con la ricca
schiera di collaboratori alla rivista “Sacro e Profano”, che uscì, in bella
vesta tipografica, in quegli stessi anni. Ma si rimanda senz’altro al volume che
dà conto meticolosamente e scientificamente di tutto questo e di tanto altro.
Va
detto, però, che quella che abbiamo ricordato fu in realtà una vera e propria
impresa intellettuale e morale e un raro esempio di equilibrio, di reciproca
amicizia e comprensione religiosa e culturale, senza scadere nella spirituale
disputa, nella demagogia dei forcaioli o nel sincretismo che vede con un colpo
di penna annullare le peculiari e vitali specificità delle identità civili e
religiose. Uno sforzo corale, che vide in Aurea e Balistreri gli appassionati e
generosi alfieri, a cui - da partecipe attivo del progetto - va la mia amicale
riconoscenza di studioso, nel ricordo di tanti Amici, seppur scomparsi da anni,
che restano autentici testimoni di una fervida stagione, che vide in quegli
anni Palermo al centro del Mediterraneo, non per trasbordare nell’irenismo e nel
dialogo a tutti i costi, quanto per vivificare la conoscenza e la fede.
Tommaso
Romano
mercoledì 31 maggio 2017
venerdì 12 maggio 2017
mercoledì 10 maggio 2017
venerdì 5 maggio 2017
Giornata Nazionale dell'Arte dell'UCAI-Unione Cattolica Artisti Italiani a Palermo nella Chiesa di san Giiorgio dei Genovesi Sabato 6 Maggio
L'INTRODUZIONE AL VOLUME
Far
dialogare i linguaggi e metterli in relazione è sempre stato un compito a cui
ha atteso l’U.C.A.I. e che questa stessa rassegna
propone ancora come esempio alto e confronto, anzitutto, spirituale, tra
artisti che non credono alla loro onnipotenza ma si richiamano ad una fede
trascendente che piuttosto li valorizza senza albagia.
L’artista,
infatti, è un facitore di ponti fra la realtà e il suo essere e il manifestarsi
idealmente nella realtà stessa, attraverso le proprie opere.
Chi
sostiene la scissione e l’autonomia dei linguaggi settoriali nell’arte, ha certamente
una visione parcellizzata e non organica della creatività che gli deriva,
invece, da un Dono che lo trascende e che egli stesso può affinare nella
ricerca di un continuo perfezionamento.
L’arte
ha così una specificità redimente che va perseguita o facendola e svolgendola
come atto o fruendola come balsamo spirituale.
Tuttavia,
è dalla natura che apprendiamo il significato profondo del fare arte, non solo
come imitazione, ma come ri-creazione ideale e concettuale.
Ora,
davanti allo svolgersi contraddittorio della modernità e all’avvento del
nichilismo, l’arte diviene sempre più una necessità etica ed estetica al
contempo, in grado di costruire possibilità di umanesimo che resiste alla
barbarie.
A
patto però che l’arte non diventi insensato minimalismo, incoerente
pragmatismo, ricerca spasmodica del brutto. E ciò vale in tutti i domini in cui
l’arte si manifesta: la pittura, la letteratura, la musica, la scultura, la
parola filosofica, la cinematografia, appunto in manifestata unità, in
oltreprassi, in autentica liberazione dall’ovvio.
Anche
i luoghi, come il castello a mare di Palermo, hanno un eminente significato
simbolico, per ciò che rappresentano storicamente e per quello che
metaforicamente ci propongono come riflessione ulteriore sull’esserci, sul
divenire e sul nostro stesso destino.
Affidare
il talento, quindi, non al narcisismo ma alla perennità cosmica è non solo
auspicabile ma compito doveroso per ridare senso e significato ad ognuno, in
grado di umilmente discernere e di potere rendere così testimonianza alla
bellezza, alla natura, all’unicità della vita, che Dio ci ha consegnato e che
abbiamo il dovere di preservare e affermare senza necessariamente piegarci alle
mode e al tempo oscuro che viviamo.
Tommaso Romano
sabato 15 aprile 2017
lunedì 27 marzo 2017
AVVISO URGENTE - Cambio sede della Presentazione del libro di Elio Corrao
Per ragioni non dipendenti dalla Nostra volontà, preghiamo di prendere buona nota che la Presentazione del libro di Elio Corrao, HEL e altri racconti e successivo concerto, non si svolgeranno alla Libreria Mondadori di via Ruggero Settimo, bensì nella Sala Convegni dell'Hotel Mediterraneo, via Rosolino Pilo 43, a 50 metri dalla precedente sede, invariato l'orario, ore 17:00 e i Relatori.
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