giovedì 9 marzo 2017

L'identità perduta del Policlinico di Palermo

di Tommaso Romano

     La cosiddetta intellighentia palermitana vive di croniche amnesie e di rimozioni da sonno profondo, mentre si crogiola nella denuncia del sacco osceno (che così fu e resta, sia chiaro) della città armoniosa del liberty nelle nostre arterie principali. Presi da sacro furore pure gli stessi eredi che vendettero per sciatti magazzini e appartamenti alle imprese rapaci, alla mafia e alla politica dei truffaldi in combutta, e nel quasi silenzio tombale dei più, piangendo calde lacrime ancora e giustamente per Villa Deliella e collezionando cartoline e libri illustrati del bel tempo andato per curare il lutto e lo scempio consumato. Così consolandosi e mettendo a posto la coscienza e non proponendo altro, in concreta sostanza, che la conservazione dell’esistente, fatto di orrendi palazzoni posteggi, autolavaggi e depositi. Se qualcuno – come è avvenuto in tutta Europa per altre distruttive barbarie – indica la via della rinascita volendo ricostruire o almeno eliminando gli orrori esistenti e restaurando-risanando, lo stresso fronte conservatore (i veli conservatori del brutto) insorgono e tutto resta come prima.
La viltà domina sempre sovrana insieme alla supponenza dei “colti” e “illuminati” di Palermo e dell’isola intera.
La “capitale italiana della cultura” (forse qualcuno ritiene abolita la storia, per dire che non siamo mai stati una capitale? E che non sarà certo un tram ingombrante e un divieto di transito o un decreto burocratico a far tornare capitale il bel centro storico), di cui si cantano meraviglie a priori, non si sa se per progetti di rinascita o per presunti nuovi spazi di vivibilità ora effettivamente negati e da invece ricostruire e reimpiantare veramente. Ancora si  è stati e rimasti silenti (o se non me ne sono accorto chiedo venia anticipatamente!) su uno degli ultimi delitti perpetuati in questa mia città infelice: la sistematica opera di sventramento e sfiguramento di quello che fu il Regio Policlinico Universitario di Palermo. Naturalmente dato che questo fu concepito, voluto e realizzato per volontà dei politici e amministratori dell’odiato ventennio (insieme alla monumentalità del tempo), qualunque colpo inferto diventa così e per queste miserande ragioni, chirurgicamente positivo. In realtà dovrebbe almeno leggersi la storia architettonica e  urbanistica e conoscere l’architetto Antonio Zanca (Palermo 1861 – 1958), migliore prediletto allievo di Damiani Almeyda che a seguito del Regio decreto del 1926 riuscì a completare una esemplare cittadella della salute nel 1939 consegnando una delle poche, autentiche opere pubbliche di rilievo dall’Unità ad oggi. (cfr. su tale argomento Paola Barbera e Maria Giuffrè, a cura di Un archivio di architettura tra Ottocento e Novecento disegni di Antonio Zanca 1861-1958, Biblioteca del Ceridi, Palermo 2005). Non parlo degli eterni lavori in corso nello stesso Policlinico (una giungla dal 2007), parlo invece di “nuovi” padiglioni che potevano ben essere costruiti in altri spazi vuoti (sempre peraltro adibiti a parcheggi ed è quasi un destino) adiacenti o ponendo meglio mano finalmente al risanamento della vicina via Monte Grappa e adiacenze di ulteriori ampie zone e con il coraggio culturale e civile di abbattere finalmente case fatiscenti e invivibili dell’intera zona consegnando ai cittadini case adeguate. No, bisognare sventrare e costruire scatole enormi, è veramente squallido al Policlinico (si salvano uno o due padiglioni, il resto è peggio dello ZEN) con un olore inverosimile un misto fra salmone, aragoste e rosso sangue che impressiona il malato, il paziente che ricordava dalla via Gaspare Palermo l’armonioso ingresso fra palazzine adeguate, alberi e viali discreti e ancora un agrumeto di fronte, che era la villa del seminario, poi espiantata per un campo di calcio e infine venduto per l’ennesimo palazzo informe.
Fate un giro istruttivo e vedrete, beandovi alla Feliciuzza altre scatole pronte all’uso con candido alluminio anodizzato e dello stesso oscuro colore sui muri. Che siamo tutti malati lo disse già Freud, ma così ci si ammala di bruttezza incurabile alla vista e agli altri sensi. I ”restauri” di singoli padiglioni sono poi un trionfo di pseudo colori diversificati e francamente incredibili e di sovrapposizioni degne di un manuale di architettura. Si dirà: serve spazio, le esigenze prima di tutto, i malati non vivono di bellezza ma di cure. A parte che la bellezza è terapeutica quanto lo sono i colori, era necessario invece un disegno organico e progetti sobri per padiglioni necessari mantenendo però e curando veramente il già esistente.
Ma che importanza può avere tutto ciò che narro per “intellettuali” e progressisti, ecologisti da strapazzo e politici? Il popolo guarda sconsolato i nuovi barbari tra noi e protesta in silenzio non votando. Come dar loro torto. Se un architetto o un urbanista per bene denunciano questo e altro con proposte radicali, toccherà forse loro un destino elettorale dello zero virgola qualcosa, pur onorevole sia chiaro, perché viggono in questa città le supponenze, le cordate clientelari e le congiure del silenzio come patti trasversali del nulla che dolorosamente attraversiamo nostro malgrado per ignavia, prepotenza e vera incultura altrui, sempre progressista però.
Ultimo consiglio per favore (come usa dire l’uomo vestito di bianco dal pugno di ferro a chi non consente alla sua personale misericordia) proporre subito un giro per la citta “redenta” che comprende tutte le periferie a cominciare dall’Albergheria. Basterà fotografare con una macchinetta di pochi euro e fare un bel reportage per dimostrare di cosa è capace la città accogliente. Ai prossimi ludi cartacei di queste autentiche e non sementabili realtà e disgrazie, pochi in solitudine riscorreranno, pronti gli altri e come sempre ad applaudire dalla pseudodestra, pseudocentro, e alla pseudosinistra, concretonulla, retori da strapazzo, politicanti veri e invenzioni da cabaret.
Reagire dovremmo. È l’abbiamo pure tentato da una vita. Ma pare sempre più una pura e pia illusione di solitari impenitenti  e dolenti.

Francesco Cangialosi, "L'isola dei passi perduti" (Ed. Nuova Ipsa)

di Tommaso Romano

Non era facile in 170 pagine di testo effettivo, potere scrivere un libro a partire dal viceré Caracciolo fino ai giorni nostri, sulla Sicilia dal punto di vista politico-sociale. Ci ha messo mano Francesco Cangialosi, già vice segretario dell’Assemblea Regionale Siciliana con un denso ed agevole saggio dal titolo L'isola dei passi perduti, che è come recita il sottotitolo una Storia istituzionale dell'Autonomia Regionale Siciliana, (Nuova IPSA Editore, Palermo, 2015), con una bella copertina tratta da un disegno di Alfonso Amorelli del 1952.
Impresa ardua ma riuscita nella sintesi efficace e nelle tesi esposte, che - grosso modo - ricollegano l'Autore al suo autorevole e colto prefatore, Pasquale Hamel che, apprezzando l'opera, in realtà declina il suo manifesto antiautonomista e antiregionalista, salvando Don Sturzo e le sue stesse personali ascendenze (oggi Hamel è iscritto al Partito Radicale). Tuttavia, oltre le cronache già note, Cangialosi tesse la sua idea di Sicilia con personale acribia, non disdegnando (anzi…) di intervenire con nette valutazioni e giudizi, sul terreno delle dispute. Al giudizio positivo e certamente condivisibile sul Caracciolo e il suo tempo, si passa in rassegna un secolo fino all'unificazione, con chiare note sulla Costituzione del 1812 e altrettanto pregnanti valutazioni sulla post-unità citando, ad esempio, D’Ondes Reggio e le sue forti e veritiere parole. Le tristi e non sempre "felicissime" vicende siciliane successive, la prima guerra, il fascismo lontano da ogni autonomismo e regionalismo con l'idea e la pratica dello Stato-Totalità, portano alla seconda guerra mondiale e alla liberazione (o invasione?) anglo-americana, al Separatismo e a tutte le problematiche da contestualizzare, anzitutto.
Sono le pagine più ricche e feconde del testo di Cangialosi che si sofferma poi sul Regio Decreto n° 455 del 15 maggio 1943 che porta la firma del Re Umberto II, talune linee un misconosciuto re sabaudo in Sicilia, riprendendo, Vittorio Amedeo II.
Certo, come fa Hamel nei suoi libri chiari e pregevoli sull'argomento e nella stessa citata introduzione anche perché ritiene, come chi scrive, un fatto positivo lo Statuto e un fatto largamente negativo la sua assai incompleta applicazione con il declino dello stesso istituto autonomistico, grazie a una classe imbelle succedutasi (eccetto i governi Alessi, Milazzo e Majorana, poi il senatore nel 1972 del MSI - DN) e spesso contigua a poteri centralisti e alla mafia oltre che assolutamente impreparata. La valutazione di Cangialosi su Milazzo e il milazzismo è senza appello. Oltre ad Hamel l'autore si riferisce a Giarrizzo e fa bene. Tuttavia la complessa operazione, prima dell’USCS di Pignatone e Milazzo, con il primo governo alternativo alla staticità amministrativa e politica è forse da rileggere. Bastino le testimonianze ampie di uno dei suoi attivi protagonisti, l'onorevole e assessore all'agricoltura Dino Grammatico, resa in un aureo libro edito ora da Sellerio insieme alle testimonianze di un Ludovico Corrao. Altra cosa fu il seguito. Tuttavia, il giudizio su Milazzo di Cangialosi è impietoso. Ne ha ben diritto, anche se chi scrive non lo condivide, proprio perché Milazzo fu esponente di un generoso tentativo, per quanto irrealizzato perché ostacolato proprio dai poteri forti e dalla Chiesa egemone
Noto di straforo che Milazzo concluse la sua umana avventura politica non nell'eremo (come tutti sostengono) ma nel Centro Politico Italiano dell'avvocato Carlo Francesco D’Agostino, i cui intenti lo stesso Milazzo declinò sul giornale del Centro, "d’Alleanza Italiana" e di cui mi sono occupato.
Anche l'azione di governo di Rino Nicolosi andrebbe rivisitata, senza il velo dei problemi che lo colpirono forse non a caso. Ma questo non riguarda la cavalcata felice di Cangialosi, che è persuasivo anche nella parte finale del saggio che si può racchiudere nell'affermazione efficace dell'autore.
La Sicilia "senza idee vaga nel deserto dell'immobilismo, della rassegnazione, del vittimismo".
Si può in tal modo giungere a una interrogazione dirimente: il fallimento dell'Autonomia (e qui concordo con Hamel) è palese e forse non ricostruibile o restaurabile, fra sprechi e palesi inefficienze, che pure - non dimentichiamolo, perché questa è la democrazia, a chi piace - è stata voluta dall'elettorato che ha scelto, ad esempio, un Crocetta.
L'altra tesi è la rifondazione dello Stato che, partendo dalla specificità che pure esistono e non si comprende il motivo per il quale bisognerebbe livellare e far diventare tutto "liquido" (secondo la definizione, che era critica di Bauman). L'unità si costruisce nelle differenze da armonizzare come un fiume vive di affluenti. Il problema è il riferimento autorevole, la continuità del potere temperato dai corpi intermedi (torna la lezione di Sturzo, tradita) e dalla presenza delle categorie, certo con spirito partecipativo e non egoistico. Simboli e miti, insomma, servono ad un popolo e ad una nazione tanto quanto l'efficienza. Senza un'anima un popolo muore. Come sta morendo il popolo siciliano, italiano ed anche europeo.
La vera modernità, lo dico provocatoriamente ancora, come da sempre sostengo non solo le teoreticamente, è la tradizione civile e spirituale la storia vera sprofondata da mitologie fasulle (gli arabi-berberi “civilissimi” ad esempio, in ciò concordando con Hamel in pieno).
Conclusivamente va dato atto a Cangialosi di un vivo e retto sentire civile che lo pongono certamente fra quei cattolici-democratici degni di stima e rispetto e che ci ha consegnato un testo ricco e onesto di notazioni e considerazioni che, come si è potuto leggere in queste note, non certo esaustive, aprono riflessioni e possibili scenari. Forse anche di una eventuale - anche se per chi scrive è assai improbabile - rinascenza.

mercoledì 15 febbraio 2017

Napoli: presentato l’Elogio della Distinzione di Tommaso Romano

Presso la Galleria d’Arte moderna PRAC, in Napoli, sabato 11 febbraio, organizzato dall’Unione Monarchica, Italiana è stato presentato il volume del Prof. Tommaso Romano, “Elogio della Distinzione”.
In un’età di approssimazione ed appiattimento, il volume, edito da Fondazione Thule Cultura, e presentato dal Prof. Mario Anzisi e dal Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, si manifesta come un’idea editoriale fresca e gradevole.
Assente l’Autore, per un’improvvisa ed imprevedibile indisposizione, il pomeriggio letterario ha visto la partecipazione di folto ed interessato pubblico.




martedì 7 febbraio 2017

A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano

ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)


ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi


NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2


l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro

venerdì 3 febbraio 2017

In ricordo di Antonino Buttitta

Non è facile poter parlare di un Maestro come Nino Buttitta scomparso in queste ore. Uomo di straordinaria cultura, di sintesi efficaci, autore di libri fondamentali sulla Tradizione del popolo siciliano, Antropologo di livello internazionale, uomo libero e sempre aperto ad ogni costruttivo dialogo. Con me un generoso mentore ed un insigne vettore di sapienza. Non potremmo scordare mai la sua umanità e il suo affetto. 
Tommaso Romano