giovedì 16 marzo 2017
giovedì 9 marzo 2017
L'identità perduta del Policlinico di Palermo
di Tommaso Romano
La cosiddetta intellighentia palermitana vive di
croniche amnesie e di rimozioni da sonno profondo, mentre si crogiola nella
denuncia del sacco osceno (che così fu e resta, sia chiaro) della città
armoniosa del liberty nelle nostre arterie principali. Presi da sacro furore
pure gli stessi eredi che vendettero per sciatti magazzini e appartamenti alle
imprese rapaci, alla mafia e alla politica dei truffaldi in combutta, e nel
quasi silenzio tombale dei più, piangendo calde lacrime ancora e giustamente
per Villa Deliella e collezionando cartoline e libri illustrati del bel tempo
andato per curare il lutto e lo scempio consumato. Così consolandosi e mettendo
a posto la coscienza e non proponendo altro, in concreta sostanza, che la
conservazione dell’esistente, fatto di orrendi palazzoni posteggi, autolavaggi
e depositi. Se qualcuno – come è avvenuto in tutta Europa per altre distruttive
barbarie – indica la via della rinascita volendo ricostruire o almeno
eliminando gli orrori esistenti e restaurando-risanando, lo stresso fronte
conservatore (i veli conservatori del
brutto) insorgono e tutto resta come prima.
La viltà domina
sempre sovrana insieme alla supponenza dei “colti” e “illuminati” di Palermo e
dell’isola intera.
La “capitale
italiana della cultura” (forse qualcuno ritiene abolita la storia, per dire che
non siamo mai stati una capitale? E che non sarà certo un tram ingombrante e un
divieto di transito o un decreto burocratico a far tornare capitale il bel
centro storico), di cui si cantano meraviglie a priori, non si sa se per progetti
di rinascita o per presunti nuovi spazi di vivibilità ora effettivamente negati
e da invece ricostruire e reimpiantare veramente. Ancora si è stati e rimasti silenti (o se non me ne
sono accorto chiedo venia anticipatamente!) su uno degli ultimi delitti
perpetuati in questa mia città infelice: la sistematica opera di sventramento e
sfiguramento di quello che fu il Regio Policlinico Universitario di Palermo.
Naturalmente dato che questo fu concepito, voluto e realizzato per volontà dei
politici e amministratori dell’odiato ventennio (insieme alla monumentalità del
tempo), qualunque colpo inferto diventa così e per queste miserande ragioni,
chirurgicamente positivo. In realtà dovrebbe almeno leggersi la storia
architettonica e urbanistica e conoscere
l’architetto Antonio Zanca (Palermo 1861 – 1958), migliore prediletto allievo
di Damiani Almeyda che a seguito del Regio decreto del 1926 riuscì a completare
una esemplare cittadella della salute nel 1939 consegnando una delle poche,
autentiche opere pubbliche di rilievo dall’Unità ad oggi. (cfr. su tale
argomento Paola Barbera e Maria Giuffrè, a cura di Un archivio di architettura tra Ottocento e Novecento disegni di
Antonio Zanca 1861-1958, Biblioteca del Ceridi, Palermo 2005). Non parlo
degli eterni lavori in corso nello stesso Policlinico (una giungla dal 2007),
parlo invece di “nuovi” padiglioni che potevano ben essere costruiti in altri
spazi vuoti (sempre peraltro adibiti a parcheggi ed è quasi un destino)
adiacenti o ponendo meglio mano finalmente al risanamento della vicina via
Monte Grappa e adiacenze di ulteriori ampie zone e con il coraggio culturale e
civile di abbattere finalmente case fatiscenti e invivibili dell’intera zona
consegnando ai cittadini case adeguate. No, bisognare sventrare e costruire
scatole enormi, è veramente squallido al Policlinico (si salvano uno o due
padiglioni, il resto è peggio dello ZEN) con un olore inverosimile un misto fra
salmone, aragoste e rosso sangue che impressiona il malato, il paziente che
ricordava dalla via Gaspare Palermo l’armonioso ingresso fra palazzine
adeguate, alberi e viali discreti e ancora un agrumeto di fronte, che era la
villa del seminario, poi espiantata per un campo di calcio e infine venduto per
l’ennesimo palazzo informe.
Fate un giro
istruttivo e vedrete, beandovi alla Feliciuzza altre scatole pronte all’uso con
candido alluminio anodizzato e dello stesso oscuro colore sui muri. Che siamo
tutti malati lo disse già Freud, ma così ci si ammala di bruttezza incurabile
alla vista e agli altri sensi. I ”restauri” di singoli padiglioni sono poi un
trionfo di pseudo colori diversificati e francamente incredibili e di
sovrapposizioni degne di un manuale di architettura. Si dirà: serve spazio, le
esigenze prima di tutto, i malati non vivono di bellezza ma di cure. A parte
che la bellezza è terapeutica quanto lo sono i colori, era necessario invece un
disegno organico e progetti sobri per padiglioni necessari mantenendo però e
curando veramente il già esistente.
Ma che
importanza può avere tutto ciò che narro per “intellettuali” e progressisti,
ecologisti da strapazzo e politici? Il popolo guarda sconsolato i nuovi barbari
tra noi e protesta in silenzio non votando. Come dar loro torto. Se un
architetto o un urbanista per bene denunciano questo e altro con proposte
radicali, toccherà forse loro un destino elettorale dello zero virgola
qualcosa, pur onorevole sia chiaro, perché viggono in questa città le
supponenze, le cordate clientelari e le congiure del silenzio come patti
trasversali del nulla che dolorosamente attraversiamo nostro malgrado per
ignavia, prepotenza e vera incultura altrui, sempre progressista però.
Ultimo consiglio
per favore (come usa dire l’uomo
vestito di bianco dal pugno di ferro a chi non consente alla sua personale
misericordia) proporre subito un giro per la citta “redenta” che comprende
tutte le periferie a cominciare dall’Albergheria. Basterà fotografare con una
macchinetta di pochi euro e fare un bel reportage per dimostrare di cosa è
capace la città accogliente. Ai prossimi ludi cartacei di queste autentiche e
non sementabili realtà e disgrazie, pochi in solitudine riscorreranno, pronti
gli altri e come sempre ad applaudire dalla pseudodestra, pseudocentro, e alla
pseudosinistra, concretonulla, retori da strapazzo, politicanti veri e
invenzioni da cabaret.
Reagire
dovremmo. È l’abbiamo pure tentato da una vita. Ma pare sempre più una pura e
pia illusione di solitari impenitenti e
dolenti.
Francesco Cangialosi, "L'isola dei passi perduti" (Ed. Nuova Ipsa)
di Tommaso Romano
Non era facile in 170 pagine di
testo effettivo, potere scrivere un libro a partire dal viceré Caracciolo fino
ai giorni nostri, sulla Sicilia dal punto di vista politico-sociale. Ci ha
messo mano Francesco Cangialosi, già vice segretario dell’Assemblea Regionale
Siciliana con un denso ed agevole saggio dal titolo L'isola dei passi perduti, che è come recita il sottotitolo una Storia istituzionale dell'Autonomia
Regionale Siciliana, (Nuova IPSA Editore, Palermo, 2015), con una bella
copertina tratta da un disegno di Alfonso Amorelli del 1952.
Impresa ardua ma riuscita nella
sintesi efficace e nelle tesi esposte, che - grosso modo - ricollegano l'Autore
al suo autorevole e colto prefatore, Pasquale Hamel che, apprezzando l'opera,
in realtà declina il suo manifesto
antiautonomista e antiregionalista, salvando Don Sturzo e le sue stesse personali
ascendenze (oggi Hamel è iscritto al Partito Radicale). Tuttavia, oltre le
cronache già note, Cangialosi tesse la sua idea di Sicilia con personale
acribia, non disdegnando (anzi…) di intervenire con nette valutazioni e
giudizi, sul terreno delle dispute. Al giudizio positivo e certamente
condivisibile sul Caracciolo e il suo tempo, si passa in rassegna un secolo
fino all'unificazione, con chiare note sulla Costituzione del 1812 e
altrettanto pregnanti valutazioni sulla post-unità citando, ad esempio, D’Ondes
Reggio e le sue forti e veritiere parole. Le tristi e non sempre
"felicissime" vicende siciliane successive, la prima guerra, il
fascismo lontano da ogni autonomismo e regionalismo con l'idea e la pratica
dello Stato-Totalità, portano alla seconda guerra mondiale e alla liberazione
(o invasione?) anglo-americana, al Separatismo e a tutte le problematiche da
contestualizzare, anzitutto.
Sono le pagine più ricche e feconde
del testo di Cangialosi che si sofferma poi sul Regio Decreto n° 455 del 15
maggio 1943 che porta la firma del Re Umberto II, talune linee un misconosciuto
re sabaudo in Sicilia, riprendendo, Vittorio Amedeo II.
Certo, come fa Hamel nei suoi libri
chiari e pregevoli sull'argomento e nella stessa citata introduzione anche
perché ritiene, come chi scrive, un fatto positivo lo Statuto e un fatto
largamente negativo la sua assai incompleta applicazione con il declino dello
stesso istituto autonomistico, grazie a una classe imbelle succedutasi (eccetto i governi Alessi, Milazzo e Majorana,
poi il senatore nel 1972 del MSI - DN) e spesso contigua a poteri centralisti e
alla mafia oltre che assolutamente impreparata. La valutazione di Cangialosi su
Milazzo e il milazzismo è senza appello. Oltre ad Hamel l'autore si riferisce a
Giarrizzo e fa bene. Tuttavia la complessa operazione, prima dell’USCS di
Pignatone e Milazzo, con il primo governo alternativo alla staticità
amministrativa e politica è forse da rileggere. Bastino le testimonianze ampie
di uno dei suoi attivi protagonisti, l'onorevole e assessore all'agricoltura
Dino Grammatico, resa in un aureo libro edito ora da Sellerio insieme alle
testimonianze di un Ludovico Corrao. Altra cosa fu il seguito. Tuttavia, il
giudizio su Milazzo di Cangialosi è impietoso. Ne ha ben diritto, anche se chi
scrive non lo condivide, proprio perché Milazzo fu esponente di un generoso
tentativo, per quanto irrealizzato perché ostacolato proprio dai poteri forti e
dalla Chiesa egemone
Noto di straforo che Milazzo
concluse la sua umana avventura politica non nell'eremo (come tutti sostengono)
ma nel Centro Politico Italiano dell'avvocato Carlo Francesco D’Agostino, i cui
intenti lo stesso Milazzo declinò sul giornale del Centro, "d’Alleanza
Italiana" e di cui mi sono occupato.
Anche l'azione di governo di Rino
Nicolosi andrebbe rivisitata, senza il velo dei problemi che lo colpirono forse
non a caso. Ma questo non riguarda la cavalcata felice di Cangialosi, che è
persuasivo anche nella parte finale del saggio che si può racchiudere
nell'affermazione efficace dell'autore.
La Sicilia "senza idee vaga
nel deserto dell'immobilismo, della rassegnazione, del vittimismo".
Si può in tal modo giungere a una
interrogazione dirimente: il fallimento dell'Autonomia (e qui concordo con
Hamel) è palese e forse non ricostruibile o restaurabile, fra sprechi e palesi
inefficienze, che pure - non dimentichiamolo, perché questa è la democrazia, a
chi piace - è stata voluta dall'elettorato che ha scelto, ad esempio, un
Crocetta.
L'altra tesi è la rifondazione
dello Stato che, partendo dalla specificità che pure esistono e non si
comprende il motivo per il quale bisognerebbe livellare e far diventare tutto
"liquido" (secondo la definizione, che era critica di Bauman).
L'unità si costruisce nelle differenze da armonizzare come un fiume vive di
affluenti. Il problema è il riferimento autorevole, la continuità del potere
temperato dai corpi intermedi (torna la lezione di Sturzo, tradita) e dalla
presenza delle categorie, certo con spirito partecipativo e non egoistico.
Simboli e miti, insomma, servono ad un popolo e ad una nazione tanto quanto
l'efficienza. Senza un'anima un popolo muore. Come sta morendo il popolo
siciliano, italiano ed anche europeo.
La vera modernità, lo dico
provocatoriamente ancora, come da sempre sostengo non solo le teoreticamente, è
la tradizione civile e spirituale la storia vera sprofondata da mitologie
fasulle (gli arabi-berberi “civilissimi” ad esempio, in ciò concordando con
Hamel in pieno).
Conclusivamente va dato atto a
Cangialosi di un vivo e retto sentire civile che lo pongono certamente fra quei
cattolici-democratici degni di stima e rispetto e che ci ha consegnato un testo
ricco e onesto di notazioni e considerazioni che, come si è potuto leggere in
queste note, non certo esaustive, aprono riflessioni e possibili scenari. Forse
anche di una eventuale - anche se per chi scrive è assai improbabile -
rinascenza.
domenica 19 febbraio 2017
mercoledì 15 febbraio 2017
Napoli: presentato l’Elogio della Distinzione di Tommaso Romano
Presso la Galleria d’Arte moderna PRAC, in Napoli, sabato 11 febbraio, organizzato dall’Unione Monarchica, Italiana è stato presentato il volume del Prof. Tommaso Romano, “Elogio della Distinzione”.
In un’età di approssimazione ed appiattimento, il volume, edito da Fondazione Thule Cultura, e presentato dal Prof. Mario Anzisi e dal Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, si manifesta come un’idea editoriale fresca e gradevole.
Assente l’Autore, per un’improvvisa ed imprevedibile indisposizione, il pomeriggio letterario ha visto la partecipazione di folto ed interessato pubblico.
martedì 14 febbraio 2017
martedì 7 febbraio 2017
A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano
ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)
ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi
NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2
l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro
sabato 4 febbraio 2017
venerdì 3 febbraio 2017
In ricordo di Antonino Buttitta
Non è facile poter parlare di un Maestro come Nino Buttitta scomparso in queste ore. Uomo di
straordinaria cultura, di sintesi efficaci, autore di libri fondamentali sulla Tradizione
del popolo siciliano, Antropologo di livello internazionale, uomo libero e
sempre aperto ad ogni costruttivo dialogo. Con me un generoso mentore ed un insigne
vettore di sapienza. Non potremmo scordare mai la sua umanità e il suo affetto.
Tommaso Romano
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