mercoledì 15 febbraio 2017

Napoli: presentato l’Elogio della Distinzione di Tommaso Romano

Presso la Galleria d’Arte moderna PRAC, in Napoli, sabato 11 febbraio, organizzato dall’Unione Monarchica, Italiana è stato presentato il volume del Prof. Tommaso Romano, “Elogio della Distinzione”.
In un’età di approssimazione ed appiattimento, il volume, edito da Fondazione Thule Cultura, e presentato dal Prof. Mario Anzisi e dal Presidente nazionale U.M.I. Alessandro Sacchi, si manifesta come un’idea editoriale fresca e gradevole.
Assente l’Autore, per un’improvvisa ed imprevedibile indisposizione, il pomeriggio letterario ha visto la partecipazione di folto ed interessato pubblico.




martedì 7 febbraio 2017

A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano

ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)


ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi


NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2


l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro

venerdì 3 febbraio 2017

In ricordo di Antonino Buttitta

Non è facile poter parlare di un Maestro come Nino Buttitta scomparso in queste ore. Uomo di straordinaria cultura, di sintesi efficaci, autore di libri fondamentali sulla Tradizione del popolo siciliano, Antropologo di livello internazionale, uomo libero e sempre aperto ad ogni costruttivo dialogo. Con me un generoso mentore ed un insigne vettore di sapienza. Non potremmo scordare mai la sua umanità e il suo affetto. 
Tommaso Romano  


giovedì 26 gennaio 2017

La figura e l'Opera di Calogero Messina in un Saggio esemplare di Vittorio Riera

di Tommaso Romano

Ideare e realizzare una biografia – itinerario e al contempo una indagine critica di respiro su un Autore vivente, è sempre e comunque una sorte di “impresa”. Da premettere che, da tempo, sostengo, operando in tal senso, sull’utilità assoluta di indagini e monografie sugli scrittori che ancora, fortunatamente per loro e per noi, hanno “lavori in corso” da consegnarci. La monografia di Vittorio Riera  su Calogero Messina si iscrive, autorevolmente, in questo contesto. Intanto per la statura dei due scrittori e studiosi.
L’uno, Riera, attento ai segni dei tempi, alla poesia, egli stesso brillante scrittore, critico di artisti come i Di Giovanni. L’altro, storico (allievo e curatore delle opere di Virgilio Titone), poeta, letterato, cultore di tradizioni sacre e popolari, ha al suo attivo una consistente bibliografia che spazia da Calpurnio Siculo a Voltaire, da Eugenio il Poeta a Giuseppe Ganci Battaglia, del settecento classicista e illuminista alla stesura di cronache di viaggi (la Spagna, la Grecia e la Francia, soprattutto). Il volume, edito da Herbita di Palermo, ma fuori commercio, prende abbrivio dal rapporto fondante  intessuto dal Messina (per 35 anni) con il Canonico De Gregorio  (1923 – 2006), benemerito storico della Diocesi agrigentina  e direttore  de “L’amico del Popolo”, un maestro e una guida per Calogero Messina, che è legatissimo pure a quei luoghi e a Santo Stefano di Quisquina (dove è nato e vissuto per i primi anni) e all’agrigentino.
Riera fonda, come pietra miliare, la prima parte della sua ricerca mettendo in rilievo, anche del punto di vista umano, il rapporto del Messina col canonico. Per quanto nodale, tuttavia, il titolo dell’intero volume poteva essere più comprensivo dell’intera opera del Messina, apparendomi, quello scelto, invero restrittivo, rispetto alla mole documentaria e all’inquadramento globale che Riera sviluppa a tutto tondo sul personaggio. Pagine esemplari sono quelle, ad esempio, del rapporto Titone-Messina, la devozione di quest’ultimo per un maestro di scienza e di vita, sempre ricordato e presente nella lezione metodologica che lo storico e letterato di Castelvetrano ha saputo trasmettere come visione di libertà e di autonomia dalle ideologie e dalle mode.
Messina ha pure realizzato, e se ne dà il giusto rilievo, una monumentale ricerca di storiografia municipale sulla specificità siciliana, attraversando e studiando tutti i centri dell’isola sotto diversi angoli visuali e storici, con una ricerca originale  del genius loci, piuttosto che partendo dal solito municipalismo sociologico, colmo di aride e ripetute cronache e statistiche. Opera ancora purtroppo inedita, per le difficoltà editoriali che la mole della stesura comporta. Non mancano, nell’indagine, le frequentazione del Messina con letterati e storici e i riscontri che la critica più avveduta ha giustamente dedicato a questo orgoglioso isolato della cultura siciliana che, appunto, meritava finalmente un libro come questo di Vittorio Riera. Ci si augura che in una prossima edizione possa essere accolta una bibliografia di e su Calogero Messina, utile per dare completezza e possibilità di ulteriori approfondimenti.
Conosco dalla mia giovinezza Messina e ho avuto il dono della sua frequentazione, specie negli anni Settanta. Ne riconosco il valore, la personalità, la grande serietà negli studi e negli approfondimenti. Sono stato inserito, con due acerbe poesie, nella sua bella e storica Antologia poetica “Voci di Sicilia” (1973), ho pubblicato come Thule il suo Manifesto Letterario  “L’Orma”, documento esemplare di stile e rigore culturale (presentato, con Giuseppe Ganci Battaglia, al primo, storico, Convegno Nazionale di Thule, al Jolly Hotel nel 1976, con vivo successo, come sottolinea lo stesso Riera).
Messina è pure Autore di un bel Proemio per la prima delle Antologie di Thule “Fragmenta” (da cui nel 1977 l’omonimo e tuttora fiorente  Premio Internazionale Fragmenta) nonché di una monografia sul pittore e restauratore siciliano Rosolino La Mattina, presentata al pubblico da Vincenzo Tusa nel 1976. A sua volta, ebbi modo di presentare la splendida e insuperata monografia del Messina, sulla figura e l’opera del Poeta delle Madonie, Giuseppe Ganci Battaglia, alla Palazzina Cinese di Palermo.
Ricordi vivissimi ancora, che hanno accompagnato, in poche ore, la lettura del libro di Riera, che ha mostrato – oltre la già evidenziata qualità critico – documentaria – una straordinaria capacità di sintesi, come in un variegato, eppur unitario, affresco d’insieme.


giovedì 12 gennaio 2017

Guttuso: tempo del realismo

di Tommaso Romano

Sono passati circa trenta anni  dalla morte di Renato Guttuso e per il maestro di  Bagheria è venuta l’ora di un sereno confronto storico – critico, facendo i conti con la sua opera e figura, da necessariamente contestualizzare, senza perpetuare l’ombra o di una retorica di maniera o di una liquidazione aprioristica e sommaria che ne hanno invece caratterizzato il percorso lungo l’arco dell’intera sua esistenza, fino alle polemiche da gossip intorno alla malattia, alla conversione, alla morte.
Guttuso è interamente appartenuto al clima culturale del Novecento, secolo breve e al contempo lunghissimo e mai tanto nodale e sanguinoso, rispetto all’intera storia del mondo e dell’arte.
Guttuso appartiene infatti alla storia italiana, calato con tutti i riflessi e gli influssi – anche ideologici – propri della vicenda, non solo artistica, ma anzitutto geopolitica del vecchio continente. Tuttavia Guttuso può dirsi anche erede nel solco tracciato dal vedutismo e dal verismo dell’Ottocento siciliano.
Come scrisse riassuntivamente Enrico Crispolti «il rilievo della personalità guttusiana è nel segno di un’individualità creativa molto forte, malgrado l’ampiezza del dialogo culturale di volta in volta istituito. È, malgrado tutto, nella sua unicità, che si iscrive storicamente, avanzandone spesso affascinanti mozioni, sostanzialmente nella linea di una grande figurazione che aspira ad offrire il volto dell’uomo del nostro tempo nella sua contingenza storica e nella verità quotidiana della sua esistenza. Una figurazione la sua, che si fa partecipe dell’immaginario collettivo, intrecciando la propria memoria a risultanze antropologiche o culturali, in un riscontro d’ampio respiro fra individuo e società”.
Già a partire dagli anni Trenta del ‘900 possiamo rintracciare le costanti del tessuto ideativo guttusiano: le coloratissime botteghe bagheresi, i carretti con dipinte le battaglie carolinge, di cui il giovane Renato resterà per sempre segnato, con il magistero dei Ducato e dei Murdolo, con il rapporto con Buttitta Civello, Giardina, Pippo Rizzo con il suo personale futurismo siciliano. Del giovane Guttuso vanno ricordati gli affreschi nella chiesa di Aspra, la partecipazione con Nino Franchina, Lia Pasqualino Noto, Giovanni Barbera  al Gruppo dei Quattro, la partecipazione alle prime Sindacali fasciste, fin alla fronda con la c.d. “sinistra fascista” di Bottai e la sua rivista Primato”, di cui Guttuso sarà collaboratore fin agli inizi degli anni Quaranta, e che gli dedicherà un famoso numero monografico. Verrà la svolta radicale con al PCI clandestino a cui Guttuso si iscriverà e poi con la Resistenza e la successiva militanza. Fino al conferimento del sovietico Premio Lenin.
Il suo modo di rappresentare il realismo sociale nelle dichiarazioni plurali e nella rete comunicativa che il cromatismo, a volte esasperato, evidenzia nella sua pittura, con il segno netto dei suoi disegni, che mettono in luce la «espressione di umanità e vita» e la sua idea fondante di pittura e di epos collettivo.
Certo, Guttuso non fu immune dal ripetersi, con un numero di opere – specie grafiche – di largo consumo e non sempre “deontologicamente plausibili”.
Tuttavia, è certo che a partire dalle tavolette, dalle donne alla fontana (conservata a Palazzo Comitini di Palermo), dai ritratti, la lezione del Novecento si mischierà  alla sollecitazioni liriche della pittura di un Martini e di un Carrà, e poi a quella di Picasso. Centrale sarà la Crocifissione (1940-41) guttusiana, esposta al Premio Bergamo. Poi  via, via con una forte insistenza, si indirizzerà ai temi e al clima della vita contadina, alle lotte sociali, all’analisi figurativa esistenziale delle condizioni della gente comune, tutte opere calate nella realtà e di cui l’articolo in “Nuovi Argomenti”, I comunisti e l’arte (Roma, maggio – giugno 1953) resterà sintesi di una presa di coscienza intima e insieme politica che sfocerà, a volte, nell’esibito ideologismo. Nell’altro articolo Sulla via del realismo, Guttuso tenderà a sottolineare tutto ciò che considera come esemplare di una “immagine popolare”, secondo i canoni socialisti.
Realismo sociale e realismo della condizione esistenziale si intrecceranno così in una aperta denuncia dello stato presente, in una lotta – corpo a corpo, direi – con l’espressione che cose e uomini propongono alla storia, in un turbine di passionalità, che connoterà comunque sempre la visione politica oltre che quella artistica. Una realtà, come dirà a Dario Micacchi (su “L’Unità” del 27 dicembre 1981) che è tale “anche se è sogno” e che, per molti versi, è parte del suo stesso conflitto con la memoria, malinconia e la narrazione di sé, come poi li ritroveremo in Spes contra Spem, opera del 1982.
Ancora nel 1983, in un’intervista, Guttuso sosterrà che «se uno è capace di tradurre l’infelicità in malinconia, ecco questo è per me molto produttivo”.
L’interpretazione psicologica dell’opera di Guttuso è in tal senso sottolineata come essenziale  da Testori, Briganti e Calvesi, e si raccorda con quella interpretazione espressionista e del neorealismo tipica delle impostazioni critiche dei Trombadori, De Grada, Argan, fino a quella ancora detta vitalistica di Longhi. Più in generale, ciò si esplicita in Guttuso nelle grandi opere di impegno storico-civile (La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio, 1951-52, I funerali di Togliatti, ma anche con la straordinaria anticipazione, del 1938, della fucilazione in campagna, nonché con la Fuga dell’Etna e lo zolfataio ferito, dello stesso periodo).
Il ritratto della madre del 1940, è ancora la concreta adesione personale di Guttuso ad una poetica del reale che egli metterà già in evidenza, proprio su “Primato” (del 15 agosto 1941) nel suo articolo Pensiero sulla Pittura: “Perché un’opera viva, bisogna che l’uomo che la produce sia in collera ed esprima la sua collera nel modo che più si confà a quell’uomo. Un’opera d’arte è sempre la somma dei piaceri e dei dolori dell’uomo che l’ha creata”.
Sul versante strettamente realistico ecco le opere del dopoguerra e in specie l’opera del 1949-50 Occupazione delle terre incolte in Sicilia che, al di là di alcuni limiti formali e dissonanti, già sottolineati da Giuseppe Marchiori, sono però da inquadrarsi in quella sorta di dichiarazioni-manifesto che lo stesso Guttuso chiarirà nel testo Sulla via del realismo (in “Società”, marzo 1952) in cui, fra l’altro, afferma: “Oggi possiamo solo dire che esiste una corrente, un gruppo di artisti che è incamminato sulla via del realismo è per noi: “Una guida per l’azione”, una condizione di lavoro, non una formula o una scuola”. Oltre a Gramsci, nel citato testo si cita Stalin, per controbattere “al cerchio chiuso delle aristocratiche formule idealistiche”, ed anche polemizzando duramente con l’astrattismo e per quelle che egli evidenzierà come non certo autentiche novità: “Le scoperte dell’arte moderna non sono i triangoli, i quadrati, le forme pure. Ed è nella realtà e nella vita che si trova “il linguaggio” e che si operano “le scoperte”. E non è possibile e non è vero che quel linguaggio che è stato scoperto per raccontarci un mondo di chitarre e di fruttiere e di carte da gioco e di bottiglie impolverate, serva a quella ripresa di contatto con la realtà e con la vita serva ad esprimere la realtà e la vita”. Ancora, “se per esempio un pittore vuole rappresentare un gruppo di contadini al lavoro, questo pittore avrà il problema di scegliere dei tipi determinati, di fare ed esprimere ai loro volti determinati pensieri, dovrà dar conto di un certo lavoro, di un certo paesaggio, di una certa ora del giorno. Questi sono e sono stati  sempre i problemi della pittura. Questi sono i nostri problemi formali. Ed è per questo che hanno grande importanza. Un’idea diventa suggestiva, convincente, penetrante, solo in virtù di una forma bella, armonica, perfetta. Ma non esiste né può esistere una forma bella, armonica, perfetta in sé, che non sia forma di qualche cosa, che sia la forma del nulla; perché il nulla non ha forma”. Concludendo il suo articolo Guttuso affermerà perentoriamente che “l’arte oggi si dibatte tra questi due poli: un’arte astrusa, intellettualistica, che nega la realtà o si compiace di offenderla nell’amore morboso del deforme, e una figurazione grigia, fotografica, fatta di esterne verosomiglianze, di falsità, di tristezza accademica. Al di sopra di questi aspetti sia fa strada la corrente realistica, la quale aspira ad un arte, ad un pittura che non nasca nel chiuso dello studio, frutto di riflessioni astratte, di condiscendenza alle mode cosmopolite, di ispirazione e fattura conseguente all’opera di altri artisti (secondo la teoria decadente di A. Malraux) e alle riproduzioni sulle riviste, ad una pittura che non si serva di formale buone indifferentemente per un pittore bulgaro, australiano, cinese e per un pittore italiano: una pittura legata alla vita e alla società moderna, ma (come sempre è accaduto nella storia e si pensi ai due grandi momenti di Giotto e di Caravaggio) non a quel che di questa società è rinsecchito o in decomposizione ma quello che progredisce ed avanza. A quelle parte della società che porte le nuove idee, le nuove energie, che si avvia a costruire un mondo più libero, più giusto, più felice. Un’arte dunque chiara nella sua forma, ottimista ed edificante nel suo contenuto, un’arte legata ai motivi profondi della nostra tradizione ma nutrita della nuova storia dell’umanità portavoce delle sue lotte e delle sue speranze”.
La necessaria e non breve citazione, si concludeva con l’auspicio di un “legame più diretto con la vita e col popolo”, per “continuare quei caratteri e quelle tradizioni che se si subiscono passivamente e scolasticamente sono una remota accademica e conducono alla fredda esercitazione. Ma che diventano strumenti di coscienza dell’animo popolare e punti di bellezza e di poesia quando sono utilizzate alle elaborazione e all’espressione della nuova realtà”.
A queste linee e teorie si rifarà quindi Guttuso negli anni seguenti a quelle dichiarazioni, pur non mancando di “trasgredire” in certi lacerti narrativi come ne La spiaggia (1955-56), oltre che nella raffigurazione di paesaggi siciliani  e romani e della residenza di Velate. Ancor più in Roch and Roll del 1958.
Le nature morte, gli interni, i nudi, “La discussione” (1959 – 60), l’unica opera scultorea “L’edicola” oggi a Villa Cattolica a Bagheria, ricondurranno l’artista  alle linee anche compositive più complesse che nel ’68 avranno compimento prima nel raffigurare nell’opera Giornale murale, in piena aderenza a quel particolare clima storico, che corrisponde al grande travaglio dell’est Europa ancora sotto il tallone sovietico e che avrà simbolico compimento con la morte di Jan Palach che si dà davanti ai carri armati del Patto  di Varsavia, in piazza San Venceslao a Praga.
Del tutto esemplare è un’altra opera di Guttuso del 1969 la Distruzione di Sodoma, parte di un ciclo allegorico, biblico, inteso come “prefigurazione della catastrofe  finale delle metropoli moderne”. Un’opera a suo modo “apocalittica”, ben lontana da arcadie ottimistiche di certo falso progressismo e storicismo di maniera, ancora peraltro assai in voga in quel periodo. È  una città che esplode in un groviglio di tubi e fra corpi inermi nel rosseggiare, tipico della tavolozza di Guttuso, capace di evocare. Il terremoto siciliano del 1968 è ancora occasione di introspezione, analisi del terrore, compimento di distruzione, smarrimento (vedi Le notti di Gibellina), che pure la natura può provocare, non certo benignamente.
I Funerali di Togliatti del 1972 – con una selva di bandiere e di ritratti di leader comunisti –  sembra rendere omaggio estremo non solo  al proprio riferimento ideale e politico, ma a quella  parte che sembra già avviarsi fra slanci e incertezze sulla via dell’eurocomunismo dal volto umano e procedere verso uno sganciamento lento dall’orbita sovietica.
In un miscuglio di nostalgie e di speranze va quindi letta l’opera di Guttuso.
La molto celebrata Vucciria (1974) e il Caffè Greco (1976), saranno così le efficaci  e ulteriori citazioni di un mondo e di personaggi che, sul crinale della vita del Nostro, si riproporranno con i temi memoriali, il ricordo di figure care (è il caso del ritratto esemplare dell’amico Giacomo Giardina, che compare nell’edizione Ila Palma palermitana, delle liriche del poeta pecoraio ambulante).
In una significativa intervista della fine degli anni ottanta, Guttuso  dichiarerà che: “invecchiando, andando avanti negli anni divento più “romantico” e cerco di spiegarmi. Sento il bisogno di affrontare il mistero che c’è nelle cose. Nei quadri il contenuto vero di un pittore non cambia perché è il contenuto di se stesso, è quello che è. Cambiano però le illusioni sul modo di manifestarlo. Alcune se ne vanno, ne nascono altre, si  attacca alle nuove e ai nuovi desideri. È il passato … bisogna saperlo vedere, bisogna capirlo e servirsene per andare avanti. Io mi attacco sempre più al passato”.
Tornano così i simboli, i miti, le consuetudini antiche (Giocatori di scopone, 1981), i misteri, e nell’opera La visita della sera del 1980, sembra farsi prepotente la necessità metafisica ne L’ora della tigre e nel Bivacco di streghe (1980), in Spes contra Spem del 1982, tutti gli elementi e i volti si coniugano in affresco. Dopo l’esperienza politica diretta di Guttuso nel PCI (nel 1983 non vorrà riproporsi al Senato)  lo sguardo si rivolgerà ancora una volta alla natura, specie nell’Eruzione dell’Etna (1983), in cui quattro personaggi di spalle osservano i fiumi di lava come nell’opera di Friedrich, dove l’uomo in piedi e solo osserva l’infinito, esattamente allo stesso modo dell’opera di Friederich, Il viandante sul mare di nebbia, del 1818, una icona romantica certamente non avulsa dalla poetica conclusiva di Guttuso. Le citazioni finali, gli interni, la contemplazione ancora carica di sensualità e di nostalgia per la donna, una religiosità naturalistica chiuderanno il ciclo e il sipario di una esistenza che all’arte ha molto chiesto e dato, lasciando ampie e significative tracce in quelle opere, a mio avviso nodali, che ho prima ricordato come significativi exemplum. Senza trascurare, però un certo compiaciuto ed esibito ricorso all’ovvio, più che al reale, elementi che pure hanno connotato tante produzioni, quasi seriale, del maestro bagherese.
Compreso e ostacolato, emblema anche di contraddizioni, Guttuso visse i miti della rivoluzione sociale come palingenesi, non sempre rendendosi ben conto di essere “strumento del principe”. E qui bisognerebbe rileggere anche il rapporto, poi divenuto scontro, con Sciascia.

E, tuttavia, di Guttuso restano non poche opere significative  espressione di una stagione irripetibile (che tardi epigoni cercano ancora inutilmente di perpetuare pittoricamente, come scolari immaturi), resta il mestiere e la sensibilità, resta soprattutto la fedeltà alla pittura, l’essere – oltre la retorica del suo stesso linguaggio – un autentico pittore, un’artista che ci ha pure trasmesso, sapendo e volendo discernere, un’ethos ed anche un’epos.

martedì 10 gennaio 2017

Il mio ricordo di Zygmunt Bauman

di Tommaso Romano

La scomparsa di Zygmunt Bauman mi rattrista e mi induce ad una breve riflessione, da ampliare in seguito.
Bauman è stato un geniale se pur discutibile e controverso, analista sociale un’interprete, anche filosofico agevole alla fruizione e alla lettura della postmodernità definita, come noto, liquida.
Molti suoi spunti e indicazioni sono assai originali e utili, senza però assolutizzarne gli esiti. Altri risultano di meno interesse anche per le matrici, non sempre superate del suo originario marxismo. Tuttavia corre un filo necessario da recuperare, da Max Weber a Bauman che si può ricostruire, anche criticamente e senza esaltazioni smodate, per ricomporre un itinerario di analisi dei fattori comunitari, senza pregiudizi ideologici e senza acquiescenze assolute.
Lo incontrai ad un Convegno organizzato in grande stile dalla Erickson a Rimini nel 2015: uomo gentile e libero nel dialogo e nei giudizi, chiaro nello svolgimento della sua conferenza, mi diede la sensazione di un uomo consapevole e profondo.

Incontro, pur nelle differenze valutative filosofiche e sociologiche, certamente indimenticabile.

martedì 20 dicembre 2016

Postfazioni di Tommaso Romano a Maria Patrizia Allotta, "Il giglio e l'ortica"; Giusi Lombardo "Maredentro"; Maria Concetta Ucciardi, "Il crepuscolo dell'alba" (Ed. Thule)

Nei simboli possiamo leggere i semi della verità.
Nella poesia, quando è autentica fonte di svelamento e conoscenza di sé, l’intima essenza appare e si apre come sostanza e permanenza.
La poesia di Maria Patrizia Allotta si nutre di radici robuste e come canna al vento si mostra in tutta la difficile e, comunque, stupefacente avventura vitale, nutrendosi appunto di simboli, miti, valori che sono altrettante interrogazioni, riflessioni, approdi e ripartenze nel mare dei dubbi, di fragilità delle speranze delle promesse che si rivelano a volte fallaci, dei naufragi inavvertiti e delle scialuppe che sono ancore.
Nel contrasto dell’apparenza spesso aspra e pungente di una natura che si dipana nei fatti perigliosi, ecco il giglio, l’antico fiore della purezza, della bellezza semplice e intatta su cui poter contemplare la rinascita che non muore.
Sì, perché lo scacco può presupporre il nichilismo della resa, dell’abbandono al destino preordinato, mentre la bellezza riscatta e redime se solo non si concepisce come assoluto soggettivo, individualismo incatenante.
In questa metafora del campo di ortiche, spesso aspre e pungenti, e del giglio del vero bene e, quindi, dell’armonia da non obliare al vento delle contingenze, vi è tutto l’universo di una poesia alta e solenne, intima e dolente, forte e umile al contempo che in Maria Patrizia Allotta si acquarella di tinte ora decise, ora impalpabili, facendo stillare una grande sensibilità, un cammino verso la luce non sempre lineare eppure consapevole, alta nella prospettiva straordinariamente esemplare e personale negli esiti stilistici, specchio di una condizione e di un sentire in profondità che può coinvolgere, fino all’interiorizzazione.



Giusi Lombardo transita felicemente dalla ricerca etnoantropolo­gica alla poesia pura, che pare aveva rapsodicamente praticato come alimento vitale.
Il realismo della condizione esistenziale diventa così un canto do­lente e coinvolgente, capace di suscitare sensazioni e partecipa­zioni emotive, liberandosi da incrostanti strettoie per giungere ad una sincera manifestazione, ad uno scenario che ha fatto cadere maschere e infin­gimenti, duellando con la controversia e il dolore, la passione e la rabbia, il candore e la ricerca dell’armonia.
Una esistenza al vaglio, una confessione laica e al contempo sacrale, che si dispiega senza i veli della retorica e le cadute nell’ovvio, trovando l’anima profonda negli anfratti più occulti, in quei raggi di sole che mai più nessuno riuscirà ad estinguere, come scrive.
Il dono del vivere diventa così riscatto e al contempo attesa, a volte amaro e consapevole sorriso, per un Destino che appare ineluttabile nell’infinita notte di tenebre.
Eppure, ecco la poesia, che riscatta e riconquista l’umano, il soffio d’ali, il dono di esserci.
La condizione individuale si stempera nel tempo eterno e senza ingombranti calendari che, comunque, trasforma e fa evolvere verso nuove consapevolezze, nell’attimo che fuggendo, imprime.
È l’anelito della vita, che trova la fonte per non abdicare e scindersi, è l’alba che appare ancora lontano e che pure aspetta la poetessa e, in sostanza, la poesia.



Come un simbolico introibo è quest’opera prima di Maria Concetta Ucciardi che alla poesia si è votata da qualche tempo, con accenti di sincerità e di calda colloquialità.
L’universo degli affetti, delle gioie, degli incontri, delle ansie, dei dolori e delle speranzose attese, si dipana nell’architettura sensibile di un cuore pulsante di umanità.
Senza metafore ardite, con piena attitudine a cogliere il nocciolo delle cose, la Ucciardi sembra a prima vista appartenere ad una schiera di poetesse lontane dal tempo storico, sviluppando una ricerca memoriale e di nostalgiche riflessioni, segnate da un linguaggio che si nutre degli elementi del quotidiano.
Eppure, le tensioni e le domande non si risolvono nell’elegia e la Ucciardi ben conosce oltre il sogno, la ragione che spesso riporta ad una realtà fredda e crudele.
La com-passione assume i caratteri della consapevolezza, il dolore degli altri diventa il dolore universale, le ricorrenze e i luoghi, un ram­memorare.
La natura, la luce, i colori sono veicoli di una magia possibile, se solo li si scopre in essenza, e Pegaso è il simbolo che la Ucciardi ben concepisce, per un volo che s’innalza oltre.
Così la musica diviene un tramite necessario di trascendenza, per la poetessa, così come il canto il lume del buon sapere.
A questo lume la poesia della Ucciardi si vota e si possono cogliere, così nella consapevolezza, le possibilità che la risorgenza dell’arte può proporre agli spiriti bennati.

lunedì 12 dicembre 2016

Umberto Balistreri, Tommaso Romano, "Scrutando il mare: lanterne, fari e fanali della Sicilia" (Ed. ISSPE)


di Antonino Russo

Umberto Balistreri e Tommaso Romano hanno fatto una accurata ricognizione delle coste siciliane e hanno descritto lanterne, fari e fanali della Sicilia. in un elegante volume di grande formato, edito nel mese di settembre di quest'anno. dall'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici.
Il volume si avvale della prefazione di Pietro Maniscalco, del contributo storico di Pippo Lo Cascio. di una appendice documentaria di Antonino Palazzolo e Pippo Lo Cascio. di una ricca bibliografia curata diligentemente da Letizia Pinnavaia.

lunedì 21 novembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

LA DISTINZIONE COME NOBILTÀ NEI CAVALIERI DELLO SPIRITO
di Giuseppe Bagnasco



  Dopo l’Elogio dell’ozio di Bertrand Russel e il più vetusto Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, tra i più rinomati e che si “distinguono” dai tanti, per gli argomenti similari trattati nel campo della disquisizione antroposociologica, ecco l’arrivo sul tavolo delle nostre “distrazioni”, quasi a completamento di una sorta di Trilogia, L’Elogio della Distinzione (Fondazione Thule Cultura – Palermo 2016) del filosofo Tommaso Romano. Non è un trattato ma un “manifesto”, una riflessione non confessionale, sullo stato e condizione contingente e spirituale a cui è pervenuta la società contemporanea del mondo che per semplificazione chiamiamo “occidentale”. Un manifesto, dicevamo, che si può leggere alla stregua di un manuale di regole educative, senza per questo assumere i connotati di una filippica sebbene a tratti appaia come significativa e volitiva “omelia”. Né poteva essere diversamente per l’argomento affrontato e che spazia per tutto l’arco della devianza nei comportamenti “tradizionali” dell’uomo odierno.
   Per potere scrutare a primo acchito il poderoso testo e carpirne le parti più salienti, visto che è composto da ben tre “corpi” relativi ad un saggio dell’Autore, un saggio dell’illustre Amadeo-Martin Rey y Cabieses e un ricco e unico Florilegio di Autori, ci viene in soccorso il sottotitolo: Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che si tratti di una esplorazione storica e sociologica su ciò che questi “titoli” hanno rappresentato e che l’Autore  sottolinea con l’intercalare il testo di disegni riferiti a momenti d’azione della Cavalleria  d’un tempo con schiere cristiane affrontanti le saracene e la raffigurazione nell’antifrontespizio della sagoma idealizzata del Krak (fortezza crociata in Siria) dei Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme divenuti poi di Rodi, infine di Malta e oggi rappresentati dallo SMOM.
   Tommaso Romano, non nuovo nell’esposizione di “tesi teologali” sullo spirito, da buon cristiano di fede qual è, mette al servizio del dettato di Dio, la vestitura armata del distinto “Cavaliere dello Spirito”. E lo fa discettando sui temi sopraindicati, a cominciare dal concetto di Aristocrazia, distinguendo quella di spada da quella dello spirito.  L’aristocratico, nel composto della semantica greca di aristòs (eccellenza) e cratòs (potere di governo), delinea una persona che si governa da sé e per espansione, colui che si isola dalla folla. E per folla, come afferma l’Autore, s’intende quanti sono accomunati nella volgarità, rozzezza, dozzinalità e violenza del comportamento nelle parole come negli atti, fino ai modi. Tuttavia, sempre nel proseguo della ratio in Romano, l’isolarsi dalla realtà, l’eccessivo autocontrollo, compresa la mancanza di ironia, non consentono l’educazione alla nobiltà che, di contro, si consegue nella capacità del saper scegliere il confacente rapporto con il prossimo. L’aristocratico è pertanto la persona distinta, custode di quei valori che dovrebbero armare  i suddetti Cavalieri per conquistare “nelle steppe del nulla, la Gerusalemme Celeste. Il tutto”. Oggi che il “progressismo”, l’innaturale livellamento sessuale, l’omologazione alla massificazione, portano ai conseguenti disvalori, fra tutto questo declinare un posto privilegiato è riservato ad una virtù d’eccellenza: l’Onore.
   Ora, a prescindere dalle valutazioni sottolineate dallo storico Franco Cardini che lo conforma a dignità personale, reputazione e onorabilità  comportanti il diritto della persona al rispetto e alla stima, bisognerebbe qui aprire uno spaccato su questa virtù che, a parere non solo nostro, incardina tutte le qualità del “buon uomo”, del buon cristiano ma che non si riflette nel diverso homo bonus del poeta Marziale. Incominciamo, purtroppo, col dire che le culture della menzogna, dell’ipocrisia, hanno inferto una profonda e dolorosa ferita nel comportamento deontologico degli uomini e in particolare nel malinteso senso dell’onore soprattutto se riferito alla latina sacralità della parola data, pacta servanda sunt, come comprova, per mantenerla, il  sacrificio del console Marco Attilio Regolo. Pensiamo ad esempio a quanti giustificano un loro scomposto agire con un’alzata di spalle o con quel “Je m’en fous”, di recente pronunciato dal Presidente della Commissione Europea Juncker e che fa comprendere quale ingloriosa fine abbia fatto quel certo bon ton!. Ma la trasgressione del senso dell’onore ha antica data giacchè la ritroviamo, spulciando la mitologia greca o passi della Bibbia, nei racconti del “padre” Zeus che ricorreva al travestimento e finanche alla sostituzione di persona per sedurre con l’inganno le belle mortali o come nella vergognosa e subdola condotta di Re David quando mandò in guerra, in prima linea e quindi alla morte Uria, lo sposo della bella Betsabea che aveva sedotto e che comunque poi da vedova sposò. E ancora, non possiamo elencarli tutti, nel tradimento fatto da un certo Horatio Nelson nei confronti dell’Ammiraglio Caracciolo (la resa in cambio della vita) e che invece fece impiccare sulla murata della sua Victory contravvenendo come un volgare pirata alla parola data. Infine, ricorrendo alla Storia, ancora sull’onore tradito, quando Enrico IV di Francia pur di mantenere salda la sua corona abiurò alla sua fede protestante e abbracciò quella cattolica con un probabile e analogo “Je m’en fous” nel famoso “Parigi val bene una messa!”. Ma i dettati del codice d’onore hanno sempre governato, lungo il corso dei tempi, gli uomini giusti e probi e ciò sin dai codici cavallereschi del Medioevo giungendo per alcuni tratti, perfino a quelli non scritti dell’onorata società, uniformemente intesa in tutto il nostro Meridione e giunta, con l’emigrazione “imposta” dopo la sua piemontesizzazione, fino alla “frontiera” dell’Ovest americano. Erano codici che tutelavano l’onestà della donna, intoccabilità dei bambini, la parola data, con in aggiunta il divieto di sparare alle spalle o ad un uomo disarmato. Norme non scritte nella vita che, fino all’abolizione formale del feudalesimo, si conduceva nei feudi e che era regolata da un castaldo, un soprastante, un fattore che amministravano la giustizia “parallela” essendo i feudi luoghi spesso “inaccessibili” anche alle compagnie rurali dei governi del tempo. Nacque lì la vecchia “onorata società” da non confondere con la successiva malavita organizzata o coi “picciotti” di La Masa che furono, ma ancor prima in letteratura nei manzoniani “bravi” di Don Rodrigo o nei severi “tribunali” della setta panormita dei Beati Paoli di natoliana memoria, il loro capostipite. Era quest’ultima una “Confraternita” segreta, come afferma il Villabianca, di uomini valenti che perseguivano i valori della difesa dei deboli e della giustizia pur rimanendo nelle loro feroci sentenze ferventi religiosi e credenti in Dio e al Santo di Paola, a cui si richiamavano. A uomini di tal fatta, a questi “uomini d’onore”, si deve l’appellativo di “cristiano”. Ma torniamo all’Elogio della Distinzione e al tema della Ecosofia affrontato dal filosofo Romano nel riconsiderare il senso della abitazione in cui si vive.
   Al pari di Francesco Alberoni che nel novero della scienza della comunicazione include quella che avviene attraverso il vestire certi abiti dando a questi la facoltà di dare un messaggio su chi li indossa, così il Nostro attribuisce lo stesso significato all’arredamento e al gusto di disporlo in un certo modo nella dimora di una persona dalle qualità “aristocratiche”. E questo come proiezione della propria identità dedicando tra gli arredi anche uno spazio ai ritratti dei propri antenati a guisa dei Lari e dei Penati dei Latini. Completano, conclude Romano, la bellezza della dimora, non necessariamente un palazzo, il poter accudire l’eventuale giardino di casa o il curare il collezionismo al pari di un personale museo, considerando entrambi come manifestazioni secondarie del gusto del dimorante. Con questo fare si può contrastare, aggiunge l’Autore, il completamento dell’ecatombe che incalza e principalmente col formare, con persone che in ciò si riconoscono, una sorta di patriziato civico di pochi ma decisi “Cavalieri”. Titolo di nobiltà, ammonisce il Nostro, che non deve essere acquisito tramite sedicenti Istituti che l’elargiscono dietro compenso essendo insita la possibilità di poter incorrere così, in quel “Todos Caballeros” che l‘imperatore Carlo V concesse a certi postulanti sardi che lo reclamavano. Frase che oggi viene usata in tono dispregiativo annullando di fatto la distinzione o il prestigio dei pochi che lo meritano.
   Fatto salvo questo primo “tomo” che forma il “corpus iuris” principale dell’Elogio della Distinzione, essa incorpora altresì una poderosa antologia, un Florilegio di Autori che espongono le loro frasi, trattazioni, aforismi nel reticolo degli argomenti qui esposti, con particolare riguardo al significato di Aristocrazia. Pur tuttavia di questi Eccellenti non ci è possibile citare tutti i nomi dal momento che in dettaglio l’elenco supera le cento pagine. Fa da cornice a tanto disquisire, un prezioso saggio del nobile spagnolo Don Amadeo-Martin Rey y Cabieses, storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che ne approfondisce lo studio, con un particolare riguardo a quello genealogico italiano. Il saggio dell’Illustre, Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma, risulta diviso in Nobleza, Aristocracia e Caballeria, speculari in qualche modo al sottotitolo dell’Elogio della Distinzione. Nella reflexion final l’Illustre raccomanda il rispetto della palabra dada, la bondad y la generosidad e la valentia y la humildada de corazòn perché solo la loro actuaciòn es la mejor aristocracia , cioè quella del poder de la bondad. 
   Alla termine di queste note, una riflessione, anche se non esaustiva, di quanto ci resta, speriamo in seguito non in briciole di memoria, della meritoria opera del “mosaicosmico” Magister. Senza scadere nella facile apologia di maniera, si resta “impressionati” da questo album di fotografie-commentario che, senza tema di supponenza, potremmo definire “De humanitate destructa”, giusto per parafrasare i commentari cesariani, nonchè coinvolti dall’afflato che traspare dalla malcelata angoscia con cui l’Autore esamina l’uomo sedotto e concupito dalla Tecnolatria dalla quale non si può distaccare senza il paventato pericolo di non apparire “politically correct”. Il richiamo risulta un accorato appello a quanti si avviano ciecamente verso l’abisso dell’anima trascinando con sé duemila anni di cammino e di acquisizione di una civiltà della quale restano testimoni ineguagliabili città uniche come Atene, Roma, Alessandria, Gerusalemme, Venezia, Pietroburgo. Un richiamo quindi per impedire a costoro di non finire aggrappati, in un rigurgito di ravvedimento, a quella “Zattera della Medusa” che tanto bene rappresenta la deriva di uomini disperati, il dipinto di Theodore Gèricault. A ben vedere, l’Elogio della Distinzione costituisce una sorta di testamento spirituale del Cavaliere dello Spirito Tommaso Romano, appartenente purtroppo all’esausto filone di un certo nuovo romanticismo, non letterario ma spirituale nel senso che si richiama al Passato vestendo la parola di “Redentore” di una certa cultura. Un testamento spirituale, dicevamo, che si coglie in questo Discepolo della Cultura che quale Pellegrino del Cosmo chiude questo pregevole lavoro, con fare quasi colloquiale, con un congedo, certamente non occasionale. Egli infatti inserisce al confine dei “tomi” trattati, un testo dal significativo titolo “Congedo al cafè de Maistre”. E volutamente, prendendone a prestito il nome, sceglie per siffatto “eremo senza terra”, l’immaginario ricovero in un Caffè, posto di fronte il mare nel Foro Borbonico (oggi Italico), dove in una atmosfera pregnante di “art nouveau”, si ritrova a scrivere, tra un caffè e il centellinare di un Porto, avvolto nell’aria da una coinvolgente musica mozartiana, una lettera, quasi una immaginaria “epistola apostolica” rivolta ad una civiltà al tramonto. In questa, da buon Anacoreta occulto, chiama alla resistenza con quel pudore, riserbo, dignità,  sensi comuni ai pochi frequentatori di quel Caffè, anche se ritiene che tutto è perduto, riprendendo in ciò la frase di Francesco Primo di Francia nell’infausto giorno di Pavia, nel messaggio alla propria madre, “Tutto è perduto fuorchè l’onore”. Ed è nel nome di queste virtù e dell’onore che il Romano, come in un battesimo liturgico, rinuncia al satana della egemonia tecnologica e alla dittatura del pensiero unico nello stesso modo in cui rinuncia agli applausi dei falsi adulatori, esprimendo come unica aspirazione quella di essere lasciato in pace dentro un immaginario Chiostro. E’ nel contesto di queste note che il Filosofo appare nelle vesti più dimesse dell’ordinario umano, svelando una sorta di stanchezza per l’impari lotta contro questo mondo destinato al declino, riponendo però l’ultima speranza nel salvataggio ad opera della divina Provvidenza. Si chiude così questa antologia, questo breviario-manuale di concetti, richiami, esortazioni che, iniziati con la Distinzione, anima della nobiltà del cuore e dello spirito, giungono al termine di questo excursus, alla malinconia nel corpo senza tuttavia coinvolgerne l’anima.

martedì 15 novembre 2016

Fausto Gianfranceschi la scrittura come coscienza e testimonianza

di Tommaso Romano

Ho sempre stimato e non poco ammirato Fausto Gianfranceschi (Roma 1928-2012), scrittore di saggi, romanzi e soprattutto di aforismi, non inferiori a quelli di un Cioran o di un Gòmez Dàvila. Ne ho ripercorso in pochi giorni tutti i libri che di lui possiedo e già più volte letti, trovando anche qualche articolo in riviste e ritagli tratti dal “Tempo”, quotidiano romano di cui fu a lungo (20 anni) responsabile della terza pagina e che meriterebbero certamente  una ristampa. Ma questa del “Tempo” di Gianfranceschi e dei suoi collaboratori,  è una storia di cui forse un giorno qualcuno scriverà, senza indulgere,  si spera,  nell’autocitazione.
Ritengo un privilegio l’averlo frequentato a Roma alla Fondazione Volpe ed al  SLSI – Sindacato Libero Scrittori Italiani, ed aver avuto Fausto ospite a Palermo, per convegni e conferenze e perfino avergli assegnato un Premio al Città di Bolognetta in compagnia di due grandi: Pio Filippani Ronconi e Vittorio Vettori. Uomo raffinato e capace di fervide ironie gentili, credente senza essere un clericale baciapiede  , riservato ma con la gioia consapevole della unicità della vita, anche quando questa si fece durissima da digerire. Fumatore mai pentito, neppure di fronte al cancro, da cui per dieci anni scampò due volte.
Ebbe il dolore del lutto atroce dei figli Giovanni e Federica,  a cui dedicò due libri di rara intensità, e una donna che amò teneramente e che fu la sua forte compagna: Rosetta.
Amico di Julius Evola,  del quale fu discepolo, senza tuttavia seguirne per intero la visione, fu uomo coraggioso e pugnace nel dopoguerra nei FAR , subendo ingiuste persecuzioni.
Scrisse alcuni ottimi romanzi, alcuni di questi pubblicati da Alfredo Cattabiani: Il segno sulla mano (1968), Giorgio Vinci psicologo (1983), L’ultima vacanza (1972), Belcastro (1975), Il senso del corpo e i saggi Svelare la morte per la Rusconi degli anni Settanta. Autore di  un saggio su Buzzati e di uno su Tobino, impeccabili nella sintesi, nonché autore per Volpe del testo Teologia elettrica. Alcune raccolte di racconti La casa degli sposi (1980) e gli aforismi, rimangono certamente fra le sue scritture eccelse. I titoli stessi ne rivelano la linea e lo spessore: Diario  di un conformista, Stupidiario della sinistra, Il reazionario. L’ultimo, Lode della torre d’avorio (Ares, Milano 2007) riassume tutto lo scrittore, per intero l’uomo e il suo stile, consegnati in frammenti lucenti.
Parole terse e incisive, di cui voglio dare un breve resoconto,  nell’amichevole e riconoscente memoria, grato per le sue attenzioni alle mie  poesie, e per il suo considerare e vivere la cultura non come impegno soltanto, ma come milizia dura  e vitale lui che in fondo,  era o diceva si essere, un pigro.
Ho ritrovato pure i suoi articoli su “Imperium” di Enzo Erra (che pure voglio ricordare come uomo  integro e fedele della parte sbagliata), al tempo dell’impegno politico negli anni Cinquanta e i più recenti  testi su “Intervento” e “La Destra”. Nel 1984 vinse il Premio Napoli e fu finalista al Premio Strega.
Nel tempo sono spesso ritornato a leggere di questo fiero antimoderno anche un saggio che non dovrebbe mancare a chi fa professione di libertà, nell’epoca nostra delle nuove schiavitù, sostenute come  “umanitarie”  conquiste. Questo è il titolo: Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere.
Torno allora e finalmente agli aforismi ultimi di Fausto, sottolineando intanto che la torre d’avorio è pure un titolo regale, ovviamente dimenticato, per la Madonna, appunto Turris eburnea, onde celebrarne l’invisibilità ed il simbolo, ove è “custodita l’anima che non può esporsi alla tempesta come una banderuola di vento” come scrisse Fausto.
Ecco allora altre gemme: “La mia è una vita a bassa tecnologia”; “Non soltanto forme. Forme e ritmo”; “Non capisco i passatempi semmai  mi piacerebbe  non far passare il tempo; “Indignarsi, una a una certa lontananza”; “La fraternità con i libri e forse la più alta forma di vita sociale”; “La letteratura ha molte più idee degli psicologi e dei sociologi”; “La poesia è la musica della conoscenza”; “È importante leggere, ma è ancora più importante scegliere cosa non leggere”; “Il mio linguaggio e il mio contegno sono la mia filosofia”; “Non mi affretto, ormai ho tutta la vita dietro di me, che mi frena”; “L’arte della vita è l’arte del tessitore. Tanto più stretti e fitti sono i nodi dell’emozioni, tanto più vasta e piena di  fa l’esistenza”; “Il buonismo è il lato viscido della cattiveria”; “Quando scrivo ritraggo me stesso perché nessuno può rappresentare il mondo per intero”; “Quando ero giovane ho odiato, poi non ho odiato nessuno. Disprezzato sì”; “Quando mi sfiora un’ombra di amarezza perché ormai mi cercano pochi amici, mi dico: per tutta la vita hai voluto essere libero, hai difeso accanitamente la tua solitudine, non ti sei legato a nessuno, e adesso finalmente ti lasciano solo”; “Per evitare spiacevoli sorprese, non pretendo dagli altri quello  che pretendo da me stesso”; “Non sto tanto bene, spero nell’aldilà  di riprendermi”.
Come si è potuto leggere,  si è in presenza di un grande scrittore e pensatore, da riscoprire, integralmente capace di esercitare con fermezza l’indipendenza e praticare la lontananza  per vocazione, per necessità  e per disgusto.
E per Amor fati.

lunedì 17 ottobre 2016

Mario Attilio Levi: Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano

Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola.