venerdì 16 dicembre 2016
lunedì 12 dicembre 2016
Umberto Balistreri, Tommaso Romano, "Scrutando il mare: lanterne, fari e fanali della Sicilia" (Ed. ISSPE)
di Antonino Russo
Umberto Balistreri e Tommaso Romano hanno fatto una accurata ricognizione delle coste siciliane e hanno descritto lanterne, fari e fanali della Sicilia. in un elegante volume di grande formato, edito nel mese di settembre di quest'anno. dall'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici.
Il volume si avvale della prefazione di Pietro Maniscalco, del contributo storico di Pippo Lo Cascio. di una appendice documentaria di Antonino Palazzolo e Pippo Lo Cascio. di una ricca bibliografia curata diligentemente da Letizia Pinnavaia.
lunedì 21 novembre 2016
Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)
LA DISTINZIONE COME NOBILTÀ NEI CAVALIERI DELLO SPIRITO
di Giuseppe Bagnasco
Dopo l’Elogio dell’ozio di Bertrand Russel e
il più vetusto Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, tra i più rinomati e
che si “distinguono” dai tanti, per gli argomenti similari trattati nel campo
della disquisizione antroposociologica, ecco l’arrivo sul tavolo delle nostre
“distrazioni”, quasi a completamento di una sorta di Trilogia, L’Elogio della Distinzione
(Fondazione Thule Cultura – Palermo 2016) del filosofo Tommaso Romano. Non è un
trattato ma un “manifesto”, una riflessione non confessionale, sullo stato e
condizione contingente e spirituale a cui è pervenuta la società contemporanea
del mondo che per semplificazione chiamiamo “occidentale”. Un manifesto,
dicevamo, che si può leggere alla stregua di un manuale di regole educative,
senza per questo assumere i connotati di una filippica sebbene a tratti appaia
come significativa e volitiva “omelia”. Né poteva essere diversamente per
l’argomento affrontato e che spazia per tutto l’arco della devianza nei
comportamenti “tradizionali” dell’uomo odierno.
Per potere scrutare a primo acchito il
poderoso testo e carpirne le parti più salienti, visto che è composto da ben
tre “corpi” relativi ad un saggio dell’Autore, un saggio dell’illustre
Amadeo-Martin Rey y Cabieses e un ricco e unico Florilegio di Autori, ci viene
in soccorso il sottotitolo: Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo
di barbarie. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che si tratti di una
esplorazione storica e sociologica su ciò che questi “titoli” hanno
rappresentato e che l’Autore sottolinea
con l’intercalare il testo di disegni riferiti a momenti d’azione della
Cavalleria d’un tempo con schiere
cristiane affrontanti le saracene e la raffigurazione nell’antifrontespizio della
sagoma idealizzata del Krak (fortezza crociata in Siria) dei Cavalieri
Ospitalieri di Gerusalemme divenuti poi di Rodi, infine di Malta e oggi
rappresentati dallo SMOM.
Tommaso Romano, non nuovo nell’esposizione
di “tesi teologali” sullo spirito, da buon cristiano di fede qual è, mette al
servizio del dettato di Dio, la vestitura armata del distinto “Cavaliere dello
Spirito”. E lo fa discettando sui temi sopraindicati, a cominciare dal concetto
di Aristocrazia, distinguendo quella di spada da quella dello spirito. L’aristocratico, nel composto della semantica
greca di aristòs (eccellenza) e cratòs (potere di governo), delinea una persona
che si governa da sé e per espansione, colui che si isola dalla folla. E per
folla, come afferma l’Autore, s’intende quanti sono accomunati nella volgarità,
rozzezza, dozzinalità e violenza del comportamento nelle parole come negli atti,
fino ai modi. Tuttavia, sempre nel proseguo della ratio in Romano, l’isolarsi
dalla realtà, l’eccessivo autocontrollo, compresa la mancanza di ironia, non
consentono l’educazione alla nobiltà che, di contro, si consegue nella capacità
del saper scegliere il confacente rapporto con il prossimo. L’aristocratico è
pertanto la persona distinta, custode di quei valori che dovrebbero armare i suddetti Cavalieri per conquistare “nelle
steppe del nulla, la Gerusalemme Celeste. Il tutto”. Oggi che il
“progressismo”, l’innaturale livellamento sessuale, l’omologazione alla
massificazione, portano ai conseguenti disvalori, fra tutto questo declinare un
posto privilegiato è riservato ad una virtù d’eccellenza: l’Onore.
Ora, a prescindere dalle valutazioni sottolineate
dallo storico Franco Cardini che lo conforma a dignità personale, reputazione e
onorabilità comportanti il diritto della
persona al rispetto e alla stima, bisognerebbe qui aprire uno spaccato su
questa virtù che, a parere non solo nostro, incardina tutte le qualità del
“buon uomo”, del buon cristiano ma che non si riflette nel diverso homo bonus del
poeta Marziale. Incominciamo, purtroppo, col dire che le culture della
menzogna, dell’ipocrisia, hanno inferto una profonda e dolorosa ferita nel
comportamento deontologico degli uomini e in particolare nel malinteso senso
dell’onore soprattutto se riferito alla latina sacralità della parola data, pacta
servanda sunt, come comprova, per mantenerla, il sacrificio del console Marco Attilio Regolo. Pensiamo
ad esempio a quanti giustificano un loro scomposto agire con un’alzata di
spalle o con quel “Je m’en fous”, di recente pronunciato dal Presidente della
Commissione Europea Juncker e che fa comprendere quale ingloriosa fine abbia
fatto quel certo bon ton!. Ma la trasgressione del senso dell’onore ha antica
data giacchè la ritroviamo, spulciando la mitologia greca o passi della Bibbia,
nei racconti del “padre” Zeus che ricorreva al travestimento e finanche alla
sostituzione di persona per sedurre con l’inganno le belle mortali o come nella
vergognosa e subdola condotta di Re David quando mandò in guerra, in prima
linea e quindi alla morte Uria, lo sposo della bella Betsabea che aveva sedotto
e che comunque poi da vedova sposò. E ancora, non possiamo elencarli tutti, nel
tradimento fatto da un certo Horatio Nelson nei confronti dell’Ammiraglio
Caracciolo (la resa in cambio della vita) e che invece fece impiccare sulla
murata della sua Victory contravvenendo come un volgare pirata alla parola
data. Infine, ricorrendo alla Storia, ancora sull’onore tradito, quando Enrico
IV di Francia pur di mantenere salda la sua corona abiurò alla sua fede
protestante e abbracciò quella cattolica con un probabile e analogo “Je m’en
fous” nel famoso “Parigi val bene una messa!”. Ma i dettati del codice d’onore
hanno sempre governato, lungo il corso dei tempi, gli uomini giusti e probi e
ciò sin dai codici cavallereschi del Medioevo giungendo per alcuni tratti, perfino
a quelli non scritti dell’onorata società, uniformemente intesa in tutto il
nostro Meridione e giunta, con l’emigrazione “imposta” dopo la sua
piemontesizzazione, fino alla “frontiera” dell’Ovest americano. Erano codici
che tutelavano l’onestà della donna, intoccabilità dei bambini, la parola data,
con in aggiunta il divieto di sparare alle spalle o ad un uomo disarmato. Norme
non scritte nella vita che, fino all’abolizione formale del feudalesimo, si
conduceva nei feudi e che era regolata da un castaldo, un soprastante, un
fattore che amministravano la giustizia “parallela” essendo i feudi luoghi
spesso “inaccessibili” anche alle compagnie rurali dei governi del tempo.
Nacque lì la vecchia “onorata società” da non confondere con la successiva
malavita organizzata o coi “picciotti” di La Masa che furono, ma ancor prima in
letteratura nei manzoniani “bravi” di Don Rodrigo o nei severi “tribunali” della
setta panormita dei Beati Paoli di natoliana memoria, il loro capostipite. Era
quest’ultima una “Confraternita” segreta, come afferma il Villabianca, di
uomini valenti che perseguivano i valori della difesa dei deboli e della
giustizia pur rimanendo nelle loro feroci sentenze ferventi religiosi e credenti
in Dio e al Santo di Paola, a cui si richiamavano. A uomini di tal fatta, a
questi “uomini d’onore”, si deve l’appellativo di “cristiano”. Ma torniamo all’Elogio
della Distinzione e al tema della Ecosofia affrontato dal filosofo Romano nel
riconsiderare il senso della abitazione in cui si vive.
Al pari di Francesco Alberoni che nel novero
della scienza della comunicazione include quella che avviene attraverso il
vestire certi abiti dando a questi la facoltà di dare un messaggio su chi li
indossa, così il Nostro attribuisce lo stesso significato all’arredamento e al
gusto di disporlo in un certo modo nella dimora di una persona dalle qualità
“aristocratiche”. E questo come proiezione della propria identità dedicando tra
gli arredi anche uno spazio ai ritratti dei propri antenati a guisa dei Lari e
dei Penati dei Latini. Completano, conclude Romano, la bellezza della dimora,
non necessariamente un palazzo, il poter accudire l’eventuale giardino di casa
o il curare il collezionismo al pari di un personale museo, considerando
entrambi come manifestazioni secondarie del gusto del dimorante. Con questo
fare si può contrastare, aggiunge l’Autore, il completamento dell’ecatombe che
incalza e principalmente col formare, con persone che in ciò si riconoscono,
una sorta di patriziato civico di pochi ma decisi “Cavalieri”. Titolo di
nobiltà, ammonisce il Nostro, che non deve essere acquisito tramite sedicenti
Istituti che l’elargiscono dietro compenso essendo insita la possibilità di poter
incorrere così, in quel “Todos Caballeros” che l‘imperatore Carlo V concesse a
certi postulanti sardi che lo reclamavano. Frase che oggi viene usata in tono
dispregiativo annullando di fatto la distinzione o il prestigio dei pochi che
lo meritano.
Fatto salvo questo primo “tomo” che forma il
“corpus iuris” principale dell’Elogio della Distinzione, essa incorpora altresì
una poderosa antologia, un Florilegio di Autori che espongono le loro frasi,
trattazioni, aforismi nel reticolo degli argomenti qui esposti, con particolare
riguardo al significato di Aristocrazia. Pur tuttavia di questi Eccellenti non
ci è possibile citare tutti i nomi dal momento che in dettaglio l’elenco supera
le cento pagine. Fa da cornice a tanto disquisire, un prezioso saggio del nobile
spagnolo Don Amadeo-Martin Rey y Cabieses, storico e critico nell’ambito
araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che
ne approfondisce lo studio, con un particolare riguardo a quello genealogico italiano.
Il saggio dell’Illustre, Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della
Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro
Corrispondente del Collegio Araldico di Roma, risulta diviso in Nobleza,
Aristocracia e Caballeria, speculari in qualche modo al sottotitolo dell’Elogio
della Distinzione. Nella reflexion final l’Illustre raccomanda il rispetto
della palabra dada, la bondad y la generosidad e la valentia y la humildada de
corazòn perché solo la loro actuaciòn es la mejor aristocracia , cioè quella
del poder de la bondad.
Alla termine di queste note, una riflessione,
anche se non esaustiva, di quanto ci resta, speriamo in seguito non in briciole
di memoria, della meritoria opera del “mosaicosmico” Magister. Senza scadere
nella facile apologia di maniera, si resta “impressionati” da questo album di
fotografie-commentario che, senza tema di supponenza, potremmo definire “De
humanitate destructa”, giusto per parafrasare i commentari cesariani, nonchè coinvolti
dall’afflato che traspare dalla malcelata angoscia con cui l’Autore esamina
l’uomo sedotto e concupito dalla Tecnolatria dalla quale non si può distaccare
senza il paventato pericolo di non apparire “politically correct”. Il richiamo
risulta un accorato appello a quanti si avviano ciecamente verso l’abisso
dell’anima trascinando con sé duemila anni di cammino e di acquisizione di una
civiltà della quale restano testimoni ineguagliabili città uniche come Atene,
Roma, Alessandria, Gerusalemme, Venezia, Pietroburgo. Un richiamo quindi per
impedire a costoro di non finire aggrappati, in un rigurgito di ravvedimento, a
quella “Zattera della Medusa” che tanto bene rappresenta la deriva di uomini
disperati, il dipinto di Theodore Gèricault. A ben vedere, l’Elogio della
Distinzione costituisce una sorta di testamento spirituale del Cavaliere dello Spirito
Tommaso Romano, appartenente purtroppo all’esausto filone di un certo nuovo
romanticismo, non letterario ma spirituale nel senso che si richiama al Passato
vestendo la parola di “Redentore” di una certa cultura. Un testamento
spirituale, dicevamo, che si coglie in questo Discepolo della Cultura che quale
Pellegrino del Cosmo chiude questo pregevole lavoro, con fare quasi
colloquiale, con un congedo, certamente non occasionale. Egli infatti inserisce
al confine dei “tomi” trattati, un testo dal significativo titolo “Congedo al
cafè de Maistre”. E volutamente, prendendone a prestito il nome, sceglie per
siffatto “eremo senza terra”, l’immaginario ricovero in un Caffè, posto di
fronte il mare nel Foro Borbonico (oggi Italico), dove in una atmosfera
pregnante di “art nouveau”, si ritrova a scrivere, tra un caffè e il
centellinare di un Porto, avvolto nell’aria da una coinvolgente musica
mozartiana, una lettera, quasi una immaginaria “epistola apostolica” rivolta ad
una civiltà al tramonto. In questa, da buon Anacoreta occulto, chiama alla
resistenza con quel pudore, riserbo, dignità,
sensi comuni ai pochi frequentatori di quel Caffè, anche se ritiene che
tutto è perduto, riprendendo in ciò la frase di Francesco Primo di Francia
nell’infausto giorno di Pavia, nel messaggio alla propria madre, “Tutto è
perduto fuorchè l’onore”. Ed è nel nome di queste virtù e dell’onore che il
Romano, come in un battesimo liturgico, rinuncia al satana della egemonia
tecnologica e alla dittatura del pensiero unico nello stesso modo in cui rinuncia
agli applausi dei falsi adulatori, esprimendo come unica aspirazione quella di
essere lasciato in pace dentro un immaginario Chiostro. E’ nel contesto di
queste note che il Filosofo appare nelle vesti più dimesse dell’ordinario
umano, svelando una sorta di stanchezza per l’impari lotta contro questo mondo
destinato al declino, riponendo però l’ultima speranza nel salvataggio ad opera
della divina Provvidenza. Si chiude così questa antologia, questo
breviario-manuale di concetti, richiami, esortazioni che, iniziati con la
Distinzione, anima della nobiltà del cuore e dello spirito, giungono al termine
di questo excursus, alla malinconia nel corpo senza tuttavia coinvolgerne
l’anima.
sabato 19 novembre 2016
giovedì 17 novembre 2016
martedì 15 novembre 2016
Fausto Gianfranceschi la scrittura come coscienza e testimonianza
di Tommaso Romano
Ho sempre
stimato e non poco ammirato Fausto Gianfranceschi (Roma 1928-2012), scrittore
di saggi, romanzi e soprattutto di aforismi, non inferiori a quelli di un
Cioran o di un Gòmez Dàvila. Ne ho ripercorso in pochi giorni tutti i libri che
di lui possiedo e già più volte letti, trovando anche qualche articolo in
riviste e ritagli tratti dal “Tempo”, quotidiano romano di cui fu a lungo (20
anni) responsabile della terza pagina e che meriterebbero certamente una ristampa. Ma questa del “Tempo” di
Gianfranceschi e dei suoi collaboratori, è una storia di cui forse un giorno qualcuno
scriverà, senza indulgere, si spera, nell’autocitazione.
Ritengo un
privilegio l’averlo frequentato a Roma alla Fondazione Volpe ed al SLSI – Sindacato Libero Scrittori Italiani, ed
aver avuto Fausto ospite a Palermo, per convegni e conferenze e perfino avergli
assegnato un Premio al Città di Bolognetta in compagnia di due grandi: Pio
Filippani Ronconi e Vittorio Vettori. Uomo raffinato e capace di fervide ironie
gentili, credente senza essere un clericale baciapiede , riservato ma con la gioia consapevole della
unicità della vita, anche quando questa si fece durissima da digerire. Fumatore
mai pentito, neppure di fronte al cancro, da cui per dieci anni scampò due
volte.
Ebbe il
dolore del lutto atroce dei figli Giovanni e Federica, a cui dedicò due libri di rara intensità, e
una donna che amò teneramente e che fu la sua forte compagna: Rosetta.
Amico di Julius
Evola, del quale fu discepolo, senza
tuttavia seguirne per intero la visione, fu uomo coraggioso e pugnace nel
dopoguerra nei FAR , subendo ingiuste persecuzioni.
Scrisse
alcuni ottimi romanzi, alcuni di questi pubblicati da Alfredo Cattabiani: Il segno sulla mano (1968), Giorgio Vinci psicologo (1983), L’ultima vacanza (1972), Belcastro (1975), Il senso del corpo e i saggi Svelare
la morte per la Rusconi degli anni Settanta. Autore di un saggio su Buzzati e di uno su Tobino, impeccabili
nella sintesi, nonché autore per Volpe del testo Teologia elettrica. Alcune raccolte di racconti La casa degli sposi (1980) e gli
aforismi, rimangono certamente fra le sue scritture eccelse. I titoli stessi ne
rivelano la linea e lo spessore: Diario di un conformista, Stupidiario della sinistra, Il
reazionario. L’ultimo, Lode della
torre d’avorio (Ares, Milano
2007) riassume tutto lo scrittore, per intero l’uomo e il suo stile, consegnati
in frammenti lucenti.
Parole terse
e incisive, di cui voglio dare un breve resoconto, nell’amichevole e riconoscente memoria, grato
per le sue attenzioni alle mie poesie, e
per il suo considerare e vivere la cultura non come impegno soltanto, ma come
milizia dura e vitale lui che in fondo, era o diceva si essere, un pigro.
Ho ritrovato
pure i suoi articoli su “Imperium” di
Enzo Erra (che pure voglio ricordare come uomo
integro e fedele della parte
sbagliata), al tempo dell’impegno politico negli anni Cinquanta e i più
recenti testi su “Intervento” e “La
Destra”. Nel 1984 vinse il Premio Napoli e fu finalista al Premio Strega.
Nel tempo
sono spesso ritornato a leggere di questo fiero antimoderno anche un saggio che
non dovrebbe mancare a chi fa professione di libertà, nell’epoca nostra delle
nuove schiavitù, sostenute come “umanitarie” conquiste. Questo è il titolo: Il sistema della menzogna e la degradazione
del piacere.
Torno
allora e finalmente agli aforismi ultimi di Fausto, sottolineando intanto che
la torre d’avorio è pure un titolo regale, ovviamente dimenticato, per la
Madonna, appunto Turris eburnea, onde celebrarne l’invisibilità
ed il simbolo, ove è “custodita l’anima che non può esporsi alla tempesta come
una banderuola di vento” come scrisse Fausto.
Ecco allora
altre gemme: “La mia è una vita a bassa tecnologia”; “Non soltanto forme. Forme
e ritmo”; “Non capisco i passatempi semmai
mi piacerebbe non far passare il
tempo; “Indignarsi, una a una certa lontananza”; “La fraternità con i libri e
forse la più alta forma di vita sociale”; “La letteratura ha molte più idee
degli psicologi e dei sociologi”; “La poesia è la musica della conoscenza”; “È importante
leggere, ma è ancora più importante scegliere cosa non leggere”; “Il mio
linguaggio e il mio contegno sono la mia filosofia”; “Non mi affretto, ormai ho
tutta la vita dietro di me, che mi frena”; “L’arte della vita è l’arte del tessitore.
Tanto più stretti e fitti sono i nodi dell’emozioni, tanto più vasta e piena
di fa l’esistenza”; “Il buonismo è il
lato viscido della cattiveria”; “Quando scrivo ritraggo me stesso perché
nessuno può rappresentare il mondo per intero”; “Quando ero giovane ho odiato,
poi non ho odiato nessuno. Disprezzato sì”; “Quando mi sfiora un’ombra di
amarezza perché ormai mi cercano pochi amici, mi dico: per tutta la vita hai voluto
essere libero, hai difeso accanitamente la tua solitudine, non ti sei legato a
nessuno, e adesso finalmente ti lasciano solo”; “Per evitare spiacevoli
sorprese, non pretendo dagli altri quello
che pretendo da me stesso”; “Non sto tanto bene, spero nell’aldilà di riprendermi”.
Come si è potuto
leggere, si è in presenza di un grande
scrittore e pensatore, da riscoprire, integralmente capace di esercitare con
fermezza l’indipendenza e praticare la lontananza per vocazione, per necessità e per disgusto.
E per Amor
fati.
sabato 5 novembre 2016
giovedì 20 ottobre 2016
lunedì 17 ottobre 2016
Mario Attilio Levi: Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente
di Tommaso Romano
Scorrendo la copiosissima bibliografia
di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si
può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura
di studioso, di storico e di uomo.
Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della
Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare,
professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università
di Milano e stimato professore di molte
Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i
massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto
livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo
dell’uomo libero e coerente, apertamente
a favore
dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale
e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in
Italia. Non è neppure ricordato come
dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i
protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M. Umberto II, che lo volle vicino nei raduni
legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno
1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e
nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le
massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino
che ha segnato, peraltro, le “fortune “
di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino
Volpe, Francesco Cognasso, Niccolò
Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente
illustri operanti, Aldo Alessandro Mola.
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