martedì 15 novembre 2016

Fausto Gianfranceschi la scrittura come coscienza e testimonianza

di Tommaso Romano

Ho sempre stimato e non poco ammirato Fausto Gianfranceschi (Roma 1928-2012), scrittore di saggi, romanzi e soprattutto di aforismi, non inferiori a quelli di un Cioran o di un Gòmez Dàvila. Ne ho ripercorso in pochi giorni tutti i libri che di lui possiedo e già più volte letti, trovando anche qualche articolo in riviste e ritagli tratti dal “Tempo”, quotidiano romano di cui fu a lungo (20 anni) responsabile della terza pagina e che meriterebbero certamente  una ristampa. Ma questa del “Tempo” di Gianfranceschi e dei suoi collaboratori,  è una storia di cui forse un giorno qualcuno scriverà, senza indulgere,  si spera,  nell’autocitazione.
Ritengo un privilegio l’averlo frequentato a Roma alla Fondazione Volpe ed al  SLSI – Sindacato Libero Scrittori Italiani, ed aver avuto Fausto ospite a Palermo, per convegni e conferenze e perfino avergli assegnato un Premio al Città di Bolognetta in compagnia di due grandi: Pio Filippani Ronconi e Vittorio Vettori. Uomo raffinato e capace di fervide ironie gentili, credente senza essere un clericale baciapiede  , riservato ma con la gioia consapevole della unicità della vita, anche quando questa si fece durissima da digerire. Fumatore mai pentito, neppure di fronte al cancro, da cui per dieci anni scampò due volte.
Ebbe il dolore del lutto atroce dei figli Giovanni e Federica,  a cui dedicò due libri di rara intensità, e una donna che amò teneramente e che fu la sua forte compagna: Rosetta.
Amico di Julius Evola,  del quale fu discepolo, senza tuttavia seguirne per intero la visione, fu uomo coraggioso e pugnace nel dopoguerra nei FAR , subendo ingiuste persecuzioni.
Scrisse alcuni ottimi romanzi, alcuni di questi pubblicati da Alfredo Cattabiani: Il segno sulla mano (1968), Giorgio Vinci psicologo (1983), L’ultima vacanza (1972), Belcastro (1975), Il senso del corpo e i saggi Svelare la morte per la Rusconi degli anni Settanta. Autore di  un saggio su Buzzati e di uno su Tobino, impeccabili nella sintesi, nonché autore per Volpe del testo Teologia elettrica. Alcune raccolte di racconti La casa degli sposi (1980) e gli aforismi, rimangono certamente fra le sue scritture eccelse. I titoli stessi ne rivelano la linea e lo spessore: Diario  di un conformista, Stupidiario della sinistra, Il reazionario. L’ultimo, Lode della torre d’avorio (Ares, Milano 2007) riassume tutto lo scrittore, per intero l’uomo e il suo stile, consegnati in frammenti lucenti.
Parole terse e incisive, di cui voglio dare un breve resoconto,  nell’amichevole e riconoscente memoria, grato per le sue attenzioni alle mie  poesie, e per il suo considerare e vivere la cultura non come impegno soltanto, ma come milizia dura  e vitale lui che in fondo,  era o diceva si essere, un pigro.
Ho ritrovato pure i suoi articoli su “Imperium” di Enzo Erra (che pure voglio ricordare come uomo  integro e fedele della parte sbagliata), al tempo dell’impegno politico negli anni Cinquanta e i più recenti  testi su “Intervento” e “La Destra”. Nel 1984 vinse il Premio Napoli e fu finalista al Premio Strega.
Nel tempo sono spesso ritornato a leggere di questo fiero antimoderno anche un saggio che non dovrebbe mancare a chi fa professione di libertà, nell’epoca nostra delle nuove schiavitù, sostenute come  “umanitarie”  conquiste. Questo è il titolo: Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere.
Torno allora e finalmente agli aforismi ultimi di Fausto, sottolineando intanto che la torre d’avorio è pure un titolo regale, ovviamente dimenticato, per la Madonna, appunto Turris eburnea, onde celebrarne l’invisibilità ed il simbolo, ove è “custodita l’anima che non può esporsi alla tempesta come una banderuola di vento” come scrisse Fausto.
Ecco allora altre gemme: “La mia è una vita a bassa tecnologia”; “Non soltanto forme. Forme e ritmo”; “Non capisco i passatempi semmai  mi piacerebbe  non far passare il tempo; “Indignarsi, una a una certa lontananza”; “La fraternità con i libri e forse la più alta forma di vita sociale”; “La letteratura ha molte più idee degli psicologi e dei sociologi”; “La poesia è la musica della conoscenza”; “È importante leggere, ma è ancora più importante scegliere cosa non leggere”; “Il mio linguaggio e il mio contegno sono la mia filosofia”; “Non mi affretto, ormai ho tutta la vita dietro di me, che mi frena”; “L’arte della vita è l’arte del tessitore. Tanto più stretti e fitti sono i nodi dell’emozioni, tanto più vasta e piena di  fa l’esistenza”; “Il buonismo è il lato viscido della cattiveria”; “Quando scrivo ritraggo me stesso perché nessuno può rappresentare il mondo per intero”; “Quando ero giovane ho odiato, poi non ho odiato nessuno. Disprezzato sì”; “Quando mi sfiora un’ombra di amarezza perché ormai mi cercano pochi amici, mi dico: per tutta la vita hai voluto essere libero, hai difeso accanitamente la tua solitudine, non ti sei legato a nessuno, e adesso finalmente ti lasciano solo”; “Per evitare spiacevoli sorprese, non pretendo dagli altri quello  che pretendo da me stesso”; “Non sto tanto bene, spero nell’aldilà  di riprendermi”.
Come si è potuto leggere,  si è in presenza di un grande scrittore e pensatore, da riscoprire, integralmente capace di esercitare con fermezza l’indipendenza e praticare la lontananza  per vocazione, per necessità  e per disgusto.
E per Amor fati.

lunedì 17 ottobre 2016

Mario Attilio Levi: Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano

Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola.

sabato 10 settembre 2016

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione (Pescara, 1976) a Villa Niscemi ricordando l’evento, con la consegna di Premi alla Cultura dedicati al suo secondo Presidente Internazionale, il grande storico dell’antichità e Accademico dei Lincei Prof. Mario Attilio Levi (1902 -1998). Verrà anche presentato il volume del socio Pasquale Attard “Dal Califfato al Regno”. La memoria del grande intellettuale torinese, che fu più volte a Palermo, viene ora messa in luce in questa occasione con il profilo che segue da Tommaso Romano fra i superstiti fondatori dell’Empire, che fu amico ed editore con Thule di due suoi libri, con questa breve memoria biografica e personale, con un inedito e la riedizione di un suo testo.

Mario Attilio Levi:
Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano


Mario Attilio Levi al Convegno del 1980 delle EdizioniThule.
da sinistra Pietro Gerbore, Costantino Vassillakis e Tommaso Romano. 
Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola. Clicca qui per continuare a leggere



mercoledì 31 agosto 2016

Tommaso Romano, "Tempo dorato" (Ed. Quanat)

di Giuseppe Saja


Leggendo le opere di Tommaso Romano, soprattutto quelle saggistiche, ho avuto sempre conferma del fatto che di un intellettuale ‘onesto’ possiamo non condividere l’ideologia di fondo o, come dire, i principi della sua weltanschauung; ma ci si può ritrovare ad approvarne alcune letture dell’esistenza e dell’esistente, in forza di quella capacità, che appunto solo gli intellettuali ‘onesti’ hanno, di mettersi in discussione, di riconsiderare assunti precedenti, di proporre analisi, guidati non già da apodittiche e sterili acquisizioni, ma da un sapere in fieri, che alimenta quella qualità, ahimè ormai così rara e preziosa: il buonsenso, abissalmente lontano dal senso comune, da quelle pseudo verità ovvie, banali, frutto di poco pensiero e ancor più limitata meditazione. Ecco perché, anche se piuttosto lontano dal conservatorismo, sia pure illuminato, di Romano, mi ritrovo spesso nelle sue osservazioni, nei suoi giudizi sulla società dei nostri giorni, nel suo modo di renderli pubblici attraverso i versi di una poesia o la scrittura saggistica. E poi, le letture, diciamo, di destra, che in questo volume Romano presenta, ad esempio del Sessantotto, si avvicinano, certo non coincidendo, alle considerazioni e alle critiche che dal mondo della sinistra meno radicale ormai sullo stesso periodo si propongono. Certo, è riconoscibile l’ironico imprinting ideologico di affermazioni come questa: «Non amai i simboli lontani di guerriglieri sudamericani, né la barba del profeta di Treviri, né la “rivoluzione di Mao. La mia generazione in gran parte s’illuse di stare con il senso della storia. Gli speculatori di sogni e di utopie stettero al gioco»; ma non possiamo non essere d’accordo con le parole riguardanti la lebbra della mafia, devastante a partire dagli anni Settanta del secolo scorso: «La morte a Palermo divenne regola amara. Non solo i regolamenti di conti fra i clan; ma persino i delitti eccellenti. Una lunga teoria di lutti. Molta retorica, pochi fatti alternativi». Non mi sono sorpreso, come non lo è stato il prefatore del volumetto Tempo dorato, Matteo Collura, che Romano abbia voluto ricomporre, tra edito e inedito, gli scritti più ‘narrativi’ della sua produzione, poiché pure essi vengono alimentati, e non potrebbe essere altrimenti, dai fiumi tutt’altro che carsici, anzi ariosamente impetuosi e prolifici, della sua vena lirica e di quella saggistica. Quelle due fonti trovano una felice sintesi in questo volume autobiografico, una misura che dimostra, come avvertito anche da Collura, evidenti capacità di narratore, di affabulatore della parole scritta, di sapiente manutentore del vocabolario, per dirla con un’espressione del mai troppo ricordato Antonio Castelli. È mia abitudine nel leggere un libro, e non solo quando devo scriverne o parlarne, annotare nelle ultime pagine bianche o “macchiate” dalle indicazioni di stampa, l’antico colophon, le frasi, i concetti, le espressioni per me notevoli, le suggestioni che ne nascono, anche le citazioni esplicite o implicite da altri scrittori o poeti: è un sondare il laboratorio creativo di un autore nel tentativo di scandagliare i livelli via via più profondi del suo lavoro. Ecco, nel fare questo con il volume di Tommaso Romano, mi sono reso presto conto di stare annotando praticamente quasi ogni pagina: non mi succede spesso e credo che ciò sia avvenuto per i contenuti coinvolgenti del volume e per le forme distese che li assecondano, per quel piacere del raccontare e del raccontarsi, per dirla con il sottotitolo. Intanto, quello che colpisce è la capacità di ricreare un’atmosfera, un ambiente, una situazione, un personaggio con poche pennellate di parole, che hanno spesso una pensosa densità anche a dispetto della loro carica connotativa; poi l’abilità di fare riaffiorare nostalgicamente, ma senza cedimenti patetici, quella Palermo d’antan, deturpata dalle esecrabili trasformazioni che subì già agli inizi del “sacco”, che ne cambierà i connotati, lasciando solo vaghi, sparuti e immobili ‘fercoli’ della sua anima liberty. Quel trapasso coincise, in qualche modo, con i riti di passaggio dell’uomo Romano dalla fanciullezza, soprattutto, all’adolescenza e poi alla maturità: dal tentativo, coronato dal successo grazie ad una superiore complessione fisica, del dodicenne Tommaso di guadagnare l’ingresso del cinema “Corallo” per vedere un film vietato ai minori di quattordici anni, alla ‘conquista’, avvenuta a tredici anni, dei “calzoni lunghi”, precedute, entrambe le esperienze, dai primi turbamenti, non proprio amori ancillari, che già a sette anni il nostro ebbe modo di provare, in compagnia di alcuni coetanei, nell’ammirare di nascosto le nude grazie della giovane e bella cameriera della nonna in Contrada Muffoletto a San Cipirrello (Palermo). Ma il volumetto è soprattutto la storia di una precoce maturazione culturale e intellettuale avvenuta sotto le ali delle predilezioni poetiche: il Futurismo soprattutto e autori quali Nietzsche ed Evola, poi rivisitati in modo personale. Un apprendistato intellettuale, dunque, che influenzerà le scelte politiche di Romano, facendone un amministratore atipico, poco legato alle poltrone, pronto a mettersi da parte quando i suoi mandati avrebbero dovuto mantenersi a prezzo di inaccettabili compromessi. Dunque, con assoluta padronanza dei mezzi espressivi, Romano incrocia dati memoriali con analisi coscienziali ed eventi socio-politici, e con la sapienza di un regista cinematografico (dalla decima musa egli attinge alcune formalizzazioni dei suoi ricordi) riesce a intersecare interni di famiglia con le vicende più significative della storia, non solo isolana, della seconda metà del secolo scorso. Quei quadri di vita, quelle aperture memoriali incardinano episodi e situazioni intorno ai valori che Romano riconobbe e riconosce fondanti, la famiglia su tutti. E allora, il “tempo dorato” delle lunghe vacanze estive alla scoperta del mondo, i bagni negli stabilimenti palermitani di Romagnolo, prima che Mondello assurgesse agli onori delle cronache balneari, le visioni cinematografiche domenicali precedute dalle passeggiate in una Palermo non ancora devastata dal cemento e dall’abusivismo, rompono i confini dei ricordi personali e ci consegnano le maliose immagini di una città, neanche troppo lontane, che lasciano, soprattutto a chi quei tempi non ha vissuti, la percezione di un ritmo di vita diverso, di un’essenzialità dell’esistere pur nelle differenze di censo e di possibilità sociali, una ciclicità biologica e non meccanica, anonima, disumanante. Sono cartoline non oleografiche, quelle che Romano ci propone con un certo sapore vintage, con quelle tonalità pastello che si ravvivano quando l’ectoplasma del ricordo viene attraversato dalla lama tagliente della ragione. Su tutto, si accampano alcuni personaggi indimenticabili, sapientemente cesellati con il bulino di una scrittura che chiama a raccolta tutto il mestiere e le competenze sin qui accumulate. Sono personaggi e non caratteri quelli che l’autore fa materializzare, che prendono vita dalla nebulosa della memoria per presentarsi ai lettori con tutta la loro umanità non convenzionale, con le loro stranezze e peculiarità: come dimenticare la “zia Maria”, al secolo Maria Randazzo, attrice non di fama, come ci ricorda Romano, ma che la sua passione onnivora per il teatro riuscì a trasmettere a Palermo a tante generazioni per tutto il Novecento; o Don Peppinello, improvvisato quanto improbabile automedonte, che riusciva a rendere periclitanti ma avventurosi i viaggi più tranquilli e potenzialmente rilassanti. Romano ci propone le prime “Epoche”, per dirla con Alfieri, della sua autobiografia; nel senso che volutamente egli ha ordinato i primi ricordi d’infanzia e d’adolescenza, fermandosi sulle soglie della maturità e dunque all’età delle responsabilità personali e pubbliche; ma questa, come si suole dire, è un’altra storia, che forse in seguito verrà raccontata.

giovedì 30 giugno 2016

Leggere i segni dei tempi per non “sciupare la crisi”

di Arturo Donati



Con la sintetica e intensa ricognizione problematica sul senso del viatico terrestre e degli atteggiamenti conseguenti al continuo depauperamento della visione del mondo, Tommaso Romano ci offre una matura riflessione ricca di spunti che contribuiscono ad aprire feritoie sul velo dei luoghi comuni del giudizio.
Infatti il giudizio corrente sulla crisi è sovente ammantato di catastrofismo e di superficiale accondiscendenza sia alle insorgenze reazionarie che al grave progressismo antropologico, sovente dimentico della inviolabilità unitaria della cifra umana.
Gli orientamenti prevalenti dell’immaginario sociale a noi più vicino, in ultima analisi confermano e rimarcano ulteriormente la deprivazione spirituale del nostro tempo che meriterebbe una complessa ed ampia indagine. Infatti In premessa l’autore presenta la sua raccolta di saggi brevi come un semplice contributo per la valutazione critica dei fenomeni antropologici oggi evidenti. Ne “L’Apocalisse e la gloria” Tommaso Romano sviluppa così una disamina argomentativa scevra di qualsiasi perentorietà fuori misura e senza tentare scorciatoie rimarca e perimetra tratti essenziali della dimensione della crisi alla cui consapevolezza nessuno dovrebbe sottrarsi.
Nonostante la brevità dei testi, realizza egregiamente il suo proposito con la chiarezza dell’onestà intellettuale che contraddistingue l’utopista che ha seguito davvero un percorso di conversione personale che lo ha condotto dalle iniziali sfere dell’idealità mai tradita a quelle del sacro custodito dalla Parola.
In primo luogo il tempo presente è caratterizzato dalla frequente elusione intenzionale della responsabilità individuale che viene facilmente derubricata dagli assiomi del giusto vivere. Tale deriva, gravida di deleteri effetti, sempre più evidenti, andrebbe ricondotta alla diretta conseguenza del rifiuto ideologico di qualsiasi teleologia. Rifiuto che mira a escludere ogni fede in un ordine superiore che possa inficiare l’ideologia dominante della socialità astratta che trova facile rispondenza nella vulgata dei luoghi comuni.
Invece secondo ogni spiritualista la socialità astratta essendo priva di qualsiasi cultura dell’essenza, è destinata ad essere prima o poi confusa se non barattata con l’aspirazione al dominio degli eventi quotidiani, quindi con il potere. Tommaso Romano riesce anche a far notare quanto sia negata dal laicismo autoreferenziale la necessità di un’analisi ponderata della tipologia della crisi attuale che è riconducibile principalmente alla visione antispecista dell’uomo.
Allora oggi più che in alti tempi urge e necessita pacatezza e coraggioso equilibrio nel giudizio. Tale preoccupazione è dettata dal discernimento cristiano. Infatti anche se il senso della decadenza degli autentici contenuti di relazione, senza i quali l’uomo non può definirsi tale, è certamente palese di contro la semplicistica valutazione etica su basi relativistiche dell’agire è perdente. La critica, quando avulsa da qualsiasi fondamento dottrinario e ancor più gravemente se insidiata dal comparativo etologico, non genera giudizi piuttosto generalizzazioni anche gravi.
Giudizi acritici che paradossalmente ledono la dimensione spirituale dell’uomo che proprio l’indignazione per il suo offuscamento intenderebbe al contrario proteggere. Secondo Tommaso Romano la saggezza, anche se esercitabili
e in forme limitate o in oasirelazionaali ristrette, può e deve ritornare ad essere un traguardo possibile Ogni tempo infatti offre allo spiritualista la possibilità di accedere ai linguaggi del profondo e di riedificare un senso dell’uomo. Senso da recuperare nella prassi storica, nella vita concreta e contraddittoria per quanto e nonostante il quotidiano induca i più alla rassegnata “lettura orizzontale” del valore simbolico degli eventi. Tommaso Romano si fa forte della lezione fondamentale di Romano Guardini che ha presentito la necessità antropologica di nutrirsi dei segni del divino che donano la possibilità di scoprire come ogni età della vita, che al contempo è sensibilità, utopia, potenza e caduta, di fatto sia teatro dell’incarnazione della spiritualità che sopravvive ai declini e ai ritorni. Una ciclicità che è storica in quanto spirituale così come per Vico, appropriatamente più volte richiamato nello scritto, è spirituale perché storica. Una storicità che non dissipa totalmente i doni dello spirito perchè mai lo potrebbe. Per il Nostro la lezione vichiana rassicura sulla riproposizione della possibilità di ricondurre al singolo la prodigiosa riscoperta del sacro dono della vita. L’uomo nuovo di Tommaso Romano, adombrato nelle brevi pagine che lasciano il segno, si configura come un fiero frammento dell’infinità cosmica.
Per quanto disorientato, l’individuo può maggiormente resistere se la sua forza nasce dalla critica del formalismo dell’agire quando avulso dalla fiducia nella presenza dello spirito. Il divino ci guida comunque e nonostante tutto in ogni istante dello scenario terrestre anche quando appare il tempo in cui “tutto finisce”. Leggere nei segni della fine non il fallimento delle illusioni quanto la prossimità della Parusia che riconcilia l’essere e la vita, la giustizia e l’amore. E’in questa prospettiva che va operata una rivendicazione dei valori non ideologica nè tantomeno nostalgica, in forza della saggezza e dei sodalizi ancora possibili. La critica di Tommaso Romano è e resta costruttiva poiché consente il recupero della preoccupazione per l’uomo pur nella lapidaria invariabilità del giudizio morale di fondo che ove necessario va espresso senza sè e senza ma e ricondotto alla finalità dell’esistenza.
Essa non è completamente tutelata né dalla legge convenzionale né da quella naturale piuttosto dal valore cosmico della presenza umana all’interno delle teofanie dell’essere. Per il cristiano problematico ma non problematicista, l’uomo è, e deve sforzarsi di restare, in prima istanza il custode individuale della legge dell’amore. Certamente non del processo amorevole del fondamento delle intenzioni che possono essere per ingenuità o malafede tradite e subordinate a esigenze materiali ammantate di falsa etica relativistica. Non a caso con chiarezza il Nostro precisa che: “L’unicità dell’uomo nel cosmo è frutto di uno statuto tutto proprio dato da Dio … L’anima individuale fa parte dello spirito cosmico…”
Romano riesce in forza di tale assioma a distinguere la rassegnazione ad accettare i limiti oggettivi del nostro operare, dal grave declino della visione del mondo verso l’accomodamento minimalista spacciato ideologicamente per principio di realtà. Per altro verso l’ipocrisia contemporanea si manifesta con le gravi alterazioni dei linguaggi.
In primis quello liturgico e quello della sfera del diritto, debolezze che assimilano gli accomodamenti imposti da un’etica di basso profilo all’ideologia maggioritaria spacciata per solidarietà sociale. Il nostro tempo registra infatti l’insorgenza di una nuova figura cara all’immaginario sociale, quella dei buoni e dei moralizzatori di professione. Per Romano le distorsioni vanno denunciate con chiarezza senza indire crociate riequilibratici di una impossibile verità assoluta la cui difesa ad oltranza e ad ogni costo, in ultima analisi risulterebbe gravemente lesiva della stessa sfera valoriale che si intenderebbe salvaguardare.
Tommaso Romano ricorre ancora una volta, al suo cristocentrismo spirituale in chiave cosmico-teleologica per proporre una semplice ma non semplicistica metodologia di analisi della pochezza umana al fine di rivendicare l’eterna possibilità concessaci dal Santo spirito di ritrovare comunque vie d’uscita significative alle condizioni che ci affliggono. Un ristoro della libertà, una luce per orientarci negli spazi ristretti dell’agire asfittico delle coscienze anestetizzate dal quotidiano amorfo (perché modale quindi senza stile) e sempre più de spiritualizzato.
Fondamentale a questo punto la rivendicazione delle possibilità reattive ed esemplari insite nella risorsa individuale e nel sodalizio delle coniugazioni umane vincolate dall’invisibile trama che si tesse con l’ascolto della Parola. Con l’ausilio della riflessione senza censura che aspira non al giudizio ma alla saggezza che è sostanzialmente giustizia nel rispetto primario della vita. Non a caso alcune afferenze alla lezione profonda e problematica del miglior Evola echeggiano in alcuni tratti dell’analisi di Romano che rifiuta il “vago sentimentalismo consolatorio”.
Altrettanto condivisibile, a parere dello scrivente, il ridimensionamento delle aspettative ingenerate dal Concilio Ecumenico Vaticano II e delle estemporanee critiche reattive allo stesso, fermo restando il bisogno del Nostro di criticare i processi di secolarizzazione eccessivi senza sminuire del tutto la stessa funzione della Chiesa Cattolica. Essa resta comunque responsabile di mancanza di chiarezza e di non dipanare le compiacenze verso un “cristismo” opinato a misura delle esigenze dell’immaginario contemporaneo che divinizza le virtù non subordinandole alla Verità Assoluta. Verità che se posta al centro dell’anelito umano restituisce ascendenza divina a tutte le qualità vertiginose che sono e restano segno della possibilità di tensione verso le altezze anche al tempo della fine.
Una fine della condizione terrestre e di tutti i criteri di relazione umana tentati o codificati, che non siano da leggere come il definitivo declino della coniugazione antropologica di natura e spirito, piuttosto in chiave di primi albori della Parusia, di propedeutica all’Apocalisse che è rivelazione della piena volontà divina. La stessa che ci ha imposto di esistere per scoprire nel nostro piccolo, a prescindere da qualsiasi livello di secolarizzazione, l’amorevole e misterica cifra di appartenenza all’entropia spirituale dell’Eterno.
Soltanto l’Eterno ci impone il coraggio di rifiutare “l’umanizzazione presunta”, massificata e massificante al sevizio dei poteri e delle tentazioni terrestri che esaltano una vaga libertà senza spirito, quindi il nulla, per negare la trascendenza.

Pur se fortemente distratti dalla visione cui siamo stati destinati è possibile a tutti uno scatto di coscienza quale ultima salvaguardia, alla fine dei tempi, prima che il vincolo tra l’umano e il divino che siamo chiamati a scoprire possa essere sciupato: “Badate a voi stessi perché….quel giorno non vi venga addosso all’improvviso come un laccio”. (Luca 21. 31,34)

da: "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 41 - 42, 2017