giovedì 17 novembre 2016
martedì 15 novembre 2016
Fausto Gianfranceschi la scrittura come coscienza e testimonianza
di Tommaso Romano
Ho sempre
stimato e non poco ammirato Fausto Gianfranceschi (Roma 1928-2012), scrittore
di saggi, romanzi e soprattutto di aforismi, non inferiori a quelli di un
Cioran o di un Gòmez Dàvila. Ne ho ripercorso in pochi giorni tutti i libri che
di lui possiedo e già più volte letti, trovando anche qualche articolo in
riviste e ritagli tratti dal “Tempo”, quotidiano romano di cui fu a lungo (20
anni) responsabile della terza pagina e che meriterebbero certamente una ristampa. Ma questa del “Tempo” di
Gianfranceschi e dei suoi collaboratori, è una storia di cui forse un giorno qualcuno
scriverà, senza indulgere, si spera, nell’autocitazione.
Ritengo un
privilegio l’averlo frequentato a Roma alla Fondazione Volpe ed al SLSI – Sindacato Libero Scrittori Italiani, ed
aver avuto Fausto ospite a Palermo, per convegni e conferenze e perfino avergli
assegnato un Premio al Città di Bolognetta in compagnia di due grandi: Pio
Filippani Ronconi e Vittorio Vettori. Uomo raffinato e capace di fervide ironie
gentili, credente senza essere un clericale baciapiede , riservato ma con la gioia consapevole della
unicità della vita, anche quando questa si fece durissima da digerire. Fumatore
mai pentito, neppure di fronte al cancro, da cui per dieci anni scampò due
volte.
Ebbe il
dolore del lutto atroce dei figli Giovanni e Federica, a cui dedicò due libri di rara intensità, e
una donna che amò teneramente e che fu la sua forte compagna: Rosetta.
Amico di Julius
Evola, del quale fu discepolo, senza
tuttavia seguirne per intero la visione, fu uomo coraggioso e pugnace nel
dopoguerra nei FAR , subendo ingiuste persecuzioni.
Scrisse
alcuni ottimi romanzi, alcuni di questi pubblicati da Alfredo Cattabiani: Il segno sulla mano (1968), Giorgio Vinci psicologo (1983), L’ultima vacanza (1972), Belcastro (1975), Il senso del corpo e i saggi Svelare
la morte per la Rusconi degli anni Settanta. Autore di un saggio su Buzzati e di uno su Tobino, impeccabili
nella sintesi, nonché autore per Volpe del testo Teologia elettrica. Alcune raccolte di racconti La casa degli sposi (1980) e gli
aforismi, rimangono certamente fra le sue scritture eccelse. I titoli stessi ne
rivelano la linea e lo spessore: Diario di un conformista, Stupidiario della sinistra, Il
reazionario. L’ultimo, Lode della
torre d’avorio (Ares, Milano
2007) riassume tutto lo scrittore, per intero l’uomo e il suo stile, consegnati
in frammenti lucenti.
Parole terse
e incisive, di cui voglio dare un breve resoconto, nell’amichevole e riconoscente memoria, grato
per le sue attenzioni alle mie poesie, e
per il suo considerare e vivere la cultura non come impegno soltanto, ma come
milizia dura e vitale lui che in fondo, era o diceva si essere, un pigro.
Ho ritrovato
pure i suoi articoli su “Imperium” di
Enzo Erra (che pure voglio ricordare come uomo
integro e fedele della parte
sbagliata), al tempo dell’impegno politico negli anni Cinquanta e i più
recenti testi su “Intervento” e “La
Destra”. Nel 1984 vinse il Premio Napoli e fu finalista al Premio Strega.
Nel tempo
sono spesso ritornato a leggere di questo fiero antimoderno anche un saggio che
non dovrebbe mancare a chi fa professione di libertà, nell’epoca nostra delle
nuove schiavitù, sostenute come “umanitarie” conquiste. Questo è il titolo: Il sistema della menzogna e la degradazione
del piacere.
Torno
allora e finalmente agli aforismi ultimi di Fausto, sottolineando intanto che
la torre d’avorio è pure un titolo regale, ovviamente dimenticato, per la
Madonna, appunto Turris eburnea, onde celebrarne l’invisibilità
ed il simbolo, ove è “custodita l’anima che non può esporsi alla tempesta come
una banderuola di vento” come scrisse Fausto.
Ecco allora
altre gemme: “La mia è una vita a bassa tecnologia”; “Non soltanto forme. Forme
e ritmo”; “Non capisco i passatempi semmai
mi piacerebbe non far passare il
tempo; “Indignarsi, una a una certa lontananza”; “La fraternità con i libri e
forse la più alta forma di vita sociale”; “La letteratura ha molte più idee
degli psicologi e dei sociologi”; “La poesia è la musica della conoscenza”; “È importante
leggere, ma è ancora più importante scegliere cosa non leggere”; “Il mio
linguaggio e il mio contegno sono la mia filosofia”; “Non mi affretto, ormai ho
tutta la vita dietro di me, che mi frena”; “L’arte della vita è l’arte del tessitore.
Tanto più stretti e fitti sono i nodi dell’emozioni, tanto più vasta e piena
di fa l’esistenza”; “Il buonismo è il
lato viscido della cattiveria”; “Quando scrivo ritraggo me stesso perché
nessuno può rappresentare il mondo per intero”; “Quando ero giovane ho odiato,
poi non ho odiato nessuno. Disprezzato sì”; “Quando mi sfiora un’ombra di
amarezza perché ormai mi cercano pochi amici, mi dico: per tutta la vita hai voluto
essere libero, hai difeso accanitamente la tua solitudine, non ti sei legato a
nessuno, e adesso finalmente ti lasciano solo”; “Per evitare spiacevoli
sorprese, non pretendo dagli altri quello
che pretendo da me stesso”; “Non sto tanto bene, spero nell’aldilà di riprendermi”.
Come si è potuto
leggere, si è in presenza di un grande
scrittore e pensatore, da riscoprire, integralmente capace di esercitare con
fermezza l’indipendenza e praticare la lontananza per vocazione, per necessità e per disgusto.
E per Amor
fati.
sabato 5 novembre 2016
giovedì 20 ottobre 2016
lunedì 17 ottobre 2016
Mario Attilio Levi: Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente
di Tommaso Romano
Scorrendo la copiosissima bibliografia
di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si
può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura
di studioso, di storico e di uomo.
Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della
Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare,
professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università
di Milano e stimato professore di molte
Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i
massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto
livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo
dell’uomo libero e coerente, apertamente
a favore
dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale
e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in
Italia. Non è neppure ricordato come
dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i
protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M. Umberto II, che lo volle vicino nei raduni
legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno
1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e
nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le
massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino
che ha segnato, peraltro, le “fortune “
di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino
Volpe, Francesco Cognasso, Niccolò
Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente
illustri operanti, Aldo Alessandro Mola.
mercoledì 21 settembre 2016
sabato 10 settembre 2016
L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione
L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione (Pescara, 1976) a Villa Niscemi ricordando l’evento, con la consegna di Premi alla Cultura dedicati al suo secondo Presidente Internazionale, il grande storico dell’antichità e Accademico dei Lincei Prof. Mario Attilio Levi (1902 -1998). Verrà anche presentato il volume del socio Pasquale Attard “Dal Califfato al Regno”. La memoria del grande intellettuale torinese, che fu più volte a Palermo, viene ora messa in luce in questa occasione con il profilo che segue da Tommaso Romano fra i superstiti fondatori dell’Empire, che fu amico ed editore con Thule di due suoi libri, con questa breve memoria biografica e personale, con un inedito e la riedizione di un suo testo.
Mario Attilio Levi:
Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente
di Tommaso Romano
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| Mario Attilio Levi al Convegno del 1980 delle EdizioniThule. da sinistra Pietro Gerbore, Costantino Vassillakis e Tommaso Romano. |
Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente, apertamente a favore dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M. Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro, le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe, Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola. Clicca qui per continuare a leggere
mercoledì 31 agosto 2016
Tommaso Romano, "Tempo dorato" (Ed. Quanat)
di Giuseppe Saja
Leggendo le opere di Tommaso Romano, soprattutto quelle saggistiche, ho avuto sempre conferma del fatto che di un intellettuale ‘onesto’ possiamo non condividere l’ideologia di fondo o, come dire, i principi della sua weltanschauung; ma ci si può ritrovare ad approvarne alcune letture dell’esistenza e dell’esistente, in forza di quella capacità, che appunto solo gli intellettuali ‘onesti’ hanno, di mettersi in discussione, di riconsiderare assunti precedenti, di proporre analisi, guidati non già da apodittiche e sterili acquisizioni, ma da un sapere in fieri, che alimenta quella qualità, ahimè ormai così rara e preziosa: il buonsenso, abissalmente lontano dal senso comune, da quelle pseudo verità ovvie, banali, frutto di poco pensiero e ancor più limitata meditazione. Ecco perché, anche se piuttosto lontano dal conservatorismo, sia pure illuminato, di Romano, mi ritrovo spesso nelle sue osservazioni, nei suoi giudizi sulla società dei nostri giorni, nel suo modo di renderli pubblici attraverso i versi di una poesia o la scrittura saggistica. E poi, le letture, diciamo, di destra, che in questo volume Romano presenta, ad esempio del Sessantotto, si avvicinano, certo non coincidendo, alle considerazioni e alle critiche che dal mondo della sinistra meno radicale ormai sullo stesso periodo si propongono. Certo, è riconoscibile l’ironico imprinting ideologico di affermazioni come questa: «Non amai i simboli lontani di guerriglieri sudamericani, né la barba del profeta di Treviri, né la “rivoluzione di Mao. La mia generazione in gran parte s’illuse di stare con il senso della storia. Gli speculatori di sogni e di utopie stettero al gioco»; ma non possiamo non essere d’accordo con le parole riguardanti la lebbra della mafia, devastante a partire dagli anni Settanta del secolo scorso: «La morte a Palermo divenne regola amara. Non solo i regolamenti di conti fra i clan; ma persino i delitti eccellenti. Una lunga teoria di lutti. Molta retorica, pochi fatti alternativi». Non mi sono sorpreso, come non lo è stato il prefatore del volumetto Tempo dorato, Matteo Collura, che Romano abbia voluto ricomporre, tra edito e inedito, gli scritti più ‘narrativi’ della sua produzione, poiché pure essi vengono alimentati, e non potrebbe essere altrimenti, dai fiumi tutt’altro che carsici, anzi ariosamente impetuosi e prolifici, della sua vena lirica e di quella saggistica. Quelle due fonti trovano una felice sintesi in questo volume autobiografico, una misura che dimostra, come avvertito anche da Collura, evidenti capacità di narratore, di affabulatore della parole scritta, di sapiente manutentore del vocabolario, per dirla con un’espressione del mai troppo ricordato Antonio Castelli. È mia abitudine nel leggere un libro, e non solo quando devo scriverne o parlarne, annotare nelle ultime pagine bianche o “macchiate” dalle indicazioni di stampa, l’antico colophon, le frasi, i concetti, le espressioni per me notevoli, le suggestioni che ne nascono, anche le citazioni esplicite o implicite da altri scrittori o poeti: è un sondare il laboratorio creativo di un autore nel tentativo di scandagliare i livelli via via più profondi del suo lavoro. Ecco, nel fare questo con il volume di Tommaso Romano, mi sono reso presto conto di stare annotando praticamente quasi ogni pagina: non mi succede spesso e credo che ciò sia avvenuto per i contenuti coinvolgenti del volume e per le forme distese che li assecondano, per quel piacere del raccontare e del raccontarsi, per dirla con il sottotitolo. Intanto, quello che colpisce è la capacità di ricreare un’atmosfera, un ambiente, una situazione, un personaggio con poche pennellate di parole, che hanno spesso una pensosa densità anche a dispetto della loro carica connotativa; poi l’abilità di fare riaffiorare nostalgicamente, ma senza cedimenti patetici, quella Palermo d’antan, deturpata dalle esecrabili trasformazioni che subì già agli inizi del “sacco”, che ne cambierà i connotati, lasciando solo vaghi, sparuti e immobili ‘fercoli’ della sua anima liberty. Quel trapasso coincise, in qualche modo, con i riti di passaggio dell’uomo Romano dalla fanciullezza, soprattutto, all’adolescenza e poi alla maturità: dal tentativo, coronato dal successo grazie ad una superiore complessione fisica, del dodicenne Tommaso di guadagnare l’ingresso del cinema “Corallo” per vedere un film vietato ai minori di quattordici anni, alla ‘conquista’, avvenuta a tredici anni, dei “calzoni lunghi”, precedute, entrambe le esperienze, dai primi turbamenti, non proprio amori ancillari, che già a sette anni il nostro ebbe modo di provare, in compagnia di alcuni coetanei, nell’ammirare di nascosto le nude grazie della giovane e bella cameriera della nonna in Contrada Muffoletto a San Cipirrello (Palermo). Ma il volumetto è soprattutto la storia di una precoce maturazione culturale e intellettuale avvenuta sotto le ali delle predilezioni poetiche: il Futurismo soprattutto e autori quali Nietzsche ed Evola, poi rivisitati in modo personale. Un apprendistato intellettuale, dunque, che influenzerà le scelte politiche di Romano, facendone un amministratore atipico, poco legato alle poltrone, pronto a mettersi da parte quando i suoi mandati avrebbero dovuto mantenersi a prezzo di inaccettabili compromessi. Dunque, con assoluta padronanza dei mezzi espressivi, Romano incrocia dati memoriali con analisi coscienziali ed eventi socio-politici, e con la sapienza di un regista cinematografico (dalla decima musa egli attinge alcune formalizzazioni dei suoi ricordi) riesce a intersecare interni di famiglia con le vicende più significative della storia, non solo isolana, della seconda metà del secolo scorso. Quei quadri di vita, quelle aperture memoriali incardinano episodi e situazioni intorno ai valori che Romano riconobbe e riconosce fondanti, la famiglia su tutti. E allora, il “tempo dorato” delle lunghe vacanze estive alla scoperta del mondo, i bagni negli stabilimenti palermitani di Romagnolo, prima che Mondello assurgesse agli onori delle cronache balneari, le visioni cinematografiche domenicali precedute dalle passeggiate in una Palermo non ancora devastata dal cemento e dall’abusivismo, rompono i confini dei ricordi personali e ci consegnano le maliose immagini di una città, neanche troppo lontane, che lasciano, soprattutto a chi quei tempi non ha vissuti, la percezione di un ritmo di vita diverso, di un’essenzialità dell’esistere pur nelle differenze di censo e di possibilità sociali, una ciclicità biologica e non meccanica, anonima, disumanante. Sono cartoline non oleografiche, quelle che Romano ci propone con un certo sapore vintage, con quelle tonalità pastello che si ravvivano quando l’ectoplasma del ricordo viene attraversato dalla lama tagliente della ragione. Su tutto, si accampano alcuni personaggi indimenticabili, sapientemente cesellati con il bulino di una scrittura che chiama a raccolta tutto il mestiere e le competenze sin qui accumulate. Sono personaggi e non caratteri quelli che l’autore fa materializzare, che prendono vita dalla nebulosa della memoria per presentarsi ai lettori con tutta la loro umanità non convenzionale, con le loro stranezze e peculiarità: come dimenticare la “zia Maria”, al secolo Maria Randazzo, attrice non di fama, come ci ricorda Romano, ma che la sua passione onnivora per il teatro riuscì a trasmettere a Palermo a tante generazioni per tutto il Novecento; o Don Peppinello, improvvisato quanto improbabile automedonte, che riusciva a rendere periclitanti ma avventurosi i viaggi più tranquilli e potenzialmente rilassanti. Romano ci propone le prime “Epoche”, per dirla con Alfieri, della sua autobiografia; nel senso che volutamente egli ha ordinato i primi ricordi d’infanzia e d’adolescenza, fermandosi sulle soglie della maturità e dunque all’età delle responsabilità personali e pubbliche; ma questa, come si suole dire, è un’altra storia, che forse in seguito verrà raccontata.
giovedì 30 giugno 2016
Leggere i segni dei tempi per non “sciupare la crisi”
di Arturo Donati

Con la sintetica e intensa ricognizione problematica sul
senso del viatico terrestre e degli atteggiamenti conseguenti al continuo depauperamento
della visione del mondo, Tommaso Romano ci offre una matura riflessione ricca
di spunti che contribuiscono ad aprire feritoie sul velo dei luoghi comuni del
giudizio.
Infatti il giudizio corrente sulla crisi è sovente ammantato
di catastrofismo e di superficiale accondiscendenza sia alle insorgenze reazionarie
che al grave progressismo antropologico, sovente dimentico della inviolabilità
unitaria della cifra umana.
Gli orientamenti prevalenti dell’immaginario sociale a noi
più vicino, in ultima analisi confermano e rimarcano ulteriormente la
deprivazione spirituale del nostro tempo che meriterebbe una complessa ed ampia
indagine. Infatti In premessa l’autore presenta la sua raccolta di saggi brevi come
un semplice contributo per la valutazione critica dei fenomeni antropologici
oggi evidenti. Ne “L’Apocalisse e la
gloria” Tommaso Romano sviluppa così una disamina argomentativa scevra di
qualsiasi perentorietà fuori misura e senza tentare scorciatoie rimarca e
perimetra tratti essenziali della dimensione della crisi alla cui
consapevolezza nessuno dovrebbe sottrarsi.
Nonostante la brevità dei testi, realizza egregiamente il
suo proposito con la chiarezza dell’onestà intellettuale che contraddistingue
l’utopista che ha seguito davvero un percorso di conversione personale che lo
ha condotto dalle iniziali sfere dell’idealità mai tradita a quelle del sacro
custodito dalla Parola.
In primo luogo il tempo presente è caratterizzato dalla
frequente elusione intenzionale della responsabilità individuale che viene facilmente
derubricata dagli assiomi del giusto vivere. Tale deriva, gravida di deleteri
effetti, sempre più evidenti, andrebbe ricondotta alla diretta conseguenza del
rifiuto ideologico di qualsiasi teleologia. Rifiuto che mira a escludere ogni
fede in un ordine superiore che possa inficiare l’ideologia dominante della
socialità astratta che trova facile rispondenza nella vulgata dei luoghi
comuni.
Invece secondo ogni spiritualista la socialità astratta
essendo priva di qualsiasi cultura dell’essenza, è destinata ad essere prima o
poi confusa se non barattata con l’aspirazione al dominio degli eventi
quotidiani, quindi con il potere. Tommaso Romano riesce anche a far notare
quanto sia negata dal laicismo autoreferenziale la necessità di un’analisi
ponderata della tipologia della crisi attuale che è riconducibile principalmente
alla visione antispecista dell’uomo.
Allora oggi più che in alti tempi urge e necessita pacatezza
e coraggioso equilibrio nel giudizio. Tale preoccupazione è dettata dal
discernimento cristiano. Infatti anche se il senso della decadenza degli
autentici contenuti di relazione, senza i quali l’uomo non può definirsi tale,
è certamente palese di contro la semplicistica valutazione etica su basi
relativistiche dell’agire è perdente. La critica, quando avulsa da qualsiasi
fondamento dottrinario e ancor più gravemente se insidiata dal comparativo
etologico, non genera giudizi piuttosto generalizzazioni anche gravi.
Giudizi acritici che paradossalmente ledono la dimensione
spirituale dell’uomo che proprio l’indignazione per il suo offuscamento
intenderebbe al contrario proteggere. Secondo Tommaso Romano la saggezza, anche
se esercitabili
e in forme limitate o in oasirelazionaali ristrette, può e
deve ritornare ad essere un traguardo possibile Ogni tempo infatti offre allo
spiritualista la possibilità di accedere ai linguaggi del profondo e di
riedificare un senso dell’uomo. Senso da recuperare nella prassi storica, nella
vita concreta e contraddittoria per quanto e nonostante il quotidiano induca i
più alla rassegnata “lettura orizzontale” del valore simbolico degli eventi. Tommaso
Romano si fa forte della lezione fondamentale di Romano Guardini che ha
presentito la necessità antropologica di nutrirsi dei segni del divino che
donano la possibilità di scoprire come ogni età della vita, che al contempo è
sensibilità, utopia, potenza e caduta, di fatto sia teatro dell’incarnazione
della spiritualità che sopravvive ai declini e ai ritorni. Una ciclicità che è
storica in quanto spirituale così come per Vico, appropriatamente più volte
richiamato nello scritto, è spirituale perché storica. Una storicità che non
dissipa totalmente i doni dello spirito perchè mai lo potrebbe. Per il Nostro
la lezione vichiana rassicura sulla riproposizione della possibilità di
ricondurre al singolo la prodigiosa riscoperta del sacro dono della vita. L’uomo
nuovo di Tommaso Romano, adombrato nelle brevi pagine che lasciano il segno, si
configura come un fiero frammento dell’infinità cosmica.
Per quanto disorientato, l’individuo può maggiormente
resistere se la sua forza nasce dalla critica del formalismo dell’agire quando
avulso dalla fiducia nella presenza dello spirito. Il divino ci guida comunque
e nonostante tutto in ogni istante dello scenario terrestre anche quando appare
il tempo in cui “tutto finisce”. Leggere nei segni della fine non il fallimento
delle illusioni quanto la prossimità della Parusia che riconcilia l’essere e la
vita, la giustizia e l’amore. E’in questa prospettiva che va operata una
rivendicazione dei valori non ideologica nè tantomeno nostalgica, in forza
della saggezza e dei sodalizi ancora possibili. La critica di Tommaso Romano è e
resta costruttiva poiché consente il recupero della preoccupazione per l’uomo
pur nella lapidaria invariabilità del giudizio morale di fondo che ove
necessario va espresso senza sè e senza ma e ricondotto alla finalità
dell’esistenza.
Essa non è completamente tutelata né dalla legge convenzionale
né da quella naturale piuttosto dal valore cosmico della presenza umana
all’interno delle teofanie dell’essere. Per il cristiano problematico ma non
problematicista, l’uomo è, e deve sforzarsi di restare, in prima istanza il
custode individuale della legge dell’amore. Certamente non del processo
amorevole del fondamento delle intenzioni che possono essere per ingenuità o
malafede tradite e subordinate a esigenze materiali ammantate di falsa etica
relativistica. Non a caso con chiarezza il Nostro precisa che: “L’unicità dell’uomo nel cosmo è frutto di
uno statuto tutto proprio dato da Dio … L’anima individuale fa parte dello spirito cosmico…”
Romano riesce in forza di tale assioma a distinguere la
rassegnazione ad accettare i limiti oggettivi del nostro operare, dal grave
declino della visione del mondo verso l’accomodamento minimalista spacciato
ideologicamente per principio di realtà. Per altro verso l’ipocrisia
contemporanea si manifesta con le gravi alterazioni dei linguaggi.
In primis quello liturgico e quello della sfera del diritto,
debolezze che assimilano gli accomodamenti imposti da un’etica di basso profilo
all’ideologia maggioritaria spacciata per solidarietà sociale. Il nostro tempo
registra infatti l’insorgenza di una nuova figura cara all’immaginario sociale,
quella dei buoni e dei moralizzatori di professione. Per Romano le distorsioni
vanno denunciate con chiarezza senza indire crociate riequilibratici di una
impossibile verità assoluta la cui difesa ad oltranza e ad ogni costo, in
ultima analisi risulterebbe gravemente lesiva della stessa sfera valoriale che
si intenderebbe salvaguardare.
Tommaso Romano ricorre ancora una volta, al suo
cristocentrismo spirituale in chiave cosmico-teleologica per proporre una
semplice ma non semplicistica metodologia di analisi della pochezza umana al
fine di rivendicare l’eterna possibilità concessaci dal Santo spirito di
ritrovare comunque vie d’uscita significative alle condizioni che ci
affliggono. Un ristoro della libertà, una luce per orientarci negli spazi
ristretti dell’agire asfittico delle coscienze anestetizzate dal quotidiano
amorfo (perché modale quindi senza stile) e sempre più de spiritualizzato.
Fondamentale a questo punto la rivendicazione delle
possibilità reattive ed esemplari insite nella risorsa individuale e nel
sodalizio delle coniugazioni umane vincolate dall’invisibile trama che si tesse
con l’ascolto della Parola. Con l’ausilio della riflessione senza censura che
aspira non al giudizio ma alla saggezza che è sostanzialmente giustizia nel
rispetto primario della vita. Non a caso alcune afferenze alla lezione profonda
e problematica del miglior Evola echeggiano in alcuni tratti dell’analisi di
Romano che rifiuta il “vago
sentimentalismo consolatorio”.
Altrettanto condivisibile, a parere dello scrivente, il
ridimensionamento delle aspettative ingenerate dal Concilio Ecumenico Vaticano
II e delle estemporanee critiche reattive allo stesso, fermo restando il
bisogno del Nostro di criticare i processi di secolarizzazione eccessivi senza sminuire
del tutto la stessa funzione della Chiesa Cattolica. Essa resta comunque responsabile
di mancanza di chiarezza e di non dipanare le compiacenze verso un “cristismo”
opinato a misura delle esigenze dell’immaginario contemporaneo che divinizza le
virtù non subordinandole alla Verità Assoluta. Verità che se posta al centro
dell’anelito umano restituisce ascendenza divina a tutte le qualità vertiginose
che sono e restano segno della possibilità di tensione verso le altezze anche
al tempo della fine.
Una fine della condizione terrestre e di tutti i criteri di
relazione umana tentati o codificati, che non siano da leggere come il definitivo
declino della coniugazione antropologica di natura e spirito, piuttosto in
chiave di primi albori della Parusia, di propedeutica all’Apocalisse che è
rivelazione della piena volontà divina. La stessa che ci ha imposto di esistere
per scoprire nel nostro piccolo, a prescindere da qualsiasi livello di secolarizzazione,
l’amorevole e misterica cifra di appartenenza all’entropia spirituale dell’Eterno.
Soltanto l’Eterno ci impone il coraggio di rifiutare
“l’umanizzazione presunta”, massificata e massificante al sevizio dei poteri e
delle tentazioni terrestri che esaltano una vaga libertà senza spirito, quindi
il nulla, per negare la trascendenza.
Pur se fortemente distratti dalla visione cui siamo stati
destinati è possibile a tutti uno scatto di coscienza quale ultima salvaguardia,
alla fine dei tempi, prima che il vincolo tra l’umano e il divino che siamo
chiamati a scoprire possa essere sciupato:
“Badate a voi stessi perché….quel giorno non vi venga addosso all’improvviso
come un laccio”. (Luca 21. 31,34)
da: "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 41 - 42, 2017
da: "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura", n. 41 - 42, 2017
lunedì 20 giugno 2016
Franco Trifuoggi, "La poesia di Tommaso Romano" (Ed. I quaderni di Arenaria)
di Giovanni Taibi
Un interessante viaggio intorno e dentro la poetica di Tommaso Romano è quello che compie il prolifico scrittore e critico letterario Franco Trifuoggi nel suo approfondito e puntuale saggio “La Poesia di Tommaso Romano” edito da Ila Palma ( 2013).
Da una analisi filologicamente attenta dei testi dell’autore palermitano, Trifuoggi traccia una linea ideale lungo cui scorre la poesia di Romano che, seguendo una direzione metafisica, manifesta tutto il suo desiderio di eterno e diventa viatico alla scoperta dell’assoluto.
L’indagine critica di Trifuoggi inizia sin dagli albori della poesia di Romano, da quelle prime Rime Sparse del 1969, in cui in nuce già si intravvedevano i primo germogli di una poesia che, seppur non distaccata dalle suggestioni futuriste marinettiane, manteneva saldo il rigore formale e la chiarezza del dettato poetico della grande tradizione letteraria italiana.
D’altronde per il nostro futurismo e tradizione non sono mai state in antitesi, anzi come spesso afferma: “più profonde sono le radici più l’albero potrà svilupparsi in altezza.”
Trifuoggi scava a fondo nella poesia di Romano e ne evidenzia gli influssi filosofici e letterari in essa presenti: da Aristotele agli esistenzialisti senza dimenticare la lezione storicistica di Vico e dei grandi autori spiritualisti e di quelli più intimisti da Petrarca a sant’Agostino.
La sua è certamente una poesia impegnata mai semplice momento di disincanto. Il suo poeta è un anacoreta che però non fugge la realtà ma la richiama in ogni sfumatura per esaltarla a momento poetico da ricordare e condividere.
Una realtà spesso grigia da cui il nostro riesce a sottrarsi grazie a visioni di montaliana memoria che “donano al poeta pause liberatorie e suscitano immagini di vita affrancate da cure tormentose” ( Cfr pag. 35 )
Quello di Trifuoggi è un libro la cui trama è intessuta, o meglio integrata, da citazione attinte a piena mani dalle liriche di Tommaso Romano che vengono inserite come un tutt’uno del discorso filologico che sviluppato con non comune perizia esegetica. È una perfetta simbiosi quindi quella che viene fuori dalle note critiche del Trifuoggi e dai frequenti richiami alla “Parola” di Tommaso Romano.
Il Romano intimo è quello che scalda più il cuore di Trifuoggi, in cui prendono corpo e dimensione luoghi e figure care al poeta del presente ma soprattutto del passato come nella delicata lirica dedicata ala padre: “In attesa del bel rivederti”.
Sono queste le liriche ritenute più ispirate nelle quali prevale la “luce della religiosità” ammirata anche dal celebre critico Mario Sansone.
Quella di Romano è una poesia che si rinnova in itinere nel confronto col passato e con la quotidianità a volte routinaria e prosaica, che comunque Romano sa giudicare con il distacco di chi conosce il senso dell’inarrestabile flusso dell’esistenza. Una vita contempl-attiva in cui la ricerca di un senso travalica lo stesso reale che diventa segno o cosa di platoniana memoria.
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