Comincio a
pubblicare con questo post i capitoli di un mio studio dal titolo: L’Apocalisse e la Gloria. Settimanalmente
e fino a tutto dicembre proporrò le mie considerazioni sul tempo attuale di
crisi, non solo ovviamente economica, e sul collasso del mondo che si trova già
in una aperta dimensione apocalittica. Tuttavia sappiamo i credenti nell’unico Cristo, che alla dissoluzione
seguirà la Gloria della Parusia, e cioè il ritorno di Gesù Cristo in terra per
i salvati e i giusti. Clicca qui per leggere la prima parte
martedì 27 ottobre 2015
lunedì 26 ottobre 2015
Nuovo canale Romano Thule Video
Da pochi giorni è attivo il canale Youtube "Romano Thule Video", che raggruppa ad oggi oltre 70 video di interventi di Tommaso Romano, presentazioni di libri Thule, eventi ed approfondimenti. Presto tanti nuovi video, vi invitiamo a visitare il canale ed iscrivervi cliccando sul seguente link:
https://www.youtube.com/channel/UCBznDndCboWJYgVlH5SlK5w/videos
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domenica 25 ottobre 2015
Vito Mauro, "Continuum" (CO.S.MOS)
di Marcello Falletti di Villafalletto
Si potrebbe dire che questo corposo testo di Vito Mauro vada senz’altro a completare, se non a supportare l’impegno di Maria Patrizia Allotta, con il quale abbiamo aperto questa rassegna; infatti, raccoglie tutti gli scritti e gli innumerevoli impegni letterari e culturali svolti dal prof. Tommaso Romano in oltre quarant'anni di proficua attività. “Un omaggio corale” ad un uomo, professionista serio, che merita ampiamente di essere onorato, non solamente per quello che è, ma per quello che è da sempre e per quello che continuerà ad essere in futuro: sicuramente ancora provvido, ricco e valido. Un personaggio granitico, poliedrico, consapevole del suo potenziale umanitario e culturale del quale la nostra società continua ad avere profondamente bisogno.
«Di fatto Romano si può considerare il più lucido e intellettualmente più interessante rappresentante di questo significativo filone della cultura siciliana. Da qui il suo giudizio sul nulla della condizione culturale del presente in modo severo da lui stesso espresso: “Perso il timor di Dio” l’uomo contemporaneo non vuole neppure - prometeicamente - farsi Dio, ma annullarsi nell’insignificanza, annegare nel non-senso, nell’ovvio, verso una sorta di trasformazione antropologica”. Aggiungo io purtroppo in negativo.
Un ritratto, se non esaustivo, certamente fedele, della identità intellettuale di Romano, non facile da sintetizzare, stante la sua “cosmicità”, si può estrarre da quanto egli dice, quasi autobiograficamente, di Vincenzo Mortillaro nel volume Contro la rivoluzione la fedeltà. E' forse l’opera migliore da lui scritta, né può ritenersi un caso: “Letterato e poeta, fondatore, direttore, animatore prima e dopo il ’60 di riviste e giornali e molteplici responsabilità amministrative... critico acerrimo dei nuovi rivoluzionari del 1860, della conquista garibaldina e del Nuovo Regno d’Italia di marca piemontese liberale e coloniale, fu costantemente ammirato, deriso e invidiato per il suo rigore e la sua visione del mondo e della storia”.
Mortillaro era un cultore del passato. Aristotele ha scritto che la memoria è negata agli schiavi. Apprezzo Romano soprattutto perché in quanto cultore del passato vuole restituirci la memoria che il presente ci nega. Il fine ultimo del suo impegno culturale vuole essere liberatorio per tutti. Il mondo che ci fa sognare è infatti un mondo senza schiavi.» ha scritto Antonino Buttitta, nella appropriata e apprezzabile introduzione. Possiamo aggiungere che questo mondo “senza schiavi”, oggi sembra essere più aleatorio che nei tempi passati. Sono cambiate le forme di schiavitù, sono diventate multiformi, impressionanti, devastanti e deleterie: eppure continuiamo a parlare di libertà. Sbandierandola ai quattro venti di una società sorda, ammutolita, ipnotizzata, formalmente scandalizzata ma che continua a considerarla un sogno ideale, dal quale però rischia di non svegliarsi mai.
Quindi ben venga il volume di Vito Mauro su Tommaso Romano, - anzi sulla “bibliografia di e su” - figura morale e intellettuale di un siciliano puro, assurto a livello cosmologico, perché uscito dai confini di quell'affascinante isola mediterranea, si è fatto voce, non di “colui che grida nel deserto” di una modernità compiacente, soggiacente, anestetizzata, permissiva di un libertinismo (forse anche più libertinaggio), scambiato per libertà; diventata ancora più forma di schiavitù nuova, ammirata, vissuta incondizionatamente, ma elevatasi a richiamo, avvertimento, monito del quale le generazioni future dovrebbero farne approdo sicuro.
Potrebbe sembrare scontato recensire un lavoro di questa autorevole portata ma sono certo che qualunque appassionato di cultura, testi e di ricerca intellettuale saprà apprezzarne il valore altamente utile e necessario; oltre che a scoprirne la granitica personalità di Tommaso Romano, non solamente personaggio costantemente impegnato, ma fortemente motivato ad essere ancora, lungamente, parte attiva di questa nostra, sempre più, svagata società.
da: “L’Eracliano”, Scandicci n°7-9, 2015
sabato 24 ottobre 2015
Maria Patrizia Allotta, "Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore" (Ed. Limina Mentis)
di Marcello Falletti di Villafalletto
L’Autore non vuole tracciare una biografìa, alquanto inopportuna, del noto personaggio palermitano, ampiamente conosciuto non solamente nel circostanziato spazio isolano; altrettanto a livello nazionale ed europeo, ma riassumere alcuni aspetti del suo pensiero e del coerente operare che lo hanno da sempre contraddistinto. Certamente non si potrà neanche condensare in poche pagine l’intensa poliedrica attività di un personaggio, come Tommaso Romano, che ha ancora tanto da dare, fare e proporre.
A riguardo, la curatrice, nel Proemio, “Tommaso Romano: la scrittura della vita” scrive: «Trovare le parole esatte per definire e ben rappresentare l’unicità di una qualsivoglia creatura è già compito delicato e difficile. Se si desidera poi cogliere l’essenza e catturare la sostanza di un uomo dalle forme volubili, riluttante ad ogni prigionia, ribelle a qualsiasi classificazione, sempre in divenire anche se fortemente ancorato alla sua radicale coerenza, allora l’opera diviene ancora più complessa». Già: “eterogenea, articolata” potrebbero essere definizioni sostanzialmente riduttive e costrittive per la multiforme attività che diviene fondamentalmente vitale per l’impegno che Tommaso prosegue, persegue e continua a sviluppare con indomita energia, quasi adolescenziale. Dove altri si arresterebbero, lui riprende, prosegue, saldamente ancorato, verso un futuro che sembra aver sempre più bisogno di energie di questo tipo: come le sue.
«Volere, inoltre, riassumere le qualità esistenziali attraverso consueti termini, soliti aggettivi e luoghi comuni di chi, per natura, consueto, solito e comune non lo è affatto, l’impresa diventa laboriosa - prosegue l’Allotta -. In tal senso, allora, raccontare Tommaso Romano, facile certamente non è.
La prima difficoltà nasce dalla scelta delle parole per restituire un ritratto che ben lo rappresenti. Infatti, utilizzando un lessico semplice e ordinario si potrebbe mortificare la complessa formazione culturale, il suo ampio sapere e le sue astruse conoscenze; di contro, l’adozione di un linguaggio altisonante sminuirebbe certamente la sua innata semplicità e naturalezza, spesso però mascherata -inspiegabilmente - da un atteggiamento altezzoso e schivo, in taluni casi arrogante e superbo, alieno, comunque, da ogni volgarità, banale esteriorità e mondanità.
La seconda difficoltà è data, invece, da un ostacolo sicuramente più insidioso: sintetizzare chiaramente il suo operato considerando il dove, il quando e il perché della sua “contemplattività”.
Ecco allora che ogni etichettatura non rende, ogni classificazione appare impropria, ogni recinto vincolante; così come le stesse coordinate spazio-temporali non reggono data la simultaneità plurima del suo agire.
Ricapitolare, dunque, il profilo sinuoso di Tommaso Romano, che si esprime a cascata, per cicli e in diverse direzioni, ma soprattutto, ricostruire la foga e l’impeto del suo fare, la volontà di realizzare, la capacità di progettare e la passione per il contemplare, lievemente smarrisce».
Riassumere in poche pagine un percorso di vita, per quanto avanzato, tutto ancora in divenire, non sarebbe facile, tanto meno delinearlo con semplici e mortificanti parole. Quindi, ha fatto ottimamente Maria Patrizia Allotta, a presentare questi orientamenti di speranza, che non possono morire mai, dai quali emerge l’anima, più profonda dell’uomo, del poeta, dello scrittore, del critico, saggista, bibliografo, storico, politico e altro ancora che esorta: “Viviamo nella e per la Verità”. Facendo di questo assunto un programma esistenziale, eternamente durevole; tanto da farsi universalmente pedagogo non solamente di pensiero ma di vita stessa; vivendola intensamente, profondamente, attivamente come ha da sempre fatto Tommaso Romano. E oggi, più che mai, la sua sollecitazione a certi uomini di potere, comando, amministrazione, organizzazione, dovrebbe diventare monito nella mente, programma del cuore, affinché realmente quella “politica che ha bisogno dell’anima”, diventi espressione incessante di più elevate considerazioni: quelle che scaturiscono chiaramente dall’insegnamento evangelico e cristiano.
Fin dal primo capitolo: L’essenzialità della parola viva, delinea, energicamente un percorso vitale che ripercorre quel “mosaicosmo”, (personale suo neologismo), presentandocelo: unico e irripetibile che attraversa un’intera esperienza umana che possiamo, dovendolo riscoprire, non solamente irripetibile ma cosmologico nella sua incontrovertibile unicità.
Argomenti filosofici, pensieri pedagogici, maturati in queirintima contemplazione che ardiscono verso un’attività sinergicamente produttiva, ben articolata, tanto da poter essere presentati come mimési che diventa via via esegesi di un’escatologia tanto necessaria all’umanità, che oggi ne ha smarrito il vero e autentico significato.
«Occorre riscoprire il legame vero, quella “consanguineità” col Mistero - scrive Tommaso Romano, verso la fine del settimo capitolo (Dalla morte di Dio al Dio vivo) - quell’amicizia che non tradisce e che vigilando ci libera, quel magistero che risiede nel prezioso dono dei sacramenti e dei comandamenti. Vivere Cristo è il più alto degli atti e degli esempi cui lo sforzo della nostra vita può tendere»; non più mera filosofia ma elevata teologia che proietta ad una elevata conoscenza, verso la quale dovrebbe, deve tendere ogni essere umano. Ciò significa vivere “nella e per la Verità”, cominciando da quaggiù quel percorso, a volte scabroso, difficile, per proseguirvi, da ora in poi, eternamente.
da: “L’Eracliano”, Scandicci n°7-9, 2015
lunedì 12 ottobre 2015
L'itinerario di Tommaso Romano... e il viaggio continua
Nei Quaderni del sigillo Cultura, n°7, 2015 è uscita la raccolta di testi critici dedicati nel tempo a Tommaso Romano dal nostro critico, scrittore e artista Antonino Russo.
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mercoledì 7 ottobre 2015
Presentazione del libro "Quei dolori ideali"
Venerdì 9 ottobre alle ore 17.30
Galleria d’Arte Studio 71
Via Vincenzo Fuxa, 9 - 90143 Palermo
presentazione del volume di Aldo Gerbino
Quei dolori ideali
150 ed oltre: d’una Italia Unita.
Voci dalla Sicilia
incontri a cura di Vinny Scorsone
Interventi di:
Gonzalo Alvarez García,
Tommaso Romano
Antologia di Letture a cura di Anna Sica
con il violino di Sergio Mirabella
Salvatore Sciascia Editore
lunedì 5 ottobre 2015
Sgarbi e la Trilogia d'Anima
"L'anima
non esiste nel tempo. L'anima resiste al tempo", così Vittorio Sgarbi in
un aureo libretto edito da Bompiani nel 2004 "Dell'Anima", che
insieme all'altro "Il bene e il bello", del 2002, formano per me, unitamente
"Viaggio sentimentale nell'Italia dei desideri", una trilogia che
sostanzia il cammino nella bellezza e per la bellezza di Sgarbi.
Già nella Prefazione, Sgarbi declina, con
intelletto d'amore, la vibrazione che
il libro-viaggio propone, cominciando con il ricordare il grande Roberto Longhi
e la sua lezione.
I fedeli simulacri che sono i dipinti, dice subito Sgarbi, non sono i semplici
oggetti di una possibile "divulgazione" dell'arte - parola che
giustamente definisce "orribile" – dato che "Illustrare un
quadro non deve essere spiegazione di quello che si vede, ma rivelazione di
quello che si vede". Una sintesi mirabile che è insita nell’avventura
d'anima, spirituale incontro dell'occhio con "l'emozione del vedere".
Il rigore e
la libertà di Sgarbi sono il segno delle sue opere e indagini critiche che ci
fanno andare oltre, senza subire la pedanteria degli accademici della
ripetizione e dell’inconcludenza, con la gioia della scoperta di opere e luoghi
con volo d'aquila, che hanno nella verità e qualità della parola il loro centro
irradiante e che ha nell'occhio il suo centro, quasi a ricapitolare valori e a
farli sentire vivi, mai mummificati nel gergo falsamente esoterico degli
specialisti dell'ovvio, incapaci di sentire oltreché di ben vedere. Sgarbi
diviene così una sorta di demiurgo, violentemente contestato dai mestatori
dell'egemonia, artista egli stesso, come diceva di sé Oscar Wilde.
Dal Nord
all'estremo sud, da Bolzano col monumento a Battisti e alla Vittoria ideato da
Marcello Piacentini, Sgarbi ha idealmente iniziato questo straordinario periplo
di bellezza, conoscenza, curiosità, cultura. Ecco perché, proprio a proposito
del monumento di Bolzano, Sgarbi scrive: Riusciremo mai a considerarlo, tale
monumento, per i suoi indiscutibili pregi artistici, in maniera non più
ideologizzata da una parte e dall'altra? «Potrebbe forse essere presto,
tuttavia lo si preservi e lo si valorizzi come merita».
E da Bolzano
a Trieste, con le ville Palladiane e le lezioni applicate di Vitruvio, il viaggio continua nelle Maniere padane, sulla scia di
"alti modelli". Ecco così gli Autori cari riletti dal professore
Sgarbi, volti così vitalmente carichi di pathos e di ammaestramenti, di
profondità e di gioia, di sofferenza e di ricerca inesausta, di una perfezione
che non è esito di formalismo sterile. Ecco Pontorno e Rosso Fiorentino,
Giorgione "campione perfetto di equilibrio e maniera", Dosso Dossi e
"La luce di Dio e nella natura" di Giovanni Bellini, a cui da anni
Sgarbi dedica studi e riflessioni di grande pregnanza e assoluta originalità.
Ecco
l'alchimia nell'opera di Parmigianino, la metafisica luce nella carnalità di
Caravaggio, che dipinge ciò che vede non ciò che pensa, e cento altre
notazioni, sempre a corde tese, quasi a rintracciare per ogni artista
genealogia e lasciti di eredità, stile e vicende in una vertigine che è
risultante di pienezza, sfida e umiltà. Ecco ancora la zona del Po, ovvero un
simbolo civile di dignità e memoria, anche familiari, che la tragedia
dell'alluvione fa riscoprire nell'antico autentico e nel solidale comunitario.
Il libro è
anche "scrittura di sé" per Sgarbi, è l'iniziazione, è la scelta
esistenziale. Sgarbi è un coraggioso paladino alieno dal conformismo del
politicamente corretto.
Un uomo e un
grande critico, vulcanico e controverso sicuramente come è Sgarbi, che sa
evidenziare, da par suo, ancora, l'ordine e l'amore per il patrimonio
monumentale di una città come Rovigo, la funzione pubblica delle grandi
collezioni private (come la propria collezione Cavallini-Sgarbi), il ciclo
mirabile di un Cima da Conegliano e la valorizzazione di luoghi e di artisti
abitanti in centri lontani dal clamore con ricche testimonianze dalle tarsie
della Certosa di Pavia, a Cremona, a Guastalla, dell’amata Piazzetta di cui nel libro riannoda biografia
ed opere, all'emozione per il calore, un umano,
troppo umano del Corregio, in una esperienza definita sconvolgente, fino a
San Severino Marche, centro di cui Sgarbi è stato Sindaco, pensando che fosse
possibile trasmettere insieme alla politica anche valori culturali, come nel
passato fecero Croce e Gentile, evidenziando che il Rinascimento marchigiano
non può, certo, ridursi solo al pur grande Raffaello.
Ecco ancora i
luoghi d'anima che Sgarbi sente propri a cominciare da Fermo, Troia, Lucca, con
Jacopo della Quercia e la perfetta unicità delle monumento sepolcrale ad Ilaria
del Carretto. Parole scolpite da Sgarbi con pagine che veramente danno la
misura della sua Opera e di quelle caratteristiche nodali che egli indica come
"solitudine a distanza".
E se l’
identità ha una storia profonda, anche di immaterialità, il tempo ha pure la
sua nobiltà, che restauri innovativi balzano e corrompono, come il paesaggio
"stuprato" delle pale eoliche.
Luoghi si
diceva, in cui genio umano, "paradiso dove natura e architettura stanno
insieme", l'impresa classicamente contemporanea e atemporale, stanno
insieme al contempo, di Buzzi e Solari Scarzuola di Montegabione , a
Montecitorio del nostro Ernesto Basile, alla villa Ferson di Capri, il Museo di
Capua, alla Basilicata, alla Ragusa che ha restituito dalla damnatio memoriae gli affreschi di Duilio Cambellotti nella Casa
della Prefettura, rievocando, in Sgarbi l'incontro con Sciascia e Bufalino in
pagine terse, colte, come pure avviene per la "lettura" di altre
opere significative e non sempre note della Liguria.
Amore e comprensione vanno sempre insieme, scrive Sgarbi, è questo il
sigillo di un viaggio d'arte e nell'arte, nella nostra storia, cultura e idea
di vita troppo minimalizzata che, nella varietà, fa veramente emergere la
grandezza rivelata delle città e delle contrade di tutta Italia. Più forte di
ogni retorica patriottarda è l’ethos , la grandezza. E in ciò risiede la vera
unità della nostra Patria.
mercoledì 30 settembre 2015
lunedì 28 settembre 2015
Il Cardinale Salvatore Pappalardo, il presule che non ebbe mai paura della mafia
di Carmelo Fucarino
Presentata a Palermo la
biografia, scritta da Maria Pia Spalla, dell’ex Arcivescovo del capoluogo
siciliano, Cardinale Salvatore Pappalardo, un uomo che ha segnato, in positivo,
la vita della città e di tutta la Sicilia. Figura centrale, soprattutto negli
anni ’80 del secolo passato, quando il piombo della mafia ammazzava, ad uno ad
uno, gli uomini delle istituzioni. Tra gli intervenuti, Mario Grasso e Tommaso
Romano
A Palermo era il
“Cardinale”. Un grande uomo di Chiesa coraggioso e innovatore. Amato e
benvoluto da tutti, l’Arcivescovo del capoluogo siciliano, Cardinale Salvatore
Pappalardo, ha segnato in positivo la vita della città e della Sicilia. La sua
figura è stata ricordata nei giorni scorsi a Palermo, nella prestigiosa
location dell’Auditorium di Palazzo Branciforte, con un convegno promosso da
Lunarionuovodi Catania, Rassegna mensile di letteratura, Gruppo Convergenze
intellettuali e artistiche italiane. Un evento in due step: la presentazione
della biografia saggio di Maria Pia Spalla, Mafia e responsabilità cristiana -
Il grido del Cardinale S. Pappalardo, edizione Prova d’Autore, Catania 2015, e
la Cerimonia di consegna del “Marranzano d’argento 2015” per la letteratura e
l’operatività culturale al poeta Tommaso Romano.
Sono intervenuti il
fondatore della rivista e del premio, Mario Grasso, l’editrice Nives Levan, la
presidente del gruppo catanese, Giulia Sottile. Laura Rizzo, coordinatrice, ha
svolto ad apertura dei lavori gli onori cerimoniali con i ringraziamenti al
direttore del centro ospite e a tutti gli intervenuti. La sala piena al gran
completo, con la presenza di una qualificata rappresentanza della cultura
palermitana, ha attestato l’importanza del convegno.
L’iniziale intervento
della giovane presidente del Lunarionuovo è servito ad illustrare le linee
portanti della biografia saggio di Maria Pia Spalla. L’analisi è stata puntuale
ed ha messo in evidenza gli elementi innovativi di questa indagine sulla vita
di un presule che ha ribaltato il valore del magistero vescovile a Palermo,
dopo l’assenza e le tante connivenze della Chiesa che si era mantenuta per
secoli in una sussiegosa e distaccata superiorità chiusa nel suo palazzo e
lontanissima dai bisogni e dalle aspettative del popolo. Il saggio giunge
opportuno dopo il lungo ed assoluto silenzio calato per tanti anni sulla
innovativa esperienza del Cardinale Pappalardo. Il testo mira, attraverso la
ricerca delle fonti ufficiali degli Archivi Vaticani e anche attraverso gli
appunti personali, a collocare i fatti in quegli anni di trasformazione della
Chiesa palermitana e in un contesto assai tragico della città: 600 omicidi tra
il 1981 e il 1983, con la lunga scia di sangue di personaggi illustri: Carlo
Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina, Piersanti Mattarella, Mario Francese e i
giudici Cesare Terranova e Gaetano Costa, fino a Pio La Torre.
Il maxiprocesso alla
mafia iniziato nel 1986 avrebbe segnato uno spartiacque nei giudizi sulla mafia
e nella strategia della lotta a Cosa nostra. Il pesante clima della stragi
mafiose aveva reso più eclatante - dopo l’era dell’Arcivescovo di Palermo,
Cardinale Ruffini, “l’ultimo re delle due Sicilie” - la “scelta religiosa”
montiniana di Pappalardo.
È seguita la profonda
appassionata ed avvincente prolusione di Tommaso Romano, giustamente definita
da Grasso una lectio humanitatis. L’analisi è stata perfetta e completa,
sarebbe banale e superficiale definirla a 360 gradi, ancor più con un vacuo
aggettivo sarebbe dirla “esaustiva”. Essa nella passione derivante dalla
personale conoscenza dell’uomo, sia nelle funzioni istituzionali, sia anche in
un rapporto privato, non ha tralasciato nessun aspetto dell’esperienza
ecclesiale del Cardinale Pappalardo, uomo intensamente di rottura e di vera
catechesi, alieno dai facili applausi e volto alla proclamazione della Parola
in funzione sociale.
Ci sarebbe stato tanto
da ricordare per chi ha vissuto quell’inizio di primavera e ha letto quel
giornalino di carta lucida e bianca dal titolo criptico, già premonitore del
nuovo linguaggio di sintesi mediatica, La città X l’uomo. Da professore
ossequiente al codice grafico della lingua che segnavo nei compiti di greco
quel x, commentandolo con un “moltiplicato?”, in quel contesto di sintagma di
un titolo lo accettai quasi a volere intendere quel moltiplicarsi della città
negli uomini che la componevano. Ne conservo, non so dove, ancora qualche
numero, con quelle proposte di rinnovamento, di scoperta della città, di
messaggio soteriologico. Tutti sapevano che era un organo politico della Curia.
Eppure non c’era repulsa
o critica rancorosa. Oggi nel becero e volgare linguaggio politico sarebbe
stato completamente diverso. E non fu senza significato la concomitanza della
presenza del gesuita padre Bartolomeo Sorge e l’esperienza dell’Istituto di
Formazione Politica Pedro Arupe, da lui fondato e animato dalle idee e dalla
lungimiranza politica del gesuita e sociologo, Ennio Pintacuda, che guidarono e
ispirarono la tanto conclamata “Primavera di Palermo”. Esemplari i suoi scritti
che, a partire daSottosviluppo, potere culturale, mafia del 1972, giungono al
celebre La scelta del 1993, che lo portò alla ribalta della cultura non solo
italiana. La sua attività fu in linea con il tema di questa biografia del
Cardinale e ne sviluppò tutte le tematiche (così Sud tra potere e cambiamento
del 1975).
Ma non solo di questo ha
parlato Tommaso Romano. Non solo di quel grido, stigmatizzato già
nell’occhiello del sottotitolo del libro. Perché alla fine il libro voleva
essere, sì, la biografia del Cardinale Pappalardo, la storia, come precisa il
relatore, contestualizzata di un preciso periodo e di una ben definita classe
politica, ma il titolo proclama ben altro, puntualizzava una questione di
grande complessità ed impatto, per certi versi scandalosa anche a volerla
contestualizzare all’ultimo dopo guerra. Si trattava di una questione
estremamente ardua da affrontare dopo tante recise affermazioni, citava Giulia
Sottile la boutade che la mafia era un detersivo, non solo di illustri
intellettuali locali, ma anche delle gerarchie ecclesiastiche, nessuna esclusa,
dal basso fino all’alto, colposamente connivente o semplicemente pigra e
adagiata sul quieto vivere, come precisa Romano.
Il vero titolo del
saggio solleva una buona volta il velo sulla secolare mistificazione: Mafia e
responsabilità cristiana. Certo non grammaticalmente chiaro, in quella
attribuzione, ma semanticamente pregnante, se si vuole allargare la “colpa” non
solo alle gerarchie, ma anche al popolo tutto, nessuno escluso, neppure gli
intellettuali isolani al gran completo. Complici forse, ma anche vittime di una
prepotenza secolare, che a definirla cultura mafiosa, si offende la cultura o
non se ne conosce l’essenza. Il completo ribaltamento dei termini avvenne
pertanto sul piano culturale, ma anche di catechesi, di teologia (della
liberazione?) di un uomo che mai volle esser politico, che nel Vangelo trovava
le parole e la rivoluzione. Perché di questo si trattò a Palermo, al di là
dell’appariscente e dirompente “grido” (dal liviano, “Dum Romae consulitur,
Saguntum expugnatur […] povera Palermo” nell’omelia ai funerali di Della
Chiesa, a San Domenico, il 4 Settembre del 1982, che un grande comunicatore
avrebbe ripreso con forza ed ira (se fosse possibile) nella sua pronunzia
improbabile: “Convertitevi, convertitevi, una volta verrà il Giudizio di Dio”
(parliamo del celebre intervento di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento, il 9
Maggio del 1993).
E bandire “la
rivoluzione degli onesti” è stato un processo difficile nella cosiddetta “Curia
dei monsignori”o “dei separati in casa”, anche dopo il gesto eclatante della
“fuga” del serafico Carpino, dopo appena due anni di cardinalato, negli anni
orribili del “sacco”. Soprattutto per un uomo che aveva fatto le sue prove di
diplomatico di scuola vaticana in Indonesia ed era stato sbalzato in una realtà
così tragica come quella della Palermo delle quotidiane “ammazzatine”,
ricordate da Tommaso Romano con la ossessiva quotidianità dei “gazzettini”
mattutini.
Non c’è stato spunto di
queste cento pagine del saggio che sia stato omesso nella lucida analisi di
Tommaso Romano e sarebbe il caso di raccogliere il suo testo e pubblicarlo.
L’autrice del saggio vi faccia un pensiero. Quello che più mi ha colpito e
turbato è stato il forte richiamo a monsignor Cataldo Naro. Non ho le qualità
per frequentare, come Tommaso, le alte personalità e di essere testimonio della
Storia. Umilmente ho incontrato Cataldo Naro in una chiesetta di provincia
intorno agli anni in cui fu consacrato Arcivescovo e abate di Monreale e fece
la sua visita pastorale. Ho ammirato la sua formazione culturale, ma anche la
sua umanità e il suo smisurato coraggio in una terra infame.
Ora a sostegno
dell’elogio di Romano voglio ricordare nella mia diocesi di nascita il suo
progetto pastorale “Santità e legalità”, in collaborazione con i comuni
dell’Alto Belìce Corleonese consorzio “Sviluppo e legalità” e con l’Osservatorio
per lo sviluppo e la legalità “Giuseppe La Franca”. E ancora durante la sua
Presidenza della Facoltà Teologica di Sicilia le giornate del convegno sul
“martirio per la giustizia” in onore di Livatino e alla morte la lectio
magistralis del vescovo Vincenzo Paglia in occasione dell’assegnazione del
premio postumo “Obiettivo legalità”. La cinquantina di suoi testi definiscono
il livello dell’uomo di cultura.
Poi la seconda parte
della serata, quella celebrativa, illustrata dalle articolate e complete
motivazioni che hanno spinto il comitato e il promotore ad assegnare il
prestigioso riconoscimento a Tommaso Romano, in buona compagnia con Bonaviri,
Bufalino, Consolo, Fiore, Fiume, Pantaleone, Parodi, Pasqualino e tanti altri
noti e di ugual spessore culturale e artistico. La sua attività svolta nella
cultura palermitana e non solo non ha bisogno di illustrazioni, le sue
iniziative sono a tutti note, la sua bibliografia in campo letterario, poetico,
narrativo, filosofico, semplicemente divulgativo, culturale su ampio raggio,
sono troppo note. Attore, promotore e animatore indefesso.
Ho stretto la mano a
Mario Grasso e gli ho confessato che mi ha commosso la sua commozione, quel
sentimento di adesione e di profonda simbiosi che denota realmente quello che
ha definito il palpito dell’anima, la sua luminescenza radiografica. Le sue
profonde divagazioni sulla vita e sulla società a partire da un uomo in carne
ed ossa, fulminante e avvincente quella definizione del “mortale immortale”, un
uomo che era stato ed è segno di amicizia e di purezza, di cultura e di
umanità. Avrei voluto trascrivere ogni sua parola e risentirla, avrei potuto
scriverla, ma non avevo carta e penna. Ma forse è stato meglio così, mi è
restata la sensazione della magia nelle sue scorribande culturali, ma
soprattutto umane, empaticamente personali, ma universali di Mario Grasso, un
fiume di profonde riflessioni e di humanitas nel senso più specificamente
ciceroniano.
venerdì 25 settembre 2015
Storia e mito in Salvatore Caputo
Il 2014 ha visto da festeggiato
protagonista - per i suoi 50 anni di
fervida attività artistica – il Maestro Salvatore Caputo, con la periodica
esposizione dei suoi significativi cicli pittorici, ospitati al Centro
Internazionale di Etnostoria di Palermo allo Steri, presieduto autorevolmente
dal Prof. Aurelio Rigoli. Una di queste retrospettive – con ulteriori opere
della assai originale Ilaria Caputa, figlia del Pittore di Castell’Umberto- è
stata presentata da Tommaso Romano e il cui testo è ora parte di un bel numero
monografico della celebre rivista “Etnostoria” che riprendiamo integralmente.
Sarebbe pleonastico, parlando delle
opere di Salvatore Caputo, inutile, ripetere i concetti e le valutazioni
estetico-critiche in tante sedi mirabilmente esposte, ma direi anche
raccontate quasi nel senso di una sequenza anche di umori, di sapori
mediterranei, che non sono certamente né coloristici e fini a se stessi, né
tantomeno marcano una dimensione che molto spesso in Caputo è stata
identificata col surrealismo, sbagliando obiettivo. Quella di Caputo è una
cifra assolutamente personale, come è personale il modo, il senso del vedere,
del guardare con attenzione, che è quella di questa simbiosi, non solo di
padre/figlia Ilaria, ma - direi - di questa simbiosi che continua quasi
miracolosamente, non nella ripetizione, piuttosto alla ricerca di una
perfezione possibile. [...] È la perfezione di Ilaria che si manifesta non
solo, anche se è già tanto, attraverso queste figure esemplari [che si trovano
nei volumi d’arte] indici di un percorso, ma anche esemplari, specialmente in
San Francesco, di una ricerca di quella che già negli anni ottanta/novanta Aldo
Gerbino, a proposito di Salvatore, definiva una “laica sacralità”, perché c’è
un approccio loro, dei Caputo, che va “per li rami” quasi alchemico e
misterico. Non abbiamo forse la consapevolezza di letture particolari, di
sistemi filosofici a cui loro si riferiscono. È però un fatto che li riguarda,
direi quasi con pudore - io conosco Salvatore da quarant’anni, mi vanto di essere
amico suo - eppure è difficilissimo declinarlo concettualmente. Esattamente
come il periodo di passaggio verso la grande stagione... Sono opere che sono
assolutamente foriere di una composizione mistico-sacrale, che ci richiamano a
un realismo magico, che è un realismo che vive nei luoghi e vive anche il
dissidio della dimensione umana e della stessa dimensione della “statuaria”,
che è sovratemporale, atemporale. Questo che poi diventerà il motivo dominante
con le figure quasi in movimento, in cui puoi scrutare, nella duplice
accezione, ciò che vive nel dinamismo e ciò che vive anche nella apparente
staticità. Ma che cos’è, in tale misura, la staticità? Non è affatto uno star
fermi, semmai è sfidare il tempo dei barbari. Cominciano adesso ad entrare ulteriormente
nella dimensione di Salvatore Caputo, nel suo viaggio interiore. E questo
viaggio interiore nasce da quella “materia dei sogni” che poi però è anche un
sogno complesso. Non è il sogno della bellezza soltanto, è grande contrasto,
nella grande dimensione della oniricità in cui vi è anche l’equazione del
dramma. In questo senso, allora, cosa bisogna cercare e trovare? Per ottenere
una cifra personale, per ottenere una realizzazione di sé dopo i contrasti,
dopo le stagioni, magari, delle illusioni? Ecco, a poco a poco questi anni
rappresentano - e compiutamente: vediamo quella grande opera intitolata “Il
giardino di Melia” - la dimensione quasi propria dell’approdo, di questo
cammino dove la solarità si è molto compromessa alle tenebre. Tuttavia la
tenebra, come la luce, ha bisogno dell’ombra, e l’ombra della luce. Così, in
questo richiamo continuo c’è l’approdo, appunto, finale, il tentativo anche di
andare oltre la dimensione spazio-temporale.
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| "Fiori di primavera", cm 40x50, oli e acrilico su tela, 2013 |
In questi frammenti ci sono anche i
luoghi - si pensi e si “entri” in quell’opera straordinaria “La valle” fra le
più belle di questa mostra e in generale della sua produzione. Noi vi possiamo
trovare tutta una serie di echi anche legati ai suoi luoghi d’origine -
Castell’Umberto, naturalmente; la stessa Ucria,
dove c’è del resto tutta la tradizione etnostorica del Centro Internazionale di
Etnostoria - Fondazione Prof. Aurelio Rigoli, a cui Caputo ha dedicato, tra
l’altro, più di una medaglia emblematica della sua grande versatilità.
Primordiali, che non significano “primitivi”. Primordiali nel senso del
recuperare ciò che è possibile, ciò che non deve essere annullato e sconfitto
da una memoria labile. Vi è anche un richiamo ai luoghi di Lucio Piccolo, alla
Piana di Capo d’Orlando, perché propri nella dimensione metafisica e onirica di
Caputo, con il grande e straordinario cimitero dei cani, che si staglia verso
l’orizzonte, la valle da un lato e il mare dall’altro. C’è questo humus,
intriso naturalmente di miti: dal mito di Helias, ai miti, che ci richiamano ad antiche inquietudini.
Il mito non è un dato soltanto di chiarificazione o di bellezza fine a se
stesso: è un orizzonte, un raggiungimento; è sempre, comunque, una dimensione
in cui vige il contrasto - gli dèi sono in contrasto, gli dèi fanno la pace, ma
fanno anche la guerra - e quindi è la condizione stessa che si sublima rispetto
a quella che è invece tipicamente umana, e, tuttavia, il tempo e il mistero si
mischiano, quindi anche la dimensione temporale si mischia a quella del
mistero. E qui già cominciamo a intravedere, rispetto ai decenni precedenti,
una misteriosa aura che accompagna queste opere: nel silenzio che acquista una
sua solennità; non solo “sacralità”; solennità. Certo, c’è il dato che ci
conforta e ci appassiona dei luoghi, ma c’è anche questa straordinaria capacità
di entrare e dialogare senza profferire verbo, in sintonia. Significativa è
l’opera “Il collezionista”, in cui si compie una grande, straordinaria
collezione di sé, dei suoi paesaggi interiori, della sua dimensione onirica,
del suo mito interiore. Pensate anche a opere letterarie straordinarie, a un De
Goncourt, che descrive la sua casa: mille pagine per descrivere la conoscenza
di una casa! Sono tappe di una vita, tappe di una coscienza che si svela, si
manifesta. E in questo troviamo la parola delle cose, il “respiro più grande”,
direbbe Piccolo; ci sono gli ectoplasmi che a volte noi vediamo trasparire da
queste opere; così come nelle pergamene, che per la prima volta sono esposte e
sono anch’esse lacerti straordinari di una incursione nel tempo, che pure
voleva distruggerle, voleva annientarle, e che Salvatore Caputo salva invece
miracolosamente, lasciandoci, e lavorando come sa fare lui attraverso la
ri-creazione di queste carte stesse, dando la vita nuova, direbbe Dante, con
gli inchiostri di china nelle nuances, che poi si manifestano liricamente
potenti attraverso le luci, le ombre, in quelle pergamene antiche che hanno, in
tutto, il sapore di una storia. Ecco, la storia, che quasi si immobilizza
rifiutando il dinamismo che sovente distrugge e, tuttavia, è storia vera, non
una storia che vuole essere per forza citazione del “bel tempo andato”,
assolutamente. È la storia che riguarda il reale, anche il presente, il suo
presente. Ed è il presente anche di molti di noi che prendono vieppiù coscienza
etica e intellettuale da quella idea che la pittura sia morta e debba essere
confinata tra le anticaglie. È l’idea totalizzante e sbagliata del fondatore
del MoMA di New York, il quale sostiene che non esiste altro che l’astrattismo.
È l’idea, falsamente concettuale, del minimalismo, di istallazioni temporanee,
effimere dell’ovvio. È la dimensione - in sostanza - dell’essere
controcorrente, del ri-trovarsi, non del Tempo Mitico soltanto, ma del
ritrovarsi interiore, quindi un viaggio entronautico, che avrà poi, nella
dimensione della luce e nella scoperta della luce, una stagione ulteriore
fervidissima, che ancora noi viviamo nelle opere di Caputo. Quindi, un momento importante,
di svolta, gli anni ’80 del trascorso Novecento. In questo contesto la lettura
dell’opera capu- tiana è non storicista, non lineare, rimanda a un Tempo
Mitico, che è il suo, e in cui ci ritroviamo anche tutti coloro che amiamo
andare oltre e fuori dal banale e dal contingente. La pittura di Caputo è stata
sempre un sigillo di autenticità. Stimola quasi la voglia di entrarci dentro in
questi paesaggi interiori, di toccare queste statue, ancora figure, ancora
donne e ancora statue non ben delineate; questi volti quasi mai accesi da
lucentezza esteriore eppure pregni di echi, di lucentezza interiore diversa
rispetto a quella degli occhi, la lucentezza del profondo. Abbiamo
un’esperienza di importanza capitale ricapitolando i cinquant’anni di attività
mirabile di Caputo, a cui, naturalmente, noi auguriamo tanti anni ancora di
ricerca e di ulteriori grandi esiti - così come alla bravissima figliola che
merita ogni elogio, perché non è soltanto allieva; io proprio ho detto in
“simbiosi” con questa capacità di comunicare linguaggi anche molto diversi,
bravissimi a usare le tecniche, i materiali. L’arte vera è sudore, ma è anche
pazienza, è silenzio, attenzione. La collezione di sé è anche la collezione
delle cose che meritano di essere salvate rispetto a un mondo che, ahimè, ha
poco da salvare. Tuttavia, l’arte, come sempre quando è vera, riesce a darci
una chiave anche di speranza, di risolutiva salvazione.
Ci comunica, se solo siamo capaci di
entrare realmente in sintonia con l’Opera d’Arte, uno Stile. Che Salvatore
Caputo possiede e prodigiosamente ci dona.
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