LEO LONGANESI:CENTODIECI ANNI DI UN GENIO
di TOMMASO ROMANO
Centodieci anni fa nasceva a Bagnacavallo in Romagna,Leo Longanesi (morira' a Roma il 27 settembre 1957),che e' stato certamente fra i maggiori giornalisti del Novecento,inventore del rotocalco con ''Omnibus'', de ''L'Italiano'',oltre che abile disegnatore,ideatore di periodici e settimanali di grande rilevanza anche stilistica,scrittore fulminante,irriverente e inimitabil,inventore della celebre casa editrice che ancora porta il Suo nome.Un genio autentico caposcuola,anzitutto di anticonformismo e di liberta'.Esponente di una razza che , con la morte di Indro Montanelli e Marcello Staglieno (autori di una capitale biografia su Leo),si sta estinguendo,nel generale conformismo di troppi superficiali e ignoranti,pronti e proni alle mode e ai poteri dominanti e sempre senza ironie e a caccia di padroni.
Fascista critico in gioventu',seppur amico di Musssolini,dovette subire la chiusura dei suoi giornali e,nel secondo dopoguerra fu emarginato ma,essendo intellettuale e uomo fuori dall'ordinario,fondo' appunto una straordinaria casa editrice,dando vita a ''il Borghese'',settimanale che gli sopravvisse con Mario Tedeschi e Gianna Preda e con un fedele collaboratore della tempra di Giuseppe Prezzolini.
Questa breve nota per onorarlo nel giorno del centodecimo della nascita e per indicarlo come esempio vero.
Del resto chi ha sete di conoscenza e di verita' nel segno dell'indipendenza,sappia che su Longanesi sono disponibili testi di Savinio,Marcello Veneziani,Andrea Ungari e il recente buon libro di Francesco Giubilei ''Leo Longanesi.Il borghese conservatore'',Odoya ,Bologna 2O15.Per capire con Longanesi il prezzo da pagare all'onesta' intellettuale e al conseguente essere scomodi.
Strapaesano e antimoderno,non si rassegno' mai al declino italiano e fu buon profeta ,anche se,ovviamente,largamente inascoltato.
Rileggere Longanesi- penso al deliziosissimo ''Ci salveranno le vecchie zie ''- i suoi aforismi,le sue vignette e' come rianimarsi da un torpore.Eccone due fulgidi esempi '' Noe e' la liberta' che manca,mancano gli uomini liberi'',''Sono un conservatore in un paese in cui non c'e' niente da conservare''.
domenica 30 agosto 2015
sabato 22 agosto 2015
venerdì 31 luglio 2015
Francesco Alliata, "il Mediterraneo era il mio regno. Memorie di un aristocratico siciliano"(ed. Neri Pozza)
di Tommaso Romano
Non sono pochi i libri di memorie
di aristocratici siciliani, scritti o dettati, e/o pubblicati in memoria capaci
di suscitare l’interesse non solo di una fetta di lettori appassionati e di
cultori di tradizioni patrie, ma anche utilizzati per ricostruire una storia di
famiglie molto spesso complessa , articolata e ricca, che si pretende di
obliare o di mortificare – in troppe snobistiche occasioni – come un residuo da
cui disfarsi perché ingombrante, impegnativo, e forse perché interroga la
coscienza degli ignavi e dei responsabili della deturpazione anche edilizia e
del paesaggio, unite al colpevole disinteresse delle “autorità”, alle mani
mafiose e a volte politiche stese sui patrimoni ceduti e/o sottratti con il
raggiro, con la violenza o con artigli voraci.
Una storia ancora da ricapitolare
per intero, dalla parte di chi ha fatto la storia di Sicilia rispetto agli
incapaci sciacalletti, alle macchiette, ai ladri e delinquenti che da troppi
decenni infangano l’isola e la manomettono gettandola nel caos e nel disgusto,
nel saccheggio e nello sfregio alla sua millenaria e, diciamolo gloriosa
storia.
Biografie, storie, aneddoti,
cedimenti e resistenze della parte nobile che l’indimenticabile Amico Bent
Parodi di Belsito non smise mai di riproporre e sottolineare a partire dalle
vicende, dagli intrecci fra successi, tonfi, rovine e orgogliosi ritiri in
solitudine, ad appannaggio di straordinari personaggi sui cui, appunto, le memorie proposte risultano
avere un peso notevole da non disgiungersi dal fascino e dal rammarico che
prende leggendo le loro pagine o le loro biografie. Non tutti i capolavori letterari,
sia chiaro, ma pezzi, tasselli utilissimi per comprendere il valore, le contraddizioni,
il peso dell’aristocrazia e di colore che hanno saputo restare in piedi in
campi molto diversi, o hanno saputo conservare preservare la bellezza che il
volgo, gli arricchiti illecitamente, la borghesia dei “villini” non poteva
comprendere.
Storie a volte emblematiche, a
volte tragiche, ma storie, vicende vere, anche – per non pochi – nel crepuscolo
del declino inarrestabile e nel cupio dissolvi.
Certamente, capostipite indiscusso
di tali memoriali memorabili dovrebbe essere giustamente considerato il famoso
Marchese Francesco Maria Emanuele e Gaetani di Villabianca con i suoi opuscoli
infiniti, minuziosi, a volte pedanti sulla società settecentesca, non solo
aristocratica. A cui è giusto aggiungere il poligrafo reazionario e
tradizionalista Vincenzo Mortillaro di Villarena, che mi pregio aver restituito
alla luce che gli è dovuta.
Ma il filone a cui mi riferisco, anche
a causa della fine della regalità in Sicilia e nel resto del continente, data
appunto a partire dai testi che, nel periodo a noi più contemporaneo,
indubbiamente hanno in Giuseppe Tomasi di Lampedusa e nel Suo immortale Gattopardo , la pietra miliare, che ha
dato via alla scia delle memorie proprie e di famiglia intessute fra
religiosità, affari, politica, amori, eroismi, dissesti finanziari, bella vita
e povertà, professioni borghesi e voluti annullamenti di stato, in nome di una
presunta novella eguaglianza che si è tradotta nel livellamento verso il basso.
Va appena ricordato che tutte le
famiglie assurte a distinzioni premiali e onorifiche e graziate di titoli e di
prebende, hanno avuto i loro fondatori, non nobili . come dire che la nobiltà
dovrebbe essere per tutti i dotati di virtù, una sorta di aspirazione al
meglio, votata alle grandi e significative conquiste, ad un riconoscimento more nobilium impegnativo, altruistico
verso disagiati e sfortunati, che dovrebbe essere sempre sorretto da spirito
cavalleresco e non da albagia e utilitarismo. Pena l’annullamento del titolo
stesso.
Questa non breve premessa, con la
promessa a me stesso di tornare più ampiamente sul tema, anche
storiograficamente oltre che dal punto di vista letterario e dottrinale, per
raccontare adesso finalmente del bel libro di Francesco Alliata di Villafranca,
Il Mediterraneo era il mio regno. Memorie
di un aristocratico siciliano , Neri Pozza editore di Vicenza(2015) con una
bella introduzione di Stefano Malatesta a sua volta autore di libri imperdibili
su fatti, ambienti e persone di Sicilia.
Ho letto in due riprese questo
libro – avvincente per altro – del Principe Alliata. Appena uscito, infatti,
sapendone e attendendone la comparsa in libreria, mi sono fiondato avidamente
nella lettura, riponendolo per circa un mese data l’impressione in me suscitata
dalla scomparsa a quasi novantasei anni, del Principe a pochi giorni dall’uscita
del suo libro-verità, che spero abbia avuto fra le mani prima della scomparsa.
Formidabile protagonista in
Sicilia di un intero secolo,amava dire che bisogna essere Principi prima di
apparirlo.
Ho avuto il privilegio della
conoscenza di questa unica figura di aristocratico siciliano, che ha fatto
onore alla sua vocazione, alle sue vicende personali, alla sua famiglia e alla
nostra sempre bellissima e ineguagliabile terra. Grazie devo subito dire, soprattutto
a Nino Aquila che me lo presentò, un
gentiluomo e letterato che tanto ci manca, e a Rita Cedrini, docente
universitaria e antropologa di valore, giustamente celebrata nel libro di Alliata
come punto di riferimento della rivalutazione delle sue imprese novecentesche,
a volte veramente epiche. Ricordo un afoso pomeriggio di qualche anno fa, alla
Sala delle Lapidi di Palermo in cui gli conferimmo, grazie a Rita in
particolare e al Dott. Anello e a chi scrive fra i giurati, il Premio Speciale
Arenella-Città di Palermo per tutto ciò che oggi, grazie anche al libro
sappiamo nel dettaglio, nella briosa narrazione, nelle combattive scelte e
determinazioni dettate dal fare e che
l’autore rivendica in toto, pur con talune ingenuità unite a tanta buona fede,
non sempre corrisposta peraltro. La storia quasi millenaria della famiglia
degli Alliata – che vanta parecchi rami ancora oggi – fra guerrieri, letterati,
Santi, uomini di potere e Beati, ha inizio a Pisa. Mercanti di quella Repubblica aristocratica (
le cui gesta furono oggetto di un volume storico di grande importanza che
dobbiamo a Marco Tangheroni, valoroso medievalista e caro Amico, troppo presto
scomparso) che presero dimora in Sicilia assurgendo le più alte care del Regnum
e gestendo il servizio di posta. Vicende che la zia di Francesco, Felicita (1876-1974)
aveva ricordato in un suo imperdibile volume anch’esso di memorie Cose che furono attraverso la storia di un’antica
famigli italiana, edito da Flaccovio nel lontano 1949, e in cui le origini
della famiglia, come si usava nei secoli scorsi, sono ricordate avvolte nella
mitologia antica, ma ben documentate quelle degli ultimi secoli, non esenti da
aneddoti ed esaltazioni che invece mancano, ed è un bene, alla fluida scrittura
di Francesco.
Altro libro che voglio ricordare è
quello delle memorie di Gianfranco Alliata di Montereale, principe anch’Egli, e
di un altro ramo della famiglia, pure ricordato nel libro attuale del
Villafranca insieme alla memoria della madre di Gianfranco, Olga Matarazzo. Mentre
di Francesco sono stato un buon conoscente, come lo sono della degna figlia
Vittoria, scrittrice e fiera imprenditrice (a cui ebbi l’onore a Bagheria di
attribuire nel 2012 il Premio Socialità e Cultura del Circolo Giacomo Giardina,
presieduto da Giuseppe Bagnasco), che è stata capace di riunificare le
proprietà disperse della villa bagherese di famiglia, teatro in un recente
passato di corvi rapaci e di interessi e presenze mafiose, di Gianfranco
Principe del Sacro Romano Impero, che dilapidò una fortuna fra la politica
monarchica (fu più volte deputato, le donne, la massoneria, l’esilio per
improbabili golpe), sono stato amico e mi legano a lui tanti ricordi di comuni
imprese culturali in Grecia, a Malta, a Roma e oltre che ovviamente a Palermo.
Il libro dicevo, fa il periplo di
un secolo storia propria e di Sicilia. Scorrono in modo lieve le tappe della
formazione, la famiglia, l’iniziazione alla cultura con la correzione di 7500
pagine di bozze, le proprietà sparse in tutta l’isola, il ricordo vivo del
maestoso Palazzo Villafranca a piazza Bologni a Palermo con una Crocifissione
di Van Dyck, i viaggi la vita militare da ufficiale addetto alle riprese
cinematografiche, la guerra, la passione mai venuta meno per il mare, per la
fotografia, per il cinema, per gli affari (non sempre andati a buon fine), la
difesa della proprietà avita di palazzi, ville, delle terre dall’assalto dei
nuovi barbari della burocrazia sclerotica e del malaffare mafioso.
Certo dire di Francesco Alliata, è
dire innanzitutto della sua creatura più riuscita: la Panaria film, fondata nel
1946. Il cuore del libro, e certamente
il più riuscito. Una volontaristica impresa tutta siciliana condotta con i
sodali Pietro Moncada, Renzo Avanzo (veneto e primo marito di Uberta Visconti,
sorella di Luchino e poi moglie del compositore e direttore d’orchestra Franco
Mannino) nonché da Quintino di Napoli (poi raffinato artista che mi onorò della
sua considerazione con bellissime conversazioni domenicali a piazza San
Domenico , e nella sua casa a largo dei Cavalieri di Malta. Tutte le vicende di
questa coraggiosa casa di produzione che prendeva il nome dall’isola di Panarea
nelle Eolie, vi sono minuziosamente e con godimento raccontate, insieme all’invenzione
con le prime riprese subacquee al mondo (una volta si diceva sottomarine) nonché
dei documentari e dei film prodotti. Memorabile resta la storia del “duello”
cinematografico tra la Panaria e Roberto Rossellini, e fra due film emblematici
“Vulcano” con Anna Magnani e “Stromboli terra di Dio” con la Bergman in funzioni di rivali sul set
e non solo artisticamente, contendendosi le due attrici un Rossellini ormai
stanco di Nannarella e innamorato della sensuale Ingrid. Vulcano della Panaria
fu notevolmente e artatamente ostacolato da svariate forze clericali e
politico-cristiane e da interessi geoculturali anche americani, che sfuggivano
però ad Alliata ed ai suoi amici. Altra impresa da ricordare fu “La carrozza d’oro”
un film altrettanto bello e significativo che ebbe per regista il grande Renoir.
Le vicende, anche di costume, sono
semplicemente e onestamente narrate nel libro da Alliata con l’occhio rivolto
anche ad altri comprimari e co-protagonisti delle sue imprese, fra i tanti
magnificamente descritti svetta un Luchino Visconti, geniale regista ed esteta
decadente, immerso nella sua turris aeburnea, scostante rampollo comunista con
ville splendide e camerieri in livrea, il cui corpo morto venne esposte a
Botteghe Oscure. Non manca inoltre il ricordo di un funambolico, affascinante
Raimondo Lanza di Trabia, su cui si sono scritte tante pagine, ultime quelle
della figlia Raimonda e del bravo Vincenzo Prestigiacomo in un libro edito alla
Nuova Ipsa. Decine le figure di contorno illustrate, che sono però citate
sempre a proposito e con garbo, avvolte con giusta esecrazione , specie fra la
fauna dei politici di professione e dei responsabili del mancato decollo dell’economia
del secondo dopoguerra, autori di politiche dissennate di presunto sviluppo (a
cominciare dalla disgraziata Cassa per il Mezzogiorno) di cementificatori senza
scrupoli e di affaristi impuniti. S’inquadra
in tale contesto la seconda parte del libro legata alle nuove avventure di
Moncada e Alliata, nella pista delle surgelazioni e dei gelati confezionati in
quel di Catania.
Chiude il volume la dettagliata
Odissea, fino ai più piccoli particolari, patita da Francesco e da Vittoria per
i beni di famiglia “donati” dalla cognata di Francesco al seminario della Curia
di Palermo (l’amato palazzo cittadino), e all’Opus dei (quello bagherese, a cui
l’Opera rinuncerà saggiamente a favore degli Alliata ). Una pagina oscura,
ancora non risolta nelle complesse appendici che certo getta ombre contraddittorie,
non solo nello specifico caso, sull’incameramento dei beni storico-monumentali.
Non fa difetto la narrazione dei fatti un violento atto di accusa, con nomi e
cognomi , nei confronti della politica di tutela della Sopraintendenza ai Beni
Culturali e a quella per i Beni Archivistici.
La lotta fino allo stremo per
difendere la residenza straordinaria di Bagheria, per fino dalle mani ingorde e
sporche di sangue della mafia, è un altro segmento importante di questo libro,
che è anche un civile atto di accusa. Paradosso, come nella migliore o
peggiore, che è meglio dire, tradizione pirandelliana siciliana, e la miope messa in stato di accusa di
Francesco Alliata da parte della magistratura con l’imputazione di non badare
al patrimonio… controsenso per i vincoli
e gli ostacoli insormontabili che invece la burocrazia imponeva e tutt’ora
impone, alle strutture in degnado.
Insomma, un libro da leggere e
godere e su cui riflettere, specie pensando ad un micromondo come Bagheria tanti bella quanto perseguitata
e violentata dal malaffare. A proposito
di Bagheria non si manchi di visitare l’appena aperta al pubblico Villa Sant’Isidoro
de Cordoba, un gioiellino ancora miracolosamente intatto anche negli arredi,
che un’altra storia da raccontare.
lunedì 27 luglio 2015
Stefano Vilardo tra furore e memoria
di Tommaso Romano
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| Stefano Vilardo e Tommaso Romano |
In un suo puntuale saggio Aldo
Gerbino parla di Stefano Vilardo (Delia, 1922) come di un “poeta tra presente e
tradizione”, definizione a tutto tondo con cui brevemente lo presentiamo.
Sodale, compagno di classe e amico
di un’intera vita di Leonardo Sciascia (che dedicherà molte attenzioni critiche
a Vilardo), il nostro Stefano con Antonio Motta studioso sciasciano di valore,
ha dedicato un gustoso e rivelativo volumetto, edito da Sellerio, dal titolo A scuola con Leonardo Sciascia, che ne
percorre il sodalizio umano, familiare, culturale (ambedue furono insegnanti
elementari), l’amicizia, con pennellate di straordinaria valenza espressiva sul
nostro maestro di Racalmuto, autentica coscienza critica della Sicilia e non
solo, del ‘900.
L’esordio di Vilardo data la metà
degli anni cinquanta con il volumetto I
primi fuochi, edito da Sciascia di Caltanissetta, a cui faranno seguito
altre raccolte liriche fra cui Gli
astratti furori dopo Tutti dicono
Germania Germania e ancora la raccolta
Il frutto più vero. Impasto originalissimo di memoria, sofferta ironia,
scavo nel quotidiano, eco di violenza, con abbandoni autobiografici, la poesia
di Vilardo vive in e di una Sicilia arcaica e tuttavia non idealizzata, vera
comunque nella povertà profonda, straziata dal potere (da tutti i poteri) e dal
malaffare anche mafioso, impastato di “miraggi e pene” come ne scriveva
Vincenzo Consolo, senza dimenticare la forza perduta per sempre della “comunità
solidale” che era una condizione reale dei paesi siciliani.
Scrittore scevro da protagonismi,
a volte ostico, appartato Vilardo ha donato con la sua opera poematica Tutti dicono Germania Germania pubblicata
prima da Garzanti (1975) e poi da Sellerio (2007), con bella postfazione di Gerbino, e
articolata in 42 poemetti che disegnano liricamente di “quando i clandestini
eravamo noi”. Certamente si tratta del capolavoro vilardiano che lo pone fra i
classici siciliani del nostro tempo. Come acutamente afferma Giuseppe Saja in
un suo articolo del 1992 le testimonianze dirette e raccolte da Vilardo sugli
emigranti e la loro condizione, ovviamente con geniale rielaborazione lirica,
si “prestavano non tanto ad una riscrittura in prosa, quanto a una
trasposizione in poesia, in versi liberi che avrebbero dovuto “inchiordare” l’attenzione
dei lettori sulla piaga dell’emigrazione, sugli effetti disumani dello “sradicamento”
di tanti contadini meridionali, costretti alla mancanza di lavoro a battere
suoli stranieri non sempre ospitali”.
Sciascia scrisse nell’introduzione, che il pregio maggiore
dell’opera vilardiana consisteva nella “ricreazione” di vicende che si
impongono per la loro alta drammaticità fra ripetizioni anacoluti, per una
realtà che è anche riflessione esistenziale, documento umanissimo, dolore non
sempre redimente sullo sfondo di uomini attratti da un benessere non sempre
reale che lasciano le miniere, i campi, verso un nuovo disidentico paesaggio.
Temi ricorrenti che ritroveremo
nel tessuto narrativo degli Astratti
furori dove il tessuto etno-antropologico e la rielaborazione della radice
popolare si incontrano con la violenza gratuita e la stupidità del Ventennio,
narrato a sua volta e senza conformismi in Uno
stupido scherzo senza tacere la decadenza socio-culturale successiva in
grado di far perdere all’intellettuale perfino la sua funzione di denuncia e
coscienza critica, come Vilardo ha a voce chiara denunciato in una intervista. Come
ha scritto Andrea Camilleri “ Vilardo trascende il reportage in versi per
assurgere alla dimensione di una poesia senza aggettivi”.
La lingua di Vilardo, ben prima di
altri sperimentatori, è una originale sintesi di quotidianità infarcita dal
nostro efficacissimo idioma, con citazioni di una cultura viva e palpitante,
profonda e tuttavia mai appariscente, vigile sempre, anche nelle descrizioni
dell’antieroe Lorenzo Cutrano di Una sorta
di violenza, che si snoda nel clima retorico e totalitario tra le due
guerre.
Vilardo è quindi un testimone, un
ricreatore di realtà e di miti senza retorica sacrale (porrei una sorta di
parentela con il grande Giuseppe Bonaviri), senza esibire soverchie illusioni e
speranze di trascendenza, il suo oltre che testo letterario di alto valore è
documento antropologico, denuncia delle ingiustizie, anche delle difficoltà
dell’esistere, ai limiti del nichilismo. Tuttavia il viaggio di Vilardo è
sempre scavo, anche religioso malgrado le apparenze, mai mera cronaca
raccontata, scavo di sé appunto e della propria terra nella parola intesa come
unica possibilità, anche quella che ci appare come la più semplice del
linguaggio comune, non trascurando nel suo originale linguaggio simboli,
metafore, rimandi, consuetudini, proverbi (è recente l’edizione critica di
testi di Salamone Marino) nella consapevolezza che i furori non mutano né storia né vita. E la parola di Vilardo che si
pone, in sostanza, come scriveva Claudio Marabini “ con la discrezione di un’ombra
che pretende soltanto di porre un sigillo d’umanità”, nel tempo che scorre tra
memoria e sangue.
Da Vittorini a Dolci, da Brancati
a Bufalino, a Sciascia, Buttitta e Fortunato Pasqualino, Vilardo si iscrive di
diritto nella grande tradizione letteraria isolana che in Verga e De Roberto
hanno i capostipiti moderni, accompagnando una rara capacità di trasmettere al
lettore realismo, umori e sensazioni, tutti elementi apprezzati dalla critica
più puntuale e attenta di varie latitudini ideologiche da Fausto Gianfranceschi
a Tano Gullo.
Certo Sciascia rimane per Vilardo un
esemplare modello permanente nella condivisione, nell’amicizia e nella pratica
letteraria.
venerdì 17 luglio 2015
martedì 14 luglio 2015
Il suicidio dell'umano
di Tommaso Romano
Le maschere pirandelliane ci appaiono sempre più come rappresentazioni simboliche di tragedie verosimili.
La realtà ha superato ogni fantasia, ogni dissonanza eccentrica e marginale, per diventare preda del volgo, i cui fili invisibili muovono i burattinai della globalizzazione dei cervelli e delle anime.
Le maschere delle disumanizzanti e sfigurate metropoli, che girano intorno a noi fra la messa in scena e il macabro, sono l’annuncio grottesco e ultimo della disperazione per sazietà, del continuo e sciatto autorinnegarsi nella intima essenza stessa della propria natura, nei gesti, nei costumi, nel linguaggio. Con l’aggravante che la scienza divenuta sincretismo e la tecnica pervenuta a tecnocrazia, hanno aumentato l’astrazione fino al parossismo dell’illimite, al virtuale nulla percepito e sostenuto come reale.
Non scomoderemo l’immenso Vico quando ci ammonisce sul pudore – termine e concetto che i più ormai ignorano o deridono, e non scomodiamo i “perduti valori” – ma queste caricature di maschi, femmine e prodotti assortiti, di pseudo-umanità, tanto somigliano alla falsa allegria dei demoni del “bene”, che si sono moltiplicati e si moltiplicano per voluto sadismo e rivendicano il “diritto” alla mutazione totale, approdo alla vittoria finale del c.d. amore.
Eccolo l’esito del fondamento moderno, l’occultamento furibondo del Mistero, del Metafisico, dell’Infinito, che ripudiando Dio e la Sua legge, aveva promesso un messianismo felice in versione marxista o turbocapitalista, fino alla nuova positiva religione di Comte, al nichilismo, alla caduta nel vuoto della noia.
Anche nel comune sentire, in nome di una frase che è più di una rivoluzione – Chi sono io per giudicare ? - si fa strada la beota acquiescenza a non avere e proporre fondamenti, domande, dissensi. Non dico di votarsi al martirio, certo, al rischio e al pericolo che è il mestiere degli eroi e dei santi, alla rivolta manifesta – un aiuto in sostanza ai sovvertitori – quanto al destare in sé un radicale disgusto interiore, vocandosi al senso e alla pratica della distanza e del necessario ignorare.
Alla morte di Dio ucciso dall’uomo segue, come lo stesso grande e disperato Nietzsche capì, lo svuotamento verso il suicidio dell’uomo che si manifesta appunto in molteplici modalità: la transitorietà di ogni cosa, il perseguire il corpo anche con segni e incisioni che lo carnevalizzano a vita, il tentare la mutazione antropologica rispetto alla natura, al rifiuto dell’idea stessa della vita e del futuro, nell’ordine creaturale e cosmico.
La farsa che si consuma nelle nostre strade e negli antri, è un annuncio del vero tragico epilogo mortifero in atto.
venerdì 10 luglio 2015
Apologia della "Sapientiae Christianae" nel tempo dell'autodistruzione
di Tommaso Romano
Nel giorno della consegna della falce e martello con
pseudo forma di croce al Papa (stupito?!) da parte del dittatore boliviano Morales,
nel giorno della definitiva approvazione della pessima legge sulla scuola
Giannini-Renzi, nel giorno della (non definitiva…) condanna al corruttore di
deputati, ho riletto un Enciclica del 10 gennaio 1890 di Papa Leone XIII, pontefice
non certo modernizzante (come sostengono alcuni zelanti perfettisti) dal titolo
“Sapienteae Christianae”, scritta con un linguaggio chiaro, coerente, diretto
che seguiva in continuità l’insegnamento di Pio IX e il Vaticano I e anticipava
San Pio X e il suo Magistero antimodernista. Lo stesso, in corrotto Magistero che
troviamo, in linea dottrinale coerente, fino a Pio XII.
Prima di qualche considerazione sull’Enciclica leonina
(del Papa cioè che non scrisse solo la pur superba “Rerum Novarum”) alcune
semplici domande da un semplice cattolico – pieno di peccati e di errori – non “adulto”
e non progressivo, e vorremmo che qualche Galantino ci rispondesse: l’insegnamento
magisteriale della Chiesa (non di singoli, a volte riprovevoli, comportamenti)
fino a Pacelli e da riporre definitivamente in qualche archivio del tempo
andato? A questo Magistero qualche radice e valore non solo se riferito al
tempo storico? (se così fosse, l’Enciclica di Francesco sull’ambiente come
potrebbe considerarsi se non un documento sociologico e quindi interpretativo e
privato e certo non altro che un contingente atto pastorale di indirizzo come
avvenne per gli Atti del Vaticano II, pastorali appunto, così definiti non da
un cardinale Siri o Ottaviani, ma da allora cardinale Ratzinger, poi
Benedetto XVI, ancora felicemente vivente e parlante – bene – di musica sacra).
Ancora la Chiesa bimillenaria voluta da Cristo stesso con Pietro primo
Pontefice, a forse errato sempre, insegnando le cose che ha insegnato al popolo
cristiano ancora sano e saldo grazie all’ortossia degli insegnamenti sulla fede
dei padri? Se non è così, come io credo invece col Credo del Concilio di Nicea,
allora le cose stanno in questo modo: o si riconosce per vero un insegnamento
assistito dallo Spirito Santo per due millenni sempre e che si vivifica nel
tempo alla luce e al fondamento della tradizione, o quell’insegnamento è
parziale ed è da intendersi storicisticamente e quindi non interamente vero,
parziale, superabile secondo liberale antropocentrismo. Per tali elementari
sillogismi (non ho una Fede “adulta” ed emancipata come tanti Marx, il
cardinale tedesco intendo molto più avanzato di quel tale “ebreuccio” di
Treviri, per usare le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) o la Chiesa
Cattolica, Apostolica e Romana è nata cinquanta anni fa, insieme al fumo di satana
che vi si è introdotto (Paolo VI) e, quindi, tutto quanto appartiene al prima è
verbosa, inutile anticaglia e conseguentemente tutto ciò che viene dopo è
verità (relativistica?). Qualcosa non
quadra alla logica, al retto sentire.
Se si spezza la continuità non solo storica ma
dottrinale, il rischio che stiamo correndo è la deriva, che il modo invece
tanto ama da applaudirla conformandosi così alla deriva stessa.
Dai padri ai Santi Agostino, Bonaventura, Tommaso d’Aquino,
passando per i Santi Tommaso Moro, Pio V, Bellarmino arriveremo alla costanza
della Fede professata nell’unica fedeltà che Papi e Vescovi, per primi
dovrebbero avere e continuare ad insegnare: quella a Gesù Cristo.
Come dice Piero Vassallo noi non crediamo alla “vacanza”
dello Spirito Santo né a quella di ieri né a quella di oggi e non siamo
sedevacantisti. Siamo sempre rimasti dalla parte della tradizione e per la
verità soprattutto seguendo il monito di Gesù Cristo nella Chiesa, anche quando
non era umanamente più giusto stare ad Econe (che tante giuste cose diceva e dice)
ventisei anni fa.
Ma siccome egualmente crediamo nelle Profezie e nell’Apocalisse
giovannea che questo tempo ci propone in atto e, se è vero che non prevalebunt e altrettanto vero, perché
è scritto ed è verità di fede, che questo è il tempo ultimo e degli ultimi
(senza conoscerne ovviamente le umane date) prima della Restaurazione e della
Parusia per i Salvati.
Leggete Giovanni, cari cristiani adulti senza le
lenti deformanti della vostra albagia.
In tanto ripropongo l’Enciclica di leone XIII,
attualissima come ogni autentica profezia ed insegnamento. Tutto il contrario,
nello spirito e nella lettera, dell’odierno “politicamente corretto” discorrere
di Fede, alla luce dei corruttori segni dei tempi.
A cominciare dalle considerazioni pontificie che Leone XIII fa sulla guerra a Dio a cui si
vota il mondo con i suoi mentonieri maestri “che prometto agli altri la
libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione”(Pt. I, 19). Quanto “più
grandi sono i progressi che riguardano la vita corporale, tanto maggiore è il
tramonto dei valori che riguardano l’Anima” scrive Leone XIII e, ancora, “è un
atto di empietà abbandonare l’ossequio a Dio per soddisfare gli uomini”.
Inoltre “se le leggi dello Stato dovessero essere
apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere
ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare
l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa, allora è doveroso resistere
ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato, perché si
pecca anche contro lo Stato quando si va contro la religione.” .
Dal che dice il Papa “appare chiaramente che se
leggi umane dovessero stabilire qualcosa di contrario all’eterna legge di Dio, sarebbe
giusto non obbedire”.
Per finire, meditando vorrei che qualcuno con me
riflettesse rispetto a questi ammonimenti:Cedere all’avversario o tacere,
mentre dovunque si alza tanto clamore per opprimere la verità, è proprio dell’inetto
oppure di chi dubita che sia vero quello che professa” e , quindi, “ ne
consegue che qualunque cosa certamente rivelata da Dio deve essere accettata
con pieno ed eguale assenso:”negare Fede ad una sola di queste, significa
rifiutarle tutte”.
Resistere, allora, allo Stato che impone leggi antinaturali
e anticristiane (e se il caso a qualche maggioranza di Sinodo) radicando nell’animo
ciò che Paolo chiama “prudenza dello Spirito”(Rm. 8,6) l’aurea via di mezzo, “propria
di ogni privato, che nel governo di se stesso segue i dettami della retta
ragione”, il “bene personale di ciascuno”.
A questo deve mirare la resistenza interiore, la
professione – senza se e senza ma – al Cristo Crocifisso e risorto per noi.
giovedì 9 luglio 2015
Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore schegge dal mosaicosmo di Tommaso Romano
di Gianfranco Romagnoli
Questo agile volumetto, che esce per le edizioni Limina Mentis nella collana Fede e Ragione in concomitanza con il sessantesimo compleanno di Tommaso Romano, si propone di illustrare la figura e il pensiero di questo importante Autore, ben noto non soltanto nei circoli intellettuali di Palermo, ma altresì a livello nazionale ed internazionale.
Nel suo Proemio la curatrice, sua collega ed amica, non si nasconde la difficoltà di fornire un compiuto ritratto di una personalità tanto complessa ed in continua evoluzione: tuttavia, attraverso una “carrellata” sulla sua vita, le sue tantissime opere ed i suoi vasti e molteplici interessi, riesce a dare un’idea abbastanza precisa di uno studioso che è, al tempo stesso, filosofo, poeta, narratore, editore, ricco di incontri e relazioni di amicizia con i più importanti personaggi della cultura mondiale contemporanea e che presenta tanti altri aspetti, che sarebbe arduo e riduttivo tentare di definire.
Ne emerge il ritratto di un intellettuale a tutto tondo, una figura che definirei “uomo del Rinascimento” per la molteplicità degli interessi e dei suoi campi d’azione; ma soprattutto, come pure la stessa Allotta sottolinea, la figura di un Maestro, non soltanto per avere svolto, con continuità a tutt’oggi ininterrotta, un’alta opera educativa e formativa della gioventù, ma anche (e specialmente, a mio avviso) per avere raccolto intorno a sé e alle sue iniziative, come in una scuola filosofica, tanti ingegni che si riconoscono nelle linee portanti del suo pensiero, volto a coltivare con assoluta coerenza, mantenuta anche negli incarichi politici ricoperti in passato, la ricerca del Vero, del Bello e del Bene quali frutti dello Spirito e personale contributo a quel “mosaicosmo” da lui teorizzato, al cui disegno complessivo concorrono con uguale necessità, ciascuno mediante la propria “tessera” , tutti gli esseri umani.
A questo punto, la parola passa direttamente a Tommaso Romano attraverso gli scritti, racchiusi nel simbolico numero di sette capitoli, che dalla sua vastissima opera la curatrice ha enucleato come rappresentativi del suo pensiero: “schegge” che trattano, rispettivamente, l’essenzialità della parola viva; la teoretica come altezza cosmica; la gnoseologia come integrità dell’esserci; l’etica in tempo di crisi; la pedagogia come formazione dell’uomo integrale; l’estetica come etica; per culminare nel finale capitolo “dalla morte di Dio al Dio vivo”.
Un adeguato commento a ciascuno di queste “schegge” richiederebbe molto tempo e spazio: mi limiterò pertanto, pur avvertendo in pieno la riduttività della mia scelta, a richiamare alcuni punti, “schegge di schegge”, che mi hanno particolarmente colpito.
In una prima parte (capitoli da 1 a 3), svolta su un piano squisitamente teoretico, la Parola è definita epifania del Sacro, mezzo di redenzione, speranza, profezia: in particolare, la parola poetica è versus, ritorno al Divino, sortilegio e mito, base di tutte le arti e, attraverso esse, veicolo di accesso alla verità. Poi, la frase «L’Origine crea l’Inizio, successivamente, l’Inizio crea gli enti, gli enti divengono. Dal caos al Kosmos», riecheggiante temi neoplatonici pur nella originalità della successiva elaborazione, attenta al rapporto con l’Altrove e l’Attimo e sfociante nella costruzione del concetto di Mosaicosmo, formato da tante tessere e sintesi simbolica delle vite degli uomini, che «si perpetuerà come rinnovamento dell’umano e come perennità dell’anima».
La gnoseologia, infine, intesa come costruzione filosofica chimerica sì, ma necessaria, anzi indispensabile, legata alla percezione e che disquisisce sull’Eterno, ma da non assolutizzare in sistemi che esaltino il passato o lo condannino decontestualizzandolo.
In una seconda parte (capitoli 4 e 5) il filosofo scende sul piano dell’agire umano, denunciando la crisi di valori dei nostri tempi che ha generato il corrente pensiero unico, mascherato di falso buonismo, di «umanitarismo senza humanitas» e di ipocrita egualitarismo, sottolineando, contro il pericolo di omologazione e marginalizzazione, la necessità di assumere un atteggiamento attivo verso se stessi quale «condizione di dignitosa sopravvivenza, uno spazio di ammutinamento dove far convergere le poche individualità disponibili per non lasciarsi stritolare da un dominante pensiero planetario dell’indistinto, del conformismo, del banale misto a volgarità»: ciò si realizza nutrendosi di «conoscenza fisica e oltrefisica», aiutandosi con letteratura, filosofia, fede, logica, recuperando l’autentica Tradizione e riscoprendo il senso del Sacro. Una tale impostazione trova il suo naturale sviluppo nelle considerazioni che il nostro Autore svolge sulla pedagogia, tutte puntate sulla missione del Maestro di formare nel giovane l’uomo integrale, educandolo alla libertà, alla scoperta dello “stile” e del “gusto”; riflessioni che si confrontano, in senso fortemente critico, con l’attuale stato di totale crisi della scuola, indotta, dal cedimento al progressismo degli slogan, a scelte spesso orientate a un «discutibilissimo “specialismo” che elimina l’orizzonte della totalità»,.facendone non più un luogo di cultura, ma «una burocrazia di funzioni affidate senza selezione, a singoli organismi pletorici e inconsistenti, dagli effetti spesso perniciosi, che producono intralcio e perdita di tempo, sottratto allo studio e all’apprendimento».
Con il sesto capitolo, dedicato all’estetica come etica, il Nostro torna alla riflessione teoretica e nel richiamare l’endiadi platonica Bellazza-Virtù, pur affermando l’impossibilità di enunciare un sistema estetico e, quindi etico, asserisce che «al di là di ogni declino epocale si può, solo se si vuole, accarezzare il Bene e la Bellezza anche aspirando alla Grazia, all’intervento della Provvidenza e alla Redenzione». Il bene è la partecipazione al Sacro e il suo rifiuto ne è l’antitesi. Va respinto il delirio di onnipotenza: l’uomo non è Dio, ma pellegrino errante; va valorizzata l’amicizia come affinità, che è Armonia. Occorre tenere conto del pluralismo dei valori nel mondo, ma mai rinnegare la propria coerente visione.
La riflessione teoretica di Tommaso Romano culmina ad altezza divina nell’ultimo capitolo in cui egli, premesso che «Dio c’è senza bisogno delle nostre credenze», individua nell’uomo la scintilla dell’Eterno e vi rintraccia il Ritorno al punto di Partenza. Il Figlio di Dio fatto uomo e da noi crocifisso, è il portatore della vera Pace, che non è «il risultato di iniziative o trattative umane, ma piuttosto … fiducia e fede nella Tradizione … messaggio non da proclamare come ideale ma … realtà giù donata da Lui e in Lui». Contro le distorsioni nel proporre la figura di Cristo come pacifista e il Suo insegnamento secondo una «ciarliera, incoerente e sincretistica nuova teologia», è «la nostra quotidianità che deve riscattare la morte di Dio, ovvero riscattare dal pensiero negativo, dal nichilismo, quella Luce che sola può illuminare l’umano transito verso la Patria Celeste».Vivere Cristo impegna totalmente l’uomo, liberandolo: il Regno è la salvezza dell’uomo
giovedì 2 luglio 2015
La discutibile "Storia dei Musulmani di Sicilia" di Michele Amari e il giudizio divergente di Henri Bresc
di Tommaso Romano
Grazie ala generosità del valoroso
medioevalista Franco D’Angelo, che ringrazio, sono venuto in possesso di un
frammento di articolo, tratto dal quotidiano “La Repubblica”, dedicato alle riflessioni
del grande storico francese Henri Bresc amico della Sicilia, della sua civiltà
e delle sue affascinanti vicende, docente emerito di storia medievale a
Nanterre, Parigi, e autore di volumi capitali sulla nostra storia isolana. Bresc,
come pochissimi altri dopo Michele Amari e i suoi Tomi sulla Storia dei musulmani di Sicilia (Ed. Le
Monnier, Firenze 1854 – 1872) rilasciò delle dichiarazioni non conformi alla
solita e trita “vulgata” che si ripete in gran parte delle opere di
ricostruzione parziale e a volte settarie ricche di avventure fantastiche
raccontate dall’Amari, sulla “civiltà” impareggiabile del periodo arabo della
dominazione in Sicilia. Si sa che gli stereotipi si ripetono spesso per motivi
ideologico-religiosi. Amari fu, oltre che strenuo unitarista, un deciso
antiborbonico, anticlericale fra i più risoluti, laicista dichiarato. E ciò
condizionò – volutamente consapevole il pur grande storico – il suo più che
positivo giudizio sui mussulmani in Sicilia. Per converso si demonizzavano le “tirannidi”
preunitarie.
Lo stesso mito di Federico II andrebbe
opportunamente riletto, oltre i luoghi comuni e le agiografie. Piace a questo
punto ricordare l’opportuna revisione sul regno di Federico III (Rubbettino) ad
opera di Pasquale Hamel, storico di valore e autenticamente libero.
Ma ecco ciò che limpidamente afferma
Bresc e che la cultura storica e quella divulgativa (di cui sono pieni gli
scaffali delle nostre librerie e biblioteche) riguardanti i nostri avvenimenti
non tiene in giusto conto, per una rivisitazione che dovrebbe far riflettere
anche alla luce degli avvenimenti dell’ora presente: “La sua passionalità [di
Amari] o porta a visioni romantiche, tanto suggestive quanto costruite a
tavolino, a cominciare dalla mitizzazione dell’Islam, visto come regno della
perfezione, dove tolleranza, splendore ed eternità si fondono”. Anche sul tema
della nazione italiana e sulla sua genesi, sempre riferendosi ad Amari, Bresc aggiunge:
“E anche l’idea di una nazione Italia che, senza smarrire la propria lingua,
ogni tanto risorge dalle sue ceneri, è fragile. Come dimenticare che per secoli
in Sicilia si è parlato solo greco e arabo e che solo nel 1200 è il dialetto
italico? Anche la discontinuità fra bizantini e musulmani non regge, visto che
le due dominazioni i punti di continuità sono tanti. Infine in Amari emerge il
culto del condottiero, di una democrazia violenta, una sorta di libertà armata
di matrice medioevale; un certo machismo lo
porta a demonizzare popoli per lui “effeminati”, bizantini e greci appunto”.
Concetti e valutazioni chiare da
praticare come piste autorevoli per ulteriori approfondimenti.
Certo sarebbe disonestà intellettuale sminuire
in toto Michele Amari che, anche per Bresc giustamente rimane “Grande”. Ma la
sua opera e la divulgazione delle sue tesi non possono ripetersi
pappagallescamente senza gli approfondimenti, ancora tutti da rivedere e
riconsiderare attraverso gli archivi storici e la bibliografia internazionale. Con
la serena certezza che molto in tal modo, potrebbe ricevere nuova luce. E che l’immenso
Vico, non errava di certo con i suoi corsi e ricorsi e con la sua teoria della
storia ideale eterna. La storia ci insegna,
basta trovare gli onesti che la studino senza le lenti affumicate, deformate e
false delle ideologie.
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