lunedì 27 luglio 2015

Stefano Vilardo tra furore e memoria

di Tommaso Romano 

Stefano Vilardo e Tommaso Romano
In un suo puntuale saggio Aldo Gerbino parla di Stefano Vilardo (Delia, 1922) come di un “poeta tra presente e tradizione”, definizione a tutto tondo con cui brevemente lo presentiamo.
Sodale, compagno di classe e amico di un’intera vita di Leonardo Sciascia (che dedicherà molte attenzioni critiche a Vilardo), il nostro Stefano con Antonio Motta studioso sciasciano di valore, ha dedicato un gustoso e rivelativo volumetto, edito da Sellerio, dal titolo A scuola con Leonardo Sciascia, che ne percorre il sodalizio umano, familiare, culturale (ambedue furono insegnanti elementari), l’amicizia, con pennellate di straordinaria valenza espressiva sul nostro maestro di Racalmuto, autentica coscienza critica della Sicilia e non solo, del ‘900.
L’esordio di Vilardo data la metà degli anni cinquanta con il volumetto I primi fuochi, edito da Sciascia di Caltanissetta, a cui faranno seguito altre raccolte liriche fra cui Gli astratti furori dopo Tutti dicono Germania Germania e ancora la raccolta Il frutto più vero. Impasto originalissimo di memoria, sofferta ironia, scavo nel quotidiano, eco di violenza, con abbandoni autobiografici, la poesia di Vilardo vive in e di una Sicilia arcaica e tuttavia non idealizzata, vera comunque nella povertà profonda, straziata dal potere (da tutti i poteri) e dal malaffare anche mafioso, impastato di “miraggi e pene” come ne scriveva Vincenzo Consolo, senza dimenticare la forza perduta per sempre della “comunità solidale” che era una condizione reale dei paesi siciliani.
Scrittore scevro da protagonismi, a volte ostico, appartato Vilardo ha donato con la sua opera poematica Tutti dicono Germania Germania pubblicata prima da Garzanti (1975) e poi da Sellerio (2007), con bella postfazione di Gerbino, e articolata in 42 poemetti che disegnano liricamente di “quando i clandestini eravamo noi”. Certamente si tratta del capolavoro vilardiano che lo pone fra i classici siciliani del nostro tempo. Come acutamente afferma Giuseppe Saja in un suo articolo del 1992 le testimonianze dirette e raccolte da Vilardo sugli emigranti e la loro condizione, ovviamente con geniale rielaborazione lirica, si “prestavano non tanto ad una riscrittura in prosa, quanto a una trasposizione in poesia, in versi liberi che avrebbero dovuto “inchiordare” l’attenzione dei lettori sulla piaga dell’emigrazione, sugli effetti disumani dello “sradicamento” di tanti contadini meridionali, costretti alla mancanza di lavoro a battere suoli stranieri non sempre ospitali”.
Sciascia scrisse nell’introduzione, che il pregio maggiore dell’opera vilardiana consisteva nella “ricreazione” di vicende che si impongono per la loro alta drammaticità fra ripetizioni anacoluti, per una realtà che è anche riflessione esistenziale, documento umanissimo, dolore non sempre redimente sullo sfondo di uomini attratti da un benessere non sempre reale che lasciano le miniere, i campi, verso un nuovo disidentico paesaggio.
Temi ricorrenti che ritroveremo nel tessuto narrativo degli Astratti furori dove il tessuto etno-antropologico e la rielaborazione della radice popolare si incontrano con la violenza gratuita e la stupidità del Ventennio, narrato a sua volta e senza conformismi in Uno stupido scherzo senza tacere la decadenza socio-culturale successiva in grado di far perdere all’intellettuale perfino la sua funzione di denuncia e coscienza critica, come Vilardo ha a voce chiara denunciato in una intervista. Come ha scritto Andrea Camilleri “ Vilardo trascende il reportage in versi per assurgere alla dimensione di una poesia senza aggettivi”.
La lingua di Vilardo, ben prima di altri sperimentatori, è una originale sintesi di quotidianità infarcita dal nostro efficacissimo idioma, con citazioni di una cultura viva e palpitante, profonda e tuttavia mai appariscente, vigile sempre, anche nelle descrizioni dell’antieroe Lorenzo Cutrano di Una sorta di violenza, che si snoda nel clima retorico e totalitario tra le due guerre.
Vilardo è quindi un testimone, un ricreatore di realtà e di miti senza retorica sacrale (porrei una sorta di parentela con il grande Giuseppe Bonaviri), senza esibire soverchie illusioni e speranze di trascendenza, il suo oltre che testo letterario di alto valore è documento antropologico, denuncia delle ingiustizie, anche delle difficoltà dell’esistere, ai limiti del nichilismo. Tuttavia il viaggio di Vilardo è sempre scavo, anche religioso malgrado le apparenze, mai mera cronaca raccontata, scavo di sé appunto e della propria terra nella parola intesa come unica possibilità, anche quella che ci appare come la più semplice del linguaggio comune, non trascurando nel suo originale linguaggio simboli, metafore, rimandi, consuetudini, proverbi (è recente l’edizione critica di testi di Salamone Marino) nella consapevolezza che i furori non mutano né storia né vita. E la parola di Vilardo che si pone, in sostanza, come scriveva Claudio Marabini “ con la discrezione di un’ombra che pretende soltanto di porre un sigillo d’umanità”, nel tempo che scorre tra memoria e sangue.
Da Vittorini a Dolci, da Brancati a Bufalino, a Sciascia, Buttitta e Fortunato Pasqualino, Vilardo si iscrive di diritto nella grande tradizione letteraria isolana che in Verga e De Roberto hanno i capostipiti moderni, accompagnando una rara capacità di trasmettere al lettore realismo, umori e sensazioni, tutti elementi apprezzati dalla critica più puntuale e attenta di varie latitudini ideologiche da Fausto Gianfranceschi a Tano Gullo.
Certo Sciascia rimane per Vilardo un esemplare modello permanente nella condivisione, nell’amicizia e nella pratica letteraria.

martedì 14 luglio 2015

Il suicidio dell'umano

di Tommaso Romano

Le maschere pirandelliane ci appaiono sempre più come rappresentazioni simboliche di tragedie verosimili.

La realtà ha superato ogni fantasia, ogni dissonanza eccentrica e marginale, per diventare preda del volgo, i cui fili invisibili muovono i burattinai della globalizzazione dei cervelli e delle anime.
Le maschere delle disumanizzanti e sfigurate metropoli, che girano intorno a noi fra la messa in scena e il macabro, sono l’annuncio grottesco e ultimo della disperazione per sazietà, del continuo e sciatto autorinnegarsi nella intima essenza stessa della propria natura, nei gesti, nei costumi, nel linguaggio. Con l’aggravante che la scienza divenuta sincretismo e la tecnica pervenuta a tecnocrazia, hanno aumentato l’astrazione fino al parossismo dell’illimite, al virtuale nulla percepito e sostenuto come reale. 
Non scomoderemo l’immenso Vico quando ci ammonisce sul pudore – termine e concetto che i più ormai ignorano o deridono, e non scomodiamo i “perduti valori” – ma queste caricature di maschi, femmine e prodotti assortiti, di pseudo-umanità, tanto somigliano alla falsa allegria dei demoni del “bene”, che si sono moltiplicati e si moltiplicano per voluto sadismo e rivendicano il “diritto” alla mutazione totale, approdo alla vittoria finale del c.d. amore. 
Eccolo l’esito del fondamento moderno, l’occultamento furibondo del Mistero, del Metafisico, dell’Infinito, che ripudiando Dio e la Sua legge, aveva promesso un messianismo felice in versione marxista o turbocapitalista, fino alla nuova positiva religione di Comte, al nichilismo, alla caduta nel vuoto della noia. 
Anche nel comune sentire, in nome di una frase che è più di una rivoluzione – Chi sono io per giudicare ? - si fa strada la beota acquiescenza a non avere e proporre fondamenti, domande, dissensi. Non dico di votarsi al martirio, certo, al rischio e al pericolo che è il mestiere degli eroi e dei santi, alla rivolta manifesta – un aiuto in sostanza ai sovvertitori – quanto al destare in sé un radicale disgusto interiore, vocandosi al senso e alla pratica della distanza e del necessario ignorare. 
Alla morte di Dio ucciso dall’uomo segue, come lo stesso grande e disperato Nietzsche capì, lo svuotamento verso il suicidio dell’uomo che si manifesta appunto in molteplici modalità: la transitorietà di ogni cosa, il perseguire il corpo anche con segni e incisioni che lo carnevalizzano a vita, il tentare la mutazione antropologica rispetto alla natura, al rifiuto dell’idea stessa della vita e del futuro, nell’ordine creaturale e cosmico. 
La farsa che si consuma nelle nostre strade e negli antri, è un annuncio del vero tragico epilogo mortifero in atto.

venerdì 10 luglio 2015

Apologia della "Sapientiae Christianae" nel tempo dell'autodistruzione



di Tommaso Romano

Nel giorno della consegna della falce e martello con pseudo forma di croce al Papa (stupito?!) da parte del dittatore boliviano Morales, nel giorno della definitiva approvazione della pessima legge sulla scuola Giannini-Renzi, nel giorno della (non definitiva…) condanna al corruttore di deputati, ho riletto un Enciclica del 10 gennaio 1890 di Papa Leone XIII, pontefice non certo modernizzante (come sostengono alcuni zelanti perfettisti) dal titolo “Sapienteae Christianae”, scritta con un linguaggio chiaro, coerente, diretto che seguiva in continuità l’insegnamento di Pio IX e il Vaticano I e anticipava San Pio X e il suo Magistero antimodernista. Lo stesso, in corrotto Magistero che troviamo, in linea dottrinale coerente, fino a Pio XII.
Prima di qualche considerazione sull’Enciclica leonina (del Papa cioè che non scrisse solo la pur superba “Rerum Novarum”) alcune semplici domande da un semplice cattolico – pieno di peccati e di errori – non “adulto” e non progressivo, e vorremmo che qualche Galantino ci rispondesse: l’insegnamento magisteriale della Chiesa (non di singoli, a volte riprovevoli, comportamenti) fino a Pacelli e da riporre definitivamente in qualche archivio del tempo andato? A questo Magistero qualche radice e valore non solo se riferito al tempo storico? (se così fosse, l’Enciclica di Francesco sull’ambiente come potrebbe considerarsi se non un documento sociologico e quindi interpretativo e privato e certo non altro che un contingente atto pastorale di indirizzo come avvenne per gli Atti del Vaticano II, pastorali appunto, così definiti non da un cardinale Siri o Ottaviani, ma da allora cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, ancora felicemente vivente e parlante – bene – di musica sacra). Ancora la Chiesa bimillenaria voluta da Cristo stesso con Pietro primo Pontefice, a forse errato sempre, insegnando le cose che ha insegnato al popolo cristiano ancora sano e saldo grazie all’ortossia degli insegnamenti sulla fede dei padri? Se non è così, come io credo invece col Credo del Concilio di Nicea, allora le cose stanno in questo modo: o si riconosce per vero un insegnamento assistito dallo Spirito Santo per due millenni sempre e che si vivifica nel tempo alla luce e al fondamento della tradizione, o quell’insegnamento è parziale ed è da intendersi storicisticamente e quindi non interamente vero, parziale, superabile secondo liberale antropocentrismo. Per tali elementari sillogismi (non ho una Fede “adulta” ed emancipata come tanti Marx, il cardinale tedesco intendo molto più avanzato di quel tale “ebreuccio” di Treviri, per usare le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) o la Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana è nata cinquanta anni fa, insieme al fumo di satana che vi si è introdotto (Paolo VI) e, quindi, tutto quanto appartiene al prima è verbosa, inutile anticaglia e conseguentemente tutto ciò che viene dopo è verità (relativistica?).  Qualcosa non quadra alla logica, al retto sentire.
Se si spezza la continuità non solo storica ma dottrinale, il rischio che stiamo correndo è la deriva, che il modo invece tanto ama da applaudirla conformandosi così alla deriva stessa.
Dai padri ai Santi Agostino, Bonaventura, Tommaso d’Aquino, passando per i Santi Tommaso Moro, Pio V, Bellarmino arriveremo alla costanza della Fede professata nell’unica fedeltà che Papi e Vescovi, per primi dovrebbero avere e continuare ad insegnare: quella a Gesù Cristo.
Come dice Piero Vassallo noi non crediamo alla “vacanza” dello Spirito Santo né a quella di ieri né a quella di oggi e non siamo sedevacantisti. Siamo sempre rimasti dalla parte della tradizione e per la verità soprattutto seguendo il monito di Gesù Cristo nella Chiesa, anche quando non era umanamente più giusto stare ad Econe (che tante giuste cose diceva e dice) ventisei anni fa.
Ma siccome egualmente crediamo nelle Profezie e nell’Apocalisse giovannea che questo tempo ci propone in atto e, se è vero che non prevalebunt e altrettanto vero, perché è scritto ed è verità di fede, che questo è il tempo ultimo e degli ultimi (senza conoscerne ovviamente le umane date) prima della Restaurazione e della Parusia per i Salvati.
Leggete Giovanni, cari cristiani adulti senza le lenti deformanti della vostra albagia.
In tanto ripropongo l’Enciclica di leone XIII, attualissima come ogni autentica profezia ed insegnamento. Tutto il contrario, nello spirito e nella lettera, dell’odierno “politicamente corretto” discorrere di Fede, alla luce dei corruttori segni dei tempi.
A cominciare dalle considerazioni pontificie  che Leone XIII fa sulla guerra a Dio a cui si vota il mondo con i suoi mentonieri maestri “che prometto agli altri la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione”(Pt. I, 19). Quanto “più grandi sono i progressi che riguardano la vita corporale, tanto maggiore è il tramonto dei valori che riguardano l’Anima” scrive Leone XIII e, ancora, “è un atto di empietà abbandonare l’ossequio a Dio per soddisfare gli uomini”.    
Inoltre “se le leggi dello Stato dovessero essere apertamente in contraddizione con il diritto divino; se dovessero essere ingiuriose verso la Chiesa, o contraddire i doveri della religione o violare l’autorità di Gesù Cristo nella persona del Papa, allora è doveroso resistere ed è colpa ubbidire; e questo si collega al disprezzo verso lo Stato, perché si pecca anche contro lo Stato quando si va contro la religione.” .
Dal che dice il Papa “appare chiaramente che se leggi umane dovessero stabilire qualcosa di contrario all’eterna legge di Dio, sarebbe giusto non obbedire”.
Per finire, meditando vorrei che qualcuno con me riflettesse rispetto a questi ammonimenti:Cedere all’avversario o tacere, mentre dovunque si alza tanto clamore per opprimere la verità, è proprio dell’inetto oppure di chi dubita che sia vero quello che professa” e , quindi, “ ne consegue che qualunque cosa certamente rivelata da Dio deve essere accettata con pieno ed eguale assenso:”negare Fede ad una sola di queste, significa rifiutarle tutte”.
Resistere, allora, allo Stato che impone leggi antinaturali e anticristiane (e se il caso a qualche maggioranza di Sinodo) radicando nell’animo ciò che Paolo chiama “prudenza dello Spirito”(Rm. 8,6) l’aurea via di mezzo, “propria di ogni privato, che nel governo di se stesso segue i dettami della retta ragione”, il “bene personale di ciascuno”.
A questo deve mirare la resistenza interiore, la professione – senza se e senza ma – al Cristo Crocifisso e risorto per noi.


                           

giovedì 9 luglio 2015

Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore schegge dal mosaicosmo di Tommaso Romano

di Gianfranco Romagnoli

Questo agile volumetto, che esce per le edizioni Limina Mentis nella collana Fede e Ragione in concomitanza con il sessantesimo compleanno di Tommaso  Romano, si propone di illustrare la figura e il pensiero di questo importante Autore, ben noto non soltanto nei circoli intellettuali di Palermo, ma altresì a livello nazionale ed internazionale.
Nel suo Proemio la curatrice, sua collega ed amica, non si nasconde la difficoltà di fornire un compiuto ritratto di una personalità tanto complessa ed in continua evoluzione: tuttavia, attraverso una “carrellata” sulla sua vita, le sue tantissime opere ed i suoi vasti e molteplici interessi, riesce a dare un’idea abbastanza precisa di uno studioso che è, al tempo stesso, filosofo, poeta, narratore, editore, ricco di incontri e relazioni di amicizia con i più importanti personaggi della cultura mondiale contemporanea e che presenta tanti altri aspetti, che sarebbe arduo e riduttivo tentare di definire.
Ne emerge il ritratto di un intellettuale a tutto tondo, una figura che definirei “uomo del Rinascimento” per la molteplicità degli interessi e dei suoi campi d’azione; ma soprattutto, come pure la stessa Allotta sottolinea, la figura di un Maestro, non soltanto per avere svolto, con continuità a tutt’oggi ininterrotta, un’alta opera educativa e formativa della gioventù, ma  anche (e specialmente, a mio avviso) per avere raccolto intorno a sé e alle sue iniziative, come in una scuola filosofica, tanti ingegni che si riconoscono nelle linee portanti del suo pensiero, volto a coltivare con assoluta coerenza, mantenuta anche negli incarichi politici ricoperti in passato, la ricerca del Vero, del Bello e del Bene quali frutti dello Spirito e  personale contributo a quel “mosaicosmo” da lui teorizzato, al cui disegno complessivo concorrono con uguale necessità, ciascuno mediante la propria “tessera” , tutti gli esseri umani.
A questo punto, la parola passa direttamente a Tommaso Romano attraverso gli scritti, racchiusi nel simbolico numero di sette capitoli, che dalla sua vastissima opera la curatrice  ha enucleato come rappresentativi del suo pensiero: “schegge” che trattano, rispettivamente, l’essenzialità della parola viva; la teoretica come altezza cosmica; la gnoseologia come integrità dell’esserci; l’etica in tempo di crisi; la pedagogia come formazione dell’uomo integrale; l’estetica come etica; per culminare nel finale capitolo “dalla morte di Dio al Dio vivo”.
Un adeguato commento a ciascuno di queste “schegge” richiederebbe molto tempo e spazio: mi limiterò pertanto, pur avvertendo in pieno la riduttività della mia scelta, a richiamare alcuni punti, “schegge di schegge”, che mi hanno particolarmente colpito.
In una prima parte (capitoli da 1 a 3),  svolta su un piano squisitamente teoretico, la Parola è definita epifania del Sacro, mezzo di redenzione, speranza, profezia: in particolare, la parola poetica è versus, ritorno al Divino, sortilegio e mito, base di tutte le arti e, attraverso esse, veicolo di accesso alla verità. Poi, la frase «L’Origine crea l’Inizio, successivamente, l’Inizio crea gli enti, gli enti divengono. Dal caos al Kosmos», riecheggiante temi neoplatonici pur nella originalità della successiva elaborazione, attenta al rapporto con l’Altrove e l’Attimo e sfociante nella costruzione del concetto di Mosaicosmo, formato da tante tessere e sintesi simbolica delle vite degli uomini, che «si perpetuerà come rinnovamento dell’umano e come perennità dell’anima».
La gnoseologia, infine, intesa come costruzione filosofica chimerica sì, ma necessaria, anzi indispensabile, legata alla percezione e che disquisisce sull’Eterno, ma da non assolutizzare in sistemi che esaltino il passato o lo condannino decontestualizzandolo.
In una seconda parte (capitoli 4 e 5) il filosofo scende sul piano dell’agire umano, denunciando la crisi di valori dei nostri tempi che ha generato il corrente pensiero unico, mascherato di falso buonismo, di «umanitarismo senza humanitas» e di ipocrita egualitarismo, sottolineando, contro il pericolo di omologazione e marginalizzazione,  la necessità di assumere un atteggiamento attivo verso se stessi quale «condizione di dignitosa sopravvivenza, uno spazio di ammutinamento dove far convergere le poche individualità disponibili per non lasciarsi stritolare da un dominante pensiero planetario dell’indistinto, del conformismo, del banale misto a volgarità»: ciò si realizza  nutrendosi di «conoscenza fisica e oltrefisica», aiutandosi con letteratura, filosofia, fede, logica, recuperando l’autentica Tradizione e riscoprendo il senso del Sacro. Una tale impostazione trova il suo naturale sviluppo nelle considerazioni che il nostro Autore svolge sulla pedagogia, tutte puntate sulla missione del Maestro di formare nel giovane l’uomo integrale, educandolo alla  libertà, alla scoperta dello “stile” e del “gusto”; riflessioni che si confrontano, in senso fortemente critico, con l’attuale stato di totale crisi della scuola, indotta, dal cedimento al progressismo degli slogan, a scelte spesso orientate a un «discutibilissimo “specialismo” che elimina l’orizzonte della totalità»,.facendone non più un luogo di cultura, ma «una burocrazia di funzioni affidate senza selezione, a singoli organismi pletorici e inconsistenti, dagli effetti spesso perniciosi, che producono intralcio e perdita di tempo, sottratto allo studio e all’apprendimento».
Con il sesto capitolo, dedicato all’estetica come etica, il Nostro torna alla riflessione teoretica e nel richiamare l’endiadi platonica Bellazza-Virtù, pur affermando l’impossibilità di enunciare un sistema estetico e, quindi etico, asserisce che «al di là di ogni declino epocale si può, solo se si vuole, accarezzare il Bene e la Bellezza anche aspirando alla Grazia, all’intervento della Provvidenza e alla Redenzione». Il bene è la partecipazione al Sacro e il suo rifiuto ne è l’antitesi. Va respinto il delirio di onnipotenza: l’uomo non è Dio, ma pellegrino errante; va valorizzata l’amicizia come affinità, che è Armonia. Occorre tenere conto del pluralismo dei valori nel mondo, ma mai rinnegare la propria coerente visione.
La riflessione teoretica di Tommaso Romano culmina ad altezza divina nell’ultimo capitolo in cui egli, premesso che «Dio c’è senza bisogno delle nostre credenze», individua nell’uomo la scintilla dell’Eterno e vi rintraccia il Ritorno al punto di Partenza. Il Figlio di Dio fatto uomo e da noi crocifisso, è il portatore della vera  Pace, che non è «il risultato di iniziative o trattative umane, ma piuttosto … fiducia e fede nella Tradizione … messaggio non da proclamare come ideale ma … realtà giù donata da Lui e in Lui». Contro le distorsioni nel proporre la figura di Cristo come pacifista e il Suo insegnamento  secondo una «ciarliera, incoerente e sincretistica nuova teologia», è «la nostra quotidianità che deve riscattare la morte di Dio, ovvero riscattare dal pensiero negativo, dal nichilismo, quella Luce che sola può illuminare  l’umano transito verso la Patria Celeste».Vivere Cristo impegna totalmente l’uomo, liberandolo: il Regno è la salvezza dell’uomo



giovedì 2 luglio 2015

La discutibile "Storia dei Musulmani di Sicilia" di Michele Amari e il giudizio divergente di Henri Bresc

di Tommaso Romano

Grazie ala generosità del valoroso medioevalista Franco D’Angelo, che ringrazio, sono venuto in possesso di un frammento di articolo, tratto dal quotidiano “La Repubblica”, dedicato alle riflessioni del grande storico francese Henri Bresc amico della Sicilia, della sua civiltà e delle sue affascinanti vicende, docente emerito di storia medievale a Nanterre, Parigi, e autore di volumi capitali sulla nostra storia isolana. Bresc, come pochissimi altri dopo Michele Amari e i suoi Tomi sulla Storia dei musulmani di Sicilia (Ed. Le Monnier, Firenze 1854 – 1872) rilasciò delle dichiarazioni non conformi alla solita e trita “vulgata” che si ripete in gran parte delle opere di ricostruzione parziale e a volte settarie ricche di avventure fantastiche raccontate dall’Amari, sulla “civiltà” impareggiabile del periodo arabo della dominazione in Sicilia. Si sa che gli stereotipi si ripetono spesso per motivi ideologico-religiosi. Amari fu, oltre che strenuo unitarista, un deciso antiborbonico, anticlericale fra i più risoluti, laicista dichiarato. E ciò condizionò – volutamente consapevole il pur grande storico – il suo più che positivo giudizio sui mussulmani in Sicilia. Per converso si demonizzavano le “tirannidi” preunitarie.
Lo stesso mito di Federico II andrebbe opportunamente riletto, oltre i luoghi comuni e le agiografie. Piace a questo punto ricordare l’opportuna revisione sul regno di Federico III (Rubbettino) ad opera di Pasquale Hamel, storico di valore e autenticamente libero.
Ma ecco ciò che limpidamente afferma Bresc e che la cultura storica e quella divulgativa (di cui sono pieni gli scaffali delle nostre librerie e biblioteche) riguardanti i nostri avvenimenti non tiene in giusto conto, per una rivisitazione che dovrebbe far riflettere anche alla luce degli avvenimenti dell’ora presente: “La sua passionalità [di Amari] o porta a visioni romantiche, tanto suggestive quanto costruite a tavolino, a cominciare dalla mitizzazione dell’Islam, visto come regno della perfezione, dove tolleranza, splendore ed eternità si fondono”. Anche sul tema della nazione italiana e sulla sua genesi, sempre riferendosi ad Amari, Bresc aggiunge: “E anche l’idea di una nazione Italia che, senza smarrire la propria lingua, ogni tanto risorge dalle sue ceneri, è fragile. Come dimenticare che per secoli in Sicilia si è parlato solo greco e arabo e che solo nel 1200 è il dialetto italico? Anche la discontinuità fra bizantini e musulmani non regge, visto che le due dominazioni i punti di continuità sono tanti. Infine in Amari emerge il culto del condottiero, di una democrazia violenta, una sorta di libertà armata di matrice medioevale; un certo machismo lo porta a demonizzare popoli per lui “effeminati”, bizantini e greci appunto”.
Concetti e valutazioni chiare da praticare come piste autorevoli per ulteriori approfondimenti.
Certo sarebbe disonestà intellettuale sminuire in toto Michele Amari che, anche per Bresc giustamente rimane “Grande”. Ma la sua opera e la divulgazione delle sue tesi non possono ripetersi pappagallescamente senza gli approfondimenti, ancora tutti da rivedere e riconsiderare attraverso gli archivi storici e la bibliografia internazionale. Con la serena certezza che molto in tal modo, potrebbe ricevere nuova luce. E che l’immenso Vico, non errava di certo con i suoi corsi e ricorsi e con la sua teoria della storia ideale eterna.  La storia ci insegna, basta trovare gli onesti che la studino senza le lenti affumicate, deformate e false delle ideologie.

giovedì 25 giugno 2015

Sul Mosaicosmo. Testi, note, recensioni e testimonianze

E' uscito il numero 6, 2015 dei Quaderni del Sigillo Cultura, dal titolo" Sul Mosaicosmo, a cura CO.S.MOS. - Comunità Spirituale del Mosaicosmo, che contiene testi, note, recensioni, testimonianze sui volumi di Tommaso Romano " 7 Tessiture dal Mosaicosmo" e "Essere nel Mosaicosmo", a cura di Maria Patrizia Allotta e Luca Tumminello con una testimonianza di Arturo Donati, editi da Thule. Troverete i testi dei seguenti Autori: Franca Alaimo • Giovanni Amodio • Nino Aquila • Giuseppe Bagnasco • Giovanni Bonanno Giuseppe Bonaviri • Anna Bonetti • Anna Maria Bonfiglio • Domenico Cara • Silvia Giudice Crisafi Lino Di Stefano • Carmelo Fucarino • Giuseppe Fumia • Mariolina La Monica • Giuseppe La Russa Carmelo Lauretta • Flavia Lepre • Gaetano Licata• Francesca Luzzio • Maria Marcone • Emanuele Messina • Carmelo Montagna •Gregorio Napoli Walter Nesti • Guido Pagliarino • Laura Perdicchi • Guglielmo Peralta • Lina Riccobene • Paolo Rizza • Nicola Romano • Giuseppe Saja • Antonino Sala •Marcello Scurria • Primo Siena • Giulia Sommariva • Piero Vassallo
Testimonianze di: Nino Agnello; Paolo Armellini; Giorgio Barberì Squarotti; Anna Bonetti; Corrado Camizzi; Federico Cavallaro; Massimo de Leonardis; Giovanni Dino; Luigi Gagliardi; Fausto Gianfranceschi; Ubaldo Giuliani Balestrino; Giuseppe Gorlani; Ennio Inaurato; Giancarlo Kruyff;Maria Antonietta La Barbera; Giuseppe Lo Manto; Ernesto Marchese; Giacomo Ribaudo; Paolo Ruffilli; Biagio Scrimizzi; Delmina Sivieri; Vittorio Soldaini; Mario Sossi; Orazio Tanelli; Teresa Titomanlio; Pacifico Topa; Mario Varesi.
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mercoledì 24 giugno 2015

ThuleLibri per informare

ThuleLibri è il nuovo blog della Fondazione Thule Cultura (via Ammiraglio Gravina 95, 90139 Palermo), che si affianca al nostro sito www.edizionithule.it per proporre in tempo reale le novità editoriali, le recensioni, le presentazioni, gli avvenimenti, le iniziative, i premi e i concorsi, e riproporre altresì, attraverso l'Archivio Storico della F.T.C., immagini, recensioni e profili della vita culturale e dei libri di Thule, operante come noto dal 1971, fondata e diretta da Tommaso Romano, come associazione no profit. Preghiamo tutti di usare per le corrispondenze la mail fondazionethulecultura@gmail.com.