venerdì 19 giugno 2015
martedì 9 giugno 2015
Memoria del Premio Torre del Lauro
Ho partecipato e partecipo - come Giurato e come Presidente - a moltissimi Premi Letterari e di varia cultura in tutta Italia, specie in Sicilia, da circa quaranta anni. E non me ne pento. Un premio, si sa, procura più nemici che amici, ma spesso scopre, valorizza e, in alcuni casi, consacra. Spesso è una festa. Così è avvenuto negli anni Ottanta del secolo scorso, per le quattro edizioni del Premio Torre del Lauro, presieduto dall'ottimo poeta e critico Alfio Inserra, nella omonima località balneare di Caronia, all'hotel Globus ora chiuso, che vi villeggiava d'estate. Mi entusiasmai anch'io alla vista di quel piccolo, incantevole e solare luogo di bellezza. Decidemmo di fondare con Alfio, quindi, un Premio letterario e una Rassegna, a latere. Chiamammo in Giuria, oltre esponenti locali dell'amministrazione, alcuni fra i nomi migliori della cultura militante, non solo siciliana: Giovanni Cappuzzo, Elio Giunta, Francesco Grisi, Nino Muccioli, Giulio Palumbo, Carmelo Pirrera, Lucio Zinna.
Furono occasioni d'incontro, di confronto e di distensione bellissime, serene e irripetibili. Convocammo, con premi in denaro poco più che simbolici, personalità veramente eccezionali per ricevere il Premio, o solo quali finalisti. Bastino almeno i nomi di Giuseppe Pontiggia, Gesualdo Bufalino, Giovanni Gigliozzi, Franco Cardini, Giusto Monaco, Virgilio Titone, Basilio Reale. Intervennero al Premio come ospiti intellettuali quali Vincenzo Consolo e Ruggero Orlando. Pubblichiamo ora, un documento importantissimo di quegli anni memorabili, ringraziando moltissimo il decano dei giornalisti radiofonici della RAI siciliana, nonché ottimo poeta e scrittore, l’Amico Biagio Scrimizzi, che ha trascritto tratte dalle proprie registrazioni dell'epoca, i colloqui con alcuni di questi premiati prestigiosi, limitatamente a due edizioni: Gesualdo Bufalino, Rodoldo Di Biasio, Giuseppe Pontiggia, Giusto Monaco, Franco Cardini, Renzo Barsacchi, Francesco Grisi. Un documento vivo. Per molti versi eccezionale.
Il Premio della Tradizione 2015 "Antonino D'Alia"
Si svolge mercoledi 10 giugno alle ore 17:30, all'Hotel Joli, in via Michele Amari (angolo piazza Florio) a Palermo, l'annunciata conferenza di Julio Loredo e Tommaso Romano sulla Teologia della Liberazione. La Giunta Siciliana di Tradizione Patria e l'Empire International Club hanno assegnato il riconoscimento speciale Internazionale - Premio della Tradizione 2015 "Antonino D'Alia", premio fondato nel 1994 a Loredo per il suo volume edito da Cantagalli. Tutti i nostri lettori sono invitati. La cerimonia si svolgerà alla fine della conferenza che è organizzata dall'ISPEE, dalla Fondazione Thule Cultura e da Tradizione Famiglia e Proprietà. Verranno inoltre insignite altre Personalità con gli attestati del Premio Nazionale. Su Antonino D'Alia pubblico un mio testo di seguito.
ANTONINO D'ALIA: UN DIPLOMATICO PER LA STORIA
Nel cuore della provincia palermitana a San Giuseppe Jato (fino a metà Ottocento denominato San Giuseppe dei Mortilli) nasceva il 20 settembre 1875 una singolare e tutta da riscoprire figura di colto diplomatico, storico e scienziato della politica: Antonino D’Alia.
Figlio del dottor Marco (il medico dei poveri generosa personalità dell’Ottocento jatino cui il Comune ha dedicato una via cittadina) e di Donna Giuseppina Riccobono (della cui famiglia fece parte il celebre storico e teorico del diritto romano il professore Salvatore Riccobono che sposò la sorella di Antonino, Francesca, e che fu anche Rettore dell'Ateneo Palermitano, Accademico d’Italia e Presidente della Provincia di Palermo negli anni Trenta), Antonino D’Alia ebbe ben altri otto fratelli e sorelle. Dopo gli studi liceali conseguì la laurea in giurisprudenza presso l’Università di Genova il 26 novembre 1899. Con Decreto Ministeriale del 15 novembre 1902, dopo un esame di concorso, nominato applicato volontario nella carriera consolare è destinato ad Alessandria.
Vice console a San Paolo del Brasile nel 1904, l’anno seguente venne trasferito a Barcellona e nel 1906 a Smirne. Con Regio Decreto 5 agosto 1907 fu promosso Vice Console di prima classe. Dal 1914 venne trasferito a La Canea.
Richiamato sotto le armi prestò servizio al Ministero degli Esteri e poi alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Divenne quindi capo dell’Ufficio Politico presso il Governatorato della Dalmazia dal novembre 1918 all’aprile 1919.
Nominato console Generale il 19 gennaio 1923 e Consigliere di Legazione nel 1924, in questi anni fu a Bruxelles e a Francoforte sul Meno.
Inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario, fu destinato nel 1925 a Montevideo. Per l’intesa e qualificata attività diplomatica venne insignito dei più alti gradi delle decorazioni di Stato: il re Vittorio Emanuele III, con un motu proprio, gli conferisce il grado di commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e di Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Molte le decorazioni concesse da stati esteri. Per l’opera prestata in occasione del terremoto del 28 dicembre 1908 in Calabria e Sicilia fu decorato con medaglia d’argento. Il 20 aprile 1904 sposò a Palermo Maria Pitrè, figlia del celebre antropologo e folklorista professore Giuseppe Pitrè. In occasione delle nozze della figlia, il Pitrè le dedicò Studi di leggende popolari siciliane definendo l’avvocato Antonino D’Alia «uno dei più colti vice consoli d’Italia». Una piccola gemma bibliografica, a questo proposito, è un mio "rinvenimento": in occasione delle nozze D’Alia Pitrè (20 aprile 1904) Maria Pizzuto Amico (la madre dello scrittore Antonio Pizzuto), farà dono a Maria e a Nino, di una delicata raccolta di versi di chiara matrice petrarchesca con echi leopardiani Canti dell'anima, pubblicati a Palermo dalla tip. C. Sciarrino già Puccio, nello stesso 1904. Sono diciassette liriche accompagnata da una nota a Maria mia, in cui ira l'altro Maria Pizzuto Amico annota: «Sei stata la gioia del padre tuo, il desio delle amiche, che oggi a profusione sfogliano il tuo candido velo dai lattei fiori dell'arancio, e ti circondano amorose; e t'invocano una felicità duratura, quale meriti tu, così buona e gentile (...). Accetta questi poveri versi, che ho voluto raccogliere per le tue nozze; essi esprimono i sentimenti dell'anima mia ove anche tu hai tanta parte! Tu ed il tuo Nino graditeli con i più felici auguri da me, da Giovannino mio dai bambini miei; e Dio vi prosperi ora e sempre! Maria tua».
Da quel matrimonio nacque il 29 gennaio 1905, a San Paolo del Brasile, l’unica loro figlia Giuseppina, spentasi a Roma il 24 dicembre del 1977, che dedicò l’intera sua esistenza alla memoria del nonno Pitrè e del padre.
Nel 1967 Giuseppina D’Alia donò al Museo Etnografico Siciliano Pitrè di Palermo molti importanti cimeli dei due personaggi (il museo fu fondato dallo stesso Pitrè nel 1909 in un ex convento cittadino e dal 1934 trasferito dal direttore e discepolo Giuseppe Cocchiara alla Palazzina Cinese).
Tramite della donazione fu il valoroso professore Gaetano Falzone, allora direttore.
Nella biblioteca del Museo, sistemata a Villa Niscemi, abbiamo trovato un inedito manoscritto sulla vita e le opere di Pitrè opera di Maria, poi meritoriamente pubblicato sulla rivista etnostorica di Aurelio Rigoli.
Ma queste note biografiche sarebbero solo un doveroso riconoscimento all’attività di questo diplomatico siciliano e parte della storia del paese natio se non intervenisse a sostegno di una pubblica riscoperta la sua monumentale fatica di scrittore.
I filoni dell’opera approfondita del D’Alia sono tre: quello più propriamente storico-geografico, quello biografico e l’ampio interesse per la scienza politica.
Per ciò che riguarda le ricerche e l’indagine storico-geopolitica, con implicanze metapolitiche e con l’occhio costantemente rivolto alla diplomazia, Antonino D’Alia si dedica fin dal 1904 con un saggio su Il cotone e la sua industria nello stato di San Paolo, cui fanno seguito numerosi volumi e articoli su Francia, Spagna, Dalmazia, Balcania, Austria-Ungheria, Inghilterra, Russia, Belgio (su questo stato un volume pubblicato a Bologna nel 1922 da Zanichelli prefazionato da Vittorio Emanuele Orlando e intitolato Il Belgio nei suoi vari aspetti e uno pubblicato a Bruxelles dall’editore Dewit nel 1923 La Belgique intellectuelle, economique, politique).
Analisi e ricognizioni accurate su queste nazioni, in cui il D’Alia tenta, riuscendovi, di coniugare la organica sintesi dei vari popoli nascente da comuni tradizioni, usi, costumi (mettendo a buon frutto la magistrale lezione del suocero Pitrè) ma anche modernamente affrontando le problematiche legate alle relazioni comuni, a quelle con altri stati, le vocazioni sociali, economiche (in particolare l’agricoltura e i rapporti commerciali) e le esigenze della difesa. Sono di rilevante interesse, in questo quadro, alcuni studi del D’Alia di sorprendente e perdurante interesse: nel 1917, in piena guerra mondiale, D’Alia scrive, edito a Roma, un volume su Le basi nazionali della nuova Europa ed ancora dedicato al sogno dell’Europa delle Patrie (che De Gaulle non aveva ancora teorizzato!) nel 1934 Confederazione Europea. Sui rapporti euro-africani e sulla politica coloniale nel 1934 due saggi vengono accolti sulla «Rivista Coloniale» e sulla napoletana «Studi Coloniali».
Mentre è del 1919 l’interesse critico ma non demagogico, che D’Alia riserva al tramonto imperiale russo e al nuovo bolscevismo, studio edito dal Ministero Esteri per la Delegazione italiana della Pace a Parigi: La Russia: l'Impero - la repubblica socialista - le nuove formazioni statali. Nella ricerca bibliografica del D’Alia l’altra problematica che abbiamo prima indicato è quella biografica. Si direbbe un interesse speculare, una sorta di riferimento nel personaggio oggetto di indagine come pretesto di un rispecchiamento, come esempio e ammaestramento. Possono così citarsi Il cardinale Richelieu e lo spirito egemonico francese pubblicato sulla «Nuova Antologia» (volume 347, 1930); Leggendo la grande sintesi di Pietro Uboldi in «Verità», 1938; Giuseppe Avezzana nel Risorgimento italiano del 1940, Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia sempre del 1940, pubblicato dalla Società Editrice del Libro Italiano a Roma, frutto di frequentazione amicale con la famiglia Manin e con il loro archivio-biblioteca, corredato da preziose tavole genealogiche, e infine Napoleone nel giudizio di contemporanei e posteri, Roma, 1942. Questi profili e la scelta dei personaggi sono oggetto di riflessione dell’ultimo quindicennio di vita del D’Alia, conclusa la carriera diplomatica.
Terzo filone degli studi di Antonino D’Alia è la scienza politica. Numerosi gli articoli e saggi fra cui La teoria dei contrari e del giusto mezzo («Verità», 1939), Le tre verticali della terra («Verità», 1942); ma di somma importanza sono Popoli e paesi nella storia dell’umanità, Saggio di scienza politica (740 pagine in ottavo edita da Treves a Roma nel 1932); e due tomi del 1938, editi a Roma da Cremonese, a cui D’Alia aveva dedicato molti anni di studio: Massime di arte e dì scienza politica raccolta di massime e aforismi con ampia introduzione, sui più svariati temi e problemi lumeggiati dai maggiori personaggi e interpreti della storia dell’umanità, fino al fondamentale Scienza Politica in cui risalta e si completa la fatica del pensatore jatino. Una sorta di storia dell’umanità, una vera e propria storia universale in cui D’Alia, in questi tre ampi volumi, dà prova non solo di erudizione ma anche di preveggenti proposte risolutive. Alberto Lumbroso ne parla, ad esempio, con una puntuale recensione sul numero 16 del 1932 de «Il Marzocco», intitolata Sono ancora possibili le storie universali?, giustamente accostando, la prima delle tre fatiche dell’ «illustre diplomatico» D’Alia, al grande filone che da Erodoto e Polibio fino a Bossuet, Rollili, Herder, Oucken, Hanotaux arriva al Cantù «con un ardore e una fede degni di Ludovico Antonio Muratori». Al volume del 1932 il Lumbroso assegna un ruolo di «guida culturale da Vedemecum soltanto agli Uomini di Stato ed ai Diplomatici di pubblico esiguo per quanto scelto, cui si aggiungeranno tutti i lettori che s’interessano alla politica come scienza, e alla storia come guida dell’uomo di stato, del Ministero degli Esteri, dell’Ambasciatore, di tutti coloro che si sobbarcano all’arduo compito di dirigere la politica estera della loro patria». Il primato della storia, e non della semplice innovazione senza radici, è ben presente in D’Alia che unisce metodo critico a metodo volgarizzatore «una scienza difficile e complessa com’è quella investigata dagli uomini politici» da distinguersi bene da «quelli che fanno e vivono della politica» o «politicanti», che non han diritto all’etichetta di «scienziati». Un’opera riuscita e poderosa, come sottolinea ancora il Lumbroso, un «monumentale e classico libro» di cui si occuperà, anche riferendosi a questa recensione citata, Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere (Einaudi, Torino, 1975, p.l 150). Se in questi tre volumi ve la sicura e compiuta esposizione dell’idea di scienza del D’Alia, bisognerà pure accennare ad un’altra opera originale del Nostro: L’amore nel secolo ventesimo - cause ed effetti della sua decadenza, pubblicata a Roma nel 1942 che sarà anche il suo ultimo libro. Morirà, infatti, nella capitale il 13 settembre 1944 nella sua casa di Via Basento.Le ricerche già compiute, come una tesi di laurea recentemente discussa e il volume su La formazione della diplomazia nazionale (1861-1915) - Repertorio biobibliografico dei funzionari del Ministero degli Affari Esteri, curato dal Dipartimento di scienze storiche e sociali dell’Università degli studi di Lecce (edito a Roma nel 1987 dall’Istituto poligrafico e zecca dello Stato), possono rappresentare l’inizio di un auspicabile e corposo approfondimento critico della vita e soprattutto dell’opera del D’Alia e la necessaria ripubblicazione delle sue maggiori fatiche.
mercoledì 3 giugno 2015
venerdì 29 maggio 2015
mercoledì 20 maggio 2015
Giorgio Bárberi Squarotti su "Continuum" a cura di V. Mauro
Torino, 12 maggio 2015
Caro e illustre Romano,
mi arriva qui, a Torino, il grandioso volume bibliografico
che testimonia esemplarmente la Sua attività culturale lungo i decenni. Guardo e
sfoglio l’opera, ammirando lo straordinario fervore e la mirabile lezione di
verità dei Suoi vari lavori tra quali spicca la poesia.
Con i più affettuosi auguri e saluti
Giorgio Bárberi Squarotti
martedì 19 maggio 2015
Tra storia Locale e Risorgimento
Venerdì 22 maggio alle ore 17,00 a Palazzo Cefalà (Via Alloro 99)
convegno su:
''Tra storia Locale e Risorgimento. A proposito di un libro di Santo
Lombino''.
Interverranno Marcello Saja, Michelangelo Ingrassia e Tommaso
Romano.
Saluti di Claudio Paterna (Ist.Storia Risorgiento.) e Antonio Macaluso
(Ass. Nuova Busambra).
Gli argomenti verranno trattati secondo il concetto
''estensivo'' del Risorgimento,
quale periodo storico unitario.
venerdì 15 maggio 2015
Il granducato Episcopale di Babilonia in Lussemburgo
Ho appena scritto sul
"notissimo" teologo argentino (e ringrazio i non pochi interlocutori
che non appaiono qui per mia scelta - come noto - ma che mi scrivono via mail
in privato, e ringrazio il sito http://www.palermoparla.it e Nino Sala e il blog Il Tradizional Popolare per
averne ripreso la nota) che i limiti mi sembravano ancora labili da definire
per questi Vescovi dell'orbe terraqueo che non hanno di meglio da fare che
sottomettersi allo spirito del mondo, cui Gesù ci comandò di non conformarci.
Dopo tanti esaltanti
"pronunciamenti" di teologi, "moralisti", prelati e
conferenze episcopali, e altrettanti imbarazzanti silenzi in alto (non potremmo
definirli complici, che allora avremmo solo da pregare e non da scrivere… )
ecco quella dei vescovi (?) del minuscolo Lussemburgo che trovano aperture
indiscriminate sul piano di quella che fu l'etica cattolica, verso un non
meglio definito "Reale". Ora, per questi autentici apostati, che non
hanno mai ne letto ne studiato il Ritorno
al Reale di Gustave Thibon, il reale sarebbe ciò che avviene e dalle
relative trasformazioni, di cui non dovremmo prendere atto. In questo
Granducato, ora di Babilonia, si fa finta di credere che siccome una parte di ex
cristiani e di atei convinti e praticanti, fa il comodo proprio e lo afferma
rumorosamente, allora tutto il resto è reale come sostengono queste "belle
anime". Suvvia, lasciate scranni e tiare, ritiratevi per strada da poveri
in canna, ma non spacciate il reale, che è ben altro, con la Verità che
appartiene - signorini Vescovi sedicenti - solo a Cristo e al buon senso. Se
fosse vero quello che affermate - e che probabilmente affermerebbe al prossimo
Sinodo con probabile Imprimatur - ci troveremmo in difficoltà di seria
coscienza (ricordate un certo Tommaso Moro?). Il reale che invocate è una
falsa, corrotta apostasia, una parodia della realtà.
Secondo tale schema, infatti, dato
che si pratica l'omicidio, l'infanticidio, la violenza sessuale, la pedofilia,
tutto dovrebbe ammettersi in nome di tale falsa nonché “reale” rappresentazione
della realtà.
È questa invece una invenzione utopistica e quindi irrealistica. Ma i conti non fateli con le folle, le farete col Padre Eterno.
Che, a volte, usa misericordiosamente la verga per scacciare mercanti e infedeli dal Tempio, come voi.
Tommaso Romano
martedì 12 maggio 2015
I tempi ultimi fra modernità e Apocalisse
Nel giorno della romana Marcia della Vita, domenica 10 maggio, con quarantamila generosi partecipanti, resistenti al delitto d’aborto e all’ideologia nichilista, con un solo Cardinale impavido, Raimond Leo Burke, “il Corriere della sera” pubblica le esternazioni argentine di un certo arcivescovo Víctor Manuel Fernández accreditato di grandi competenze in alto loco e intervistato da Massimo Franco. Qualche perla: “La curia Vaticana? Non è essenziale, il Papa potrebbe pure andare ad abitare fuori Roma”; ”la Chiesa è il popolo di Dio guidato dai suoi pastori. Gli stessi cardinali possono sparire nel senso che non sono essenziali. Essenziali sono il Papa e il vescovi”; ”La chiesa è molto ascoltata nei dibattiti internazionali, e il leader mondiali la guardano con tanto rispetto”; “il Papa va piano perché vuole essere sicuro che i cambiamenti incidano in profondità (…) lui dice che il tempo è superiore allo spazio”; “bisogna sapere che lui punta a riforme irreversibili. Se un giorno intuisse che gli manca poco tempo e che non ne ha abbastanza, per fare quello che lo Spirito gli chiede, si può essere certi che accelererà”; “ il collegio dei vescovi è per servire il popolo”; “ la stragrande maggioranza del popolo è con Francesco e lo ama”. Che altezze spirituali, morali e intellettuali...! Facendo dire al Papa che il divenire è più importante dell’Essere. Quanto grande la mancanza di autentica carità e di rispetto per chi non consente. Quanta supponenza. In nome della misericordia dell’umano, tanto umano, che nulla ha a che fare con Divina Misericordia, si marginalizza la dottrina di sempre, la fedeltà i Valori non negoziabili, perfino il Vaticano II. Se il popolo applaude va tutto bene. È lo spirito del mondo, il trionfo delle piazze piene, il vero è nel consenso epidermico, nell’entusiasmo festaiolo, nel buonismo. Gesù e Barabba.
Resta a noi lo stordimento, l’incredulità, lo sgomento.
Se poi si va a riprendere l’ultimo dei pronunciamenti della Conferenza Episcopale Svizzera, gemella di quella tedesca altrettanto perniciosa, sui temi etici, il tutto va anche, se possibile, peggio.
La coscienza, la sensibilità, la ragione, con tutta la Fede possibile, guardano piuttosto ai Tempi Ultimi, di cui nessuno parla e che già sono invece fra noi, a cui nessuno si dedica, a cui nessuno si prepara. Abbiamo poco da fare. Solo l’umile rivolgerci alla Parola di Gesù, che è l’unica Salvezza, che è possibile sempre. Scopriremo ben altro. Scopriremo così che una falsa, annunciata conversione di Raul Castro è, ad esempio, il frutto di una strisciante e ora nuovamente baldanzosa Teologia della Liberazione, sempre più sinistra e sempre più seguita teologicamente e pastoralmente non solo in Sud America, e su cui ha scritto una vigorosa, chiara confutazione Julio Loredo nel suo bellissimo e documentato volume Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri (Cantagalli, Siena, 2014). E constateremo ancora che una Emma Bonino viene abbracciata – senza neppure un filo di pentimento per le sue “ battaglie civili” – mentre i fedeli alla Tradizione alla Chiesa di sempre vengono emarginati e ghettizzati, quasi come appestati. Sia chiaro, chi scrive è dalla parte dei poveri, non certo per la povertà per tutti.
Leggiamo allora gli atti degli Apostoli, leggiamo il Testamento, in particolare meditiamo Giovanni e l’Apocalisse.
Solo Cristo è Via, Verità, Vita. A Lui, che tornerà come ci ha promesso, affidiamoci e prepariamoci. Non altro.
A costo di essere e rimanere più soli di quanto siamo e ci sentiamo.
Tommaso Romano
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