venerdì 8 maggio 2015

Una domanda sempre aperta - Il pensiero di Tommaso Romano nel volume di Maria Patrizia Allotta

di Giuseppe La Russa


Il futuro è sempre eventuale, per citare una delle sue massime predilette; il domani è da scrivere, da inscrivere, da inventare, da attendere, costruire; il futuro costa di incertezza, di infinite possibilità, è dubbio. Ma nella sua vita, nella sua opera, nella sua attività di ricerca il dubbio si è trasformato in Desiderio, in un amore viscerale di una domanda sempre aperta. Ecco la vita di Tommaso Romano, autore, poeta, pensatore, saggista, declinata nel dubbio e nella domanda, elementi consustanziali alla ricerca di Senso che è e dovrebbe essere di ogni uomo. Ecco l’opera di Maria Patrizia Allotta che nel volumetto Nel buio aspettando l’alba, speranza che non muore riporta vari tasselli di un enorme tutto, vari pezzettini di un insieme vasto e ampio quaranta anni di attività. Le pagine che formano questo piccolo volumetto, infatti, riproducono l’opera di Romano attraverso i suoi momenti più forti, più significativi, attraverso le sue pagine più dense e cariche: ogni pagina è un indumento indossato nei suoi sessanta anni di vita, ogni lacerto di testo è un attimo, un frammento, una scheggia. Schegge dal Mosaicosmo di Tommaso Romano è, infatti, il sottotitolo.

De-finire un testo del genere, un impegno che tenta di riprodurre un’attività di ricerca lunga una intera vita è compito estremamente complicato, ma come in ogni uomo, come in ogni cuore è giusto cercare un cardine, andare alla ricerca del centro di propulsione, provare a scovare il “motore immobile” di ogni azione. Il libro, presentato per la prima volta il 20 aprile 2015 presso l’Officina di studi medievali di Palermo, ha visto la luce insieme alla raccolta ad opera di Vito Mauro che racchiude tutta la bibliografia di e su Tommaso Romano: questo testo è stato intitolato Continuum, ed è su questo punto che dobbiamo necessariamente riflettere.

La tendenza, o meglio, la vocazione alla ricerca per Romano è stato un dato naturale: si badi bene che non utilizzo a caso il termine ‘naturale’. Il termine ‘natura’, infatti, deriva dal verbo latino ‘nascor’, più precisamente dal participio futuro ‘nascituro’: poi, per contrazione, di ha (declinato al femminile) il termine ‘natura’. Quando si vuole andare al nocciolo delle cose, credo che fare un’analisi etimologica dei termini sia la via più profonda e più veritiera. Nulla di più vero, infatti, nel definire naturale la chiamata alla ricerca, al continuo studio, al continuo domandare e domandarsi: ciò che è ‘natura’, infatti, sta sempre per nascere, è in continuo divenire, in continuo evolversi. Da qui l’eterogeneità degli aspetti della vita, essa stessa movimento continuo, essa stessa continuo e perpetuo viaggio. Obbedire alla vita significa, dunque, obbedire a questa sua insita e congenita forza che la vedrà sempre dinamica e mai statica. È la fisica che ce lo insegna, la scienza che ce lo mostra: il mondo evolve, la vita è un processo in avanti; orientare questo processo verso l’ordine, verso il bene, verso la verità è il compito che ogni esistenza dovrebbe perseguire.

Così Romano ha fatto della domanda perpetua il suo leit motiv. Ricordo nel 2010 un convegno presso l’Università di Palermo tenuto da Davide Rondoni, tra l’altro amico e conoscitore di Tommaso Romano. Il poeta e studioso bolognese ragionava sulla Poesia come domanda (questo il titolo del convegno) e riflettendo sul tema affermava come non può esistere aspetto della vita non sottoposto ad una domanda continua: così è un rapporto d’amore, fondato su basi solide e stabili, ma sempre alla ricerca del “nuovo” per ri-scoprire ogni giorno la bellezza della prima volta. E mi raccontava proprio Romano come all’interno della Fondazione Thule ogni oggetto non ha una precisa collocazione, infatti quadri, statue e oggetti di vario tipo trovano sempre nuova collocazione perché, come lui stesso mi ha detto, bisogna andare sempre alla ricerca della perfezione, consapevoli che la perfezione non è di questo mondo.

Conscio di questo assunto, la ricerca esistenziale e culturale di Romano è stata, per l’appunto, un continuum, un perpetuo divenire che nelle pagine curate da Maria Patrizia Allotta trova assolutamente piede; anzi, mi pare proprio il fondamento su cui il volumetto si costruisce, il centro nevralgico su cui si dipana questa sintesi del pensiero di Romano. Il centro ordinatore di Romano è stato proprio il dubbio, la domanda, il tendere sempre alla ricerca dell’inaspettato, dell’eventuale, eventuale proprio come quel futuro che è da scrivere, sempre da inventare. «Oh! più felice, quanto più cammino/ m’era dinanzi; quanto più cimenti/ quanto più dubbi, quanto più destino»: così il personaggio di Alessandro Magno in un noto testo di Giovanni Pascoli: il dubbio è il desiderio di Romano, perché il dubbio genera il piacere della scoperta, una scoperta sempre nuova ed inaspettata. Ecco che l’eventualità del futuro si carica di una valenza positiva, si fa matrice della Bellezza, della Verità, binomio indissolubile ed inscritto col fuoco nell’animo del poeta ed uomo Romano. Quello stesso fuoco che divampava nel cuore dell’Ulisse dantesco, quello stesso ardore di divenire del mondo esperto sta alla base di una attività che non può, congenitamente, concludersi.

Da qui il concetto di Mosaicosmo, concetto assolutamente dinamico ed in divenire, perché se ogni uomo sa essere unico ed irripetibile, allo stesso tempo è specchio e riflesso del divenire del cosmo: «La vita di ogni uomo va intesa come una scheggia, frammento, una tessera del grande mosaico che diviene nel suo farsi e che, comunque, non è mai avulsa dal contesto e quindi né dalla vita reale né dalla vita di relazione. La nostra sintesi, dunque, viene a iscriversi non in modo statico ma in modo dinamico nell’economia del Cosmo».

La vita diviene ricerca di senso, di una direzione, indagine continua su se stessi e sul mondo, attesa di un’alba nel buio: significativo, tra l’altro, che Maria Patrizia Allotta initoli Anima all’alba una sua raccolta poetica e nel sottotitolo al volume in questione giochi nuovamente sullo stesso termine. L’alba è il momento in cui l’animo si affaccia a vita nuova dalle tenebre della notte, ma quella notte è stata trascorsa in un’attesa non vana, non fin e a se stessa, ma caricata di una forza capace di indagare, interrogare e di smuovere la coscienza. Soltanto così il buio ha un perché e può aprisrsi alla speranza, termine che ha connaturata in sé l’idea di futuro, l’idea di un domani. 

Un domani speso ancora così, nel desiderio del dubbio, nell’ardore di una domanda sempre aperta, nella certezza di un futuro, per fortuna, eventuale.

mercoledì 6 maggio 2015

Piero Vassallo: interventi per Tommaso Romano

Con i preziosi testi di Piero Vassallo, è uscito a stampa, e si può leggere cliccando su http://cosmospirituale.blogspot.it, il n° 5 dei "Quaderni del Sigillo Cultura", curato dalla nostra "Comunità Spirituale del Mosaicosmo", dal titolo Realismo e magnifica utopia nell'opera di Tommaso Romano. Testi, note, recensioni, che raccoglie interventi pubblicati dall'insigne filosofo genovese, sul pensiero, la figura e l'opera di Tommaso Romano dal 1986 ad oggi, a testimonianza di un solido sodalizio fra i due pensatori cementatosi a partire dal 1973 a Napoli, in occasione dello storico convegno della rivista di Silvio Vitale "L'Alfiere", alla presenza del comune Maestro Francisco Elias de Tejada. I nostri lettori potranno quindi approfondire - anche sul piano storico - le tematiche e i punti focali che gli scritti proposti evidenziano in modo esemplare.

martedì 28 aprile 2015

Cosmospirituale Blog: IN ATTESA DELL’ALBA

Cosmospirituale Blog: IN ATTESA DELL’ALBA: di Lino Di Stefano   La studiosa Maria Patrizia Allotta aveva già dimostrato, alcuni anni fa - intervistando Tommaso Romano - di conosc...

venerdì 24 aprile 2015

A Tommaso Romano per Ammirate Biografie

Carissimo Tommaso,
come vedi e come sento, sei salito al massimo grado della mia stima e della mia riconoscenza nei tuoi confronti. Galeotti sono i libri e in particolare, per oggi, quello contenente le “Ammirate Biografie" (Edizioni Arianna, Geraci Siculo, 2010), che gentilmente mi hai donato e che in questi giorni avidamente ho letto.    Motivo fondamentale è l’ampliamento delle mie conoscenze di illustri palermitani e d’altre sponde, alcuni sconosciuti, altri parzialmente noti per alcune letture (G. Ganci Battaglia. S. Di Marco, E. Giunta, Zinna, ecc.), altri per chiara fama (Lo Curzio, Muccioli, Palumbo, Pes, ecc.) e pochi di questi per lunga frequentazione come Salvatore Di Marco e Lucio Zinna.    Ora ho una visione più ampia del nostro (=siculo) Novecento, il nostro secolo in cui abbiamo affondato le nostre radici e la nostra stessa militanza professionale e culturale. Infatti, più che con altri luoghi della Sicilia, ho avuto con Palermo una diretta e privilegiata confidenza, fin da quando ero ancora liceale (una gita-premio per un componimento sul primo decennale dell’Autonomia siciliana), e poi universitario per quattro anni (1958-61) e moltissime volte venuto quale commissario o presidente di Esami di Maturità, Commissioni di esami concorsuali, di cui ultimo quello del 1992-93 con soggiorni a Casa Professa e in moltissimi hotel del Centro e della costa, poi per premiazioni e motivi familiari (visite, matrimoni, lutti, ecc.). In uno di questi impegni professionali, per esempio ho conosciuto una certa Licia Liotta, scrittrice e pittrice che allestì, in tale periodo, una mostra di sue tele a Mondello, in cui mi coinvolse per la presentazione, come il lungo soggiorno del 92-93 mi diede materia per il volumetto “Palermo volti e cuore".    Anche per motivi editoriali, perche ho avuto a che fare col titolare (prof. Leonardo Palermo) della Editrice scolastica Herbita, con Vittorietti, con Umberto La Rosa che, sceso da Roma, aveva avviato un`attività editoriale presto conclusa per varie difficoltà; e con Zinna per più occasioni e motivi.    Tu però, più che la città e le sue bellezze, mi hai fatto conoscere molti cittadini illustri di Palermo e dintorni che si sono distinti in attività culturali e letterarie. Al riguardo, credo che tu in grande e in miglior stile abbia seguito il mio stesso criterio del recente “Per sopravvivere al silenzio": cioè raccomandare, come benemeriti, alla memoria degli amici e dei posteri quelle persone che hanno avuto rapporti con te e di cui potevi rendere piena e calda testimonianza della loro attività. Lo stile di conduzione oltre a quello della scrittura e proprio quello della partecipazione agli altri di tutto ciò che è capitato a te di bello, di buono, di nobile, di culturalmente importante attraverso una fitta rete di amicizie, di occasioni, iniziative tue o di altri, di vario spessore e finalità.    Tu ne hai saputo dare piena testimonianza mettendo in luce, nello stesso tempo, opere, impegni, qualità umane e artistiche di tantissimi protagonisti della cultura palermitana e siciliana o ruotante attorno a questa tua grandiosa capitale, che pur tra tantissimi difetti possiede un enorme patrimonio artistico-culturale non inferiore a moltissime città della penisola (Napoli, Pisa, Genova, Torino, ecc...). Cosi il libro diventa la ricostruzione di un ampio periodo storico-culturale della nostra metropoli attraverso uomini e fatti, opere e incontri, profili e biografie.    Un`altra caratteristica del tuo libro mi pare che sia quella Cristocentrica. Tu, cioè, hai ricostruito un ampio cerchio di fatti, opere, persone ruotanti, quasi tutti, attorno ad un centro singolare, che è la Figura di Cristo dentro o fuori la Chiesa cattolica, non importa - per cui gli interessi privilegiati della Spiritualità ruotano e s’incontrano sulla Cristofilia e Cristologia, (ricordo, per esempio, il poema di G. Ganci Battaglia su Gesù di cui ho scritto in un mio saggio già pubblicato), senza chiasso o velleitarismi, in piena e fideistica interiorizzazione di vita e di acquisizioni. Insomma, moltissime personalità si muovono oggi come ieri attorno a questo centro basilare della storia umana e culturale. Restano fuori alcune figure eccentriche, tipo Raniero Alliata, o che si sono applicate su altri campi come Antonino D’Alia non strettamente letterari, di fronte ai quali si resta ammirati per gli impegni profusi non solo nell’attività svolta ma anche nella scrittura di moltissime opere. Ricchezza di una città-capitale e di una regione tutta speciale.    Oppure c'è da pensare che, pur senza un piano predeterminato ma per intrinseche affinità, la tua scelta e caduta spontaneamente su quelle personalità che presentavano tale caratteristica e che, comunque, ti hanno coinvolto in varie iniziative fin dagli anni più giovanili. Questa porta, ad ogni buon modo, ad una apprezzabile omogeneità di contenuti e di ideali. E poiché la tua presenza è stata ed è continuativa e produttiva, tu resti il protagonista onnipresente, il raccoglitore di un filo rosso che unifica tanta storia e ne produce ancora tanta con ampia ramificazione e fertilità.    Il tuo libro, insomma, non solo mi è piaciuto ma anche mi ha arricchito ampliando le mie conoscenze. Merita di essere più divulgato e utilizzato. Pertanto, ti esorto a prepararne una seconda edizione - lasciando questo stile e questa impostazione d'impronta personale - ampliata e aggiornata, ma pure corredata, anche se tu all’interno dei profili né dai contezza, per ogni personalità, di una scheda bibliografica per favorire la ricerca e l’approfondimento, la conoscenza completa dell’attività produttiva di ognuno. Quindi ampliarla con qualche nome come Damiano Gaziano, originario di Aragona (di cui scrisse la storia dei Naselli in tre splendidi volumi di ricerche storiche), autore anche di bellissimo poema lirico, “La montagna di luce", scritto per la morte del figlio di altissima forza spirituale; vissuto a Palermo in piazza Boccaccio quale direttore didattico fino alla pensione e morte precoce; o qualche altro poeta-professore come Domenico Romano, il latinista della nostra Università, che ha scritto diversi volurnetti di poesia; o come Danilo Dolci o Calogero Messina...    Gradisci, quindi, le mie sentitissime congratulazioni e l'aumento della mia stima.
 
Nino Agnello

lunedì 20 aprile 2015

venerdì 17 aprile 2015

Presentazione bibliografia Lunedì 20 Aprile



Care amiche e cari Amici vi aspetto lunedi' 20 aprile ore 17 officina di studi medievali biblioteca francescana via del Parlamento angolo corso Vittorio Emanuele dietro piazza Marina per la presentazione della bibliografia di e sulla mia attivita' curata da Vito Mauro e per il libro sul mosaicosmo curato da Maria Patrizia Allotta,con interventi di Salvatore Lo Bue,Manlio Corselli ,Gaetano Licata.Potrete intanto visionare in anteprima l'elenco,ampio,dei nomi contenuti nel volume di Mauro



Indice dei nomi

giovedì 16 aprile 2015

MEMORIA DI LUIGI MANISCALCO BASILE CON UN RARO INTERVENTO DI LUCIO PICCOLO

Ricordare Luigi Maniscalco Basile, dopo i dieci anni compiuti dalla scomparsa (2014, già ultranovantenne), non è solo un dovere di amico ed editore, è anche tributo sincero verso un avvocato principe del Foro, coltissimo studioso e operatore del Diritto, scrittore sicuramente non marginale per le molteplici sfaccettature del suo impegno di saggista, narratore e drammaturgo. Amico sincero e gran signore, disponibile a sostenere le buone ragioni del Sindacato Libero Scrittori Italiani (ai tempi della Segreteria di Francesco Grisi), abitava nel villino dell'Olivuzza, in quella bella e delicata palazzina palermitana, che ci regala un ricordo di Venezia, a due passi dalla Zisa dove era posto, al piano terreno sulla villetta interna, il prestigioso Studio Legale. La casa era colma - senza essere ingombra di oggetti - di splendidi quadri, mobili e suppellettili di gusto, gran parte databili fra Otto e Novecento. Prevaleva il Liberty, il tutto con una sontuosa, immensa biblioteca, che stupì perfino Ernst Jünger, suo ospite, quando organizzai nella casa di Luigi, un sontuoso ricevimento in Suo onore e di Rosario Romeo, in occasione del Premio Mediterraneo a loro assegnato, dalla giuria di cui facevo parte insieme con Nino Muccioli, Vittorio Vettori, Lucio Zinna, Grisi, Mario Sansone, Frattini e Gaetano Salveti. Cattolico liberale, fu pure Deputato regionale del P.L.I. Maniscalco Basile si schierò apertamente contro la legge che liberalizzava l'aborto, come pure ricordò nel suo libro di memorie "Storie di un avvocato". Parente di Ernesto Basile, scrisse per le prestigiose edizioni Olski di Firenze una curatissima "Storia del Teatro Massimo di Palermo", di grande successo. Collaborò al quotidiano”L’Ora", ed io raccolsi nel bel volume " Accadde in Sicilia" articoli sull’Isola frutto, delle sue argute e colte ricerche. Fra i suoi romanzi vanno almeno ricordati "Un fragore immenso" e "Il giudice Serradaquila". Vari i testi per il teatro. Curò inoltre, per "Terra di Thule", che allora dirigevo, la riedizione di un discorso palermitano di Lucio Piccolo, che era stato da lui appositamente invitato per una serata conviviale al Rotary.
Sodale di Vittorio Vettori, diresse in Sicilia, con chi scrive e con gli Amici Zinna e Franco Tomasino, l'Istituto Superiore per l'Aggiornamento Culturale "Mircea Eliade", che ancora continua la sua opera a Firenze, grazie a Ruth Cardenas. Sono lieto di riprodurre il raro discorso di Piccolo introdotto appunto da Luigi Maniscalco Basile, come omaggio a questi nostri Maggiori, indimenticabili.
 
Tommaso Romano
 

LUCIO PICCOLO PARLA DI LUCIO PICCOLO
A cura di Luigi Maniscalco Basile
 
Nella sala delle feste di Villa Igiea, affollata, densa di gente, si fece un grande silenzio. Alta, sonora come squilli di tromba, vellutata e dolce come scaturente da un coro di violini, si levò una voce. Aveva cominciato a parlare un signore di mezza età, dal volto nobile simile a quello di un condottiero romano, sovrastato da una fronte spaziosa sulla quale ricadevano, a frangetta, neri capelli appena brizzolati. Era Lucio Piccolo.   Gli ascoltatori - eleganti dame e non meno eleganti cavalieri, seduti lungo un tavolo a ferro di cavallo, che si estendeva quasi per l'intera sala, rivestito da candide tovaglie, sul quale bicchieri, posate, vasellame scintillavano irradiati di luce – furono immersi nel mattino pasquale, prima visione colorita del mondo, nel mezzogiorno, simbolo e forza motrice del dramma esistenziale dell'umanità, nel tempo che è angoscia, nell’eternità che è terrore. Poi furono avvolti dallo scirocco mentre calava il crepuscolo e furono, alla fine, chiusi nelle spire della notte. Sullo sfondo, solenni, maestose, le grandi chiese barocche palermitane.   Fu delineata dal poeta l’immagine luminosa di un grande cuore di fuoco, simbolo di misticismo e di sensualità; furono rievocate le figure dei più grandi mistici spagnuoli, di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce, ed il commento ai versi si chiuse. Con la sua voce bellissima Lucio Piccolo lesse, dopo averli commentati ed illustrati, alcuni dei suoi «Canti barocchi». Quando l'ultimo verso si spense, lentamente smorzandosi sotto la volta della grande sala, vi fu un istante di silenzio; poi un'ovazione immensa onorò, festeggiò il poeta che, con le sue liriche, con la sua poesia in prosa, con la sua voce, aveva affascinato gli ascoltatori. Per lunghi minuti nella grande sala risuonarono applausi scroscianti. Lucio Piccolo fu felice di questi applausi, di essere festeggiato dai suoi concittadini, nella sua città che da tanti anni aveva abbandonato per recarsi a vivere nella villa di Capo d'Orlando e che sempre ricordava e rimpiangeva.   Era la sera del 28 dicembre 1968. Il Rotary Club di Palermo aveva organizzato una serata in suo onore ed egli, con cordiale gentilezza, aveva accettato di venire, lieto di tornare a Palermo e di essere onorato e festeggiato da un gruppo folto e scelto di suoi concittadini. Ci lasciammo quella sera - avevo avuto io dal Club l'incarico di prendere e di tenere con lui i necessari contatti - con la sua promessa di una visita a me in occasione della prima venuta a Palermo. Avremmo trascorso una sera insieme nella mia biblioteca, avremmo parlato di tante cose, sarebbe stata per me un'esperienza entusiasmante. Quella visita non ci fu mai, non ci fu il tempo: la morte lo colse prima che potesse venire. Ebbi solo da lui la cartolina che questo breve fascicoletto riproduce. E mi rimase un grande rimpianto. Trascrivo il commento di Lucio Piccolo ai suoi canti barocchi.
Volete che vi parli della mia poesia. Non è facile per un poeta parlare dei propri versi. Cercherò di farlo, per soddisfare il vostro desiderio, e mi limiterò a rievocare i sentimenti che ho provato e che ho sentito il bisogno di esprimere in forma poetica.   Vi dirò qualcosa sul senso dei «Canti barocchi». I «Canti barocchi» sono la prima visione, naturalmente rivissuta nel subconscio ed anche nell'elemento cosciente della nostra psiche, dopo decenni e decenni, la prima apparizione del mondo, della vita, divisa nel «mattino pasquale», nel «mezzogiorno», nel «crepuscolo ventoso», e nella «notte», e hanno come centro la mia città natale, Palermo, in cui l’elemento sensibile, reale, assurge via via, per concentrazione e forza di sentimento, a simbolo senza tuttavia perdere mai le sue radici terrene, cioè senza cessare mai di essere realtà immediata.   I quattro «Canti barocchi» si potrebbero dire un solo canto.   Il mattino è la prima visione del mondo, la visione colorita del mondo: la Pasqua, le chiese barocche, le funzioni pasquali, il bambino che vede per la prima volta il mondo sotto l’aspetto quadripartito delle stagioni. L'«Oratorio di Valverde» è la chiesa barocca palermitana; non forse, precisamente, l’oratorio visto nell'infanzia e poi dimenticato, ma una fusione anche di altre chiese barocche, come ritorna nella memoria. Il senso nostalgico non è affidato ai soliti registri, ma ad un uso più attento e singolare dei tempi. Vuol dire che tante volte io uso un futuro che è invece un richiamo del passato, come se qualche cosa che è stata dovesse sempre ritornare.   Nel mattino pasquale, il giorno, l'aurora, l'alba e l'immagine della chiesa confluiscono, convergono l'una dentro l’altra. La seconda lirica è il mezzogiorno: vuol dire, il momento in cui il senso di solitudine fa soffrire il poeta. Qui bisogna considerare il poeta nel suo stato infantile e 'nel suo stato presente, che poi possono convergere negli strati più profondi dell’io, possono essere la stessa cosa; perché noi, quando discendiamo molto giù in noi stessi, quasi quasi, direi, superiamo il tempo e riviviamo, nel presente, fatti passati, e il tempo è abolito.   Dicevo che alla meridiana l'orologio solare, che dà il segno dell’ora, segna il momento di massima espansione. Nel «mezzogiorno» il senso di angoscia che l'io prova di fronte al non io, questo senso di attrazione e nello stesso tempo di smarrimento che il bambino prova di fronte al mondo, nell’ora completamente solare, come sa essere certe volte la Sicilia, sembra abolito. E il poeta canta l’inno alla liberazione ed alla solitudine; è quasi una movenza da «innodia» bizantina, un ritmo oscillante. Parlo de «La meridiana» la quale, d’altra parte, è costruita sinfonicamente, musicalmente; vi sono degli adagi, vi sono degli elementi più lenti, vi sono anche dei tentativi di trasposizione dalla prospettiva, che io studiai con questo unico scopo: trasportare la prospettiva pittorica sulla pagina, cioè nelle proiezioni immediate.   Il poeta crede, nell'ora del mezzogiorno, nel profumo dell'ora, di aver vinto il senso di angoscia e di solitudine che sembra essere il destino della natura umana, come la filosofia attuale ci insegna; però è un'illusione, perché mentre il poeta guarda l’orologio solare che è sotto la cupola, il raggio che tocca il segno dei Gemelli lo riporta sul dramma esistenziale dell’eternità e del tempo. Il tempo che ci trafuga ogni cosa: io tocco un oggetto; quando lo tocco di nuovo non è più lo stesso, il tempo lo ha già allontanato; è l’eternità, che è terrore.   Quindi il poeta, in principio, può avere un atteggiamento di distensione, di abbandono dell’io, di uno sciogliersi dell'io nell'universo; mentre invece l'ultima parte riporta al dramma esistenziale: tempo-angoscia, eternità-terrore.   Dopo questo viene il crepuscolo ventoso, «Scirocco», il tramonto sciroccale nella città, come certi scirocchi che io ricordo, da bambino, a Palermo; certi cieli paonazzi, di tutti i colori, in cui si sentiva molto l'elemento arabo della città; sembrava veramente di essere in non so quale città da mille e una notte, in quale deserto, in quale oasi.   L'ultima parte è «La notte». Al crepuscolo angoscioso, sciroccale succede la notte. La notte è il sorgere delle immagini interne. Il bambino ha visto gli antichi fabbricati (come dice la lettera a Montale), ha visto delle chiese, ha visto dei conventi, ha visto tutto questo; è come tentato dalla evocazione delle anime che hanno vissuto lì. Questi ambienti sono pieni di ombre, pieni di esistenze umane che il bambino sente sorgere in sé.   Infine, la chiusura è su un'immagine dell'immenso cuore di fuoco che è il turbamento che prende nel passaggio dall’infanzia alla giovinezza. Non si sa se è misticismo o sensualità, simbolizzati attraverso il grande cuore di fuoco, che può anche essere l’altare, intravisto da una tribuna, una tribuna conventuale, non sappiamo. Qui bisogna richiamarsi un po' ai mistici spagnuoli, a Santa Teresa, a San Giovanni della Croce, anche ai casuisti; perché noi siciliani, noi palermitani, abbiamo subìto molto il senso della vita spagnola. Il macabro, nello stesso tempo fastoso, caratteristico di certi ambienti e di certe mentalità di Palermo (che ora non ci sono più, credo) proviene dalla Spagna, proviene dall’elemento spagnolo che noi palermitani abbiamo subìto molto.   Il canto della notte finisce appunto con questo senso di smarrimento; è sensualità, è misticismo, è questa grande attesa, questo grande cuore che batte nella notte palermitana.   Le parole che Lucio Piccolo pronunziò quella sera a commento ed illustrazione dei suoi versi sono poesia pura, poesia in prosa e sono tanto più importanti in quanto, a quanto mi risulta, quella fu l’unica volta che Lucio Piccolo commento i suoi versi.   Una importante indicazione per intendere la poesia del Piccolo ci viene da Montale il quale nel delinearla così scrive: «Difficile è fare andare d'accordo il senso letterale e il senso musicale di una lirica. I due sensi possono presentare diversi gradi di incompatibilità. Può essere evidente il significato razionale e segreta risposta, quasi inafferrabile, la musica verbale: o può accadere il contrario. D'altra parte, una lirica non può essere fatta soltanto di musica; essa chiede di rivelare un senso che una semplice armonia di parole inintelligibili non può darle». Queste enunciazioni, sull’ultima delle quali (che una lirica non può essere fatta solo di musica e di parole non intelligibili) sono sommessamente in disaccordo, mi sembrano molto importanti per la contrapposizione fra significato razionale e musica verbale di una lirica che in essa è fatta. E nasce qui un interrogativo la cui soluzione è necessaria per giudicare l'esattezza di quel che Montale afferma e di quel che Montale nega: che cosa è la musica? La risposta - che pochi si curano di ricercare - ci viene da due grandi spiriti: da Schopenhauer e dal Wittgenstein. Il primo ha definito la musica come un linguaggio che si diparte dall'irrazionale per arrivare all’irrazionale (che si diparte, cioè, dalla sfera di irrazionale che contribuisce a comporre la personalità del musicista per pervenire alla sfera di irrazionale che contribuisce a comporre la personalità dell'interprete e quella dell’ascoltatore); ed una notazione analoga si legge in una delle lettere del grande autore del Tractatus. Sono due enunciazioni che fanno pensare, e che ci rendono avvertiti della possibilità che gli uomini hanno di comunicare per il tramite delle rispettive sfere di irrazionale, al di fuori del canale razionale. Insegnamento non nuovo che ci viene, oltre che, in modo meno compiuto e meno definito, dalla filosofia occidentale, da talune filosofie o religioni orientali le quali asseriscono che la verità sboccia in noi anche al di fuori del canale razionale e che questo costituisce solo uno dei veicoli attraverso i quali vengono trasmesse la conoscenza e la verità e, forse, fra questi è il più modesto. E qui io vorrei enunciare una mia ipotesi personale che mi serve di guida per intendere alcuni aspetti dell'arte moderna.
  E' riconosciuto e certo che con l'inizio di questo secolo si è verificata, in tutte le arti, una cosiddetta rottura del linguaggio; nella musica con l'abbandono del sistema tonale usato nella composizione da quattrocento anni; nella pittura e nella scultura con l'espressionismo, il fauvismo, il cubismo, il futurismo e gli altri numerosi movimenti, sviluppatisi nella prima metà di questo secolo, che sarebbe lungo ricordare; nella letteratura con il futurismo e poi con Pasternak e, soprattutto, con Joyce. Questi fenomeni sono stati largamente analizzati, ma di rado si tenta di risalire all'esigenza, certamente unica, che ha determinato delle rotture così radicali. Ponendomi il problema ed esaminandolo, mi sono formato un convincimento: che l'uomo di questo secolo fosse maturo, dopo gli splendori e le conquiste che hanno caratterizzato, nel campo dell'arte, i secoli precedenti, per una comunicazione artistica più ampia di quella ristretta nei limiti del canale razionale; e che abbia avuto così inizio, senza che ciò fosse accompagnato da una chiara presa di coscienza del fenomeno, una comunicazione artistica irrazionale; gli artisti ed i destinatari dell'arte si sono messi in contatto ponendo in comunicazione le sfere irrazionali inerenti, in modo costitutivo, alle rispettive personalità.
Ed ecco l’arte moderna: davanti ad una pittura astratta riceviamo talvolta delle intense emozioni estetiche che non siamo in grado di individuare sul piano razionale, ma che non sono, perciò, meno valide. Questo non è un fenomeno nuovo; si è sempre verificato dai tempi di Pindaro sino alla fine dell’Ottocento, secolo nel quale Rimbaud, la più alta voce della poesia di quel tempo, ci offre nel Voyage à l’enfer e nelle Illuminations esempi, a mio avviso, tipici di questo fenomeno di comunicazione estranea al canale razionale.   La poesia di Piccolo, modernissima, non è moderna nel senso di cui sopra poiché è chiaramente dispiegata nel campo del razionale. Ma nei versi che la compongono - e mi rifaccio qui alla musica di parole di cui ci parla Montale - vi è, a mio avviso, un alto contenuto irrazionale che si aggiunge a quello razionale. E che sia così forse nemmeno lo stesso Piccolo poteva confermarcelo perché è sempre difficile per un uomo d'arte, poeta o musicista o creatore di immagini, dare conto in modo compiuto di ciò che forma oggetto delle sue realizzazioni artistiche. Ha scritto Borges: «Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Il che conferma, in qualche misura, quel che ho detto sopra.
Da “Terra di Thule”, Anno III, Romano editore, Gennaio 1987