giovedì 16 aprile 2015

MEMORIA DI LUIGI MANISCALCO BASILE CON UN RARO INTERVENTO DI LUCIO PICCOLO

Ricordare Luigi Maniscalco Basile, dopo i dieci anni compiuti dalla scomparsa (2014, già ultranovantenne), non è solo un dovere di amico ed editore, è anche tributo sincero verso un avvocato principe del Foro, coltissimo studioso e operatore del Diritto, scrittore sicuramente non marginale per le molteplici sfaccettature del suo impegno di saggista, narratore e drammaturgo. Amico sincero e gran signore, disponibile a sostenere le buone ragioni del Sindacato Libero Scrittori Italiani (ai tempi della Segreteria di Francesco Grisi), abitava nel villino dell'Olivuzza, in quella bella e delicata palazzina palermitana, che ci regala un ricordo di Venezia, a due passi dalla Zisa dove era posto, al piano terreno sulla villetta interna, il prestigioso Studio Legale. La casa era colma - senza essere ingombra di oggetti - di splendidi quadri, mobili e suppellettili di gusto, gran parte databili fra Otto e Novecento. Prevaleva il Liberty, il tutto con una sontuosa, immensa biblioteca, che stupì perfino Ernst Jünger, suo ospite, quando organizzai nella casa di Luigi, un sontuoso ricevimento in Suo onore e di Rosario Romeo, in occasione del Premio Mediterraneo a loro assegnato, dalla giuria di cui facevo parte insieme con Nino Muccioli, Vittorio Vettori, Lucio Zinna, Grisi, Mario Sansone, Frattini e Gaetano Salveti. Cattolico liberale, fu pure Deputato regionale del P.L.I. Maniscalco Basile si schierò apertamente contro la legge che liberalizzava l'aborto, come pure ricordò nel suo libro di memorie "Storie di un avvocato". Parente di Ernesto Basile, scrisse per le prestigiose edizioni Olski di Firenze una curatissima "Storia del Teatro Massimo di Palermo", di grande successo. Collaborò al quotidiano”L’Ora", ed io raccolsi nel bel volume " Accadde in Sicilia" articoli sull’Isola frutto, delle sue argute e colte ricerche. Fra i suoi romanzi vanno almeno ricordati "Un fragore immenso" e "Il giudice Serradaquila". Vari i testi per il teatro. Curò inoltre, per "Terra di Thule", che allora dirigevo, la riedizione di un discorso palermitano di Lucio Piccolo, che era stato da lui appositamente invitato per una serata conviviale al Rotary.
Sodale di Vittorio Vettori, diresse in Sicilia, con chi scrive e con gli Amici Zinna e Franco Tomasino, l'Istituto Superiore per l'Aggiornamento Culturale "Mircea Eliade", che ancora continua la sua opera a Firenze, grazie a Ruth Cardenas. Sono lieto di riprodurre il raro discorso di Piccolo introdotto appunto da Luigi Maniscalco Basile, come omaggio a questi nostri Maggiori, indimenticabili.
 
Tommaso Romano
 

LUCIO PICCOLO PARLA DI LUCIO PICCOLO
A cura di Luigi Maniscalco Basile
 
Nella sala delle feste di Villa Igiea, affollata, densa di gente, si fece un grande silenzio. Alta, sonora come squilli di tromba, vellutata e dolce come scaturente da un coro di violini, si levò una voce. Aveva cominciato a parlare un signore di mezza età, dal volto nobile simile a quello di un condottiero romano, sovrastato da una fronte spaziosa sulla quale ricadevano, a frangetta, neri capelli appena brizzolati. Era Lucio Piccolo.   Gli ascoltatori - eleganti dame e non meno eleganti cavalieri, seduti lungo un tavolo a ferro di cavallo, che si estendeva quasi per l'intera sala, rivestito da candide tovaglie, sul quale bicchieri, posate, vasellame scintillavano irradiati di luce – furono immersi nel mattino pasquale, prima visione colorita del mondo, nel mezzogiorno, simbolo e forza motrice del dramma esistenziale dell'umanità, nel tempo che è angoscia, nell’eternità che è terrore. Poi furono avvolti dallo scirocco mentre calava il crepuscolo e furono, alla fine, chiusi nelle spire della notte. Sullo sfondo, solenni, maestose, le grandi chiese barocche palermitane.   Fu delineata dal poeta l’immagine luminosa di un grande cuore di fuoco, simbolo di misticismo e di sensualità; furono rievocate le figure dei più grandi mistici spagnuoli, di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce, ed il commento ai versi si chiuse. Con la sua voce bellissima Lucio Piccolo lesse, dopo averli commentati ed illustrati, alcuni dei suoi «Canti barocchi». Quando l'ultimo verso si spense, lentamente smorzandosi sotto la volta della grande sala, vi fu un istante di silenzio; poi un'ovazione immensa onorò, festeggiò il poeta che, con le sue liriche, con la sua poesia in prosa, con la sua voce, aveva affascinato gli ascoltatori. Per lunghi minuti nella grande sala risuonarono applausi scroscianti. Lucio Piccolo fu felice di questi applausi, di essere festeggiato dai suoi concittadini, nella sua città che da tanti anni aveva abbandonato per recarsi a vivere nella villa di Capo d'Orlando e che sempre ricordava e rimpiangeva.   Era la sera del 28 dicembre 1968. Il Rotary Club di Palermo aveva organizzato una serata in suo onore ed egli, con cordiale gentilezza, aveva accettato di venire, lieto di tornare a Palermo e di essere onorato e festeggiato da un gruppo folto e scelto di suoi concittadini. Ci lasciammo quella sera - avevo avuto io dal Club l'incarico di prendere e di tenere con lui i necessari contatti - con la sua promessa di una visita a me in occasione della prima venuta a Palermo. Avremmo trascorso una sera insieme nella mia biblioteca, avremmo parlato di tante cose, sarebbe stata per me un'esperienza entusiasmante. Quella visita non ci fu mai, non ci fu il tempo: la morte lo colse prima che potesse venire. Ebbi solo da lui la cartolina che questo breve fascicoletto riproduce. E mi rimase un grande rimpianto. Trascrivo il commento di Lucio Piccolo ai suoi canti barocchi.
Volete che vi parli della mia poesia. Non è facile per un poeta parlare dei propri versi. Cercherò di farlo, per soddisfare il vostro desiderio, e mi limiterò a rievocare i sentimenti che ho provato e che ho sentito il bisogno di esprimere in forma poetica.   Vi dirò qualcosa sul senso dei «Canti barocchi». I «Canti barocchi» sono la prima visione, naturalmente rivissuta nel subconscio ed anche nell'elemento cosciente della nostra psiche, dopo decenni e decenni, la prima apparizione del mondo, della vita, divisa nel «mattino pasquale», nel «mezzogiorno», nel «crepuscolo ventoso», e nella «notte», e hanno come centro la mia città natale, Palermo, in cui l’elemento sensibile, reale, assurge via via, per concentrazione e forza di sentimento, a simbolo senza tuttavia perdere mai le sue radici terrene, cioè senza cessare mai di essere realtà immediata.   I quattro «Canti barocchi» si potrebbero dire un solo canto.   Il mattino è la prima visione del mondo, la visione colorita del mondo: la Pasqua, le chiese barocche, le funzioni pasquali, il bambino che vede per la prima volta il mondo sotto l’aspetto quadripartito delle stagioni. L'«Oratorio di Valverde» è la chiesa barocca palermitana; non forse, precisamente, l’oratorio visto nell'infanzia e poi dimenticato, ma una fusione anche di altre chiese barocche, come ritorna nella memoria. Il senso nostalgico non è affidato ai soliti registri, ma ad un uso più attento e singolare dei tempi. Vuol dire che tante volte io uso un futuro che è invece un richiamo del passato, come se qualche cosa che è stata dovesse sempre ritornare.   Nel mattino pasquale, il giorno, l'aurora, l'alba e l'immagine della chiesa confluiscono, convergono l'una dentro l’altra. La seconda lirica è il mezzogiorno: vuol dire, il momento in cui il senso di solitudine fa soffrire il poeta. Qui bisogna considerare il poeta nel suo stato infantile e 'nel suo stato presente, che poi possono convergere negli strati più profondi dell’io, possono essere la stessa cosa; perché noi, quando discendiamo molto giù in noi stessi, quasi quasi, direi, superiamo il tempo e riviviamo, nel presente, fatti passati, e il tempo è abolito.   Dicevo che alla meridiana l'orologio solare, che dà il segno dell’ora, segna il momento di massima espansione. Nel «mezzogiorno» il senso di angoscia che l'io prova di fronte al non io, questo senso di attrazione e nello stesso tempo di smarrimento che il bambino prova di fronte al mondo, nell’ora completamente solare, come sa essere certe volte la Sicilia, sembra abolito. E il poeta canta l’inno alla liberazione ed alla solitudine; è quasi una movenza da «innodia» bizantina, un ritmo oscillante. Parlo de «La meridiana» la quale, d’altra parte, è costruita sinfonicamente, musicalmente; vi sono degli adagi, vi sono degli elementi più lenti, vi sono anche dei tentativi di trasposizione dalla prospettiva, che io studiai con questo unico scopo: trasportare la prospettiva pittorica sulla pagina, cioè nelle proiezioni immediate.   Il poeta crede, nell'ora del mezzogiorno, nel profumo dell'ora, di aver vinto il senso di angoscia e di solitudine che sembra essere il destino della natura umana, come la filosofia attuale ci insegna; però è un'illusione, perché mentre il poeta guarda l’orologio solare che è sotto la cupola, il raggio che tocca il segno dei Gemelli lo riporta sul dramma esistenziale dell’eternità e del tempo. Il tempo che ci trafuga ogni cosa: io tocco un oggetto; quando lo tocco di nuovo non è più lo stesso, il tempo lo ha già allontanato; è l’eternità, che è terrore.   Quindi il poeta, in principio, può avere un atteggiamento di distensione, di abbandono dell’io, di uno sciogliersi dell'io nell'universo; mentre invece l'ultima parte riporta al dramma esistenziale: tempo-angoscia, eternità-terrore.   Dopo questo viene il crepuscolo ventoso, «Scirocco», il tramonto sciroccale nella città, come certi scirocchi che io ricordo, da bambino, a Palermo; certi cieli paonazzi, di tutti i colori, in cui si sentiva molto l'elemento arabo della città; sembrava veramente di essere in non so quale città da mille e una notte, in quale deserto, in quale oasi.   L'ultima parte è «La notte». Al crepuscolo angoscioso, sciroccale succede la notte. La notte è il sorgere delle immagini interne. Il bambino ha visto gli antichi fabbricati (come dice la lettera a Montale), ha visto delle chiese, ha visto dei conventi, ha visto tutto questo; è come tentato dalla evocazione delle anime che hanno vissuto lì. Questi ambienti sono pieni di ombre, pieni di esistenze umane che il bambino sente sorgere in sé.   Infine, la chiusura è su un'immagine dell'immenso cuore di fuoco che è il turbamento che prende nel passaggio dall’infanzia alla giovinezza. Non si sa se è misticismo o sensualità, simbolizzati attraverso il grande cuore di fuoco, che può anche essere l’altare, intravisto da una tribuna, una tribuna conventuale, non sappiamo. Qui bisogna richiamarsi un po' ai mistici spagnuoli, a Santa Teresa, a San Giovanni della Croce, anche ai casuisti; perché noi siciliani, noi palermitani, abbiamo subìto molto il senso della vita spagnola. Il macabro, nello stesso tempo fastoso, caratteristico di certi ambienti e di certe mentalità di Palermo (che ora non ci sono più, credo) proviene dalla Spagna, proviene dall’elemento spagnolo che noi palermitani abbiamo subìto molto.   Il canto della notte finisce appunto con questo senso di smarrimento; è sensualità, è misticismo, è questa grande attesa, questo grande cuore che batte nella notte palermitana.   Le parole che Lucio Piccolo pronunziò quella sera a commento ed illustrazione dei suoi versi sono poesia pura, poesia in prosa e sono tanto più importanti in quanto, a quanto mi risulta, quella fu l’unica volta che Lucio Piccolo commento i suoi versi.   Una importante indicazione per intendere la poesia del Piccolo ci viene da Montale il quale nel delinearla così scrive: «Difficile è fare andare d'accordo il senso letterale e il senso musicale di una lirica. I due sensi possono presentare diversi gradi di incompatibilità. Può essere evidente il significato razionale e segreta risposta, quasi inafferrabile, la musica verbale: o può accadere il contrario. D'altra parte, una lirica non può essere fatta soltanto di musica; essa chiede di rivelare un senso che una semplice armonia di parole inintelligibili non può darle». Queste enunciazioni, sull’ultima delle quali (che una lirica non può essere fatta solo di musica e di parole non intelligibili) sono sommessamente in disaccordo, mi sembrano molto importanti per la contrapposizione fra significato razionale e musica verbale di una lirica che in essa è fatta. E nasce qui un interrogativo la cui soluzione è necessaria per giudicare l'esattezza di quel che Montale afferma e di quel che Montale nega: che cosa è la musica? La risposta - che pochi si curano di ricercare - ci viene da due grandi spiriti: da Schopenhauer e dal Wittgenstein. Il primo ha definito la musica come un linguaggio che si diparte dall'irrazionale per arrivare all’irrazionale (che si diparte, cioè, dalla sfera di irrazionale che contribuisce a comporre la personalità del musicista per pervenire alla sfera di irrazionale che contribuisce a comporre la personalità dell'interprete e quella dell’ascoltatore); ed una notazione analoga si legge in una delle lettere del grande autore del Tractatus. Sono due enunciazioni che fanno pensare, e che ci rendono avvertiti della possibilità che gli uomini hanno di comunicare per il tramite delle rispettive sfere di irrazionale, al di fuori del canale razionale. Insegnamento non nuovo che ci viene, oltre che, in modo meno compiuto e meno definito, dalla filosofia occidentale, da talune filosofie o religioni orientali le quali asseriscono che la verità sboccia in noi anche al di fuori del canale razionale e che questo costituisce solo uno dei veicoli attraverso i quali vengono trasmesse la conoscenza e la verità e, forse, fra questi è il più modesto. E qui io vorrei enunciare una mia ipotesi personale che mi serve di guida per intendere alcuni aspetti dell'arte moderna.
  E' riconosciuto e certo che con l'inizio di questo secolo si è verificata, in tutte le arti, una cosiddetta rottura del linguaggio; nella musica con l'abbandono del sistema tonale usato nella composizione da quattrocento anni; nella pittura e nella scultura con l'espressionismo, il fauvismo, il cubismo, il futurismo e gli altri numerosi movimenti, sviluppatisi nella prima metà di questo secolo, che sarebbe lungo ricordare; nella letteratura con il futurismo e poi con Pasternak e, soprattutto, con Joyce. Questi fenomeni sono stati largamente analizzati, ma di rado si tenta di risalire all'esigenza, certamente unica, che ha determinato delle rotture così radicali. Ponendomi il problema ed esaminandolo, mi sono formato un convincimento: che l'uomo di questo secolo fosse maturo, dopo gli splendori e le conquiste che hanno caratterizzato, nel campo dell'arte, i secoli precedenti, per una comunicazione artistica più ampia di quella ristretta nei limiti del canale razionale; e che abbia avuto così inizio, senza che ciò fosse accompagnato da una chiara presa di coscienza del fenomeno, una comunicazione artistica irrazionale; gli artisti ed i destinatari dell'arte si sono messi in contatto ponendo in comunicazione le sfere irrazionali inerenti, in modo costitutivo, alle rispettive personalità.
Ed ecco l’arte moderna: davanti ad una pittura astratta riceviamo talvolta delle intense emozioni estetiche che non siamo in grado di individuare sul piano razionale, ma che non sono, perciò, meno valide. Questo non è un fenomeno nuovo; si è sempre verificato dai tempi di Pindaro sino alla fine dell’Ottocento, secolo nel quale Rimbaud, la più alta voce della poesia di quel tempo, ci offre nel Voyage à l’enfer e nelle Illuminations esempi, a mio avviso, tipici di questo fenomeno di comunicazione estranea al canale razionale.   La poesia di Piccolo, modernissima, non è moderna nel senso di cui sopra poiché è chiaramente dispiegata nel campo del razionale. Ma nei versi che la compongono - e mi rifaccio qui alla musica di parole di cui ci parla Montale - vi è, a mio avviso, un alto contenuto irrazionale che si aggiunge a quello razionale. E che sia così forse nemmeno lo stesso Piccolo poteva confermarcelo perché è sempre difficile per un uomo d'arte, poeta o musicista o creatore di immagini, dare conto in modo compiuto di ciò che forma oggetto delle sue realizzazioni artistiche. Ha scritto Borges: «Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». Il che conferma, in qualche misura, quel che ho detto sopra.
Da “Terra di Thule”, Anno III, Romano editore, Gennaio 1987 

mercoledì 15 aprile 2015

Il Sigillo News: Presentazione volumi di Lunedì 20 Aprile (Bibliote...

Il Sigillo News: Presentazione volumi di Lunedì 20 Aprile (Bibliote...

Presentazione del volume "Diario Pittorico"

Giovedì  16 aprile 2015 alle 18,00
TOMMASO ROMANO
VINNY SCORSONE
MARIA ANTONIETTA SPADARO
Presso la galleria d’Arte Studio 71 Via Fuxa n. 9 Palermo presenteranno la monografia dell’artista
 
ANTONELLA AFFRONTI
Diario pittorico
 
La presentazione del volume precede la mostra dal titolo “Diario Segreto” a cura di Francesco Scorsone che verrà inaugurata il 18 Aprile 2015 negli stessi locali.
Il 16 aprile, nel corso della presentazione della monografia verranno illustrati gli oltre trent’anni di lavoro dell’artista. Un vero diario pittorico della vita artistica di Antonella Affronti.
Antonella Affronti nasce a Palermo il 15.07.1949. Qui consegue la maturità artistica e l’abilitazione all’insegnamento. Inizia la sua attività nel 1981 da un'indagine del reale con impronta vagamente impressionista dalle tonalità accese tipiche dei Fauves per opere che si distinguono come fluttuazioni dello spazio e della luce.
La sua pittura prevalentemente è costituita da cicli: “Trasparenze” “Spiragli”, “Abissi d'Energia”,”Pulsioni”, “Vibranti  Policromie” e “Mutazioni”. Tutti momenti che hanno contraddistinto la sua pittura ricca e passionale. Antonella Affronti, “Diario pittorico” pp. 148 a colori ed. ISSPE. Giovedì 16 aprile 2015 ore 18.00 Galleria Studio 71 Palermo Via Fuxa n. 9.
 

domenica 5 aprile 2015

Il Maestro Madè, Dottore Magistrale

Ho seguito da lontano un evento che avrei voluto vivere in prima persona: la Laurea Magistrale in Scienze della Formazione concessa h.c. con una doverosa adunanza allo Steri presieduta dal Rettore. Parteciperò, Dio piacendo, sabato 12 Aprile alle ore 17, all'inaugurazione della Pinacoteca Madè nel complesso della Basilica Francescana di Ravenna (dove riposa Dante), dove già ho avuto modo, due anni fa, di presentare il volume, con splendidi disegni di Pippo, dal titolo "La Divina Commedia disegnata". Ora ho scritto il testo della nuova fatica del "Dottore", "La Divina Commedia dipinta da Madè", con splendide tavole a colori commentate dallo stesso Madè, che saranno, in originale, parte perpetua della Pinacoteca Madè a Ravenna. Offro, intanto, un unicum agli Amici e un omaggio al Maestro: la riproduzione del suo quaderno di schizzi che mi ha donato sulla Divina Commedia disegnata. L'inconfondibile tratto di Madè la sua felicità compositiva, il grande cuore, la fede e la passione per la Sicilia, segnano queste straordinarie opere che, spero, presto poter pubblicare - senza fine di lucro - per rendere ulteriormente a Pippo Madè il senso della mia devota ammirazione e amicizia.


sabato 4 aprile 2015

Buona Pasqua

Buona Pasqua e Buone Notizie :pubblicate a stampa e nel blog www.cosmospirituale.blogspot.it i tre Quaderni del Sigillo Cultura che racchiudono tutti i testi di poesia e gli interventi di Palermo e Bagheria per i miei sessant'anni e un saggio di bella sintesi di Maria Nivea Zagarella sulla mia poesia.Voglio ringraziare con cuore amico tutti anche per la sentita vicinanza al mio dolore per la recente perdita di  mamma Cecilia che gli Amici della Comunita' Spirituale del Mosaicosmo hanno alleviato anche con il nuovo e bellissimo blog a loro cura e con la pubblicazione dei tre Quaderni,in cui ora potrete leggere collegandovi a cosmospirituale online i testi che sono firmati da:Maria Patrizia Allotta,Giuseppe Bagnasco,Vito Mauro,Umberto Baistreri,Maurizio Massimo Bianco,Arturo Donati,Nino Agnello,Francesco Gonzalo Alvarez,Gonzalo Alvarez Garcia,Pasquale Attard,Francesco Bruno,Rita Elia,Adalpina Fabra Bignardelli,Carmelo Fucarino,Francescopaolo Giannilivigni,Alfonso Giordano,Saverio La Paglia,Stefano Lo Cicero,Giusi Lombardo,Anna Lupo,Antonio Martorana,Giovanni Matta,Maria Elena Mignosi,Maria Rosaria Mutolo,Guglielmo Peralta,Elisa Roccazzella,Nicola Romano,Michele Sarrica,Elvira Sciurba,Marcello Scurria,Ciro Spataro,Elide Triolo,Teresa Riccobono,Vincenzo Aiello,Pia Amodeo,Ignazio Balistreri,Maria Cancilla ,Cenzi Caruso,Mariella Caruso,Antonio Causi,Palma Civello,Angela Rita D'Amato Corrao,Michelangelo Di Lorenzo,Giovanni Dino,Francesco Federico,Dino Fornaro,Paola Galioto Grisanti,Teresa Giannone,Agata Graziano,Salvo Inserauto,Francesca Luzzio,Giovanni Mannino,Emilia Merenda,Adele Musso,Antonino Lo Piparo,Elena Saviano,Gloriana Solaro,Felice Talamo,Maria Rosa Tomasello,Vincenza Vacanti,Giovanni Varisco,Giuseppe Fumia,Anna Santoro,Maria Nivea Zagarella.Le copie a stampa agli Autori sopra ricordati verranno consegnate alla Manifestazione del 20 aprile 2015  ore 17,00 nel Salone terreno della Biblioteca Francescana-Officina di Studi Medioevali via del Parrlamento traversa Corso Vittorio Emanuele alle spalle di Piazza Marina dove e' comodo posteggiare,in quella occasione Salvatore Lo Bue,Manlio Corselli,Gaetano Licata,presenteranno i volumi ''Nel buio aspettando l'alba,speranza che non muore'' Dal Mosaicosmo di Tommaso Romano'' a cura di Maria Patrizia Allotta ed. Limina Mentis,e  ''Continuum.Bibliografia di e su Tommaso Romano'' a cura di Vito Mauro,con introduzione di Antonino Buttitta .Vi aspetto con gratitudine.Grazie per l'ospitalita' al prof. Diego Ciccarelli,a Giovanni Azzaretto e a mio figlio Ignazio.

mercoledì 25 marzo 2015

Ci sono momenti nella propria vita che le parole, che pure ci accompagnano, le sentiamo insufficienti. La  morte di mia Madre, Cecilia Siino Romano (1922-2015), di qualche giorno fa, a cui ero e mi sento legatissimo e che è stata esempio alto di buona moglie , madre e bella persona, conferma che il silenzio o le scarne espressioni valgono più di frasi roboanti e di circostanza. Ringrazio commosso le centinaia di persone - conoscenti, colleghi, amici e parenti – che si sono stretti a me, a mia sorella Marinella, ai nipoti adorati, alle nostre famiglie  con i messaggi, con la presenza, con il pensiero e con la preghiera. Non dimenticherò mai il tributo corale che avete riservato al lutto profondo del distacco che in Dio ha la sola Pace Vera. L’unica consolazione è il sapere che mia madre si è  ricongiunta con mio padre Ignazio e per sempre, in cielo.
 
Tommaso Romano

sabato 7 marzo 2015

Lucio Zinna e la metafisica poetica del quotidiano

Fra i troppi questuanti e falsi interpreti della poesia contemporanea che si aggirano con "grave sufficienza" come di incompresi geni, poche sono oggi le autentiche figure di poeti e letterati di qualità, fra questi un posto speciale spetta certamente a Lucio Zinna che in un sessantennio di fedeltà alla poesia (la sua prima prova d'autore è infatti del 1954, Al chiarore dell'alba), con discrezione e stile d'uomo e d'artista, ha centellinato autentiche pepite d'oro di testi e riflessioni esistenziali ed etiche, mai moralistiche (“al sommo bene dei moralisti io scelgo il bene dell’intelligenza” come scrisse Cesare Cellini il giovane poeta amico, anche di Lucio Zinna). Se la sua lirica, di scandaglio del quotidiano, spesso gravato di pesantezze totalizzanti, insopportabili, costruendo così una zona di ammutinamento, un'arca ideale, una tenda, dove "resistere", insieme a poche, scelte persone (a cominciare dalla compagna e musa di una vita, Elide), circondato da animali liberi e fedeli a loro modo come i gatti, spesso emblematicamente presenti nei suoi testi("maestri di felina virtù", R. Onano); ma soprattutto con le posizioni di vetta conquistate in coscienza, interiormente e difese dall'assalto spesso volgare dell'ovvio.
Nato a Mazara del Vallo nel 1938, insegnante, laureatosi a Palermo in Pedagogia e Filosofia con una tesi su Maritain, e lungo direttore didattico, per lunghi decenni di stanza a Palermo, vive da qualche anno a Bagheria in una bella e serena casa con vista sul mare di Capo Zafferano.
Poeta, narratore (di cui ricordo il fortunato libro su Nievo Come un sogno incredibile. Ipotesi sul caso Nievo,1980, e il volume da me edito con Thule, Il ponte dell’Ammiraglio e altre narrazioni), saggista e critico letterario, animatore di riviste (“L’Achenio”, “Sintesi”, l’importante “Arenaria”) con la partecipazione al gruppo ’63 e poi all’Antigruppo e la creazione, sulla scia, del Gruppo Beta (con Castrense Civello, Elvezio Petix, Melo Freni, Giovanni Cappuzzo, Aurelio Pes, Angelo Fazzino) e poi dell’Istituto Siciliano di Letteratura Contemporanea e Scienze Umane e, adesso, con l’informale e attivo movimento degli “Amici delle Poesia”.
La radice mazarese, che simbolicamente coniuga il limes e la mediterraneità, è un elemento fondamentale che, dall’iniziale raccolta Al chiarore dell’alba a partire dal 1954,e ancora nella raccolta più strutturata della formazione iniziale di Zinna, Il Filobus dei giorni, del 1964, dove si ritrovano elementi memoriali, psicologici e di malinconia esistenziale, giorni di esiti e percorsi assai complessi,tali volumetti furono editi dall’Organizzazione Editoriale David Malato, per i “Quaderni del Ciclope” (diretti da Giuseppe Ganci Battaglia, fra i primi poeti di riferimento di Lucio, e a cui il Nostro non mancherà di dedicare attenzione critica e biografica, nel tempo), tali fondanti motivi lo accompagnavano in un itinerario circolare (l’eterno ritorno), insieme ricordo, inteso come richiamo del cuore, consapevolezza dell’illusorietà del presente, mentre tutto in realtà va dissolvendosi: “Impercettibilmente, un attimo appresso all’altro”.
Ecco così snodarsi nell’opera poetica e in quella narrativa (vedi anche Ove bevea Rosmunda) il ritorno sporadico ma necessario a Mazara, con l’impronta dell’interiorità memoriale fatta di affetti ed effetti della giovinezza, della centrale figura materna e del padre sempre oltre la riva lontano, dai luoghi fondanti una antica mescolanza, che non è sincretistica indistinzione o dimenticanza: il Màzaro, Mokarta, Miragliano, l’arenaria di Santa Venera, il barocco del monastero di San Michele, che si incrociano insieme al ricordo dell’iniziazione sentimentale e alla locali conoscenze, anche colte, attraverso una moviola delle occasioni perdute, che vibra di sensibilità, nella consapevolezza che “ si vive in diretta non si va mai in differita” e che, ad ognuno, con le proprie scelte sempre in bilico, “non resta che il governo delle conseguenze”.
Palermo, la città che per molti decenni accompagnerà il cammino di Lucio Zinna, il formarsi e il crescere della sua famiglia, lo accoglierà agli inizi degli anni Sessanta, studente universitario e istitutore al Convitto Nazionale e ancora supplente per sbarcare il difficile lunario e per poi conseguire la laurea, e quindi il matrimonio, i figli, l’insegnamento e le direzioni didattiche e, tuttavia, costante e sempre centrale rimarrà e resta la poesia fatta di pochi, densissimi testi, raccolti e centellinati negli anni come un alchimista, in plaquette e antologie edite anche con intervalli lunghi, in cui tuttavia c’è “materia di densa biografia”. Osservazione e distacco contro la retorica, ironia e disgusto per molte delle miserie odierne, vissute e descritte sempre con realismo, si intersecano con una raffinata cultura testimoniata anche da studi saggistici esemplari su Autori nodali (da Nietzsche a Kafka, da Bergson a Dante e Leopardi, da Valery a Pound e Pirandello) molti dei quali ho ripubblicato, con l’ISSPE nel 2007, con il titolo La parola e l’Isola.
E’ pertanto condivisibile quanto scrive Rossano Onano della scrittura di Zinna, come ripiena di “eleganza, di peso e naturalezza, senza mai avvertire le necessità di pose o forzature narcisistiche”, Antimonium 14, del 1965, è una essenziale narrazione che si risolve nell’indagine sperimentale nel cuore del segno, della parola evocativa e labirintica, che troverà il suo senso pieno, prima nelle composizioni di Un rapido celiare (Quaderni del Cormorano, 1974) e, compiutamente, nella lezione esemplare – come giustamente sostenuto da Elio Giunta in un suo saggio nell’opera zinniana – di Sàgana (Il Punto p.l.a, 1976) e poi in Abbandonare Troia (Forum/Quinta Generazione, 1986).
Come ha affermato Maria Grazia Canfarelli, in queste opere, «l’escursione stilistica del poeta è mescolanza di toni, di espressioni che della quieta colloquidità sconfinano in un vivido pluralismo lessicale e sintattico con cui assembla o smembra stilemi derivati da fonti colte o da prestiti letterari. Le nozioni di memoria, difesa, resistenza hanno una tonalità energica spesso risolta in divertissement, in sano piacere del gioco che rinnega e ribalta l’auto – commiserazione».
Con queste opere Zinna perviene alla piena maturità stilistica, nella inconfondibilità del linguaggio e nel dettato metaforico, sempre consapevole tuttavia dei rischi e dei sommovimenti tellurici tipici della condizione umana e della stessa irripetibile propria avventura personale.
Accanto e in felice concordanza di toni e di ricerca gnostica opportunamente con temi che potrebbero apparire consueti, domestici e territoriali, Zinna testimonia l’avventura in versi che si snodano attraverso un sentiero irto, che riconduce all’interiorità originaria (oggettiva, direbbe Michele Federico Sciacca), al viaggio entro se stessi, partendo dalla biografia, dagli avvenimenti e dai volti del quotidiano, filtrati con civile compostezza e con sottilissima, qualche volta difficilmente decifrabili, critica e ironia dell’altrove.
Zinna, che pur è stato ed è protagonista dell’agone letterario e del dibattito critico, in fondo è però un solitario interprete del disagio, civilissimo nella denuncia del tempo amaro che ci è dato vivere e implacabile nella sottolineatura della condizione siciliana (senza demonizzazioni aprioristiche e senza il velo di acritiche o agiografiche esaltazioni) che è insieme geografica, geometrica e spirituale. Per tali ragioni la poesia di Zinna diviene emblematicamente universale e si fa tale proprio a partire dalla propria condizione, senza per questo voler essere poesia d’ammaestramento, perché con Heidegger “la poesia è un modo di vivere”, nel “ tempo della povertà”.
La stessa scelta radicale di Zinna di esserci e di restare in Sicilia, pur con tentazioni sempre latenti di esodo dalla terra madre (e a volte matrigna), è testimonianza di un radicamento che si snoda in una pratica quasi stoica, mai indifferente, dignitosa, garbata e cosciente nell’amara constatazione della condizione tragica ma al contempo radicalmente capace di resistenza e segnavia proprio nella poesia ancora trascendente la rivitalizzante opportunità di scioglier, fra sentimento e ratio i legami con la dissoluzione, il nichilismo, la violenza, la sciatteria e il basso edonismo (cfr. il poemetto De Rebus Siciliae)

“ad ogni
bivio reale divendica il caso il diritto ad una
compartecipazione alle scelte(…)
Opera tu per la tua parte
mettiti in guerra la coscienza
- insisti stringi
i denti – per il resto (sia chiaro) la vita
è vita e và (per la sua parte) dove la vita vuole”.
 
Sono “stazioni dell’attraversamento”, che Rodolfo Di Biasio indica nelle ventiquattro composizioni de La porcellana più fine (Sciascia, 2001), nella ferma consapevolezza che “ciascun giorno che ha la sua circoscritta infinità” presuppone forse “ gli attimi che precedono i verdetti”.
Sono i testi zinniani, come ha scritto di sé lo stesso autore, delle autentiche confessioni laiche senza attendere assoluzioni. E dato che ti stiamo vendendo libertà, occorre per Zinna coltivare l’utopia di nome libertà, esplorando a volte in apparente superficie e in rapido celiare, “come il tonico di una bevanda amara” a mezz’aria (titoli questi ultimi di recenti sillogi di Zinna), che “può significare che c’è un periodo di sosta, una fase sospesa tra l’inarrestabile scorrere delle stagioni storiche e l’eternità”(Roberto Tortora),in modo quasi eterico, come magari gli angeli usando il gioco a nascondere della parola, la sua duplicità , ambivalenza, il sottinteso, il neologismo, la metafora per dire al fondo, in profondità “molto di più di quello che afferma. E non è solamente una questione di linguaggio” come notava giustamente Francesco Grisi per la poesia di Zinna e ancora, come notava il filosofo Antonino Noto,per sostenere l’essenzialità nella pluralità :”ogni vero linguaggio non è solo comunicazione di parole ma comunicazione di miti, comunicazione di essere nelle parole e attraverso le parole”.
E’ proprio nell’antienfasi, nell’epopea dell’emarginazione (Elio Giunta) che possiamo trovare quelle corrispondenze essenziali, quelle aperture di luce e di intelletto che sono proprie degli esploratori dell’anima (definizione che Zinna consegna ad autori da lui amati quali Borges, Ritsos, Luzi, Accrocca).
Il quotidiano sofferto e a, suo modo, epico di Zinna, diventa così il punto necessario all’infinito della parola del linguaggio (che non è semplice comunicazione), per “scavare nei secoli” direbbe Cellini, nell’eterno, che è della poesia. Scrive infatti Zinna: «considero la poesia una ricerca di verità che si traduce in ricerca linguistica» e tuttavia resta un quid di misterioso che rientra, per una certa parte, sulla poesia, misterioso in quanto sfugge allo stesso poeta ».
Dal margine, dal confine al centro, insomma, dal clandestino (che è l'arca, la tenda bonsai , da intendersi anche come clan di destino) in una sorta di metafisica delle cose concrete, per un felice concetto di Pavel Florenskij, "Mi servono tessere d'oro" dice il poeta per coltivare un senso oltre il magma, nell'umanesimo, per trovare nella "porcellana più fine” ciò che è la cifra della “speranza (la "Fede" avresti detto)\ che qualcosa si muova oltre l’alpacca\ del dubbio che qualcuno ci attende\ oltre quel filo memore perituro macigno".
È il verso di vivere che ha nella poesia il suo metamorfico, autentico dimensionarsi nell’oltrità cosmica senza tempo.

giovedì 5 marzo 2015

APPUNTAMENTI CULTURALI
Giovedì 5 alla Mondadori con Rita Cedrini e Arturo Donati abbiamo festeggiato l'impegno qualificato e i bei libri delle E dizioni del Mirto con le opere di Francesca Mercadante e Pippo Lo Cascio,a quindici anni dalla fondazione.Oggi venerdi' 6  marzo alle ore 18,00 all'Oratorio di San Lorenzo, presento il nuovo libro di poesia in siciliano di Serena Lao con Alfio Inserra ,Umberto Balistreri e Vito Mauro;alle 19,00 saro' alla Real Fonderia a presentare la mostra assai interessante di Lorenzo Maria Bottari su Alda Merini,ricordo infine che domani 7 marzo sabato alle ore 17,00 alla storica galleria il Cenacolo di Via Emerico Amari a Palermo,. si inaugura la mostra di sessanta Artisti  dal titolo Tratti e Ritratti per Tommaso Romano,biografia per immagini,a me dedicata, grazie al Maestro Vincenzo Vinciguerra,alle amiche artiste Laura Natangelo e Anna Santoro che firma l'introduzione . Lieto di incontrarvi.