sabato 4 aprile 2015

Buona Pasqua

Buona Pasqua e Buone Notizie :pubblicate a stampa e nel blog www.cosmospirituale.blogspot.it i tre Quaderni del Sigillo Cultura che racchiudono tutti i testi di poesia e gli interventi di Palermo e Bagheria per i miei sessant'anni e un saggio di bella sintesi di Maria Nivea Zagarella sulla mia poesia.Voglio ringraziare con cuore amico tutti anche per la sentita vicinanza al mio dolore per la recente perdita di  mamma Cecilia che gli Amici della Comunita' Spirituale del Mosaicosmo hanno alleviato anche con il nuovo e bellissimo blog a loro cura e con la pubblicazione dei tre Quaderni,in cui ora potrete leggere collegandovi a cosmospirituale online i testi che sono firmati da:Maria Patrizia Allotta,Giuseppe Bagnasco,Vito Mauro,Umberto Baistreri,Maurizio Massimo Bianco,Arturo Donati,Nino Agnello,Francesco Gonzalo Alvarez,Gonzalo Alvarez Garcia,Pasquale Attard,Francesco Bruno,Rita Elia,Adalpina Fabra Bignardelli,Carmelo Fucarino,Francescopaolo Giannilivigni,Alfonso Giordano,Saverio La Paglia,Stefano Lo Cicero,Giusi Lombardo,Anna Lupo,Antonio Martorana,Giovanni Matta,Maria Elena Mignosi,Maria Rosaria Mutolo,Guglielmo Peralta,Elisa Roccazzella,Nicola Romano,Michele Sarrica,Elvira Sciurba,Marcello Scurria,Ciro Spataro,Elide Triolo,Teresa Riccobono,Vincenzo Aiello,Pia Amodeo,Ignazio Balistreri,Maria Cancilla ,Cenzi Caruso,Mariella Caruso,Antonio Causi,Palma Civello,Angela Rita D'Amato Corrao,Michelangelo Di Lorenzo,Giovanni Dino,Francesco Federico,Dino Fornaro,Paola Galioto Grisanti,Teresa Giannone,Agata Graziano,Salvo Inserauto,Francesca Luzzio,Giovanni Mannino,Emilia Merenda,Adele Musso,Antonino Lo Piparo,Elena Saviano,Gloriana Solaro,Felice Talamo,Maria Rosa Tomasello,Vincenza Vacanti,Giovanni Varisco,Giuseppe Fumia,Anna Santoro,Maria Nivea Zagarella.Le copie a stampa agli Autori sopra ricordati verranno consegnate alla Manifestazione del 20 aprile 2015  ore 17,00 nel Salone terreno della Biblioteca Francescana-Officina di Studi Medioevali via del Parrlamento traversa Corso Vittorio Emanuele alle spalle di Piazza Marina dove e' comodo posteggiare,in quella occasione Salvatore Lo Bue,Manlio Corselli,Gaetano Licata,presenteranno i volumi ''Nel buio aspettando l'alba,speranza che non muore'' Dal Mosaicosmo di Tommaso Romano'' a cura di Maria Patrizia Allotta ed. Limina Mentis,e  ''Continuum.Bibliografia di e su Tommaso Romano'' a cura di Vito Mauro,con introduzione di Antonino Buttitta .Vi aspetto con gratitudine.Grazie per l'ospitalita' al prof. Diego Ciccarelli,a Giovanni Azzaretto e a mio figlio Ignazio.

mercoledì 25 marzo 2015

Ci sono momenti nella propria vita che le parole, che pure ci accompagnano, le sentiamo insufficienti. La  morte di mia Madre, Cecilia Siino Romano (1922-2015), di qualche giorno fa, a cui ero e mi sento legatissimo e che è stata esempio alto di buona moglie , madre e bella persona, conferma che il silenzio o le scarne espressioni valgono più di frasi roboanti e di circostanza. Ringrazio commosso le centinaia di persone - conoscenti, colleghi, amici e parenti – che si sono stretti a me, a mia sorella Marinella, ai nipoti adorati, alle nostre famiglie  con i messaggi, con la presenza, con il pensiero e con la preghiera. Non dimenticherò mai il tributo corale che avete riservato al lutto profondo del distacco che in Dio ha la sola Pace Vera. L’unica consolazione è il sapere che mia madre si è  ricongiunta con mio padre Ignazio e per sempre, in cielo.
 
Tommaso Romano

sabato 7 marzo 2015

Lucio Zinna e la metafisica poetica del quotidiano

Fra i troppi questuanti e falsi interpreti della poesia contemporanea che si aggirano con "grave sufficienza" come di incompresi geni, poche sono oggi le autentiche figure di poeti e letterati di qualità, fra questi un posto speciale spetta certamente a Lucio Zinna che in un sessantennio di fedeltà alla poesia (la sua prima prova d'autore è infatti del 1954, Al chiarore dell'alba), con discrezione e stile d'uomo e d'artista, ha centellinato autentiche pepite d'oro di testi e riflessioni esistenziali ed etiche, mai moralistiche (“al sommo bene dei moralisti io scelgo il bene dell’intelligenza” come scrisse Cesare Cellini il giovane poeta amico, anche di Lucio Zinna). Se la sua lirica, di scandaglio del quotidiano, spesso gravato di pesantezze totalizzanti, insopportabili, costruendo così una zona di ammutinamento, un'arca ideale, una tenda, dove "resistere", insieme a poche, scelte persone (a cominciare dalla compagna e musa di una vita, Elide), circondato da animali liberi e fedeli a loro modo come i gatti, spesso emblematicamente presenti nei suoi testi("maestri di felina virtù", R. Onano); ma soprattutto con le posizioni di vetta conquistate in coscienza, interiormente e difese dall'assalto spesso volgare dell'ovvio.
Nato a Mazara del Vallo nel 1938, insegnante, laureatosi a Palermo in Pedagogia e Filosofia con una tesi su Maritain, e lungo direttore didattico, per lunghi decenni di stanza a Palermo, vive da qualche anno a Bagheria in una bella e serena casa con vista sul mare di Capo Zafferano.
Poeta, narratore (di cui ricordo il fortunato libro su Nievo Come un sogno incredibile. Ipotesi sul caso Nievo,1980, e il volume da me edito con Thule, Il ponte dell’Ammiraglio e altre narrazioni), saggista e critico letterario, animatore di riviste (“L’Achenio”, “Sintesi”, l’importante “Arenaria”) con la partecipazione al gruppo ’63 e poi all’Antigruppo e la creazione, sulla scia, del Gruppo Beta (con Castrense Civello, Elvezio Petix, Melo Freni, Giovanni Cappuzzo, Aurelio Pes, Angelo Fazzino) e poi dell’Istituto Siciliano di Letteratura Contemporanea e Scienze Umane e, adesso, con l’informale e attivo movimento degli “Amici delle Poesia”.
La radice mazarese, che simbolicamente coniuga il limes e la mediterraneità, è un elemento fondamentale che, dall’iniziale raccolta Al chiarore dell’alba a partire dal 1954,e ancora nella raccolta più strutturata della formazione iniziale di Zinna, Il Filobus dei giorni, del 1964, dove si ritrovano elementi memoriali, psicologici e di malinconia esistenziale, giorni di esiti e percorsi assai complessi,tali volumetti furono editi dall’Organizzazione Editoriale David Malato, per i “Quaderni del Ciclope” (diretti da Giuseppe Ganci Battaglia, fra i primi poeti di riferimento di Lucio, e a cui il Nostro non mancherà di dedicare attenzione critica e biografica, nel tempo), tali fondanti motivi lo accompagnavano in un itinerario circolare (l’eterno ritorno), insieme ricordo, inteso come richiamo del cuore, consapevolezza dell’illusorietà del presente, mentre tutto in realtà va dissolvendosi: “Impercettibilmente, un attimo appresso all’altro”.
Ecco così snodarsi nell’opera poetica e in quella narrativa (vedi anche Ove bevea Rosmunda) il ritorno sporadico ma necessario a Mazara, con l’impronta dell’interiorità memoriale fatta di affetti ed effetti della giovinezza, della centrale figura materna e del padre sempre oltre la riva lontano, dai luoghi fondanti una antica mescolanza, che non è sincretistica indistinzione o dimenticanza: il Màzaro, Mokarta, Miragliano, l’arenaria di Santa Venera, il barocco del monastero di San Michele, che si incrociano insieme al ricordo dell’iniziazione sentimentale e alla locali conoscenze, anche colte, attraverso una moviola delle occasioni perdute, che vibra di sensibilità, nella consapevolezza che “ si vive in diretta non si va mai in differita” e che, ad ognuno, con le proprie scelte sempre in bilico, “non resta che il governo delle conseguenze”.
Palermo, la città che per molti decenni accompagnerà il cammino di Lucio Zinna, il formarsi e il crescere della sua famiglia, lo accoglierà agli inizi degli anni Sessanta, studente universitario e istitutore al Convitto Nazionale e ancora supplente per sbarcare il difficile lunario e per poi conseguire la laurea, e quindi il matrimonio, i figli, l’insegnamento e le direzioni didattiche e, tuttavia, costante e sempre centrale rimarrà e resta la poesia fatta di pochi, densissimi testi, raccolti e centellinati negli anni come un alchimista, in plaquette e antologie edite anche con intervalli lunghi, in cui tuttavia c’è “materia di densa biografia”. Osservazione e distacco contro la retorica, ironia e disgusto per molte delle miserie odierne, vissute e descritte sempre con realismo, si intersecano con una raffinata cultura testimoniata anche da studi saggistici esemplari su Autori nodali (da Nietzsche a Kafka, da Bergson a Dante e Leopardi, da Valery a Pound e Pirandello) molti dei quali ho ripubblicato, con l’ISSPE nel 2007, con il titolo La parola e l’Isola.
E’ pertanto condivisibile quanto scrive Rossano Onano della scrittura di Zinna, come ripiena di “eleganza, di peso e naturalezza, senza mai avvertire le necessità di pose o forzature narcisistiche”, Antimonium 14, del 1965, è una essenziale narrazione che si risolve nell’indagine sperimentale nel cuore del segno, della parola evocativa e labirintica, che troverà il suo senso pieno, prima nelle composizioni di Un rapido celiare (Quaderni del Cormorano, 1974) e, compiutamente, nella lezione esemplare – come giustamente sostenuto da Elio Giunta in un suo saggio nell’opera zinniana – di Sàgana (Il Punto p.l.a, 1976) e poi in Abbandonare Troia (Forum/Quinta Generazione, 1986).
Come ha affermato Maria Grazia Canfarelli, in queste opere, «l’escursione stilistica del poeta è mescolanza di toni, di espressioni che della quieta colloquidità sconfinano in un vivido pluralismo lessicale e sintattico con cui assembla o smembra stilemi derivati da fonti colte o da prestiti letterari. Le nozioni di memoria, difesa, resistenza hanno una tonalità energica spesso risolta in divertissement, in sano piacere del gioco che rinnega e ribalta l’auto – commiserazione».
Con queste opere Zinna perviene alla piena maturità stilistica, nella inconfondibilità del linguaggio e nel dettato metaforico, sempre consapevole tuttavia dei rischi e dei sommovimenti tellurici tipici della condizione umana e della stessa irripetibile propria avventura personale.
Accanto e in felice concordanza di toni e di ricerca gnostica opportunamente con temi che potrebbero apparire consueti, domestici e territoriali, Zinna testimonia l’avventura in versi che si snodano attraverso un sentiero irto, che riconduce all’interiorità originaria (oggettiva, direbbe Michele Federico Sciacca), al viaggio entro se stessi, partendo dalla biografia, dagli avvenimenti e dai volti del quotidiano, filtrati con civile compostezza e con sottilissima, qualche volta difficilmente decifrabili, critica e ironia dell’altrove.
Zinna, che pur è stato ed è protagonista dell’agone letterario e del dibattito critico, in fondo è però un solitario interprete del disagio, civilissimo nella denuncia del tempo amaro che ci è dato vivere e implacabile nella sottolineatura della condizione siciliana (senza demonizzazioni aprioristiche e senza il velo di acritiche o agiografiche esaltazioni) che è insieme geografica, geometrica e spirituale. Per tali ragioni la poesia di Zinna diviene emblematicamente universale e si fa tale proprio a partire dalla propria condizione, senza per questo voler essere poesia d’ammaestramento, perché con Heidegger “la poesia è un modo di vivere”, nel “ tempo della povertà”.
La stessa scelta radicale di Zinna di esserci e di restare in Sicilia, pur con tentazioni sempre latenti di esodo dalla terra madre (e a volte matrigna), è testimonianza di un radicamento che si snoda in una pratica quasi stoica, mai indifferente, dignitosa, garbata e cosciente nell’amara constatazione della condizione tragica ma al contempo radicalmente capace di resistenza e segnavia proprio nella poesia ancora trascendente la rivitalizzante opportunità di scioglier, fra sentimento e ratio i legami con la dissoluzione, il nichilismo, la violenza, la sciatteria e il basso edonismo (cfr. il poemetto De Rebus Siciliae)

“ad ogni
bivio reale divendica il caso il diritto ad una
compartecipazione alle scelte(…)
Opera tu per la tua parte
mettiti in guerra la coscienza
- insisti stringi
i denti – per il resto (sia chiaro) la vita
è vita e và (per la sua parte) dove la vita vuole”.
 
Sono “stazioni dell’attraversamento”, che Rodolfo Di Biasio indica nelle ventiquattro composizioni de La porcellana più fine (Sciascia, 2001), nella ferma consapevolezza che “ciascun giorno che ha la sua circoscritta infinità” presuppone forse “ gli attimi che precedono i verdetti”.
Sono i testi zinniani, come ha scritto di sé lo stesso autore, delle autentiche confessioni laiche senza attendere assoluzioni. E dato che ti stiamo vendendo libertà, occorre per Zinna coltivare l’utopia di nome libertà, esplorando a volte in apparente superficie e in rapido celiare, “come il tonico di una bevanda amara” a mezz’aria (titoli questi ultimi di recenti sillogi di Zinna), che “può significare che c’è un periodo di sosta, una fase sospesa tra l’inarrestabile scorrere delle stagioni storiche e l’eternità”(Roberto Tortora),in modo quasi eterico, come magari gli angeli usando il gioco a nascondere della parola, la sua duplicità , ambivalenza, il sottinteso, il neologismo, la metafora per dire al fondo, in profondità “molto di più di quello che afferma. E non è solamente una questione di linguaggio” come notava giustamente Francesco Grisi per la poesia di Zinna e ancora, come notava il filosofo Antonino Noto,per sostenere l’essenzialità nella pluralità :”ogni vero linguaggio non è solo comunicazione di parole ma comunicazione di miti, comunicazione di essere nelle parole e attraverso le parole”.
E’ proprio nell’antienfasi, nell’epopea dell’emarginazione (Elio Giunta) che possiamo trovare quelle corrispondenze essenziali, quelle aperture di luce e di intelletto che sono proprie degli esploratori dell’anima (definizione che Zinna consegna ad autori da lui amati quali Borges, Ritsos, Luzi, Accrocca).
Il quotidiano sofferto e a, suo modo, epico di Zinna, diventa così il punto necessario all’infinito della parola del linguaggio (che non è semplice comunicazione), per “scavare nei secoli” direbbe Cellini, nell’eterno, che è della poesia. Scrive infatti Zinna: «considero la poesia una ricerca di verità che si traduce in ricerca linguistica» e tuttavia resta un quid di misterioso che rientra, per una certa parte, sulla poesia, misterioso in quanto sfugge allo stesso poeta ».
Dal margine, dal confine al centro, insomma, dal clandestino (che è l'arca, la tenda bonsai , da intendersi anche come clan di destino) in una sorta di metafisica delle cose concrete, per un felice concetto di Pavel Florenskij, "Mi servono tessere d'oro" dice il poeta per coltivare un senso oltre il magma, nell'umanesimo, per trovare nella "porcellana più fine” ciò che è la cifra della “speranza (la "Fede" avresti detto)\ che qualcosa si muova oltre l’alpacca\ del dubbio che qualcuno ci attende\ oltre quel filo memore perituro macigno".
È il verso di vivere che ha nella poesia il suo metamorfico, autentico dimensionarsi nell’oltrità cosmica senza tempo.

giovedì 5 marzo 2015

APPUNTAMENTI CULTURALI
Giovedì 5 alla Mondadori con Rita Cedrini e Arturo Donati abbiamo festeggiato l'impegno qualificato e i bei libri delle E dizioni del Mirto con le opere di Francesca Mercadante e Pippo Lo Cascio,a quindici anni dalla fondazione.Oggi venerdi' 6  marzo alle ore 18,00 all'Oratorio di San Lorenzo, presento il nuovo libro di poesia in siciliano di Serena Lao con Alfio Inserra ,Umberto Balistreri e Vito Mauro;alle 19,00 saro' alla Real Fonderia a presentare la mostra assai interessante di Lorenzo Maria Bottari su Alda Merini,ricordo infine che domani 7 marzo sabato alle ore 17,00 alla storica galleria il Cenacolo di Via Emerico Amari a Palermo,. si inaugura la mostra di sessanta Artisti  dal titolo Tratti e Ritratti per Tommaso Romano,biografia per immagini,a me dedicata, grazie al Maestro Vincenzo Vinciguerra,alle amiche artiste Laura Natangelo e Anna Santoro che firma l'introduzione . Lieto di incontrarvi.

mercoledì 4 marzo 2015

LA CORAGGIOSA DIASPORA DI MARCELLO VENEZIANI

Marcello Veneziani lascia ,per divergenze, il Giornale. Non e' una bella notizia,ma la dice lunga sullo stato di prostrazione in cui si trova il tramontante berlusconismo e il nulla a cui si e' ridotto il c.d. centrodestra in Italia. Uno stato comatoso che non è colmato da qualche ragazzina in cerca d'autore o dal reducismo delle antiche messe a Mussolini ed ora ai convegni sul ''bel tempo andato'' di Almirante con congrega di invitati che accettano e rifiutano per novello antifascismo, pensionati della politica e intellettuali a cui chiedere una linea....
Fra i pochissimi , veri, uomini di cultura capace di scrivere bellissimi saggi e romanzi, giornalista di grande razza fra i pochi superstiti della quasi estinta specie, Veneziani libero sempre e coerente con il postulato che scrivere è atto civile sempre, che puo' nuocere anche al manovratore, al padrone, al piu' alto responsabile del crollo della destra in Italia, all'azzeratore della cultura .Veneziani non e' un ruffiano perché non è conformista, perchè scrive cose sensate e molto intelligenti, perchè non si piega ai desiderata dei satrapi. Veneziani è il vero erede di Prezzolini, e lo dimostra questa vicenda che non fara' certo strappare le vesti ai residuati bellici, assolutamente inoffensivi, della residua corte dell'ex cavaliere. Mi legano antichi rapporti di amicizia e stima profonda verso Marcello, sono stato il suo primo editore con Thule per il suo libro d'esordio ''La ricerca dell'Assoluto in Evola'' e non dimentico le decine di incontri e presentazioni che ci hanno unito nel rapporto amicale e nei comuni intendimenti e nelle analisi politico culturali. Sono pure orgoglioso di averlo posto anni fa alla vicepresidenza del Biondo. Molto debbo e dobbiamo a Veneziani a cui auguro di inventare una casa nuova e ariosa per tutti noi in diaspora. Per affrontare insieme le sfide epocali di questo tempo apocalittico.
Pubblico pertanto la bella e significativa nota di Veneziani sulla vicenda, non senza notare ancora che senza cultura si possono lanciare al massimo coriandoli e che non basta di certo riempire le piazze del popolo, che e' gia' qualcosa, per un progetto di rinascenza, che non sia una ennesima pesca delle occasioni.

Chiude il CUCU', lascio Il Giornale

Cari Lettori,
ora vi spiego. Siete in tanti a scrivermi e telefonarmi per sapere come mai non appare più il cucù sul Giornale. Non posso andar via come un clandestino. Il Giornale mi ha comunicato la decisione di chiudere il mio rapporto di lavoro. Subito o al più entro l'estate. La decisione dell'Editore è presa e finirà in modo consensuale. La motivazione formale è lo stato di crisi dei giornali e del Giornale stesso che impone tagli e prepensionamenti. Al Giornale, si sa, esprimevo una linea dissonante, la mia rubrica era un'isola. Cominciai a scrivere sul Giornale venticinque anni fa, chiamato da Indro Montanelli, ne uscì quando mi parve che la sua posizione non rappresentasse più i suoi lettori e la necessità di una svolta nel Paese; vi ritornai con Feltri per due volte. Lascio a ciascuno pensare al risvolto politico, giornalistico, ma anche umano e professionale, della vicenda in corso; vi risparmio il mio stato d'animo.
Chi ha idee come le nostre non è facile che trovi tribune accoglienti. Tengo a farvi conoscere lo stato delle cose, senza polemiche, anche per rispondere a quanti in precedenza mi chiedevano come mai la rubrica quotidiana saltava così spesso negli ultimi tempi, non per mia negligenza. Ho un ruolo pubblico, rappresentativo di un'area d'opinione, la mia attività è esposta in vetrina ogni giorno. Dunque è giusto essere trasparenti fino alla fine e giustificare a voi lettori, che siete i miei veri editori, la futura assenza e la scomparsa della rubrica cucù, dopo quattro anni di vita. Ho già vissuto situazioni analoghe, alcuni ricordano precedenti esperienze, censure, licenziamenti, casi come l'Italia settimanale ma non solo. È il prezzo amaro della libertà e dell'incapacità di essere cortigiani, ruffiani e puttani.
Non è un mistero che da tempo reputo conclusa la parabola politica di Berlusconi: da anni non esprime una posizione politica e non interpreta il sentire del suo popolo, perché è preso nelle proprie vicende e nella tutela, pur comprensibile, dei suoi interessi. Lo scrivo da tempo, in un crescendo di toni, da La rivoluzione conservatrice in Italia, ed. 2012 (“la fine del berlusconismo”), poi sul Giornale stesso e giorni fa sul Corriere della sera. Criticai pure la “pascalizzazione” di Berlusconi, i messaggi sulla famiglia, i trans, l'animalismo. Non ebbi esitazioni a criticare Fini quando era ancora in auge, perché ritenevo che stesse uccidendo la destra, e il tempo poi ci dette amaramente ragione. Per lo stesso motivo non ho esitato a dire che Berlusconi fu la causa principale del trionfo elettorale e poi della dissoluzione del centro-destra. Lo portò al governo e poi alla rovina, col concorso determinante di poteri ostili e alleati ottusi, giudici e media; aggregò forze diverse e poi le disgregò. Espulse pezzi uno dopo l'altro, fino al vuoto, farcito di quaquaraquà.
Le mie idee saranno giuste o sbagliate, lo dirà la prova dei fatti, ma quei giudizi nascono da un ragionamento, privo di rancori o vantaggi personali, mosso da passione di verità e da una testimonianza di vita e di coerenza, costi quel che costi. Cercherò di non chiudere il rapporto con voi che mi seguite da tempo e siete abituati al gusto aspro della libera verità, anche quando è scomoda, per noi stessi o per chi abbiamo, in spirito di libertà, sostenuto. Finché ne avrò la possibilità, scriverò dove mi sarà permesso dire quel che penso, e non mancherò di far sentire la mia voce e anche i miei pensieri dell'anima, quelli meno legati all'attualità.
Vi voglio bene, sul serio

Marcello Veneziani

giovedì 26 febbraio 2015

A BAGHERIA,VILLA CUTO',OMAGGIO A GIOVANNI GIRGENTI
Venerdì 27 febbraio alle ore 17,00 nei saloni di villa Cuto',per iniziativa di un gruppo di associazioni culturali riunite nel ''Sistema Bagheria'',si terra' una serata in onore dello scrittore bagherese  Giovanni Girgenti ,1897-Palermo 1979, con letture di brani tratti dalle sue opere e traduzioni di classici.Sono stato invitato a introdurre l'incontro e saro' ben lieto di raccontare per grandi linee una ricca e straordinaria avventura umana e intellettuale,a dire il vero non molto conosciuta come dovrebbe essere.Ho conosciuto fin da bambino Girgenti,grazie ad una carissima,indimentcabile amica di famiglia,Maria Randazzo, attrice dialettale e braccio destro di Girgenti nella Compagnia teatrale Arcobaleno Siciliano.Ebbi modo di incontrarlo all'inizio della mia attivita' culturale,anche nelle tipografie di Renzo Mazzone e in  quella del cav. Pasquale Lo Monaco dove molti libri miei e di Thule videro la luce fino al 1992,con la mitica e colta signorina Enza Zago a dirigerla,Piu' volte mi recai nella sua ultima abitazione,al viale Strasburgo,a Palermo,Ebbi l'onore di essere inserito nel 1973 nella famosa antologia di Calogero Messina ''Voci di Sicilia'' che si apriva proprio con Girgenti.Classicista per professione e vocazione,amo' la Sicilia e la difese dalle denigrazioni,dotato com'era di un forte carattere e di una ferrea cultura.Innumerevoli le sue opere di poesia in lingua e in dialetto,traduzioni brillanti di classici come la Divina Commedia,moltissime,alcune inedite,le opere teatrali,Girgenti fu pure narratore e autore di un vocabolario siciliano italiano,scrisse testi per la radio e operette e canzoni satiriche.Fu molto apprezzato dal grande Trilussa,da Giuseppe Cocchiara,da Gaetano Falzone e da Luigi Natoli.
Dopo la morte del professore Girgenti, Matteo Di Fiore gli dedico' una breve monografia,un commosso ricordo.Tranne repertori biografici,come Personaggi di Provincia e Luce del Pensiero da me diretti e pubblicati,nonche' i profili di Salvatore Di Marco,l'opera di Girgenti è ancora tutta da studiare e attualizzare.Mi auguro che il gruppo benemerito che ha pensato a Girgenti, possa presto organizzare un Convegno scientifico sullo scrittore bagherese ,mettendo a punto una bibliografia completa della sua ricca produzione letteraria, che manca.

domenica 22 febbraio 2015

CONTINUATE A SEGUIRCI,SEGNALATE I BLOG FATE UNA VISITA VIRTUALE A THULE
Vorrei ringraziarvi tutti per il numero crescente di accessi e quindi di attenzione e condivisione per il lavoro intellettuale che propongo e proponiamo attraverso i blog ,gli incontri e i media,ultimo evento veramente ben riuscito ai Cantieri alla Zisa per presentare il bellissimo romanzo postumo di Giancarlo Licata,edito da Thule,Il volo dell'allodola,con prefazione del Maestro Nino Buttitta che ha con me presentato il libro, con successiva intervista su RAI Regione edizione 19,30 e con una serata magistralmente condotta da Roberto Gueli,con interventi di Silvana Polizzi,Salvatore Cusimano,Leoluca Orlando e con toccante parola della moglie di Licata,Giusi Serravalle curatrice del testo.Ha ripreso a pieno ritmo la storica testata,che è stata stampata a volte,del Sigillo,l'indirizzo mail e' www.ilsigillonews.blogspot.it ,non dimenticate di visionare www.thuleggi.blogspot.it sempre con nuovi articoli e recensioni .Vi invito ancora ad una visita virtuale alla sede della Fondazione Thule Cultura,associazione senza fine di lucro,specie per gli amici sparsi nel mondo,non esagero perché con i nostri siti www.edizionithule.it e www.tommasoromano.it e i blog monitoriamo quotidianamente accessi  da ogni parte e richieste da tante nazioni. Buona lettura e visione e segnalate ai vostri amici.

martedì 17 febbraio 2015

lunedì 16 febbraio 2015

Don Divo Barsotti in una rara intervista

Nella primavera del 1991, chi scrive insieme a Pietro Mirabile e Giulio Palumbo – due straordinari amici e poeti spirituali, figli elettivi di San Pio da Pietrelcina con cui vissero spesso a fianco – ci recammo a Settignano, sulle colline di Firenze, a Casa San Sergio fondata da uno dei protagonisti del cattolicesimo novecentesco: Don Divo Barsotti, un grande mistico, autore di pagine sterminate e immense, fondatore della Comunità dei Figli di Dio. Fummo “affidati” al Padre Serafino Tognetti che fu poi il primo superiore della comunità dopo la morte di Don Barsotti (1914-2006), e vivemmo giorni che solo la Parola nello Spirito potrebbe raccontare compiutamente. I lunghi dialoghi e i silenzi intessuti con il Padre, la Santa Messa come autentica adorazione del Sacrificio e della Gloria, i suoi ammaestramenti, risuonano ancora in me. Incontrai successivamente a Palermo, ospite della CFD, il Padre ed anche in quella occasione ebbi forte l’esperienza dell’Incontro con un autentico uomo di Dio. Conservo di Don Divo lettere, giudizi sulle mie opere (specie su “Il Cristo di ogni giorno”) e alcuni brevi testi destinati e pubblicati da Spiritualità & Letteratura, nonché una straordinaria prefazione per una Antologia del Sacro, da me pubblicata. Questi materiali preziosi unitamente a delle considerazioni storiche e spirituali con la narrazione di quelle esperienze di incontro saranno oggetto di un profilo che intendo presto dedicare alla Sua Memoria viva e Santa.

Tommaso Romano

(il testo che segue, curato da me e da Giulio Palumbo, fu pubblicato per la prima volta su Spiritualità & Letteratura nel 1991 ed è stato riproposto nel volume curato da Giovanni Dino sugli Editoriali scritti da Giulio Palumbo (1936-1997) per la nostra rivista che ancora francescanamente continua a pubblicarsi e che furono editi nella collana Ercta della Provincia Regionale di Palermo nel 2006, che allora dirigevo).  
 
 

La Casa San Sergio a Settignano sorge in una zona verde e di silenzio, ben adatta a quello spirito di riposo e riflessione di cui l’uomo d’oggi e di sempre ha bisogno. Si tratta di una piccola Comunità di dieci persone. In un clima di fraternità e semplicità, essa trascorre le proprie giornate nella preghiera, nel lavoro, nello studio, nella vita comunitaria. Don Barsotti svolge i suoi molteplici impegni nel suo ampio studio. Un grande crocefisso di singolare espressività pende alla parete, posto sotto lo sguardo di chi siede al tavolo di lavoro. Una vastissima biblioteca con volumi di ogni sorta, di spiritualità e di studio, riempie tutt’intorno la stanza. Nella sala del pranzo comune, un ritratto di Mons. Giulio Facibene, una delle personalità che Don Barsotti ha frequentato familiarmente ed ha avuto modo di apprezzare. Niente radio, né televisione. Solo un ritrovare se stessi e tenersi liberi da ogni condizionamento.
D.- Quando e come è nata, Padre, questa accogliente sede della Comunità?
R.- Nel 1955 vi era qualche giovane che aspirava a vivere in Comunità insieme a me. Cercavo una sede idonea. Ero intanto cappellano delle Suore della Calsa a Firenze. Poi rimasi per sei mesi a Monte Senario, nella casetta eremitica di San Filippo Benizi. Successivamente mi venne indicata questa casa attuale e, vistala, feci il compromesso. La casa apparteneva ad una principessa rumena, una pretendente al trono di Romania, cugina di Vladimiro Ghika, di cui è in corso il processo di beatificazione come martire in Romania. Nel sessanta si aprì un’altra Comunità alla “Fornace”presso Pisa. I giovani che qui stavano, affermando di voler fare vita del tutto contemplativa, non condividevano i miei impegni nella predicazione degli Esercizi spirituali, ai quali da parte mia non intendevo rinunziare. Così si separarono da me. E da allora non si sono più mantenuti insieme tra loro. E’ stato un dramma per me, com’è testimoniato nel Diario “L’acqua e la pietra”. Così per vent’anni ho sperimentato la solitudine qui, nella Casa San Sergio. Finché nel 1985 sono venuti questi nuovi giovani, due dei quali, sono già sacerdoti, mentre altri due si preparano a diventarlo. In tutto siamo dieci. Ed altri giovani ancora dovranno venire.
D. - Quindi la consolazione dopo l’amarezza.
R. - Proprio così. Forse l’obbiezione di quei primi giovani, fortemente persuasi da qualcuno tra loro, era un pretesto per distruggere tutto.
D. - Mi pare ci siano anche delle suore nella Comunità.
R. - Sì, esistono due case di Suore, una delle quali e vicina alla nostra.
D. - Che cosa può dire dei suoi venti anni trascorsi qui da solo?
R. - Sono stati anni di studio e di preghiera. Tenevo esercizi spirituali nei monasteri specie presso i Carmelitani.
D. - Lei risolve nella ragione e nella fede i problemi dell’uomo - la morte, la solitudine - che altri non risolvono…
R. - La fede dovrebbe conoscere questa problematica ed avere in sé la capacità di risolverla. Essa
conosce il superamento della solitudine. Il Signore, infatti, è con noi. Lui era presente nei miei vent’anni di solitudine. Mi amava. Così superai la solitudine umana di cui senso a volte mi prendeva. Quanto alla morte, chi veramente crede vive al di là della morte.
D. - La realtà di Dio che ci riempie è un suo atto di fede e una sua conquista personale, come risulta da tutte le sue opere...
R. - La fede è la cosa più miracolosa. L’uomo sa di essere un nulla, un lampo. Ma crede, anzi è
certo, di essere il temine di un Amore infinito. Ecco il miracolo operato delle fede. Certo, è difficile credere. Vincere questo vertiginoso abisso che si apre all’uomo. Difficile perché le cose di
Dio non sono mai facili, ma debbono essere affrontate e superate. Anch’io potrei perdermi se Dio
non mi sostenesse. Infatti, è più facile non credere che credere. E l’uomo spesso sceglie la via più
facile. Anche ciò che insegna l”Islam è facile. “Come fa Dio ad amare l”uomo?”, esso si chiede.
E il più grande mistico musulmano fu martirizzato per aver affermato l'amore di Dio all’uomo. La
morte è il problema fondamentale. Tutto passa attraverso di essa. Anche la storia finisce. Dunque
il problema vero è la fede, che supera la prigionia del tempo. Essa sola ti rivela lo stupore e l'assurdo dell’Infinito che ti conosce e ti ha.
D. – L’eterno opposizione tra cultura e fede da tanti è vista come inevitabile. In quali termini Lei
la risolve?
R. - Per molti c’è opposizione tra cultura e fede perché si teme per la propria autonomia. Ma questo è un falso concetto. La fede infatti non è opposizione. E la natura non può stare senza fede.
D. - Quale il suo pensiero sui momenti storici attuali e sulle profezie, sui fenomeni di “apparizioni” e sui “messaggi”, oggi particolarmente abbondanti nella Chiesa? Quale il futuro che Lei prevede?
R. - Da quando Gesù ascese al cielo, la Chiesa non ha mai conosciuto tanti diretti interventi di Dio. Quindi non c’è abbandono da parte Sua verso di noi, e ciò è assicurato da tanti assidui interventi. Quanto al futuro, molti aspettano un intervento divino. E’ difficile, infatti, pensare come si possa arrivare ad una ripresa, e all’attuale situazione, attraverso le sole vie umane. Tanto tutto è stato sconvolto. E questi interventi divini fanno pensare ad una azione prossima di Dio nel mondo. Come, non sappiamo. Tali segni sono necessari per chi ha poca fede. Medugorje, ad esempio, rivela più del Concilio, attraverso le conversione anche i vescovi devono capire ciò. L”uomo è smarrito. Ed ecco che Cristo dice: «ci sono Io››. Questo è l’apparizione. Necessaria perché oggi non c’è più la testimonianza. Cinquant’anni fa o ancor più di recente c'erano grandi figure in Italia: I Card. Schustrer e Dalla Costa, Don Orione, Padre Pio. Ora è buio. Ecco la necessità di una luce. Che ci dice: Dio è con noi.
D. - Lei scrive in “Cento pensieri sull’amore”: «Il dialogo non crea l’unità, la suppone». Quindi vi è oggi anche nella Chiesa, una eccessiva o errata fiducia nel dialogo, come mezzo capace di avvicinare le tesi e le fedi più opposte.
R. - I dialoghi sono parole. Restano parole. E le divisioni egualmente rimangono. Come si realizza, infatti, l'unità? Forse col rinunciare a Cristo? Ai misteri? o con l’approdare ad una religiosità vaga? Quando saremo uno in Cristo, solo allora sapremo dialogare nella Carità e comprenderci. Solo allora saprem realizzare l’unità.
D. - Quindi solo lo Spirito realizzerà l'unità e l'ecumenismo.
R. - Esattamente. E l'unica via per arrivarci è la preghiera, attraverso la quale Egli solo realizzerà l’unità.                   (n. 16, 1991)

(intervista realizzata a San Sergio a Settignano (Firenze), condotta e realizzata insieme a Tommaso
Romano, in occasione di una visita/soggiorno spirituale unitamente a Pietro Mirabile nel 1991)