30 X 60 IL 4 FEBBRAIO A BAGHERIA
Il benemerito Circolo Culturale Giacomo Giardina di Bagheria e la Confraternita dei Beati Penitenti organizzano la Serata in onore di Tommaso Romano per i suoi sessanta anni con il Recitals 30x60,seconda tappa dopo la riuscitissima manifestazione del 19 gennaio u.s. svoltasi alla Sala delle Lapidi del Comune di Palermo.Interverranno il Presidente del Circolo Giuseppe Bagnasco,Maria Patrizia Allotta,Rita Elia.Partecipano i Poeti: Pia Amodeo,Vincenzo Aiello,Ignazio Balistreri,Nino Bellia,Maria Cancilla,Mariella Caruso,Antonino Causi,Palma Civello,Angela D'Amato,Michelangelo Di Lorenzo,Giovanni Dino,Cenzi Caruso,Francesco Federico,Dino Fornaro,Paola Galioto Grisanti (grazie alla Sua generosa ospitalita'),Teresa Giannone,Agata Graziano,Salvo Inserauto,Antonino Lo Piparo,Francesca Luzzio,Giovanni Mannino,Emilia Merenda,Adele Musso,Teresa Riccobono,Elena Saviano,Gloriano Solaro,Felice Talamo,Maria Rosa Tomasello,Vincenzo Vacanti,Giovanni Varisco.La manifestazione si concludera' con l'intervento di Tommaso Romano e si svolgera' nei Saloni della Villa Coglitore-Galioto ,Via Palagonia 141, con inizio alle ore 17,00 del 4 febbraio 2015.(Vito Mauro)
sabato 31 gennaio 2015
venerdì 30 gennaio 2015
DISTILLARE LA PAROLA PER LA VERITA’ DEL LINGUAGGIO
Una delle peculiari caratteristiche che seguendo la decadenza di un popolo è la perdita della nozione di verità e autenticità del linguaggio.
Ogni affermazione dettata da estemporaneità non è quindi equiparabile – solo perché allegramente e sconsideratamente pronunciata – al retto giudizio, alla meditata riflessione che si fanno parola, all’accogliente calore della limpidezza che le parole possono distillare, alle espressioni che si coniugano ai carichi e prudenti silenzi, a volte tanto eloquenti – se non più – delle stesse parole. L’imbarbarimento è proprio segnato dalla perdita di valore e di chiarezza della propria lingua. Qui, nessuno vuole ripercorrere le orme assai nefaste del Fichte, che scambia la peculiarità della lingua del popolo tedesco come superiorità dello stesso popolo, in quanto presunta lingua originaria, che avrebbe rifiutato nel tempo ogni contaminazione linguistica di altri popoli, fino a terrorizzare la famosa “ missione del detto” come filosofia indispensabile per ogni tedesco. Popolo che, malgrado spostamenti territoriali, non avrebbe intaccato la originaria purezza e saggezza. A logica conclusione di un tale percorso che certo accomunò altri Idealisti e lo stesso Hegel (con Cartesio, Rousseau e Kant già padri della dissoluzione moderna) si giunse alla follia nazista che, oggettivamente, è frutto di una elaborazione, per quanto rozza e talvolta impropria, di tali impostazioni teologico-filosofiche.
Ciò che abbonda nel linguaggio rischia la tracimazione, le parole sono a volte pesanti perché buttate giù come massi, sono espressioni superficiali e spesso prive di senso, atti gratuiti, inutili, a volte allusivi a volte di una banalità senza fondo. Anche la tendenza all’introduzione, nel linguaggio corrente, di parole straniere svilisce la bellezza della lingua, la sua profondità e complessità, verso una neolingua contaminata inutilmente o, peggio, schiava delle nuove forme di comunicazione mediatica, a cui la scuola- primariamente- non dovrebbe affatto subordinarsi, come invece colpevolmente avviene spesso.
Nel Vangelo di Matteo (5,37) si legge e si dovrebbe così in umiltà meditare: “ Ma il vostro parlare sia Sì Sì No No ciò che è in più viene dal maligno”. Non è questa la sede per l’apologia della regola delle concisione, piuttosto l’invito a non disperdere i propri talenti magari per consegnate le famose ”perle ai porci”. La grande epifania del sacro è intraducibile in umane parole e neppure ai grandi Spiriti è sempre concesso potere esprimere la bellezza dello stupore, la bellezza del reale che si tramuta in Ideale. Ancora, leggere e meditare la saggezza, tornare ai classici, riscoprire la perennità della Parola Viva, può anche voler dire che, colui che ha scritto è poco importante, rispetto al prudente contenuto: “ Non voler sapere chi l’ha detto ma poni mente a ciò che è detto” (Imitazione di Cristo).
Stupiscono negativamente le frasi fatte e ripetute, anche da chi in alto loco sta, stupiscono le approssimazioni condite da pseudoantropologia e parodia della filosofia, apparentemente infarcite di buone intenzioni (sappiamo a cosa sfociano le buone intenzioni), di una” misericordia” che si ripete ossessivamente e tanto lontana dalla modestia della Carità che resta ai più invisibile e che pure viene praticata e sperimentata da chi non vuole apparire e molto tiene invece al dono semplice e all’affinamento del proprio essere, verso quel necessario perfezionamento come Qualcuno ci ha indicato dover fare.
“ Ho scritto poco e avrei dovuto scrivere meno” affermava Cristina Campo quasi a significare l’importanza do ogni pur apparentemente semplice parola, detta o scritta.
Intanto mi autolimito anch’io, concludendo così questi spero non invadenti pensieri.
Tommaso Romano
Ogni affermazione dettata da estemporaneità non è quindi equiparabile – solo perché allegramente e sconsideratamente pronunciata – al retto giudizio, alla meditata riflessione che si fanno parola, all’accogliente calore della limpidezza che le parole possono distillare, alle espressioni che si coniugano ai carichi e prudenti silenzi, a volte tanto eloquenti – se non più – delle stesse parole. L’imbarbarimento è proprio segnato dalla perdita di valore e di chiarezza della propria lingua. Qui, nessuno vuole ripercorrere le orme assai nefaste del Fichte, che scambia la peculiarità della lingua del popolo tedesco come superiorità dello stesso popolo, in quanto presunta lingua originaria, che avrebbe rifiutato nel tempo ogni contaminazione linguistica di altri popoli, fino a terrorizzare la famosa “ missione del detto” come filosofia indispensabile per ogni tedesco. Popolo che, malgrado spostamenti territoriali, non avrebbe intaccato la originaria purezza e saggezza. A logica conclusione di un tale percorso che certo accomunò altri Idealisti e lo stesso Hegel (con Cartesio, Rousseau e Kant già padri della dissoluzione moderna) si giunse alla follia nazista che, oggettivamente, è frutto di una elaborazione, per quanto rozza e talvolta impropria, di tali impostazioni teologico-filosofiche.
Ciò che abbonda nel linguaggio rischia la tracimazione, le parole sono a volte pesanti perché buttate giù come massi, sono espressioni superficiali e spesso prive di senso, atti gratuiti, inutili, a volte allusivi a volte di una banalità senza fondo. Anche la tendenza all’introduzione, nel linguaggio corrente, di parole straniere svilisce la bellezza della lingua, la sua profondità e complessità, verso una neolingua contaminata inutilmente o, peggio, schiava delle nuove forme di comunicazione mediatica, a cui la scuola- primariamente- non dovrebbe affatto subordinarsi, come invece colpevolmente avviene spesso.
Nel Vangelo di Matteo (5,37) si legge e si dovrebbe così in umiltà meditare: “ Ma il vostro parlare sia Sì Sì No No ciò che è in più viene dal maligno”. Non è questa la sede per l’apologia della regola delle concisione, piuttosto l’invito a non disperdere i propri talenti magari per consegnate le famose ”perle ai porci”. La grande epifania del sacro è intraducibile in umane parole e neppure ai grandi Spiriti è sempre concesso potere esprimere la bellezza dello stupore, la bellezza del reale che si tramuta in Ideale. Ancora, leggere e meditare la saggezza, tornare ai classici, riscoprire la perennità della Parola Viva, può anche voler dire che, colui che ha scritto è poco importante, rispetto al prudente contenuto: “ Non voler sapere chi l’ha detto ma poni mente a ciò che è detto” (Imitazione di Cristo).
Stupiscono negativamente le frasi fatte e ripetute, anche da chi in alto loco sta, stupiscono le approssimazioni condite da pseudoantropologia e parodia della filosofia, apparentemente infarcite di buone intenzioni (sappiamo a cosa sfociano le buone intenzioni), di una” misericordia” che si ripete ossessivamente e tanto lontana dalla modestia della Carità che resta ai più invisibile e che pure viene praticata e sperimentata da chi non vuole apparire e molto tiene invece al dono semplice e all’affinamento del proprio essere, verso quel necessario perfezionamento come Qualcuno ci ha indicato dover fare.
“ Ho scritto poco e avrei dovuto scrivere meno” affermava Cristina Campo quasi a significare l’importanza do ogni pur apparentemente semplice parola, detta o scritta.
Intanto mi autolimito anch’io, concludendo così questi spero non invadenti pensieri.
Tommaso Romano
ThuLeggi: Pochi libri lasciano un segno profondo fra la narr...
ThuLeggi: Pochi libri lasciano un segno profondo fra la narr...: di Tommaso Romano Il crollo della grande capacità di narrare dell’uomo, del mondo e dell’eterno, di indagare ragioni, di abbandonarsi all’im...
mercoledì 28 gennaio 2015
Una bella Poesia di Elvira Sciurba,un dono
Inaspettatamente la scrittrice Elvira Sciurba, che leggo e apprezzo,mi fa omaggio del ''Lunario di Poesia 2015'' , diretto da Antonio Porta per le Edizioni del Giano di Roma.
Alla data del 2 marzo la Sciurba pubblica la poesia
ALL'AMICO TOMMASO ROMANO
Achille,
vestito di dura armatura,
corazza alla miseria umana
con sapiente arma
di conoscenza
dichiari guerra aperta
a ignoranza e presunzione
e senza tregua lotti,
notte e dì ,
per portare luce di verità terrena.
Ma il tuo tallone è sempre lì,
scoperto,
pronto ad accogliere,
come fertile grembo materno,
vitale colpo di amore e lealtà .
Le poesie non si commentano,si leggono, se possibile si vivono e , come in questo buon caso,si comprendono con intelletto partecipe e con affettuoso pensiero,colmo di gratitudine.(T.R.)
Inaspettatamente la scrittrice Elvira Sciurba, che leggo e apprezzo,mi fa omaggio del ''Lunario di Poesia 2015'' , diretto da Antonio Porta per le Edizioni del Giano di Roma.
Alla data del 2 marzo la Sciurba pubblica la poesia
ALL'AMICO TOMMASO ROMANO
Achille,
vestito di dura armatura,
corazza alla miseria umana
con sapiente arma
di conoscenza
dichiari guerra aperta
a ignoranza e presunzione
e senza tregua lotti,
notte e dì ,
per portare luce di verità terrena.
Ma il tuo tallone è sempre lì,
scoperto,
pronto ad accogliere,
come fertile grembo materno,
vitale colpo di amore e lealtà .
Le poesie non si commentano,si leggono, se possibile si vivono e , come in questo buon caso,si comprendono con intelletto partecipe e con affettuoso pensiero,colmo di gratitudine.(T.R.)
ThuLeggi: INTERVENTO DI ARTURO DONATI - "IL SISMOGRAFO E LA ...
ThuLeggi: INTERVENTO DI ARTURO DONATI - "IL SISMOGRAFO E LA ...: Dopo aver pubblicato l' intervento di Maurizio Massimo Bianco sul libro "Il sismografo e la cometa" segnaliamo l'intervent...
domenica 25 gennaio 2015
Presentazione "Il sismografo e la cometa" (Tommaso Romano, Palermo 2014)
Come annunciato si è svolta la presentazione a Paermo,nella prestigiosa Sala delle Lapidi del Comune,del nuovo libro della collezione del mosaicosmo di Tommaso Romano ''Il sismografo e la cometa'' edito dall'ISSPE,con la partecipazione di oltre 150 ospiti.Il Consigliere Comunale avv. Giulio Cusumano ha introdotto e donato una Targa a Romano a nome della Citta',sono intervenuti Giuseppe Bagnasco,Umberto Balistreri, Maurizio Massimo Bianco,Arturo Donati,alla Presidenza Ciro Spataro,Elide Triolo,Vito Mauro,Maria Patrizia Allotta,Pippo Romeres ha letto spendidamente 30 testi lirici di poeti e 2 di Romano,mentre applauditissimo il maestro Francesco Maria Martorana ha dato un saggio di pezzi di chitarra classica fra cui uno inedito composto per Tommaso Romano.Pubblichiamo di seguito l'intervento di notevole spessore del prof. Maurizio Massimo Bianco ricercatore di lingua e letteratura latina all'Universita' di Palermo,autore di preziosi saggi e traduzioni,si occupa prevalentemente di commedia e retorica del mondo antico,nonchè di biografia,storiografia e antropologia. (Vito Mauro)
di Maurizio Massimo Bianco
Quelli di Tommaso Romano sono per così dire dei veri e propri libri a mosaico, dei metalibri, costruiti talora intorno e a premessa ad altri libri, attraverso un labirinto spesso e sorprendente di ricerche e di percorsi. Aprono curiosità, introducono ad universi paralleli, danno conferme, sviluppano revisioni.
La collana del Mosaicosmo è giunta ora al suo dodicesimo volume. Un traguardo ambizioso che dimostra come il percorso culturale di Tommaso Romano sia ancora fertile, ancora destinato a dare fruttuose interpretazioni della realtà e della sua misteriosa articolazione. Non a caso la collana è intitolata ad uno splendido neologismo, Mosaicosmo. Ne spiega molto bene il senso Ida Rampolla Del Tindaro, utilizzando gli stessi chiarimenti di T.R.: «la tessera del mosaico rappresenta […] la sintesi simbolica che la vita dell’uomo sviluppa nei suoi atti, nella sua coscienza, nella profondità del suo essere, che è unico ma fa parte di un insieme e non è mai avulso da un contesto in cui tutto, anche una particella infinitesimale come un tassello, ha un senso e si proietta verso il mistero. Ogni essere umano è dunque indispensabile nell’economia del creato e ogni uomo […] ha una sua missione da compiere». L’occhio di Tommaso Romano, guidato da sensibilità e formazione, indaga su alcune corrispondenze, per dirla in termini baudelairiani, cerca di intuire alcuni legami tra le tessere del tempio della Natura. Non si tratta mai di un lavoro di cucitura ma di uno sguardo di ricomposizione, che tiene insieme molteplicità e unità
Innanzitutto il titolo, Il sigmografo e la cometa: come talora T.R. ama fare, il titolo non è mai del tutto espressamente spiegato all’interno del volume; qualcuno, ad esempio, si continua ancora ad interrogare su cosa esattamente significhi L’isola Diamascien. Ma i titoli - ce lo insegna Genette – sono soglie, ci portano già dentro il testo, anche quando semplicemente producono interrogativi, certezze o fraintendimenti, perché un libro, prima ancora che dell’autore, è soprattutto di un lettore. Quello che subito balza all’occhio è l’ossimoro di questa espressione: da un lato c’è il sismografo che registra e presuppone il sisma, il movimento, la distruzione; dall’altro c’è la cometa che segna la strada, indica una via, dà certezze. È un ossimoro orientato in positivo, perché la cometa segue il sismografo e non il contrario: non si ignora la slavina, il clima ‘apocalittico’ (come lo definisce lo stesso T.R.), ma si consegna al lettore un’occasione, una possibilità, un percorso di salvezza. La cometa è un simbolo straordinario, sacro e profano al contempo, che riesce a riscattare con la sua aura poetica anche molti messaggi prosaici.
Il libro si articola in 5 sezioni, che in qualche modo prospettano campi di indagine diversi ma che inevitabilmente, nel quadro del mosaico, finiscono per richiamarsi tra loro.
La prima parte, intitolata LA TRADIZIONE E LA DERIVA APOCALITTICA, è aperta da un lungo saggio, inedito, sulle LINEE ANTIMODERNE PER I CAVALIERI ERRANTI DELL’IDEALE. Si tratta di un’ampia riflessione sul nostro tempo e sulle sue prospettive, in un’epoca segnata dalla crisi delle istituzioni politiche, economiche e spirituali. T.R. parla di clima apocalittico, anche se non si lascia mai tentare dal nichilismo. Contro questo quadro desolante vengono chiamati in causa, con una bella allusione donchisciottiana, i cavalieri erranti dell’ideale, ovvero quella resistenza, apocalittica e controrivoluzionaria, che è individuata, con una felice metafora, nelle microcomunità agricole degli uomini di cultura e nell’azione coraggiosa dei piccoli gruppi. T.R. non risparmia critiche, talora con sottile ironia, nemmeno ai cavalieri mancati, anche a quei Pastori di anime che, a suo avviso, hanno in qualche maniera rinunciato alla resistenza.
Al centro delle pagine di T.R. c’è proprio l’idea di progresso, che, come egli bene sottolinea, a partire dall’epoca post-illuministica si è trasformata in una vera e propria ideologia, in una sorta di fede unilaterale che, quasi secondo un fondamentalismo rovesciato, oggi non ammette infedeli: non si può non credere nel progresso. Nel saggio invece si insiste sulla necessità di un ripensamento radicale della modernità, che possa comportare una resistenza etica ma anche «spazi autarchicamente e umanamente tollerabili, anche in senso geopolitico». In questo sisma la cometa è rappresentata dal sacro; come afferma l’autore, «“Rivestirsi” di sacro è possibile, ma è anche arduo. Il sacro è comunque già nell’uomo imago Dei, è nella natura imago Dei, è nel cosmo imago Dei. Basta saperlo scrutare e coglierlo, il sacro, attraverso la direzione di pastori e guide all’altezza del compito tanto immane […] senza sincretismi e senza falsi pietismi».
La riflessione di T.R. si avvale, comunque, in maniera evidente delle sue risorse di storico e filosofo e delle sue competenze di politico. Al disastro, al terremoto, morale ed economico, si oppone una scia di luce, un percorso ideale, valido per i piccoli cavalieri ma anche per chi agisce da protagonista. A loro l’autore si rivolge nelle considerazioni conclusive: «Il protezionismo non deve essere un tabù, è la sola strada maestra possibile. Questo non significherà chiudere ermeticamente le frontiere ai nostri esportatori (pochi, in pochi settori e ormai marginali nello scacchiere mondiale) e a chi vuole introdurre i suoi prodotti in Italia. Bisognerà incoraggiare, promuovere, controllare e agevolare il mercato interno, con condizioni precise da imporre al liberismo e al mercatismo imperanti, per l’import-export».
IL SUD, L’ITALIA, LA NOSTRA STORIA: UNA NECESSARIA CHIARIFICAZIONE è il
secondo saggio della prima parte, anch’esso parzialmente inedito.
Viene chiarita l’occasione di questa riflessione, scaturita da una domanda insistente che è stata rivolta a T.R. dopo la pubblicazione del suo saggio su Vittorio Amedeo di Savoia Re di Sicilia. Lui stesso la sintetizza: come si può essere revisionisti rispetto al Risorgimento e poi scrivere un’opera sui Savoia? La riflessione che ne viene fuori è davvero straordinaria, perché non si limita soltanto a chiarire obiettivi e senso dell’indagine storiografica, che ovviamente avviene al di là delle nostre convinzioni, anzi avviene anche e soprattutto proprio fuori da ogni nostro pre-giudizio, ma diventa occasione per aprire altre interessanti considerazioni e porre nuovi quesiti. L’appartenenza, che sia essa politica, sociale o economica, non può mai portare all’ingenua illusione dell’esistenza di un sistema perfetto: e l’assenza di un bene terreno assoluto – mi si passi l’espressione – finisce per negare, in una sorta di manicheismo rovesciato, l’esistenza di un male terreno assoluto. Ci sono i buoni e i cattivi processi della storia: lo storico (ma si potrebbe aggiungere anche il politico, il filosofo) che, guidato da moralismo e partigianerie, guardasse a questi processi in maniera unidirezionale, finirebbe per tradire il suo stesso mandato scientifico. Il confronto tra alcune posizioni dei Savoia e dei Borbone, che T.R. tratteggia con una semplicità disarmante, non lascia dubbi sulla prospettiva con cui vanno misurati gli eventi e che lo stesso autore sintetizza con una definizione di Franco Cardini: «La storia, come indagine razionalmente e sistematicamente condotta su fatti, istituzioni e strutture del passato, non può essere altro che rilettura, reinterpretazione e quindi revisione continua di giudizio e di interpretazioni precedenti». Avere messo in luce le storture del processo di unificazione italiano non significa pretendere un antistorico rovesciamento degli eventi ma una più rivoluzionaria affermazione della verità storica, come necessaria per ripensarci sia oggi che domani. E come è il domani ripensato da T.R.? Ce lo dice lui stesso: «Ciò che conta, allora, è la riconquista della regalità a tutti i livelli, per ridare unità e dignità ad un popolo che l’ha perduta in quasi settanta anni di repubblica e di malgoverno, di mafie e malaffare».
Nel saggio RENDICONTI E PROSPETTIVE TRADIZIONALPOPOLARI si dipinge il bisogno di una “meta politica”, di un otium fruttuoso, che chi ha esperienza politica (e in questo caso il riferimento è alla stagione del partito Tradizional Popolare) ha il dovere di praticare. Quasi seguendo idealmente la lezione sallustiana, si evidenzia l’esigenza di mettere a disposizione il proprio patrimonio di idee ed esperienze, di vocazione e di cultura in tutti i modi possibili. «Essere lievito di progetto, prospettiva, programma, saper analizzare, formare, indirizzare non sarà - come non è stato - effimero modo di essere e agire».
Di questo patrimonio T.R. dà subito prova nel saggio successivo, dove, a partire dall’analisi di Agostino Portanova, egli riflette sulla parabola politica italiana dagli anni ottanta al primo governo Berlusconi, mettendo bene in luce tutti gli aspetti delle nostra ‘democrazia difficile’. La Seconda parte del libro è chiamata FRA STORIA, STORIOGRAFIA MUNICIPALE E BENI CULTURALI. Dietro ogni riflessione si scorge la fatica intellettuale ma si intravvedono anche le reti culturali che legano l’autore al suo territorio.
L’interesse per la simbologia emerge con evidenza in METASTORIA E SIMBOLO NEL NODO DI SALOMONE SECONDO PIPPO LO CASCIO ma anche in FARI E FANALI DI SICILIA,
dove si sottolinea la dimensione lirica dei fari, che, in analogia con la cometa, sono simbolo della luce e del giusto cammino, oltre che materia di interesse storico, architettonico, strategico.
I saggi LEONFORTE DEL SEICENTO NELLE RICERCHE DI NINO PISCIOTTA e ancora PER CRUILLAS: FRAMMENTI DI STORIA MUNICIPALE danno occasione a T.R. di rivendicare la nobiltà della storiografia municipale, ormai lontana dalle sommarie storie locali dei maestri, farmacisti e notai dall’Ottocento. Come egli stesso conferma, «la nuova Storiografia Municipale oggi è come una vera e propria scienza storica che segue… tutti i riferimenti utili alla ricostruzione della vicenda comunitaria».
Una forte convinzione, ovvero che «la cultura è anzitutto (anche nei suoi esiti concreti) anima che vive nelle cose oltre che nell’umano e nel mondo» è quella che sta alla base delle riflessioni proposte in UNA GUIDA ESSENZIALE PER I BENI CULTURALI.
Nella terza parte, dove Romano va esplicitamente ALLA RICERCA DELLA PAROLA AUTENTICA, troviamo molti saggi, brevi e ricchi.
In questa sezione T.R. dà prova della sensibilità che lo guida a leggere il panorama culturale in cui si muove. Chi sfoglia queste pagine riesce facilmente a capire come siano plurali e articolati gli interessi dell’autore, uomo di cultura ma soprattutto uomo innamorato della ‘parola autentica’, quella capace di tracciare disegni e che non rinuncia alla ricerca della verità. Molto raffinate le considerazioni sull’INIpoesia di Antonino Russo, sul profondo pathos di Stefano Lo Cicero, sulla lingua variopinta e ironica di Vito Conigliaro, sulle parole pulsanti e “scandite come lama” di Francesca Guajana e sull’opera di Dino Grammatico (“AD OGNI AVVENTO” DI DINO D’ERICE) e sulla dimensione totalizzante della poesia di quest’ultimo, intesa come poesia del ‘noi’, della coralità, che consacra il poeta come poeta dell’eticità. La lettura critica delle poesie di Michele Sarrica è, ancora, portata avanti con estrema sicurezza e sintetizzata efficacemente come frutto di un’anima sacrale, per la quale la religio è congiunzione e non laccio. Nell’opera di Pasquale Attard, T.R. vede con lucidità il tema della parusia, per mezzo della quale – come egli sottolinea - il Regno di Dio viene a congiungere i cieli e la terra.
Ancora in questa parte, volendo non trascurare nulla, equilibrato e profondo è il ritratto dell’opera di Salvatore di Marco (LE RIVISITAZIONI CRITICHE E BIOGRAFICHE DI FIGURE NOTE E DIMENTICATE DELLA CULTURA SICILIANA NELLA RICERCA LETTERARIA DI
SALVATORE DI MARCO), di cui T.R. ricostruisce formazione e interessi, dimostrando la sensibilità e la misura di chi sa esplorare anche terreni scomodi o semisconosciuti.
Romano propone in questa sezione anche una lucida lettura dell’epistolario di Salvatore Li Bassi al padre Matteo La Grua, inquadrandolo come «un viaggio interiore di purificazione, di bellezza verso la Luce», un viaggio concepito all’interno di quella dimensione cristocentrica che è alla base del pensiero libassiano. Viene sottolineato opportunamente come la «scrittura della vita non è solo un cumulo di occasioni», perché noi non siamo nel mondo per caso.
Una quarta sezione, intitolata PER CAUSA D’ARTE, mostra ancora le competenze e la passione di
T.R. per l’universo artistico e conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la grande versatilità dei suoi interessi. Chi ha frequentato il suo studio non fatica a comprendere come per Tommaso Romano non sia davvero possibile creare barriere tra arte e storia, tra poesia e filosofia, tra formazione e politica: tutto si sintetizza nella sua sete di conoscenza, che non è mai sterile ma concepita sempre come condivisione di spazi, come occasione per capirsi e per capire. In questa parte troviamo riflessioni su Giuseppe di Giovanni, dove il tema della luce viene interpretato anche come proiezione metafisica, su Angelo Denaro, di cui viene ricostruito tutto il percorso artistico, sui disegni di Giuseppe Alletto, sui ‘santini, di cui si coglie il valore spirituale, culturale ed etnoantropologico, sulla raccolta fotografica di Umberto Balistreri dedicata ad un’Aspra policroma.
Un’ultima sezione è poi dedicata a quelli che T.R., con un titolo ad effetto, chiama FIGURE E PERSONAGGI NEL CAMMINO. In questo universo ritroviamo pagine indirizzate a Francesco Brancato, Michele Pantaleone, Renzo Mazzone, Francesco Carbone, Ludovico Gippetto, Sergio Ceccotti.
Il libro è chiuso da un denso saggio di IDA RAMPOLLA DEL TINDARO, che ricostruisce con lucidità il percorso bibliografico, e quindi intellettuale, dell’autore.
Per chiudere questa breve scheda, mi piace utilizzare un’affermazione contenuta in questo stesso volume, un’affermazione che bene traduce il senso e lo spirito della comunione intellettuale, della circolazione di idee, della condivisione di saperi che da sempre guidano l’azione culturale di T.R., convinto che solo i fili bene intrecciati producono un ottimo tessuto.
«Ciò che connota una comunità sono i legami, non solo di nascita o parentali ma anche di intendimenti, stili e memorie. La comunità, infatti, non è un semplice agglomerato confuso e indistinto, indifferente e freddo a ciò che si muove, germoglia o perisce. Certamente è molto di più. È un destino comune, direi, che costruisce ponti e non cinte murarie, che si riconosce nell’auspicare il meglio per la polis, nella sua totale interezza, che ha una fede uguale, una speranza profonda, una solidarietà operosa, vigile».
di Maurizio Massimo Bianco
Quelli di Tommaso Romano sono per così dire dei veri e propri libri a mosaico, dei metalibri, costruiti talora intorno e a premessa ad altri libri, attraverso un labirinto spesso e sorprendente di ricerche e di percorsi. Aprono curiosità, introducono ad universi paralleli, danno conferme, sviluppano revisioni.
La collana del Mosaicosmo è giunta ora al suo dodicesimo volume. Un traguardo ambizioso che dimostra come il percorso culturale di Tommaso Romano sia ancora fertile, ancora destinato a dare fruttuose interpretazioni della realtà e della sua misteriosa articolazione. Non a caso la collana è intitolata ad uno splendido neologismo, Mosaicosmo. Ne spiega molto bene il senso Ida Rampolla Del Tindaro, utilizzando gli stessi chiarimenti di T.R.: «la tessera del mosaico rappresenta […] la sintesi simbolica che la vita dell’uomo sviluppa nei suoi atti, nella sua coscienza, nella profondità del suo essere, che è unico ma fa parte di un insieme e non è mai avulso da un contesto in cui tutto, anche una particella infinitesimale come un tassello, ha un senso e si proietta verso il mistero. Ogni essere umano è dunque indispensabile nell’economia del creato e ogni uomo […] ha una sua missione da compiere». L’occhio di Tommaso Romano, guidato da sensibilità e formazione, indaga su alcune corrispondenze, per dirla in termini baudelairiani, cerca di intuire alcuni legami tra le tessere del tempio della Natura. Non si tratta mai di un lavoro di cucitura ma di uno sguardo di ricomposizione, che tiene insieme molteplicità e unità
Innanzitutto il titolo, Il sigmografo e la cometa: come talora T.R. ama fare, il titolo non è mai del tutto espressamente spiegato all’interno del volume; qualcuno, ad esempio, si continua ancora ad interrogare su cosa esattamente significhi L’isola Diamascien. Ma i titoli - ce lo insegna Genette – sono soglie, ci portano già dentro il testo, anche quando semplicemente producono interrogativi, certezze o fraintendimenti, perché un libro, prima ancora che dell’autore, è soprattutto di un lettore. Quello che subito balza all’occhio è l’ossimoro di questa espressione: da un lato c’è il sismografo che registra e presuppone il sisma, il movimento, la distruzione; dall’altro c’è la cometa che segna la strada, indica una via, dà certezze. È un ossimoro orientato in positivo, perché la cometa segue il sismografo e non il contrario: non si ignora la slavina, il clima ‘apocalittico’ (come lo definisce lo stesso T.R.), ma si consegna al lettore un’occasione, una possibilità, un percorso di salvezza. La cometa è un simbolo straordinario, sacro e profano al contempo, che riesce a riscattare con la sua aura poetica anche molti messaggi prosaici.
Il libro si articola in 5 sezioni, che in qualche modo prospettano campi di indagine diversi ma che inevitabilmente, nel quadro del mosaico, finiscono per richiamarsi tra loro.
La prima parte, intitolata LA TRADIZIONE E LA DERIVA APOCALITTICA, è aperta da un lungo saggio, inedito, sulle LINEE ANTIMODERNE PER I CAVALIERI ERRANTI DELL’IDEALE. Si tratta di un’ampia riflessione sul nostro tempo e sulle sue prospettive, in un’epoca segnata dalla crisi delle istituzioni politiche, economiche e spirituali. T.R. parla di clima apocalittico, anche se non si lascia mai tentare dal nichilismo. Contro questo quadro desolante vengono chiamati in causa, con una bella allusione donchisciottiana, i cavalieri erranti dell’ideale, ovvero quella resistenza, apocalittica e controrivoluzionaria, che è individuata, con una felice metafora, nelle microcomunità agricole degli uomini di cultura e nell’azione coraggiosa dei piccoli gruppi. T.R. non risparmia critiche, talora con sottile ironia, nemmeno ai cavalieri mancati, anche a quei Pastori di anime che, a suo avviso, hanno in qualche maniera rinunciato alla resistenza.
Al centro delle pagine di T.R. c’è proprio l’idea di progresso, che, come egli bene sottolinea, a partire dall’epoca post-illuministica si è trasformata in una vera e propria ideologia, in una sorta di fede unilaterale che, quasi secondo un fondamentalismo rovesciato, oggi non ammette infedeli: non si può non credere nel progresso. Nel saggio invece si insiste sulla necessità di un ripensamento radicale della modernità, che possa comportare una resistenza etica ma anche «spazi autarchicamente e umanamente tollerabili, anche in senso geopolitico». In questo sisma la cometa è rappresentata dal sacro; come afferma l’autore, «“Rivestirsi” di sacro è possibile, ma è anche arduo. Il sacro è comunque già nell’uomo imago Dei, è nella natura imago Dei, è nel cosmo imago Dei. Basta saperlo scrutare e coglierlo, il sacro, attraverso la direzione di pastori e guide all’altezza del compito tanto immane […] senza sincretismi e senza falsi pietismi».
La riflessione di T.R. si avvale, comunque, in maniera evidente delle sue risorse di storico e filosofo e delle sue competenze di politico. Al disastro, al terremoto, morale ed economico, si oppone una scia di luce, un percorso ideale, valido per i piccoli cavalieri ma anche per chi agisce da protagonista. A loro l’autore si rivolge nelle considerazioni conclusive: «Il protezionismo non deve essere un tabù, è la sola strada maestra possibile. Questo non significherà chiudere ermeticamente le frontiere ai nostri esportatori (pochi, in pochi settori e ormai marginali nello scacchiere mondiale) e a chi vuole introdurre i suoi prodotti in Italia. Bisognerà incoraggiare, promuovere, controllare e agevolare il mercato interno, con condizioni precise da imporre al liberismo e al mercatismo imperanti, per l’import-export».
IL SUD, L’ITALIA, LA NOSTRA STORIA: UNA NECESSARIA CHIARIFICAZIONE è il
secondo saggio della prima parte, anch’esso parzialmente inedito.
Viene chiarita l’occasione di questa riflessione, scaturita da una domanda insistente che è stata rivolta a T.R. dopo la pubblicazione del suo saggio su Vittorio Amedeo di Savoia Re di Sicilia. Lui stesso la sintetizza: come si può essere revisionisti rispetto al Risorgimento e poi scrivere un’opera sui Savoia? La riflessione che ne viene fuori è davvero straordinaria, perché non si limita soltanto a chiarire obiettivi e senso dell’indagine storiografica, che ovviamente avviene al di là delle nostre convinzioni, anzi avviene anche e soprattutto proprio fuori da ogni nostro pre-giudizio, ma diventa occasione per aprire altre interessanti considerazioni e porre nuovi quesiti. L’appartenenza, che sia essa politica, sociale o economica, non può mai portare all’ingenua illusione dell’esistenza di un sistema perfetto: e l’assenza di un bene terreno assoluto – mi si passi l’espressione – finisce per negare, in una sorta di manicheismo rovesciato, l’esistenza di un male terreno assoluto. Ci sono i buoni e i cattivi processi della storia: lo storico (ma si potrebbe aggiungere anche il politico, il filosofo) che, guidato da moralismo e partigianerie, guardasse a questi processi in maniera unidirezionale, finirebbe per tradire il suo stesso mandato scientifico. Il confronto tra alcune posizioni dei Savoia e dei Borbone, che T.R. tratteggia con una semplicità disarmante, non lascia dubbi sulla prospettiva con cui vanno misurati gli eventi e che lo stesso autore sintetizza con una definizione di Franco Cardini: «La storia, come indagine razionalmente e sistematicamente condotta su fatti, istituzioni e strutture del passato, non può essere altro che rilettura, reinterpretazione e quindi revisione continua di giudizio e di interpretazioni precedenti». Avere messo in luce le storture del processo di unificazione italiano non significa pretendere un antistorico rovesciamento degli eventi ma una più rivoluzionaria affermazione della verità storica, come necessaria per ripensarci sia oggi che domani. E come è il domani ripensato da T.R.? Ce lo dice lui stesso: «Ciò che conta, allora, è la riconquista della regalità a tutti i livelli, per ridare unità e dignità ad un popolo che l’ha perduta in quasi settanta anni di repubblica e di malgoverno, di mafie e malaffare».
Nel saggio RENDICONTI E PROSPETTIVE TRADIZIONALPOPOLARI si dipinge il bisogno di una “meta politica”, di un otium fruttuoso, che chi ha esperienza politica (e in questo caso il riferimento è alla stagione del partito Tradizional Popolare) ha il dovere di praticare. Quasi seguendo idealmente la lezione sallustiana, si evidenzia l’esigenza di mettere a disposizione il proprio patrimonio di idee ed esperienze, di vocazione e di cultura in tutti i modi possibili. «Essere lievito di progetto, prospettiva, programma, saper analizzare, formare, indirizzare non sarà - come non è stato - effimero modo di essere e agire».
Di questo patrimonio T.R. dà subito prova nel saggio successivo, dove, a partire dall’analisi di Agostino Portanova, egli riflette sulla parabola politica italiana dagli anni ottanta al primo governo Berlusconi, mettendo bene in luce tutti gli aspetti delle nostra ‘democrazia difficile’. La Seconda parte del libro è chiamata FRA STORIA, STORIOGRAFIA MUNICIPALE E BENI CULTURALI. Dietro ogni riflessione si scorge la fatica intellettuale ma si intravvedono anche le reti culturali che legano l’autore al suo territorio.
L’interesse per la simbologia emerge con evidenza in METASTORIA E SIMBOLO NEL NODO DI SALOMONE SECONDO PIPPO LO CASCIO ma anche in FARI E FANALI DI SICILIA,
dove si sottolinea la dimensione lirica dei fari, che, in analogia con la cometa, sono simbolo della luce e del giusto cammino, oltre che materia di interesse storico, architettonico, strategico.
I saggi LEONFORTE DEL SEICENTO NELLE RICERCHE DI NINO PISCIOTTA e ancora PER CRUILLAS: FRAMMENTI DI STORIA MUNICIPALE danno occasione a T.R. di rivendicare la nobiltà della storiografia municipale, ormai lontana dalle sommarie storie locali dei maestri, farmacisti e notai dall’Ottocento. Come egli stesso conferma, «la nuova Storiografia Municipale oggi è come una vera e propria scienza storica che segue… tutti i riferimenti utili alla ricostruzione della vicenda comunitaria».
Una forte convinzione, ovvero che «la cultura è anzitutto (anche nei suoi esiti concreti) anima che vive nelle cose oltre che nell’umano e nel mondo» è quella che sta alla base delle riflessioni proposte in UNA GUIDA ESSENZIALE PER I BENI CULTURALI.
Nella terza parte, dove Romano va esplicitamente ALLA RICERCA DELLA PAROLA AUTENTICA, troviamo molti saggi, brevi e ricchi.
In questa sezione T.R. dà prova della sensibilità che lo guida a leggere il panorama culturale in cui si muove. Chi sfoglia queste pagine riesce facilmente a capire come siano plurali e articolati gli interessi dell’autore, uomo di cultura ma soprattutto uomo innamorato della ‘parola autentica’, quella capace di tracciare disegni e che non rinuncia alla ricerca della verità. Molto raffinate le considerazioni sull’INIpoesia di Antonino Russo, sul profondo pathos di Stefano Lo Cicero, sulla lingua variopinta e ironica di Vito Conigliaro, sulle parole pulsanti e “scandite come lama” di Francesca Guajana e sull’opera di Dino Grammatico (“AD OGNI AVVENTO” DI DINO D’ERICE) e sulla dimensione totalizzante della poesia di quest’ultimo, intesa come poesia del ‘noi’, della coralità, che consacra il poeta come poeta dell’eticità. La lettura critica delle poesie di Michele Sarrica è, ancora, portata avanti con estrema sicurezza e sintetizzata efficacemente come frutto di un’anima sacrale, per la quale la religio è congiunzione e non laccio. Nell’opera di Pasquale Attard, T.R. vede con lucidità il tema della parusia, per mezzo della quale – come egli sottolinea - il Regno di Dio viene a congiungere i cieli e la terra.
Ancora in questa parte, volendo non trascurare nulla, equilibrato e profondo è il ritratto dell’opera di Salvatore di Marco (LE RIVISITAZIONI CRITICHE E BIOGRAFICHE DI FIGURE NOTE E DIMENTICATE DELLA CULTURA SICILIANA NELLA RICERCA LETTERARIA DI
SALVATORE DI MARCO), di cui T.R. ricostruisce formazione e interessi, dimostrando la sensibilità e la misura di chi sa esplorare anche terreni scomodi o semisconosciuti.
Romano propone in questa sezione anche una lucida lettura dell’epistolario di Salvatore Li Bassi al padre Matteo La Grua, inquadrandolo come «un viaggio interiore di purificazione, di bellezza verso la Luce», un viaggio concepito all’interno di quella dimensione cristocentrica che è alla base del pensiero libassiano. Viene sottolineato opportunamente come la «scrittura della vita non è solo un cumulo di occasioni», perché noi non siamo nel mondo per caso.
Una quarta sezione, intitolata PER CAUSA D’ARTE, mostra ancora le competenze e la passione di
T.R. per l’universo artistico e conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la grande versatilità dei suoi interessi. Chi ha frequentato il suo studio non fatica a comprendere come per Tommaso Romano non sia davvero possibile creare barriere tra arte e storia, tra poesia e filosofia, tra formazione e politica: tutto si sintetizza nella sua sete di conoscenza, che non è mai sterile ma concepita sempre come condivisione di spazi, come occasione per capirsi e per capire. In questa parte troviamo riflessioni su Giuseppe di Giovanni, dove il tema della luce viene interpretato anche come proiezione metafisica, su Angelo Denaro, di cui viene ricostruito tutto il percorso artistico, sui disegni di Giuseppe Alletto, sui ‘santini, di cui si coglie il valore spirituale, culturale ed etnoantropologico, sulla raccolta fotografica di Umberto Balistreri dedicata ad un’Aspra policroma.
Un’ultima sezione è poi dedicata a quelli che T.R., con un titolo ad effetto, chiama FIGURE E PERSONAGGI NEL CAMMINO. In questo universo ritroviamo pagine indirizzate a Francesco Brancato, Michele Pantaleone, Renzo Mazzone, Francesco Carbone, Ludovico Gippetto, Sergio Ceccotti.
Il libro è chiuso da un denso saggio di IDA RAMPOLLA DEL TINDARO, che ricostruisce con lucidità il percorso bibliografico, e quindi intellettuale, dell’autore.
Per chiudere questa breve scheda, mi piace utilizzare un’affermazione contenuta in questo stesso volume, un’affermazione che bene traduce il senso e lo spirito della comunione intellettuale, della circolazione di idee, della condivisione di saperi che da sempre guidano l’azione culturale di T.R., convinto che solo i fili bene intrecciati producono un ottimo tessuto.
«Ciò che connota una comunità sono i legami, non solo di nascita o parentali ma anche di intendimenti, stili e memorie. La comunità, infatti, non è un semplice agglomerato confuso e indistinto, indifferente e freddo a ciò che si muove, germoglia o perisce. Certamente è molto di più. È un destino comune, direi, che costruisce ponti e non cinte murarie, che si riconosce nell’auspicare il meglio per la polis, nella sua totale interezza, che ha una fede uguale, una speranza profonda, una solidarietà operosa, vigile».
mercoledì 21 gennaio 2015
GIUNTA SICILIANA DI TRADIZIONE PATRIA E PREMIO “SIGILLUM” – VITTORIO AMEDEO RE DI SICILIA -
Il 14 del mese di Ottobre 2013, nel Trecentesimo Anniversario dell’incoronazione di S.M. Vittorio Amedeo di Savoia, Re di Sicilia, si riunirono nella Sede della Fondazione Thule Cultura in Palermo, Palazzo Moretti Romano, i Fondatori: Prof. Tommaso Romano, Avv. Michele Pivetti Gagliardi, Cav. Francesco D’Appolito, che decisero il formarsi di una “Giunta Siciliana di Tradizione Patria” (G.S.T.P.) per la diffusione, conoscenza e sensibilizzazione della Storia di Sicilia, del Meridione e d’Italia, alla luce dei valori spirituali, culturali e di libertà di ricerca, da affermare con la fedeltà, lo studio, per la restaurazione dell’ordine civile e la perseveranza intellettuale, nonché con l’azione culturale, in ogni dominio, attese le urgenze dell’ora presente e la crescente perdita di identità e memoria.
In tale realtà la G.S.T.S. sviluppa, i suoi fini con Convegni, Seminari, attribuzioni di Borse di Studio, Conferenze, Pubblicazioni.
I Fondatori, che possono cooptare altri componenti a far parte dell’organismo e della giuria, designano e premiano con il “Sigillum” e altri eventuali riconoscimenti, i meritevoli, a giudizio insindacabile, che verranno iscritti in apposito Albo dei Soci d’Onore.
Lo stemma associativo è quello adottato dal Re Vittorio Amedeo II durante il Suo Regno nell’isola (1713-1719, formalmente fino al 1720).
La Sede è in Palermo e le manifestazioni associative e le attribuzioni onorifiche potranno svolgersi in ogni luogo di Sicilia. Protettore è invocato San Bernardo di Chiaravalle. Viene istituito – facendo Memoria dell’incoronazione a Re di Sicilia di S.M. Vittorio Amedeo di Savoia (1713) – un Sigillum, Premio Biennale e riconoscimento per tutti coloro che si sono resi meritevoli per gli Studi Storici, per la Fedeltà alle Tradizioni morali e dinastiche, per l’Arte, la Letteratura, la Scienza.
La prima solenne Cerimonia di Consegna del Sigillum si è svolta nella Sala Congressi dell’Hotel Addaura di Palermo nel mese di novembre 2013. Gli insigniti sono stati: Avv. Sen. Alessandro Sacchi; On. Avv. Enzo Trantino; On. Avv. Guido Lo Porto; Gen. Dott. Gaetano Failla; Barone Avv. Giulio Tramontana; Avv. Gaetano Ennio Palmigiano; Prof. Antonio Martorana; Prof.ssa Maria Patrizia Allotta; Maestro Stefano Lo Cicero; Prof. Umberto Balistreri; Prof.ssa Maria Elena Mignosi Picone; N.D. Sig.ra Lia Palazzolo Di Stefano; Conte Prof. Vincenzo Fardella de Quernfort; Dott. Giuseppe Navarra; Dott. Lorenzo Elia; Avv. Sergio Pivetti; Dott. Alfredo Oneto.
L’edizione 2015 si svolge Sabato 24 Gennaio 2015 alle ore 17:00 nell’Aula Fici dell’Ospedale Cervello via Trabucco 180 di Palermo, in occasione della Manifestazione indetta dall’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon e dalla G.S.T.P.
La Commissione del “Premio Sigillum – Vittorio Amedeo Re di Sicilia“, composta da Tommaso Romano, Franco D’Appolito, Michele Pivetti Gagliardi, Umberto Balistreri, Giuseppe Bagnasco, ha assegnato i Premi Internazionali a: S.E. Dott. Amadeo-Martín Rey y Cabieses; S.E. Dott. Alfonso Giordano; Gen. Dott. Alberico Lo Faso di Serradifalco; Dott. Giuseppe Maria Salvatore Grifeo di Partanna; I Premi Nazionali sono stati assegnati a: Prof. Domenico Lo Iacono; Prof. Pasquale Hamel; Geom. Vito Mauro; Dott. Giuseppe Avezzano; Prof. Aurelio Maggio; Dott. Sergio Mangano; Leonardo Gentile.
Il ricavato della vendita del volume di memorie di Leonardo Gentile e le donazioni verranno interamente devolute all’Associazione per la ricerca contro la Talassemia” Campus Piera Cutino”. Segnaliamo particolarmente questa iniziativa che dà un valore aggiunto alle finalità anche umanistiche del Premio Sigillum e della manifestazione.
In tale realtà la G.S.T.S. sviluppa, i suoi fini con Convegni, Seminari, attribuzioni di Borse di Studio, Conferenze, Pubblicazioni.
I Fondatori, che possono cooptare altri componenti a far parte dell’organismo e della giuria, designano e premiano con il “Sigillum” e altri eventuali riconoscimenti, i meritevoli, a giudizio insindacabile, che verranno iscritti in apposito Albo dei Soci d’Onore.
Lo stemma associativo è quello adottato dal Re Vittorio Amedeo II durante il Suo Regno nell’isola (1713-1719, formalmente fino al 1720).
La Sede è in Palermo e le manifestazioni associative e le attribuzioni onorifiche potranno svolgersi in ogni luogo di Sicilia. Protettore è invocato San Bernardo di Chiaravalle. Viene istituito – facendo Memoria dell’incoronazione a Re di Sicilia di S.M. Vittorio Amedeo di Savoia (1713) – un Sigillum, Premio Biennale e riconoscimento per tutti coloro che si sono resi meritevoli per gli Studi Storici, per la Fedeltà alle Tradizioni morali e dinastiche, per l’Arte, la Letteratura, la Scienza.
La prima solenne Cerimonia di Consegna del Sigillum si è svolta nella Sala Congressi dell’Hotel Addaura di Palermo nel mese di novembre 2013. Gli insigniti sono stati: Avv. Sen. Alessandro Sacchi; On. Avv. Enzo Trantino; On. Avv. Guido Lo Porto; Gen. Dott. Gaetano Failla; Barone Avv. Giulio Tramontana; Avv. Gaetano Ennio Palmigiano; Prof. Antonio Martorana; Prof.ssa Maria Patrizia Allotta; Maestro Stefano Lo Cicero; Prof. Umberto Balistreri; Prof.ssa Maria Elena Mignosi Picone; N.D. Sig.ra Lia Palazzolo Di Stefano; Conte Prof. Vincenzo Fardella de Quernfort; Dott. Giuseppe Navarra; Dott. Lorenzo Elia; Avv. Sergio Pivetti; Dott. Alfredo Oneto.
L’edizione 2015 si svolge Sabato 24 Gennaio 2015 alle ore 17:00 nell’Aula Fici dell’Ospedale Cervello via Trabucco 180 di Palermo, in occasione della Manifestazione indetta dall’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon e dalla G.S.T.P.
La Commissione del “Premio Sigillum – Vittorio Amedeo Re di Sicilia“, composta da Tommaso Romano, Franco D’Appolito, Michele Pivetti Gagliardi, Umberto Balistreri, Giuseppe Bagnasco, ha assegnato i Premi Internazionali a: S.E. Dott. Amadeo-Martín Rey y Cabieses; S.E. Dott. Alfonso Giordano; Gen. Dott. Alberico Lo Faso di Serradifalco; Dott. Giuseppe Maria Salvatore Grifeo di Partanna; I Premi Nazionali sono stati assegnati a: Prof. Domenico Lo Iacono; Prof. Pasquale Hamel; Geom. Vito Mauro; Dott. Giuseppe Avezzano; Prof. Aurelio Maggio; Dott. Sergio Mangano; Leonardo Gentile.
Il ricavato della vendita del volume di memorie di Leonardo Gentile e le donazioni verranno interamente devolute all’Associazione per la ricerca contro la Talassemia” Campus Piera Cutino”. Segnaliamo particolarmente questa iniziativa che dà un valore aggiunto alle finalità anche umanistiche del Premio Sigillum e della manifestazione.
lunedì 19 gennaio 2015
La mamma, il pugno, il Papa
Se il livello culturale e di sensibilità fosse di sereno confronto, non staremmo certo a parlare – come sempre dopo un certo tempo, per evitare di mischiarci con le convulse e affrettate opinioni – di una frase ormai stranota pronunciata da Papa Francesco, sulla mamma e sul pugno, che lo stesso Bergoglio darebbe a chi ne parlasse male. Pugno, diciamolo, alla Don Camillo, cioè più metaforico che reale e tuttavia, almeno stavolta figurato come sanguigno e virile esattamente alla pari di come concepiva il grandissimo Giovannino Guareschi (che fa parte del mio Pantheon letterario e civile).
L’alluvione di commenti fuorvianti dal tema, che il Papa ha voluto semplificare ma con una certa efficacia, ripropone in realtà la questione della offesa alle religioni e a ciò che una parte dell’umanità crede Sacro. A diritto, direi. Si, perché la sfera dell’intangibile per chi crede, non va derisa, e ci vuole rispetto, sempre e da parte di tutti. È ovvio, e lo ripeto rispetto a ciò che ho già scritto, che nessuno e per nessuna ragione può togliere la vita ad un altro uomo, neppure per vignette che di satirico – a mio avviso – hanno proprio poco. Sia che si offenda Maometto sia che si denigri Cristo. Lo Stato moderno, il grande assente, è composto oggi di tanti piccoli Pilato in serie, si lava le manie depenalizza, cancella il vilipendio a Dio (tranne che buttare in galera – in Francia – chi eventualmente bruciasse il tricolore rivoluzionario o tranne che parlar male del Presidente della Repubblica, vilipendio) o sostenere – razionalmente – che la sovranità del popolo, sempre invocata e mai predicata dai potenti, dovesse fermarsi sulla soglia invalicabile dell’impossibilità di pervenire ad una nuova forma istituzionale. In sostanza: una Repubblica come quella italiana non può che essere incontroversibile, indiscutibile, inamovibile e quindi in eterno immutabile (art. 139). Bel libertarismo!
Ora, un Papa che invoca il rispetto, di un tratto parlando anche di relativismo e citando Benedetto XVI, diventa oscurantista, gesuita come si diceva in modo sprezzante un tempo, e ancora doppiogiochista.
Insomma, questo Francesco Papa (che è un Dottore Ordinario quando parla, e quindi non certo infallibile, lo è solo infallibile quando solennemente proclama verità di fede) che pure non è esente da numerose critiche e rilievi, per molte giravolte diciamo ”ardite”, quando si rifà al senso comune, in fondo richiama anche il Cristo che non piace ai pacifisti ad oltranza e cioè a Colui che scaccia i mercanti dal tempio, non certo col borotalco e che non è soltanto l’apostolo che deve dover porgere sempre “l’altra guancia”.
E quello stesso Cristo che, perdonando e con misericordia, invoca il non ripetersi dell’errore, del male, del peccato verso Dio e i Suoi Comandamenti, fra cui certo non ci vuole certo Roberto Benigni a ricordarci che non bisogna nominare il Nome di Dio in vano. Se poi si ricordano i precetti, gli ordini del Testamento Antico, ecco riaffiorare un razzismo latente e inconfessato: gli Ebrei Ortodossi sbagliano ancora a rifarsi alla Bibbia, si aggiornino perfino i Laras che sostengono le proprie convinzioni dettate dalle Scritture. Strano modo di dare” consigli” che sono più come ordini imperativi, a conferma che costoro giudicano, eccome!
Si dice, che la libertà non deve avere limiti e nè confini è sempre in modo monotono, che è “Vietato vietare” (come si scriveva sui muri “ radioso” ’68 proprio a Parigi). Se uno Stato è Agnostico, non può non tutelare chi agnostico non è, fosse pure una minoranza che lo richieda. Perché il bene comune non presuppone, mai, la dittatura di una presunta maggioranza su una tutta da verificare minoranza. È un tragico film già visto con l’assolutismo e le dittatura che oggi si ripete “ morbidamente”. Dovrebbe essere il tanto osannato Illuminismo ha sostenere le ragioni del dissenso, in realtà oggi vige il pensiero unico planetario del politicamente corretto, e pure difendere la famiglia naturale è oggi quasi un reato. Allora, o uniformarsi o perire, sempre in nome della famosa “ libertà”. Una nota positiva ancora da registrare e segnalare: Mario Adinolfi, uno dei fondatori del PD, stampa un libro Voglio la mamma, e gira per l’Italia diffondendolo, costituendo gruppi e comitati. Osa perfino mettere in discussione le parole d’ordine del progressismo e addirittura fonda un quotidiano “ La Croce”, che è già atto esso stesso di coraggio, specie con quel titolo. Auguri ad Adinolfi e al suo schierarsi per la vita, davanti a tanti dialoganti pieni di scrupoli e vogliosi sempre di apparire “avanti “ rispetto a ciò che invece non può ammettere cedimenti, anche fra tante porpore e teologi della Domenica, spacciati per grandi menti.
Rifletta anche Papa Francesco: finche si sta sul “ vogliamoci bene” indistinto c’è l’applauso, appena si dicono delle frasi che suonano come scorrette, perfino sulla Mamma… e in funzione di esempio pedagogico e metaforico, ecco uscir fuori i denti a tanti già plaudenti, che vorrebbero , al massimo, le catacombe fisiche per coloro che ancora professano il pensiero libero (non il libero pensiero), naturale e reale. Catacombe in cui in realtà in non pochi ci troviamo
Tommaso Romano
Ora, un Papa che invoca il rispetto, di un tratto parlando anche di relativismo e citando Benedetto XVI, diventa oscurantista, gesuita come si diceva in modo sprezzante un tempo, e ancora doppiogiochista.
Insomma, questo Francesco Papa (che è un Dottore Ordinario quando parla, e quindi non certo infallibile, lo è solo infallibile quando solennemente proclama verità di fede) che pure non è esente da numerose critiche e rilievi, per molte giravolte diciamo ”ardite”, quando si rifà al senso comune, in fondo richiama anche il Cristo che non piace ai pacifisti ad oltranza e cioè a Colui che scaccia i mercanti dal tempio, non certo col borotalco e che non è soltanto l’apostolo che deve dover porgere sempre “l’altra guancia”.
E quello stesso Cristo che, perdonando e con misericordia, invoca il non ripetersi dell’errore, del male, del peccato verso Dio e i Suoi Comandamenti, fra cui certo non ci vuole certo Roberto Benigni a ricordarci che non bisogna nominare il Nome di Dio in vano. Se poi si ricordano i precetti, gli ordini del Testamento Antico, ecco riaffiorare un razzismo latente e inconfessato: gli Ebrei Ortodossi sbagliano ancora a rifarsi alla Bibbia, si aggiornino perfino i Laras che sostengono le proprie convinzioni dettate dalle Scritture. Strano modo di dare” consigli” che sono più come ordini imperativi, a conferma che costoro giudicano, eccome!
Si dice, che la libertà non deve avere limiti e nè confini è sempre in modo monotono, che è “Vietato vietare” (come si scriveva sui muri “ radioso” ’68 proprio a Parigi). Se uno Stato è Agnostico, non può non tutelare chi agnostico non è, fosse pure una minoranza che lo richieda. Perché il bene comune non presuppone, mai, la dittatura di una presunta maggioranza su una tutta da verificare minoranza. È un tragico film già visto con l’assolutismo e le dittatura che oggi si ripete “ morbidamente”. Dovrebbe essere il tanto osannato Illuminismo ha sostenere le ragioni del dissenso, in realtà oggi vige il pensiero unico planetario del politicamente corretto, e pure difendere la famiglia naturale è oggi quasi un reato. Allora, o uniformarsi o perire, sempre in nome della famosa “ libertà”. Una nota positiva ancora da registrare e segnalare: Mario Adinolfi, uno dei fondatori del PD, stampa un libro Voglio la mamma, e gira per l’Italia diffondendolo, costituendo gruppi e comitati. Osa perfino mettere in discussione le parole d’ordine del progressismo e addirittura fonda un quotidiano “ La Croce”, che è già atto esso stesso di coraggio, specie con quel titolo. Auguri ad Adinolfi e al suo schierarsi per la vita, davanti a tanti dialoganti pieni di scrupoli e vogliosi sempre di apparire “avanti “ rispetto a ciò che invece non può ammettere cedimenti, anche fra tante porpore e teologi della Domenica, spacciati per grandi menti.
Rifletta anche Papa Francesco: finche si sta sul “ vogliamoci bene” indistinto c’è l’applauso, appena si dicono delle frasi che suonano come scorrette, perfino sulla Mamma… e in funzione di esempio pedagogico e metaforico, ecco uscir fuori i denti a tanti già plaudenti, che vorrebbero , al massimo, le catacombe fisiche per coloro che ancora professano il pensiero libero (non il libero pensiero), naturale e reale. Catacombe in cui in realtà in non pochi ci troviamo
Tommaso Romano
giovedì 15 gennaio 2015
Presentazione del volume di Vito Lo Scrudato ''Le porte di Camico Soprana'' edito da Vittorietti
Sono lieto invitarvi venerdì 16 Gennaio alle ore 17,30 alla Libreria Macaione di via Marchese di Villabianca,dove presenteremo con Bernardo Puleio, per la seconda volta, il volume di narrazioni di Vito Lo Scrudato ''Le porte di Camico Soprana'' edito da Vittorietti, con belle illustrazioni del maestro Gaetano Porcasi.Fra memoria,ironia e considerazioni sul tempo, la condizione umana e la storia,Lo Scrudato racconta con arguzia e capacita' affabulante, delle virtu' e dei vizi della provincia profonda,con un misto di ironia e dolore,sullo sfondo dei paesaggi di Sicilia. Lo scorso anno,ho avuto il piacere di premiare,insieme con la Giuria del Premio Ninni Cassara',a Carini, con una Targa Speciale dedicata al compianto Professore ed Amico Antonino De Rosalia,proprio Lo Srudato e questo suo bel libro.
mercoledì 14 gennaio 2015
Note tra Apocalisse e Parusia
Mentre le
notizie di morte non si fermano, in una impossibile gerarchia di atrocità,
andiamo alla rinnovata ferocia di teste mozzate, di bambini kamikaze, di
esecutori minorenni di condanne a morte.
L’Apocalisse,
con buona pace di buonisti ad oltranza che non conoscono neppure minimamente le
radici della violenza e del terrore, è fra noi. Non prenderne atto è come
credere ancora che la tecnologia, il progresso, le marce e le discussioni, la
scienza e i lumi razionalistici, la pace universale e l’ONU, potranno salvarci. Ciò che settanta
anni fa, fu una tragedia epocale, come la Shoah, si è ripetuta con le fosse di
Katyn, con la bomba atomica, con la strage degli innocenti nel seno materno,
con l’eugenetica ideologica, con il capovolgimento della natura e dei suoi
diritti, con mille e mille guerre locali.
Che pensare,
che fare? Amalgamare nell’indistinto è un atto di nolontà più che di volontà.
Perché il genere umano non si fonda su prediche universalistiche e astratte,
condite di buoni propositi che poco o nulla cambiano. L’uomo non nasce buono
come vorrebbe un Rousseau e non diventa cattivo grazie alla “società”, l’uomo non può cambiare radicalmente neppure
violentandolo nella sua natura a un fine pseudobuono. Al massimo si può
autoannichilire. Tanto c’è sempre chi veglia
e agisce.
Convertire
tutti a Cristo è e sarebbe la via maestra, ma convertirci tutti alla marmellata
universale dove atei e cristiani, panteisti e musulmani, razionalisti e
agnostici si possano incontrare per un mondo pacificato è purtroppo
irrealistico e quindi proroga e non e
estirpa il male, in vista di un bene ipotetico quanto utopico. E poi con buona
credulità di falsi ingenui, l’amicizia tra poveri o potenti, porta troppo spesso
in grembo le armi di morte.
Forse ci
vorrebbe un nuovo Dante, capace di riscrivere un De Monarchia modello per i nostri tempi, e cercare così un
pacificatore autorevole e universale. Ma anche questo potrebbe risultare alla
fine una bella speranza, una esercitazione letteraria o poco più. Eppure
all’uomo che ha rinnegato Dio e la sua Legge Eterna, dovrebbe riproporsi, senza
se e senza ma, il Cristo-Verità, non un profeta qualunque ma la Verità.
Se infatti
l’Incarnazione non è la Verità, che ci redime e ci salva, se il Verbo fattosi
carne è alla stregua di tanti messaggeri, più o meno saggi venuti in terra, se
Legge e peccato sono dei relativi
mutabili, la Verità non si riconoscerà certamente. E se non esiste il criterio
della Verità, che è liberta e limite, tutto allora sarà, come in effetti è,
permesso. Anche di ammazzare in nome di un dio, dell’onnipotenza umana o della dea
ragione.
Ecco perché
siamo certi che, alla fine di questi tempi oscuri, la Parusia, il ritorno di
Cristo in terra, sarà.
A questo Evento
soprannaturale, purificandoci individualmente, dobbiamo prepararci.
Tommaso Romano
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